La festa

di
genere
orge

Carmen era una studentessa di infermieristica.
In mezzo a loro, questo bastava già a definirla.
Non lo dicevano apertamente, ma si capiva. Negli sguardi che si soffermavano un po’ troppo, nelle battute leggere che scivolavano appena sopra il rispetto, nelle occhiate complici tra di loro. Erano ragazzi abituati a muoversi in un mondo chiuso, fatto di sicurezza, soldi, abitudini consolidate.
Lei no.
Lei era un corpo nuovo in quel giro. Una presenza diversa. Più semplice. Più accessibile.
E proprio per questo interessante.
L’invito arrivò con leggerezza.
— Vieni anche tu, sarà divertente —
Carmen accettò.
Il casolare era immerso nella campagna, luci calde, musica, risate troppo alte. Già entrando sentì quella distanza: loro dentro, lei appena ai margini. Ma bastarono pochi bicchieri, qualche parola, qualche sguardo insistente… e quella distanza iniziò a sembrarle meno importante.
Anzi.
Si sentiva guardata.
E quella sensazione iniziava a piacerle.
Quando proposero lo strip, le risate si fecero più forti. Un gioco, dissero. Un’estrazione a sorte.
Ma Carmen lo percepì subito, anche se non volle ammetterlo: non era davvero un caso.
E infatti uscì il suo nome.
Un boato.
Troppo immediato.
— Dai, è solo un gioco —
Salì sul tavolo con il cuore che le batteva nelle orecchie.


Le mani tremavano mentre lasciava scivolare il vestito. La musica cambiò, più lenta. I primi movimenti erano incerti.
Poi qualcosa cedette.
Il corpo iniziò a muoversi da solo, seguendo il ritmo. C’era una morbidezza naturale in lei, una grazia non costruita.
Quando il vestito scivolò via, il brusio cambiò.
Più fitto. Più attento.
Gli occhi erano tutti su di lei.
Fissi.
— Sei una gran figa! —
La voce arrivò netta.
Carmen la sentì addosso come una scossa. E invece di chiudersi, si aprì.
Quando rimase in lingerie, la tensione crebbe. Gli sguardi indugiavano senza pudore. Lei lo sentiva, come un calore continuo sulla pelle.
Il coro partì.
— Dai… faccela vedere…
— Su… faccela vedere… —
Ritmico. Grezzo.
Quasi animale.
Carmen esitò.
Il corpo esposto.
Il respiro corto.
Le mani salirono al petto.
Un attimo di incertezza.
Le mani salirono al petto.
Un attimo di incertezza.
Poi lo slacciò.
Il tessuto cedette.
Scivolò via.
I seni rimasero scoperti.
Giovani.
Pieni.
I capezzoli induriti dall’aria e dagli sguardi.
Un’altra voce.
Più vicina.
— Dai… —
Le dita scesero più in basso.
Esitarono appena. Poi tirarono giù anche quello. L’ultimo velo. Lei ferma.
Il corpo nudo.
Offerto.
— Sto mostrando loro la figa.
Il pensiero le passò chiaro.
E non si fermò.
Restò lì.
A offrirsi convinta che fosse quello il modo giusto per essere finalmente una di loro.
Dall’altra parte, invece…era già chiaro.
Non colse gli sguardi tra loro.
Le mezze risate trattenute.
Quella complicità leggera, già compiuta.
Non Per loro era altro, un oggetto vivo, grazioso sì, ma non al loro livello. Qualcosa con cui giocare.
Senza riguardo.
Senza conseguenze.
E poi buttare via.
La festa si sfilacciò.
Gruppi che si formavano, voci più basse, angoli lontani dalla musica.
Fu allora che i tre si avvicinarono.
Non insieme. Ma con naturalezza. Uno le porse da bere, uno le parlò piano, il terzo osservava.
Prima di sparire nel corridoio, uno si voltò verso gli altri.
— La portiamo via noi… poi vi raccontiamo tutto —
Risate basse.
Carmen li seguì.


