L'involucro della troia
di
lucen warrant
genere
tradimenti
L’estate ci era caduta addosso rovente e già mi preparavo a partire per una vacanza con Max e i bambini. Il residence scelto era lo stesso in cui Ambra, una mia amica, aveva soggiornato l’anno precedente. Appena ne venne a conoscenza, non perse tempo: con la sua consueta malizia sottile iniziò a insinuarsi nei miei pensieri. Ambra era fatta così: morbida nei modi, ma perfida nella sostanza. Ogni sua parola, che sembrava buttata lì per caso, era un’affilata lama che incideva profondamente.
—Certo… queste cose tu non le farai mai… sei troppo fedele, troppo corretta…— sospirava lasciando le frasi aperte. «Peccato, perché Leonardo…
Ridevo, ma era una risata di imbarazzo, di difesa.
Ambra insisteva influenzando i miei pensieri, le mie pulsioni.
Si chinò verso di me, come per un svelarmi un segreto indecente. Il suo respiro era caldo.
— Se solo sapessi… non farmi dire…però …ma che parlo a fare……
Quei sottintesi insinuanti, insistiti mi rimasero incollati addosso, un turbamento mi ammorbò la testa. I sospiri evocativi, allusivi di Ambra, quel sorrisetto obliquo riaffioravano nei momenti più impensati generando in me un’inquietudine crescente e rendendo morbosa l’attesa della vacanza.
Una volta giunti al residence, avvertii subito l’attenzione di Leonardo. Educato, misurato, mai invadente. Con lui parlare era naturale. Giorno dopo giorno crebbe una confidenza, fatta di sguardi più lunghi del necessario e silenzi densi. Mi accorgevo di compiacermi di quel corteggiamento sobrio, sotterraneo. Poi un pomeriggio - stavo parlando del mio lavoro - ruppe gli indugi bisbigliandomi:
—Sai… sei una bellissima donna. Ma mi piacerebbe vederti come sei davvero in piena attività.
— È così che ti vorrei. Avere il privilegio di annusare, leccare la fatica, il sudore della tua giornata sulla tua pelle, nei vestiti e nelle scarpe. E poi spogliarti svelandoti lentamente, senza perdere nulla di te.
La contraddizione era spiazzante: ero quasi nuda - nei miei bikini - tutto il giorno, eppure lui desiderava la mia versione più coperta, più vissuta, più reale. Quel desiderio rovesciato mi incendiò.
Sentii un tremito di pura carnalità salirmi dalla pancia alle spalle.
Mi confuse la mente quella sua fantasia morbosa, inusuale, sconcia, che trasformava tutto in un eccitante gioco dalle sfumature oscure e parafiliche.
Non successe nulla.
Max, i bambini, gli incastri della quotidianità si misero in mezzo come barriere. Eppure, ogni volta che passavo accanto a Leonardo, il mio corpo reagiva prima della mia testa a quella possibilità.
Il seme era stato piantato.
L’autunno successivo Leonardo era in città. Mi contattò. Ci accordammo per un incontro.
Quando passai a prenderlo all’albergo, ero nella condizione esatta che sapevo prediligesse e lo eccitasse: i tessuti segnati dalle ore, il calore nelle scarpe. Tailleur sobrio, camicetta, décolleté con tacco dieci. Ogni dettaglio era una scelta consapevole. Un messaggio muto.
Lo attesi in macchina. Quando salì, il suo sguardo bastò: nessuna spiegazione, nessuna parola superflua.
Guidai verso un motel modesto, ma assolutamente discreto. Il gestore ci consegnò le chiavi.
Il nostro silenzio un’ammissione, il suo sguardo posato su di me senza pudore, un giudizio. La moquette, che aveva conosciuto tempi migliori, attutiva il rumore dei miei tacchi. Nel motel, noi senza ostacoli frapposti.
Mi tolse le scarpe con calma, le sfiorò con le labbra, respirò il calore intrappolato. Le sue mani sulle caviglie, la lingua tracciava percorsi sulla pelle, le narici a inseguire eccitanti effluvi rimasti appiccicati addosso dalla mia giornata
—Ogni dettaglio una delizia… sei magnifica così — mormorò.
— Sì…— ansimai, tremante tra vergogna ed eccitazione.
—Mi fai impazzire — esclamò.
Risalì lungo le mie gambe con una lentezza indecente: sembrava che niente gli sfuggisse. Il suo respiro si faceva più pesante mentre passava la bocca sulle mutandine, lì dove la pelle distillava la stanchezza, l’umidità, l’odore vero, la memoria dei miei movimenti. Lì dove non c’era nulla di pulito, elegante.
