In bilico sul desiderio
di
Alain Dormain
genere
corna
Non so quando abbia cominciato a pensare di essere preda di un’ossessione, confondendo i piani della realtà con quelli della immaginazione.
Forse per questo te lo sto raccontando adesso. Per capire se quello che ho vissuto è accaduto davvero, o se è solo una costruzione della mia testa.
Io e Luisa eravamo sposati da pochi mesi. Ancora nella fase in cui ogni gesto sembra nuovo, una conquista. Ci scoprivamo l’uno nell’altra con l’entusiasmo di chi crede di conoscersi già, e invece no. Eppure, sotto quell’intesa complice, si muoveva qualcosa di meno confessabile. Curiosità morbose, trattenute, che nessuno dei due osava nominare come per evitare di dar loro forma.
Gualtiero, il mio capo, non entrava in ufficio: irrompeva. Portava con sé aromi di tabacco freddo, cuoio, qualcosa di animale. Le sue parole non chiedevano attenzione, la pretendevano. Non narrava di donne da sedurre, le raccontava per appropriarsene. Non faceva mai nomi. Diceva una donna, una femmina, una fica.
All’inizio sembrava solo spavalderia, discorsi generici.
Poi, col tempo, le descrizioni cambiarono, combaciarono coerenti. Le descrizioni si fecero dettagliate, riconducibili a qualcosa di concreto. Una pelle che reagisce subito al caldo. Una risata trattenuta prima di concedersi davvero. Una naturalezza ostinata nel non voler sembrare ciò che si è. Altri dettagli molto intimi.
Mi ostinavo a pensarlo un caso, quando mi sono accorto che quelle descrizioni coincidevano troppo bene con Luisa.
A casa, lei ascoltava. Non mostrava scandalo né entusiasmo. Solo attenzione. Faceva domande che mi spiazzavano.
«E lui come la guardava?» Non cosa faceva. Come la guardava.
Quando arrivarono i messaggi, non parlammo mai della loro origine. Non ce n’era bisogno. Luisa li lesse ad alta voce, seduta sul divano. Ogni frase cadeva nella stanza con una precisione inquietante.
Il piccolo neo sotto il seno sinistro, che appare solo quando il corpo si apre leggermente. L’orologio portato sul polso destro, contro ogni consuetudine. Le sneakers senza calzini, con quell’aroma dolce che resta sulle dita. Il fatto che non tutto in lei fosse stato addomesticato. L’inguine non rasato, folto, naturale, ostinatamente fuori moda. Il modo in cui inclina il capo quando sorride davvero. Troppo circostanziato. Troppo aderente.
Ero sconcertato. Il dubbio smise di essere un’idea e diventò una presenza stabile tra noi.
Quando mi propose di invitarlo a cena, non lo fece per provocare. Lo disse con calma, come una decisione già presa.
«Mi sembra un gesto carino. Poi è il tuo capo».
Quella sera le chiesi quale fantasia le occupasse la mente. La parola restò sospesa tra noi, fragile.
Luisa non rispose subito. Si avvicinò sul divano, quel tanto che bastava a sentire il calore del corpo attraversare il tessuto. Si tolse le scarpette senza pensarci, un gesto semplice, quasi distratto. L’odore che si liberò era familiare, intimo, e mi colpì proprio per questo: era lo stesso che avevo già incontrato nei messaggi di Gualtiero. O forse ero io che ormai forzavo i rimandi, cercando segni dove tutto sembrava voler parlare.
«Vorrei che mi guardasse come se sapesse già tutto di me», disse piano. «Non con curiosità. Con possesso già acquisito.»
Fece una pausa breve, come per misurare il peso di ciò che stava per dire. «Vorrei che mi parlasse senza farmi domande. Che non cercasse consenso, né indulgenza. Che dicesse quello che c’è, senza fermarsi alle frasi educate.»
Si mosse appena: le ginocchia non si chiusero. Non era un invito, non davvero. Era il rifiuto di difendersi.
«Vorrei che vedesse anche ciò che non seguo, ciò che non aggiusto per piacere agli altri.» Abbassò lo sguardo un istante, poi lo rialzò. «Il mio inguine non rasato, contro questa moda liscia, igienica, impersonale. Quel vello castano, irsuto, che non curo per provocare, ma per restare vera. Femmina, sì. Un po’ selvaggia.»
Inspirò piano. «Quell’immagine non dovrebbe appartenere a nessuno che non sia tu.»
Un accenno di sorriso, amaro. «E invece Gualtiero la immagina. La possiede senza averla vista. E questo… questo mi espone più della nudità.»
