Odori e prede
di
lucen warrant
genere
tradimenti
Simona si chinò in salotto per raccogliere dei panni.
Indossava una vestaglietta leggera, lasciata aperta con naturalezza. Per un attimo il tessuto si discostò, mostrando la curva piena del seno e l’ombelico, le cosce forti prima di tornare al suo posto. La finestra aperta lasciava entrare un’aria greve, densa.
Steve la osservava dall’alto delle scale. All’inizio lo sguardo fu casuale. Poi rimase, catturato dalla presenza viva e matura del corpo di Simona. Ogni curva, ogni movimento del busto e dei fianchi diventava un segnale silenzioso: un invito implicito segnato dal suo indulgere, dal suo non sottrarsi a quello sguardo invadente.
Da quel momento nacque la complicità. Non fatta di parole, ma di riconoscimenti silenziosi. Ogni incontro divenne un innesco: un saluto neutro, un chinarsi lento, un passaggio ravvicinato. Gesti ordinari, carichi di tensione latente, in cui la pelle e lo sguardo parlavano più di mille parole.
Quella domenica di maggio, il marito era fuori. La casa era piena di luce e quiete. Simona camminava lentamente, ai piedi le slipper, i capelli raccolti senza cura, la vestaglietta leggera che accennava le curve del corpo. Il suo afrore, per il suo affannato andirivieni, era ferino, caldo e vivo, permeava l’aria.
Quando bussarono, il corpo reagì prima della mente. — Ciao, Steve… — mormorò, la voce bassa e vibrante.
Lui entrò senza esitazioni. Le mani scivolarono lungo i fianchi di Simona, tastando la morbidezza dei glutei e la tonicità dell’addome; la pelle reagì con un calore pieno che si intensificava.
Poi Steve si abbassò davanti a lei. Senza parole, sfiorò le slipper e le sfilò, una alla volta. I piedi nudi toccarono il pavimento, liberando un aroma naturale. Il gesto aggiungeva profondità sensoriale e amplificava il senso di vulnerabilità di Simona.
Quando la vestaglietta scivolò via del tutto, i loro corpi si unirono senza fretta. Il contatto nacque dal respiro condiviso, trovando un ritmo comune. Simona chiuse gli occhi, sentendo il corpo reagire a ogni pressione, i seni e i fianchi tremanti: ogni gesto di Steve era accolto con piacere, ogni pressione diventava stimolo e dolce dominio.
— Ancora… — sospirò, le mani che cercavano il corpo di lui. — Così… sì… — mormorò, percependo la sua presenza giovane e vigorosa, l’invasione irruente, e il piacere che esplodeva dentro di lei.
Steve guidava con esuberanza.
Simona percepì la piacevole sottomissione della sua resa totale. L’intero suo corpo reagiva a quella presenza: oscillazione dei fianchi, spasmi dei glutei, seno che si sollevava e si abbassava. Poi Steve guidò Simona verso un gesto più intenso: la pressione e lo stimolo sull’area anale, delicata ma decisa. Un brivido le percorse il basso ventre e risalì lungo la schiena. Non c’era dolore ma un godimento brutale, carnale.
Il bisogno fisico di liberarsi si fece più urgente. Corse verso il bagno, il pavimento freddo contrastava il calore interno e lo stimolo residuo. Seduta sul WC, percepì lo svuotamento completo dell’intestino. La memoria dello stimolo anale, ancora così presente le faceva fremere nel profondo.
Quando ebbe finito, si alzò lentamente e si appoggiò al lavandino. Il riflesso nello specchio mostrava il corpo ancora palpitante: il marchio dei succhiotti sulle mammelle e sul collo, la pelle lucida, e quell’espressione sognante per il recente rapporto anale.
Steve la osservava con orgoglio e soddisfazione. Le cosce di Simona rimanevano spalancate, i glutei leggermente contratti, i generosi seni morbidi cadevano naturalmente di lato, i capezzoli appena tesi, gli occhi socchiusi a trattenere il piacere ricevuto.
Steve decise che il ricordo, quel corpo, quei dettagli, li avrebbe raccontati agli amici, con dovizia di particolari. Ogni gemito, ogni momento di resa fisica sarebbero stati un trofeo da esibire orgogliosamente e da condividere.
