Sporca
di
samas2
genere
tradimenti
La casa al mare accoglie tutti con la solita calma: porte aperte, valigie nel corridoio, odore di salsedine che si mescola al profumo del caffè rimasto dalla mattina. Noi siamo un gruppo che funziona. Sappiamo chi siamo. Condividiamo valori che negli anni hanno preso la forma di una piccola comunità: sincerità, rispetto, una sorta di pulizia interiore che ci tiene uniti più della fede stessa.
Io ci credo.
Ne faccio parte senza sforzo, come si fa parte di un coro.
Eppure, appena entro nella casa, sento qualcosa aprirsi in me in modo diverso.
Mi tolgo le scarpe senza pensarci. Non per provocazione. È più un gesto di resa, come se lasciassi cadere un’armatura. I piedi nudi sul pavimento fresco diventano un simbolo semplice e potente: essere qui senza difese. La prima crepa nella compostezza.
Gli altri ridono, sistemano, commentano il tempo. Nessuno nota nulla.
Augusto sì.
Sono la più giovane. Di poco. Abbastanza. Anche mio marito ha l’età di Augusto e degli altri. Nulla stona. Eppure so di non passare inosservata. Non per come cerco attenzione, ma per come sto nel corpo. Una bellezza piena, evidente, che non chiede di essere spiegata.
Io e Augusto non ci siamo mai pensati come amanti.
Nel gruppo i ruoli sono chiari. Lui è solido, potente, un fisico allenato con una morbidezza addominale che lo rende caldo, reale. La forza gli è naturale. È passionale, ma trattiene. È un coniuge fedele, come io del resto.
Eppure qualcosa c’è sempre stato.
Non seduzione.
Attenzione, interesse.
Sguardi che tornano. Silenzi che durano un attimo di troppo. Nulla che possa chiamarsi invito. Abbastanza da restare. Io non abbasso gli occhi.
Mi muovo come se nulla fosse, ma so. Uso gesti minimi: cammino scalza quando non serve, indugio un secondo in più in certe posture. Provocazioni piccole, leggibili solo da chi sa guardare. Augusto sa.
Rientro nella stanza più tardi."…"
Lascio la porta socchiusa.
La luce è piena, impietosa. Mi metto dove cade dritta. Il corridoio è in ombra. So che lui è lì. Non lo guardo.
Mi spoglio senza teatro. Un indumento alla volta. Quando resto scoperta sopra non mi copro. Lascio che la luce lavori sulle forme che conosco: mature, piene. Quelle che il suo sguardo ha desiderato per anni senza poterle palpare.
Resto ferma.
Nella luce.
Mi piego in avanti come se cercassi qualcosa. Il gesto è solo in apparenza naturale. Mentre il busto scende, la stringa del tanga entra nel solco, divide. Fingo fastidio e lo sfilo. Il corpo si apre, offre ciò che di solito resta nascosto. Le mie intimità più segrete offerte lucidamente.
Resto così quanto basta.
So che sta fissando. Trattiene. Combatte con una forza che, per una volta, non può usare.
Poi mi ricompongo.
Mi rivesto con la stessa lentezza.
Non chiudo la porta.
Non spengo la luce.
Quando lo rincontro tra gli altri, la casa è tornata una casa. Voci, bicchieri, normalità. Augusto parla, sorride. Ma il corpo è rimasto altrove.
I nostri sguardi si incrociano.
Non sorrido.
Non abbasso gli occhi.
Non è successo nulla.
Ed è successo tutto.
La gita e il pacchettino
Il giorno dopo usciamo presto. Colline, strade secondarie, sole che insiste. Camminiamo molto. È una giornata che si deposita addosso.
Vivo il corpo senza pensarci. Cammino, mi fermo, riparto. Il caldo entra e resta. È una fisicità semplice, vera.
Augusto mi è spesso vicino, senza cercarmi. Succede. Sento quando mi guarda. Non con urgenza. Con attenzione nuova. Come se la sera prima avesse cambiato il tempo.
Rientriamo stanchi. La casa si riempie di voci, docce, finestre aperte. Mi muovo come sempre. Nulla è uguale.
Più tardi lo prendo da parte. Solo un secondo in più.
Gli porgo il pacchettino.
Piccolo.
Chiuso.
Senza spiegazioni.
«Tieni.»
Dentro ci sono slip e calzini portati tutto il giorno. Vissuti. Non è un regalo. È una consegna.
Li prende con entrambe le mani.
Non apre. Questo mi eccita più di quanto dovrei.
Torniamo al gruppo.
Nulla è successo.
So che ora porta con sé qualcosa che è mio.
E che la giornata non finisce col tramonto.
Un messaggio:
— Sono ebbro dei tuoi umori e odori.
Resto a casa con una scusa. Gli altri escono. La casa si svuota, si espone. Il mare entra dalle finestre, le tende respirano.
Indosso solo una vestaglia. Nulla sotto.
Vado in bagno. Carta. Quanto basta. Scelgo di lasciare intatto ciò che deve restare. Sistemo la vestaglia.
Scrivo senza pensarci:
— Non ho nulla addosso, se vuoi puoi aiutarmi a indossare gli slip.
Augusto legge mentre corre. È già caldo, già carico. Inverte il giro. Torna come se stesse chiudendo una distanza intollerabile.
Arriva sudato, teso, scuro di sole. Non si cambia. Odora di fatica. Entra senza parlare.
È subito addosso a me.
Il contatto è predatorio.
La vestaglia è l’ultimo ostacolo. Viene aggredita, strappata. Il mio corpo risponde prima di me. Questo mi scuote più della forza
Dentro si scontrano abbandono e colpa futura. Vince il primo. Vince l’essere voluta senza condizioni. Cedo.
I corpi si incastrano. Bocche che pretendono. Nessuno guida, nessuno aspetta.
Nella mia bocca il suo cazzo che cresce, nella sua i miei sapori acri, istintivi animali: il sapore dell’eccitazione.
Lo voglio.
— Scopami. Sei duro, grosso. Da impazzire.
È dentro. Mi prende, mi apre. La mia figa lo stringe, risponde. Sto ferma mentre mi apre.
Non parla. Spinge, forsennato, come sotto uno sforzo estremo, un sesto grado in parete.
Godo; da tempo non succedeva. Il grembo si allaga del suo seme. Muggisce soddisfatto.
Resta il sale. Il calore. Un sentore accennato appena,
urinario, residuo dell’eccitazione. Il corpo non è più neutro. È carne usata.
Le ore scorrono senza urgenza. La casa respira mare, io con lei. Il corpo si raffredda a strati, lasciando una stanchezza pulita, senza rimorsi. Compio gesti semplici con una precisione nuova, come se dovessi tenere separato ciò che è stato da ciò che torna.
Augusto resta in tracce brevi, sensoriali. Non ricostruisco, non serve. Tommy è un fatto che ritornerà, senza attrito. Mi lavo, mi rivesto, rientro nel mio corpo che non è identico ma è quieto.
L’urgenza è diventata memoria.
La memoria, consapevolezza.
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