Le sue mani accarezzavano il braccio con gesti leggeri, insistenti, come se stesse verificando qualcosa su se stessa.
Inspirò lentamente. «Vorrei che mi parlasse senza rispetto. Che mi chiamasse puttana non per eccitarmi, ma per definirmi. Con precisione. Con crudeltà. Come si nomina qualcosa che si è capito davvero. E io… io lo vorrei.»
« Puttana.»
La parola non la feriva. Si posava su di lei come qualcosa di atteso. Necessario. Non c’era scandalo, né ribellione. Solo un lento assestarsi, come quando un peso trova finalmente il suo punto. Annuì appena. Essere chiamata così la liberava dall’obbligo di spiegarsi, di correggersi, di apparire altro. Nessuna profondità da difendere, nessuna ambiguità da salvare. Solo una definizione che chiudeva il cerchio.
Nel riconoscersi puttana c’era un piacere perverso, netto, quasi elegante. Di essere ridotta senza resti. Il compiacimento non stava nell’essere desiderata, ma nell’essere finalmente detta.
Il telefono vibrò poco dopo. Luisa lo prese senza fretta. Lesse. Poi mi porse lo schermo.
Il messaggio di Gualtiero era asciutto:
“Alcuni dettagli sono evidenti. Altri li riconosce solo chi sa immaginare bene. E poi ci sono quelli che una donna lascia intendere senza rendersene conto.”
Sotto:
“Non serve intimità per notarli. Serve attenzione.”
E infine:
“Il gioco funziona perché resta in bilico.”
Luisa spense lo schermo e sorrise. «Vedi?» disse. «Non dice di conoscermi. Dice di saper guardare.»
Passandomi accanto mi sfiorò appena la spalla. «Sei sicuro di voler sapere da che parte sta la verità?»
Il giorno dopo me lo chiese come fosse la cosa più naturale del mondo:
«Sabato sera potrebbe andare bene se lo invitiamo a cena?»
Il telefono vibrò poco dopo. Luisa lo prese senza fretta. Lesse. Poi mi porse lo schermo.
Il messaggio di Gualtiero era asciutto:
“Alcuni dettagli sono evidenti. Altri li riconosce solo chi sa immaginare bene. E poi ci sono quelli che una donna lascia intendere senza rendersene conto.”
Sotto:
“Non serve intimità per notarli. Serve attenzione.”
E infine:
“Il gioco funziona perché resta in bilico.”
Luisa spense lo schermo e sorrise. «Vedi?» disse. «Non dice di conoscermi. Dice di saper guardare.»
Passandomi accanto mi sfiorò appena la spalla. «Sei sicuro di voler sapere da che parte sta la verità?»
Il giorno dopo me lo chiese come fosse la cosa più naturale del mondo:
«Sabato sera potrebbe andare bene se lo invitiamo a cena?»
Io non risposi. E forse fu quello, il mio primo vero assenso.
Epilogo – La cena
Le luci soffuse ci avvolgevano come una complicità forzata. Il vino scioglieva le frasi, ma non la tensione. Luisa si muoveva con una naturalezza che non aveva bisogno di essere studiata: il gesto di sistemarsi i capelli, il polso destro scoperto con l’orologio inclinato, le gambe accennate sotto la gonna, mai offerte, mai ritratte del tutto.
Gualtiero parlava poco. Ascoltava molto.
I suoi occhi seguivano non come si guarda una donna seduta a tavola, ma come si osserva qualcosa che si sta ricostruendo mentalmente. Non indugiava sui punti evidenti. Tornava sempre su quelli che non si vedevano.
Quando Luisa si sporse leggermente in avanti per prendere il bicchiere, il tessuto della gonna tese appena. Un gesto privo di intenzione. Eppure Gualtiero abbassò lo sguardo quel tanto che bastava a far capire che stava completando un’immagine che non aveva bisogno di essere confermata.
Non sorrideva. Sembrava verificare.
Io lo capii perché in quel momento smise di guardarla come un insieme. La osservava come si osserva una coerenza. Qualcosa che non è costruito per piacere, ma per essere vero.
Luisa se ne accorse. Non cambiò postura. Non si ricompose. Rallentò soltanto i movimenti, come se avesse accettato di essere letta fino in fondo.
«Hai un modo molto personale di porti», disse Gualtiero, con voce piana. Non era un complimento.
«Non ho mai amato uniformarmi», rispose lei. «Mi annoia.»
«Si vede», disse lui.