Lui affondò il volto fra le mie cosce.
Quando mi invase, fu travolgente. Sentivo la sua dimensione che mi occupava pienamente. Ogni colpo, un ritmo, un’intensità crescente. Io assecondavo ogni contatto che potesse guadagnare la profondità, accendere ancora di più il piacere.
— Sei perfetta… così bagnata. Così puttana.
Il primo amplesso fu un vortice, alla ricerca di posizioni diverse, seguendo il ritmo del fiato e dei gemiti, tra sussurri e frasi più crude. Poi più che parole uno schiaffo:
— Lo faresti per soldi? Non scherzo. Hai un dono. Sai prendere un uomo e trascinarlo dove vuole.
Dentro di me qualcosa si aprì come una crepa nel pavimento.
Non un’immagine erotica. Qualcosa di più duro, quasi ostile: una stanza senza finestre, ombre immobili, respiri che non sapevano il mio nome. Attesa. Un silenzio senza pietà che pulsava. Mi riconosceva. Mi inglobava.
— Ti accende, vero?— proseguì. —Fremi all’idea di essere guardata così?
Non scelta… presa, comprata.
Mi rimase addosso una colpa calda, vibrante.
Non parlai.
Non serviva.
Lui si avvicinò appena, per configgermi un’idea nella carne.
— Se vuoi… potrei presentarti persone. Tu non hai idea di quanto potresti essere richiesta.
Una sensazione sordida mi incendiava il ventre.
Il secondo amplesso fu più intenso. Cavalcavo il suo corpo, sentivo la frizione profonda, i suoi denti a insidiare i miei seni penduli.
Lui dietro di me: io a cercare il clitoride, la sua lingua che esplorava.
Poi la penetrazione più dura, l’abbandono totale.
—Sei così… sporca…— sibilò, e il mio corpo accolse quelle parole come una sentenza.
Stavo cedendogli lo spazio che avevo sempre protetto.
Quello più stretto, chiuso.
Quello che finora non avevo mai concesso.
La scossa che mi attraversò fu totale, profonda in un modo nuovo, innaturale, un cedimento che mi scaraventò fino al punto più basso di me.
Non solo sottomissione.
Era offerta.
La prova definitiva del suo potere su di me.
Max e i bambini erano ombre.
La voce velenosa di Ambra nella mia mente risuonava, beffarda e compiaciuta, come se avesse sempre previsto tutto:
— Era inevitabile. Sotto il tuo involucro c’è un profumo rivelatore: quello di troia.
L’abisso era lì, vicinissimo, ma non mi aveva ancora inghiottito.
Non del tutto, almeno.
—Certo… queste cose tu non le farai mai… sei troppo fedele, troppo corretta…— sospirava lasciando le frasi aperte. «Peccato, perché Leonardo…
Ridevo, ma era una risata di imbarazzo, di difesa.
Ambra insisteva influenzando i miei pensieri, le mie pulsioni.
Si chinò verso di me, come per un svelarmi un segreto indecente. Il suo respiro era caldo.
— Se solo sapessi… non farmi dire…però …ma che parlo a fare……
Quei sottintesi insinuanti, insistiti mi rimasero incollati addosso, un turbamento mi ammorbò la testa. I sospiri evocativi, allusivi di Ambra, quel sorrisetto obliquo riaffioravano nei momenti più impensati generando in me un’inquietudine crescente e rendendo morbosa l’attesa della vacanza.
Una volta giunti al residence, avvertii subito l’attenzione di Leonardo. Educato, misurato, mai invadente. Con lui parlare era naturale. Giorno dopo giorno crebbe una confidenza, fatta di sguardi più lunghi del necessario e silenzi densi. Mi accorgevo di compiacermi di quel corteggiamento sobrio, sotterraneo. Poi un pomeriggio - stavo parlando del mio lavoro - ruppe gli indugi bisbigliandomi:
—Sai… sei una bellissima donna. Ma mi piacerebbe vederti come sei davvero in piena attività.
— È così che ti vorrei. Avere il privilegio di annusare, leccare la fatica, il sudore della tua giornata sulla tua pelle, nei vestiti e nelle scarpe. E poi spogliarti svelandoti lentamente, senza perdere nulla di te.
La contraddizione era spiazzante: ero quasi nuda - nei miei bikini - tutto il giorno, eppure lui desiderava la mia versione più coperta, più vissuta, più reale. Quel desiderio rovesciato mi incendiò.
Sentii un tremito di pura carnalità salirmi dalla pancia alle spalle.
Mi confuse la mente quella sua fantasia morbosa, inusuale, sconcia, che trasformava tutto in un eccitante gioco dalle sfumature oscure e parafiliche.