La stanza era calda. Chiusa.
Si sedettero per terra. Uno la baciò e lei si abbandonò
Lei scalza. Le spalline giù. Il vestito ormai inutile.
Le mani arrivarono subito.
Sicure.
Dirette.
Non chiedevano.
Prendevano.
Carmen non si tirò indietro.
Sentiva quella sicurezza addosso.
Le sembrava forza.
Le sembrava fascino.
Le sembrava… un mondo scintillante a cui appartenere.
— Adesso ti vogliamo nuda… tutta per noi —
Poi il gioco cambiò.
Diventò pieno.
Troppo pieno.
Non c’era più una sola direzione.
Il suo corpo lo capì subito: presa, tenuta, guidata da più lati nello stesso momento. Senza spazio. Senza margine.
Un suono le uscì dalla gola.
Spezzato.
Le mani si fecero più ferme. Non violente… ma sicure. Abituate.
— Così… — basso. Distratto.
Il respiro si accorciò. Non trovava più un ritmo suo. Era costretta a seguire il loro.
E lo fece.
Senza opporsi.
Il calore salì, denso, continuo. Dal basso, più indietro, e insieme davanti. Tutto insieme. Una pressione che non lasciava vuoti.
Le gambe cedettero appena. La schiena si inarcò da sola.
Non c’era più eleganza.
Solo corpo.
Solo quella sensazione piena, insistente, che la attraversava e la teneva lì.
E sopra, davanti, addosso… presenza. Peso. Respiro che non era più solo il suo.
Era ovunque.
E lei in mezzo. Tenuta. Divisa.
E nello stesso tempo raccolta dentro quel ritmo che non le apparteneva.
Le mani la guidavano, la fermavano, la riportavano dentro ogni volta che il corpo cercava di spostarsi.
E lei smise di provarci.
Si lasciò andare.
Docile.
Presa.
Il calore diventò più forte. Più difficile da contenere.
Un’ondata la attraversò.
Le fece perdere il punto esatto in cui finiva lei.
E in quel momento pensò ancora una cosa semplice, ma sdagliata.
— Mi vogliono.
Quando in realtà…la stavano solo condividendo.
Quando tutto finì, non ci fu niente. Solo corpi che si staccavano.
Carmen rimase un attimo a terra.
Respirava forte. E lo sentiva, addosso, dentro: una pienezza bassa. Tra le gambe.
Più indietro. Profonda. Che non se ne andava , rimaneva trattenuta e ogni minimo movimento glielo ricordava.
Deglutì. Il sapore le restava in gola.
I tre si alzarono. Uno si sistemò con calma.
Un altro si accese una sigaretta. Il terzo si passò una mano tra i capelli.
Normali. Come dopo niente.
Nessuno la guardò davvero.
Nessuno le parlò.
Non c’era niente da dire.
Per loro era finita già prima.
Carmen si tirò su.
Le gambe molli.
Il corpo ancora segnato, pieno, attraversato da qualcosa che non le apparteneva più del tutto.
Si sistemò il vestito come poteva.
In fretta.
Senza guardarsi.
Perché non c’era niente da sistemare davvero.
Non lei.
E tornò dentro
La musica.
Le luci.
Le voci.
Tutto uguale.
Nessuno diceva nulla, ma si capiva negli sguardi che scivolavano via, sporchi, complici.
In quelli che tornavano, brevi.
Nelle risate trattenute.
— Dopo vi raccontiamo… è una che si fa fare tutto —
Risate.
Era al centro, ma in un altro modo.
Non più desiderata.Già consumata.
Uno la guardò con quell’aria superiore.
E lì Carmen capì.
Quell’albagia.
Quella superbia tranquilla di chi prende, usa… e poi racconta.
E la lascia fuori.
Incrociò uno di loro.
Niente.
Solo divertimento, anche disprezzo.
Abbassò lo sguardo.
Si mosse tra gli altri.
Come se fosse normale.

E allora lo capì davvero.
Non nei gesti, ma nel modo in cui la guardavano.
Nel modo in cui non la guardavano.
Aveva creduto di poter essere dei loro.
O forse aveva voluto crederlo.
Non lo era mai stata.
Restava addosso quella sensazione.
Di essere stata qualcosa che si usa, si sciupa e poi si racconta.
Non con cattiveria.
Con noncuranza.
Indifferenza.
Che era peggio.
Loro sopra.
Lei sotto.
Non detto.
Ma chiaro.
E in quella distanza, per loro, stava tutto:
il gioco,
il piacere,
la fine.
Uscì nella notte.
Sola.






scritto il
2026-05-07
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