Simona pensò che la normalità sarebbe tornata. Ma forse non ne era convinta.
Steve la osservava dall’alto delle scale. All’inizio lo sguardo fu casuale. Poi rimase, catturato dalla presenza viva e matura del corpo di Simona. Ogni curva, ogni movimento del busto e dei fianchi diventava un segnale silenzioso: un invito implicito segnato dal suo indulgere, dal suo non sottrarsi a quello sguardo invadente.
Da quel momento nacque la complicità. Non fatta di parole, ma di riconoscimenti silenziosi. Ogni incontro divenne un innesco: un saluto neutro, un chinarsi lento, un passaggio ravvicinato. Gesti ordinari, carichi di tensione latente, in cui la pelle e lo sguardo parlavano più di mille parole.
Quella domenica di maggio, il marito era fuori. La casa era piena di luce e quiete. Simona camminava lentamente, ai piedi le slipper, i capelli raccolti senza cura, la vestaglietta leggera che accennava le curve del corpo. Il suo afrore, per il suo affannato andirivieni, era ferino, caldo e vivo, permeava l’aria.
Quando bussarono, il corpo reagì prima della mente. — Ciao, Steve… — mormorò, la voce bassa e vibrante.
Lui entrò senza esitazioni. Le mani scivolarono lungo i fianchi di Simona, tastando la morbidezza dei glutei e la tonicità dell’addome; la pelle reagì con un calore pieno che si intensificava.
Poi Steve si abbassò davanti a lei. Senza parole, sfiorò le slipper e le sfilò, una alla volta. I piedi nudi toccarono il pavimento, liberando un aroma naturale. Il gesto aggiungeva profondità sensoriale e amplificava il senso di vulnerabilità di Simona.
Quando la vestaglietta scivolò via del tutto, i loro corpi si unirono senza fretta. Il contatto nacque dal respiro condiviso, trovando un ritmo comune. Simona chiuse gli occhi, sentendo il corpo reagire a ogni pressione, i seni e i fianchi tremanti: ogni gesto di Steve era accolto con piacere, ogni pressione diventava stimolo e dolce dominio.
— Ancora… — sospirò, le mani che cercavano il corpo di lui. — Così… sì… — mormorò, percependo la sua presenza giovane e vigorosa, l’invasione irruente, e il piacere che esplodeva dentro di lei.
Steve guidava con esuberanza.
Simona percepì la piacevole sottomissione della sua resa totale. L’intero suo corpo reagiva a quella presenza: oscillazione dei fianchi, spasmi dei glutei, seno che si sollevava e si abbassava. Poi Steve guidò Simona verso un gesto più intenso: la pressione e lo stimolo sull’area anale, delicata ma decisa. Un brivido le percorse il basso ventre e risalì lungo la schiena. Non c’era dolore ma un godimento brutale, carnale.
Il bisogno fisico di liberarsi si fece più urgente. Corse verso il bagno, il pavimento freddo contrastava il calore interno e lo stimolo residuo. Seduta sul WC, percepì lo svuotamento completo dell’intestino. La memoria dello stimolo anale, ancora così presente le faceva fremere nel profondo.
Quando ebbe finito, si alzò lentamente e si appoggiò al lavandino. Il riflesso nello specchio mostrava il corpo ancora palpitante: il marchio dei succhiotti sulle mammelle e sul collo, la pelle lucida, e quell’espressione sognante per il recente rapporto anale.
Steve la osservava con orgoglio e soddisfazione. Le cosce di Simona rimanevano spalancate, i glutei leggermente contratti, i generosi seni morbidi cadevano naturalmente di lato, i capezzoli appena tesi, gli occhi socchiusi a trattenere il piacere ricevuto.
Steve decise che il ricordo, quel corpo, quei dettagli, li avrebbe raccontati agli amici, con dovizia di particolari. Ogni gemito, ogni momento di resa fisica sarebbero stati un trofeo da esibire orgogliosamente e da condividere.
Simona pensò che la normalità sarebbe tornata. Ma forse non ne era convinta.
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