In quel momento mi accorsi di una cosa che fino ad allora avevo ignorato:
non era il modo in cui Gualtiero guardava Luisa a turbarmi.
Era il modo in cui lei accettava quello sguardo.
Io e Luisa eravamo sposati da pochi mesi. Ancora nella fase in cui ogni gesto sembra nuovo, una conquista. Ci scoprivamo l’uno nell’altra con l’entusiasmo di chi crede di conoscersi già, e invece no. Eppure, sotto quell’intesa complice, si muoveva qualcosa di meno confessabile. Curiosità morbose, trattenute, che nessuno dei due osava nominare come per evitare di dar loro forma.
Gualtiero, il mio capo, non entrava in ufficio: irrompeva. Portava con sé aromi di tabacco freddo, cuoio, qualcosa di animale. Le sue parole non chiedevano attenzione, la pretendevano. Non narrava di donne da sedurre, le raccontava per appropriarsene. Non faceva mai nomi. Diceva una donna, una femmina, una fica.
All’inizio sembrava solo spavalderia, discorsi generici.
Poi, col tempo, le descrizioni cambiarono, combaciarono coerenti. Le descrizioni si fecero dettagliate, riconducibili a qualcosa di concreto. Una pelle che reagisce subito al caldo. Una risata trattenuta prima di concedersi davvero. Una naturalezza ostinata nel non voler sembrare ciò che si è. Altri dettagli molto intimi.
Mi ostinavo a pensarlo un caso, quando mi sono accorto che quelle descrizioni coincidevano troppo bene con Luisa.
A casa, lei ascoltava. Non mostrava scandalo né entusiasmo. Solo attenzione. Faceva domande che mi spiazzavano.
«E lui come la guardava?» Non cosa faceva. Come la guardava.
Quando arrivarono i messaggi, non parlammo mai della loro origine. Non ce n’era bisogno. Luisa li lesse ad alta voce, seduta sul divano. Ogni frase cadeva nella stanza con una precisione inquietante.
Il piccolo neo sotto il seno sinistro, che appare solo quando il corpo si apre leggermente. L’orologio portato sul polso destro, contro ogni consuetudine. Le sneakers senza calzini, con quell’aroma dolce che resta sulle dita. Il fatto che non tutto in lei fosse stato addomesticato. L’inguine non rasato, folto, naturale, ostinatamente fuori moda. Il modo in cui inclina il capo quando sorride davvero. Troppo circostanziato. Troppo aderente.
Ero sconcertato. Il dubbio smise di essere un’idea e diventò una presenza stabile tra noi.
Quando mi propose di invitarlo a cena, non lo fece per provocare. Lo disse con calma, come una decisione già presa.
«Mi sembra un gesto carino. Poi è il tuo capo».
Quella sera le chiesi quale fantasia le occupasse la mente. La parola restò sospesa tra noi, fragile.
Luisa non rispose subito. Si avvicinò sul divano, quel tanto che bastava a sentire il calore del corpo attraversare il tessuto. Si tolse le scarpette senza pensarci, un gesto semplice, quasi distratto. L’odore che si liberò era familiare, intimo, e mi colpì proprio per questo: era lo stesso che avevo già incontrato nei messaggi di Gualtiero. O forse ero io che ormai forzavo i rimandi, cercando segni dove tutto sembrava voler parlare.
«Vorrei che mi guardasse come se sapesse già tutto di me», disse piano. «Non con curiosità. Con possesso già acquisito.»
Fece una pausa breve, come per misurare il peso di ciò che stava per dire. «Vorrei che mi parlasse senza farmi domande. Che non cercasse consenso, né indulgenza. Che dicesse quello che c’è, senza fermarsi alle frasi educate.»
Si mosse appena: le ginocchia non si chiusero. Non era un invito, non davvero. Era il rifiuto di difendersi.
«Vorrei che vedesse anche ciò che non seguo, ciò che non aggiusto per piacere agli altri.» Abbassò lo sguardo un istante, poi lo rialzò. «Il mio inguine non rasato, contro questa moda liscia, igienica, impersonale. Quel vello castano, irsuto, che non curo per provocare, ma per restare vera. Femmina, sì. Un po’ selvaggia.»
Inspirò piano. «Quell’immagine non dovrebbe appartenere a nessuno che non sia tu.»
Un accenno di sorriso, amaro. «E invece Gualtiero la immagina. La possiede senza averla vista. E questo… questo mi espone più della nudità.»
Le sue mani accarezzavano il braccio con gesti leggeri, insistenti, come se stesse verificando qualcosa su se stessa.