Non successe nulla.
Max, i bambini, gli incastri della quotidianità si misero in mezzo come barriere. Eppure, ogni volta che passavo accanto a Leonardo, il mio corpo reagiva prima della mia testa a quella possibilità.
Il seme era stato piantato.
L’autunno successivo Leonardo era in città. Mi contattò. Ci accordammo per un incontro.
Quando passai a prenderlo all’albergo, ero nella condizione esatta che sapevo prediligesse e lo eccitasse: i tessuti segnati dalle ore, il calore nelle scarpe. Tailleur sobrio, camicetta, décolleté con tacco dieci. Ogni dettaglio era una scelta consapevole. Un messaggio muto.
Lo attesi in macchina. Quando salì, il suo sguardo bastò: nessuna spiegazione, nessuna parola superflua.
Guidai verso un motel modesto, ma assolutamente discreto. Il gestore ci consegnò le chiavi.
Il nostro silenzio un’ammissione, il suo sguardo posato su di me senza pudore, un giudizio. La moquette, che aveva conosciuto tempi migliori, attutiva il rumore dei miei tacchi. Nel motel, noi senza ostacoli frapposti.
Mi tolse le scarpe con calma, le sfiorò con le labbra, respirò il calore intrappolato. Le sue mani sulle caviglie, la lingua tracciava percorsi sulla pelle, le narici a inseguire eccitanti effluvi rimasti appiccicati addosso dalla mia giornata
—Ogni dettaglio una delizia… sei magnifica così — mormorò.
— Sì…— ansimai, tremante tra vergogna ed eccitazione.
—Mi fai impazzire — esclamò.
Risalì lungo le mie gambe con una lentezza indecente: sembrava che niente gli sfuggisse. Il suo respiro si faceva più pesante mentre passava la bocca sulle mutandine, lì dove la pelle distillava la stanchezza, l’umidità, l’odore vero, la memoria dei miei movimenti. Lì dove non c’era nulla di pulito, elegante.
Lui affondò il volto fra le mie cosce.
Quando mi invase, fu travolgente. Sentivo la sua dimensione che mi occupava pienamente. Ogni colpo, un ritmo, un’intensità crescente. Io assecondavo ogni contatto che potesse guadagnare la profondità, accendere ancora di più il piacere.
— Sei perfetta… così bagnata. Così puttana.
Il primo amplesso fu un vortice, alla ricerca di posizioni diverse, seguendo il ritmo del fiato e dei gemiti, tra sussurri e frasi più crude. Poi più che parole uno schiaffo:
— Lo faresti per soldi? Non scherzo. Hai un dono. Sai prendere un uomo e trascinarlo dove vuole.
Dentro di me qualcosa si aprì come una crepa nel pavimento.
Non un’immagine erotica. Qualcosa di più duro, quasi ostile: una stanza senza finestre, ombre immobili, respiri che non sapevano il mio nome. Attesa. Un silenzio senza pietà che pulsava. Mi riconosceva. Mi inglobava.
— Ti accende, vero?— proseguì. —Fremi all’idea di essere guardata così?
Non scelta… presa, comprata.
Mi rimase addosso una colpa calda, vibrante.
Non parlai.
Non serviva.
Lui si avvicinò appena, per configgermi un’idea nella carne.
— Se vuoi… potrei presentarti persone. Tu non hai idea di quanto potresti essere richiesta.
Una sensazione sordida mi incendiava il ventre.
Il secondo amplesso fu più intenso. Cavalcavo il suo corpo, sentivo la frizione profonda, i suoi denti a insidiare i miei seni penduli.
Lui dietro di me: io a cercare il clitoride, la sua lingua che esplorava.
Poi la penetrazione più dura, l’abbandono totale.
—Sei così… sporca…— sibilò, e il mio corpo accolse quelle parole come una sentenza.
Stavo cedendogli lo spazio che avevo sempre protetto.
Quello più stretto, chiuso.
Quello che finora non avevo mai concesso.
La scossa che mi attraversò fu totale, profonda in un modo nuovo, innaturale, un cedimento che mi scaraventò fino al punto più basso di me.
Non solo sottomissione.
Era offerta.
La prova definitiva del suo potere su di me.
Max e i bambini erano ombre.
La voce velenosa di Ambra nella mia mente risuonava, beffarda e compiaciuta, come se avesse sempre previsto tutto:
— Era inevitabile. Sotto il tuo involucro c’è un profumo rivelatore: quello di troia.
L’abisso era lì, vicinissimo, ma non mi aveva ancora inghiottito.
Non del tutto, almeno.
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