La nascita di Marika 5

di
genere
trans

Tornati a casa di Barbara, lei annunciò che avrebbe fatto una doccia e che, appena uscita, avremmo finalmente parlato di ciò che ci attendeva nelle prossime due settimane. La sua voce era calma, ma c’era qualcosa nel modo in cui lo disse… come se sapesse più di quanto volesse mostrare. Mi invitò a mettermi a mio agio, poi sparì nel corridoio. La porta del bagno si chiuse e il rumore dell’acqua iniziò a riempire la casa.
Mi lasciai cadere sul divano, ma il corpo non riusciva davvero a rilassarsi. La stoffa calda sulla schiena, il ticchettio sommesso dei tubi, l’eco ritmica della doccia: ogni suono sembrava amplificarsi, come se il silenzio stesse aspettando qualcosa.
E nel mezzo di quel silenzio, la mia mente correva.
Cosa stavo facendo?
Più cercavo una risposta, più sentivo un nodo stringersi allo stomaco. Perché non riuscivo a ribellarmi a Cesare? Perché, davanti a lui, la mia sicurezza si sgretolava come polvere? Io, che nella vita reale nessuno riesce a mettere sotto quando decido di reagire… eppure con lui, senza capire come, finivo intrappolato in un meccanismo che mi sfuggiva.
Il cuore batteva più forte, non solo per il pensiero di Cesare, ma per l’atmosfera che si era creata in quella casa. L’acqua continuava a scorrere, e più la sentivo, più avvertivo una strana tensione salire dentro di me, una tensione che non riuscivo a definire.
Era la sensazione che qualcosa stesse per accadere.
Qualcosa che non avevo previsto.
Mi passai una mano tra i capelli, nel tentativo di scacciare quel disagio sottile, ma non servì. L’altra parte di me, quella più remissiva, quella che non capisco mai fino in fondo, iniziava a farsi sentire. Un lento strisciare, un cambio quasi impercettibile. Come se la mia identità si stesse inclinando, spostando il peso da un lato all’altro.
In quell’istante capii una cosa: non era solo Cesare a esercitare quel potere su di me.
Era il contesto.
Le persone.
Gli sguardi.
Le situazioni che sfuggono al controllo e che, senza nemmeno accorgerti, ti trascinano in una direzione che non avevi considerato.
E Barbara… Barbara stava lì, dall’altra parte di quella porta chiusa, immersa nel suo vapore. Lei che aveva visto più di quanto avevo detto, lei che percepiva le crepe del mio equilibrio.
Lei che, forse, aveva già deciso qualcosa.
Qualcosa che riguardava me.
E mentre la doccia continuava a scrosciare, ebbi la netta sensazione che, quando quella porta si fosse finalmente riaperta, niente sarebbe stato più come prima.
Il rumore dell’acqua cambiò ritmo, come se Barbara avesse appena chiuso il miscelatore. Subito dopo calò un silenzio denso, quasi vibrante. La casa sembrava trattenere il respiro insieme a me.
Sentii il fruscio dell’asciugamano, un movimento morbido, lento, come se lei non avesse alcuna fretta.
Io invece sì: ma non sapevo di cosa.
Mi sollevai appena dal divano, istintivamente, attratto da quel silenzio carico. Ogni gesto di Barbara, anche il più semplice, sembrava acquistare un significato diverso, come se fosse la premessa di qualcosa che non riuscivo a decifrare.
Poi la porta del bagno si aprì.
Non so perché, ma il suono della maniglia parve più netto del solito. Mi attraversò come un impulso. Lei uscì avvolta nell’asciugamano, i capelli ancora bagnati che lasciavano piccole tracce d’acqua sul pavimento. Non disse subito nulla. Mi guardò soltanto.
Uno sguardo che non era interrogativo, né distaccato. Aveva una calma particolare, una consapevolezza che non riuscivo a sostenere fino in fondo.
«Ti vedo tesoro,» disse alla fine, camminando verso la cucina. La sua voce era quasi un sussurro, ma aveva un peso incredibile.
«Sto bene,» risposi automaticamente, più per difesa che per convinzione.