Inspirò lentamente. «Vorrei che mi parlasse senza rispetto. Che mi chiamasse puttana non per eccitarmi, ma per definirmi. Con precisione. Con crudeltà. Come si nomina qualcosa che si è capito davvero. E io… io lo vorrei.»
« Puttana.»
La parola non la feriva. Si posava su di lei come qualcosa di atteso. Necessario. Non c’era scandalo, né ribellione. Solo un lento assestarsi, come quando un peso trova finalmente il suo punto. Annuì appena. Essere chiamata così la liberava dall’obbligo di spiegarsi, di correggersi, di apparire altro. Nessuna profondità da difendere, nessuna ambiguità da salvare. Solo una definizione che chiudeva il cerchio.
Nel riconoscersi puttana c’era un piacere perverso, netto, quasi elegante. Di essere ridotta senza resti. Il compiacimento non stava nell’essere desiderata, ma nell’essere finalmente detta.
Il telefono vibrò poco dopo. Luisa lo prese senza fretta. Lesse. Poi mi porse lo schermo.
Il messaggio di Gualtiero era asciutto:
“Alcuni dettagli sono evidenti. Altri li riconosce solo chi sa immaginare bene. E poi ci sono quelli che una donna lascia intendere senza rendersene conto.”
Sotto:
“Non serve intimità per notarli. Serve attenzione.”
E infine:
“Il gioco funziona perché resta in bilico.”
Luisa spense lo schermo e sorrise. «Vedi?» disse. «Non dice di conoscermi. Dice di saper guardare.»
Passandomi accanto mi sfiorò appena la spalla. «Sei sicuro di voler sapere da che parte sta la verità?»
Il giorno dopo me lo chiese come fosse la cosa più naturale del mondo:
«Sabato sera potrebbe andare bene se lo invitiamo a cena?»
Il telefono vibrò poco dopo. Luisa lo prese senza fretta. Lesse. Poi mi porse lo schermo.
Il messaggio di Gualtiero era asciutto:
“Alcuni dettagli sono evidenti. Altri li riconosce solo chi sa immaginare bene. E poi ci sono quelli che una donna lascia intendere senza rendersene conto.”
Sotto:
“Non serve intimità per notarli. Serve attenzione.”
E infine:
“Il gioco funziona perché resta in bilico.”
Luisa spense lo schermo e sorrise. «Vedi?» disse. «Non dice di conoscermi. Dice di saper guardare.»
Passandomi accanto mi sfiorò appena la spalla. «Sei sicuro di voler sapere da che parte sta la verità?»
Il giorno dopo me lo chiese come fosse la cosa più naturale del mondo:
«Sabato sera potrebbe andare bene se lo invitiamo a cena?»
Io non risposi. E forse fu quello, il mio primo vero assenso.
Epilogo – La cena
Le luci soffuse ci avvolgevano come una complicità forzata. Il vino scioglieva le frasi, ma non la tensione. Luisa si muoveva con una naturalezza che non aveva bisogno di essere studiata: il gesto di sistemarsi i capelli, il polso destro scoperto con l’orologio inclinato, le gambe accennate sotto la gonna, mai offerte, mai ritratte del tutto.
Gualtiero parlava poco. Ascoltava molto.
I suoi occhi seguivano non come si guarda una donna seduta a tavola, ma come si osserva qualcosa che si sta ricostruendo mentalmente. Non indugiava sui punti evidenti. Tornava sempre su quelli che non si vedevano.
Quando Luisa si sporse leggermente in avanti per prendere il bicchiere, il tessuto della gonna tese appena. Un gesto privo di intenzione. Eppure Gualtiero abbassò lo sguardo quel tanto che bastava a far capire che stava completando un’immagine che non aveva bisogno di essere confermata.
Non sorrideva. Sembrava verificare.
Io lo capii perché in quel momento smise di guardarla come un insieme. La osservava come si osserva una coerenza. Qualcosa che non è costruito per piacere, ma per essere vero.
Luisa se ne accorse. Non cambiò postura. Non si ricompose. Rallentò soltanto i movimenti, come se avesse accettato di essere letta fino in fondo.
«Hai un modo molto personale di porti», disse Gualtiero, con voce piana. Non era un complimento.
«Non ho mai amato uniformarmi», rispose lei. «Mi annoia.»
«Si vede», disse lui.
In quel momento mi accorsi di una cosa che fino ad allora avevo ignorato:
non era il modo in cui Gualtiero guardava Luisa a turbarmi.
Era il modo in cui lei accettava quello sguardo.
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