Neve e l’oltre
di
lucen warrant
genere
dominazione
La mail del weekend sugli sci arrivò puntuale: impersonale, scontata.
Ilenia * la lesse distratta.
In ufficio tutto era identico.
Volti, luci, corridoi.
Quando però seppe che lui aveva scelto una singola, la notizia ebbe il sapore dell’ineluttabile.
Lei aderì all’iniziativa: avrebbe diviso la stanza con due colleghe: un alibi perfetto.
La festa trasformò l’albergo.
Legno caldo, musica che rimbalzava sulle pareti, corpi sciolti dalla distanza da casa, dall’alcol.
Ilenia ballava con le altre.
Non lo cercava, ma lo sentiva nell’aria.
Si trovarono vicini.
«Qui sotto c’è troppo rumore.»
Non cercò il suo sguardo.
«Ho una bottiglia in camera.»
Salirono le scale senza sfiorarsi.
Davanti alla porta lei esitò un istante, la mano di lui sulla maniglia.
Ilenia avanzò di un passo.
Bastò.
La porta si chiuse dietro di loro.
Il silenzio si addensò.
Lei ebbe una certezza netta: erano tornati esattamente al punto in cui, mesi prima, si erano interrotti.
Ma stavolta non era salita per fermarsi.
Si lasciò spogliare. Brividi nonostante il caldo della stanza.
Le mani di lui erano calme, abili.
Quando una mano scese lenta, non era una carezza: era una richiesta.
E lei rispose senza parole.
Lui aprì il comodino con una calma derivante da una decisione.
Frugò tra gli oggetti come chi sceglie.
Quando chiuse le dita sul flacone, l’aria si fermò.
Le prese i fianchi con fermezza.
La inclinò.
La posizionò come si dispone qualcosa che deve servire.
Era esposizione.
Era un ruolo.
Il fresco sulla pelle del lubrificante fu una sentenza silenziosa.
Lui fece un passo indietro per ammirarla.
Non c’era fretta nei suoi occhi.
C’era controllo.
Ilenia discese, dentro di sé, ancora più in basso.
Non voleva delicatezza.
Voleva che lui finisse ciò che non aveva concluso allora.
Il pensiero le arrivò netto:
— Aprimi, usami.
La sua mente si sottomise.
Il corpo la seguì.
L’impatto fu improvviso.
Un attraversamento brusco, violento, in un punto che il suo corpo aveva custodito gelosamente per una vita.
La voce le uscì a metà, un gemito spezzato, quasi un filo d’aria.
La sensazione mutò subito:
da fitta a profondità,
da shock a pressione,
da resistenza ad apertura forzata.
Ilenia inspirò forte.
Una scarica netta le attraversò il ventre.
Si lasciò andare, arrendevole.
Scelse di farsi utensile.
Il piacere non arrivò subito.
Fu un percorso lento, faticoso.
Un piacere che chiedeva al corpo di cedere resistenze antiche per lasciarsi modellare.
Di diventare luogo, funzione.
Lei tremò.
Era come essere invasa da qualcosa che non lasciava spazio a nient’altro.
Qualcosa che la costringeva a cedere ogni centimetro di volontà assieme a centimetri delle sue viscere.
Quella parte di sé che aveva protetto scrupolosamente ora si apriva, si adattava, capitolava.
In un modo indecente.
E in mezzo a quel cedimento, il pensiero:
— Sono solo un oggetto di sua proprietà.
Poi, improvvisamente, la quiete.
Tutto immoto, attorno.
Un silenzio.
Non imbarazzo.
Assestamento.
Il calore le si diffuse lento, pieno.
Una stanchezza la attraversò come acqua pesante.
Il dolore mutato in traccia sorda, quasi dolce.
Una memoria che restava.
Lui le prese il mento.
«Respira.»
Obbedì, come se respirare non fosse un diritto ma una concessione di lui.
«Sai dove ti ho portata?»
Lei annuì.
«E sai perché?»
La risposta la ferì mentre usciva:
«Perché… ti appartengo dove mai son appartenuta.»
«Perfetto.»
Sedettero sul bordo del letto.
Le pose un braccio sulle spalle.
La vergogna come un rigurgito, il rimorso la punse.
Eppure, sotto tutto, un desiderio semplice: restare.
«Stai qui stanotte.» Una sospensione, poi riprese:
«Alle colleghe dirai… inventati una scusa.»
Fuori, nevicava fitto; larghi fiocchi di neve turbinavano nella notte blu.
Ilenia sollevò lo sguardo.
E restò.
*Quello che resta sulla bocca
7
voti
voti
valutazione
6.7
6.7
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Quello che resta sulla bocca
Commenti dei lettori al racconto erotico