Lei aprì un cassetto, prese due bicchieri, poi si voltò leggermente verso di me. «Non ti ho chiesto se stai bene. Ti ho detto che ti vedo tesoro.»
Non c’era rimprovero, solo una precisione chirurgica.
Mi bagnai le labbra, senza sapere cosa replicare. Lei se ne accorse. Forse era proprio quello che voleva.
Preparò da bere con gesti lenti, misurati. Non so se lo facesse apposta, ma ogni suo movimento sembrava studiato per mantenere quella sospensione.
Quando mi porse il bicchiere, venne a sedersi di fronte a me. Non accanto. Di fronte. Come se avesse bisogno di vedermi bene.
«Dobbiamo parlare di queste due settimane,» disse finalmente. «E di quello che è successo oggi.»
Il cuore mi diede un colpo più forte, come se volesse uscire dal petto.
Lei incrociò le gambe e reclinò appena la testa, osservandomi. «Non ti devi giustificare. Voglio solo capire chi ho davanti. Voglio capire perché ti annulli quando qualcuno prende una certa… posizione.»
Il silenzio tra noi si fece più teso. Io non sapevo da dove iniziare, ma lei non distoglieva lo sguardo. Mi stava letteralmente leggendo.
«Marco,» disse infine, con una calma che mi mise ancora più in difficoltà, «non puoi continuare a nasconderti dietro il ragazzo forte che mostri al mondo. Non qui. Non con me.»
Mi mancò un respiro.
Era come se avesse appena toccato il nucleo esatto del mio problema, con una precisione che mi disarmò.
Barbara si avvicinò un poco in avanti, poggiando i gomiti sulle ginocchia. «Io non sono Cesare. Ma quello che devo capire… è quanto di te appartiene davvero a te, e quanto invece reagisce a certi tipi di persone.»
La sua voce si abbassò ancora, diventò quasi un filo: «E soprattutto… voglio capire quale delle tue due parti vuole davvero stare qui.»
Non avevo mai sentito quelle parole rivolte a me. Non in quel modo.
Non sapevo cosa dire. La guardavo, immobile, come se ogni parola fosse superflua. Era bellissima, ma soprattutto era presente, dominante, pienamente consapevole dell’effetto che aveva su di me.
Si avvicinò lentamente, senza fretta, e quando le sue labbra mi sfiorarono capii che non stava cercando una risposta, ma una resa. Le sue mani erano calde, sicure, si muovevano sul mio corpo con una naturalezza che non lasciava spazio al dubbio. Mi aiutò a spogliarmi come se stesse semplicemente portando a compimento qualcosa di già deciso.
Poi, all’improvviso, mi prese per le spalle. Il gesto fu fermo, inequivocabile. Mi girò e con una voce bassa e tagliente, mi disse di restare ferma. Non era un ordine urlato, ma proprio per questo non ammetteva repliche. Era dietro di me, sentivo le sue dita accarezzare il mio buchino, mi spalmo una crema era molto piacevole, poi improvvisamente mi penetrò con un dito e trovai la cosa piacevole tanto da lasciarmi andare quasi subito, finché non fui come delusa dal sentirla che mi lasciava per qualche istante, " non muoverti mi disse" torno subito e senza avere la percezione di capire cosa accadeva mi penetrò, all'inizio sentivo del dolore e mi lamentai, ma lei mi disse decisa e convincente "aspetta e vedrai che ti piacerà talmente tanto che non potrai più farne a meno troia",Mi lasciai andare, rilassandomi, e cominciai a provare un piacere estremo, spingeva sempre più con forza, ansimando, fino a quando godemmo entrambi.
In quell’istante compresi che non si trattava solo del corpo, ma di un equilibrio che si stava spostando, definitivamente.
Quando tutto si placò, mi lasciò distesa sul letto, come se avesse ottenuto esattamente ciò che voleva. Si avvicinò, lentamente, e portò le labbra vicino al mio orecchio. Il suo sussurro fu lieve, quasi tenero, ma carico di una lucidità disarmante:
«Adesso ho capito tutto di te, tesoro.»
scritto il
2025-12-24
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