I piedi e l’esca
di
lucen warrant
genere
feticismo
La festa universitaria è nel pieno della sua febbre.
Musica alta, coriandoli nell’aria, bicchieri che tintinnano. Studenti che gridano e ridono come se la notte non dovesse finire mai.
In mezzo a quel caos giovane, Alessandra sembra appartenere a un altro ritmo.
È seduta su uno sgabello alto vicino al bancone, con un vestito nero scollato che segue con eleganza le curve del suo corpo maturo. Nella mano tiene un calice di spumante.
Non festeggiano lei.
Eppure qualcosa nella sua presenza attira gli sguardi.
Ai piedi dello sgabello, tra i coriandoli, ci sono le sue décolleté nere dal tacco vertiginoso.
Se le è tolte.
Ora i suoi piedi nudi oscillano lentamente nel vuoto, liberi, rilassati, quasi distratti. Ogni tanto le dita si muovono appena, come se stessero sciogliendo la memoria dei tacchi.
È un dettaglio minimo.
Ma non passa inosservato.
Soprattutto a lui.
E poi ci sono quei piedi nudi.
Una premessa.
Una promessa.
Lui è uno studente.
Jeans, t-shirt, vent’anni e quella sicurezza un po’ incosciente della giovinezza.
Si ferma vicino allo sgabello quasi per caso.
All’inizio parlano come si parla alle feste: battute sulla musica, commenti distratti sulle persone che ballano.
Poi qualcosa cambia.
Gli sguardi si allungano.
Il ragazzo osserva Alessandra con curiosità crescente.
Non è come le altre donne della festa. Non ha la fretta nervosa delle studentesse. In lei c’è una calma calda, una sicurezza che non chiede approvazione.
E poi ci sono quei piedi.
Sospesi sopra le scarpe dal tacco dodici.
Alessandra lo vede guardare.
Sorride invitante.
— Devono essere terribili, — dice lui indicando le scarpe.
Alessandra abbassa lo sguardo e ride piano.
— Dopo qualche ora lo diventano.
Il ragazzo si piega e prende una delle décolleté.
La solleva lentamente. È una scarpa elegante, sottile, con quel tacco alto che sembra quasi una sfida alla gravità.
Alessandra lascia oscillare il piede nudo davanti a lui.
Ora che lo vede da vicino, il ragazzo nota i piccoli segni che la scarpa ha lasciato sulla pelle: un lieve arrossamento sul dorso, la traccia sottile della pressione dopo una lunga serata.
Le dita si muovono lentamente, come se stessero finalmente respirando.
Quando lui prende il piede tra le mani per guidarlo nella scarpa, un odore caldo gli arriva alle narici: pelle, cuoio, la traccia umana e viva di una notte già lunga.
Alessandra lo osserva con un sorriso obliquo.
— Tutto bene?
Per un istante il ragazzo sembra tentato da un gesto impulsivo, quasi devoto.
Poi sorride.
— Scarpe complicate.
Fa scivolare il piede nella décolleté con attenzione. Il tacco torna a sostenere la linea della gamba.
Alessandra muove il piede.
— Perfetto.
Lui tiene ancora l’altra scarpa tra le mani.
La musica pulsa intorno a loro.
— Sai una cosa? — dice.
— Cosa?
— C’è un giardino dall’altra parte del corridoio.
Alessandra sorride suadente.
Allunga il piede nudo verso di lui.
— Finisci il lavoro.
La porta si apre sull’aria tiepida della notte.
È fine maggio.
Il giardino è pieno dell’odore dell’erba e dei fiori notturni.
Ma non sono soli.
Tra i cespugli e i vialetti altre coppie di studenti si sono appartate.
Il ragazzo sorride.
— Vieni, Alessandra.
La ghiaia rende incerto il passo dei tacchi.
Lui la osserva per un momento, poi senza esitare la prende in braccio.
Alessandra ride piano.
Il suo braccio scivola attorno alle spalle di lui mentre la porta tra le siepi. Il volto del ragazzo sfiora inevitabilmente il calore del suo décolleté.
— Attento, — mormora lei.
— È difficile.
Quando raggiungono una zona più nascosta del giardino, Alessandra guarda il prato.
— Basta torture per stasera.
Si piega e sfila lentamente le décolleté.
I piedi tornano nudi.
L’erba fresca li accoglie subito e Alessandra chiude gli occhi per un secondo, come se quella libertà fosse un piccolo piacere.
Il ragazzo li guarda senza più nasconderlo.
I piedi di Alessandra conservano ancora i segni delicati dei tacchi, una traccia rosata sulla pelle.
Le dita si muovono lentamente nella freschezza dell’erba.
Alessandra lo vede guardare.
— Ti piacciono, vero?
Il ragazzo non risponde.
Ma il modo in cui le prende la caviglia tra le dita è già una risposta.
Quando restano nudi uno davanti all’altra, il ragazzo la guarda con stupore.
Il corpo di Alessandra è pieno, maturo, generoso. I seni si muovono morbidi con il respiro; la pelle ha quella consistenza calda che appartiene alla maturità.
Il fisico di lui invece è asciutto, nervoso, carico di energia.
Si guardano a lungo.
Alessandra sorride.
— Allora?
Il ragazzo si avvicina.
Quando i loro corpi si incontrano, il contrasto diventa immediatamente vivo.
Alessandra lo accoglie con una calma sorprendente, la carne calda umida, lasciando che quell’energia la attraversi.
La sensazione è morbida, profonda, quasi luminosa.
Non c’è imbarazzo.
Solo gioia fisica e spensieratezza.
Il ragazzo si muove con l’entusiasmo incredulo dei vent’anni. Per lui è una scoperta quasi vertiginosa. Spinge come un forsennato coi suoi lombi poderosi. Poi con uno spasmo di piacere si svuota dentro di lei. Avrebbe voluto dar di più.
Alessandra invece ride piano nel respiro. Va bene cosi.
Quella notte non era prevista.
Ed è proprio questo che la rende così bella.
Chiude gli occhi.
Alessandra apre gli occhi e lo sorprende a guardare.
Sorride.
Con una complicità tranquilla.
Allunga la gamba e il piede sfiora appena la sua caviglia.
Un gesto lieve.
Ma per il ragazzo ha la forza di una promessa mantenuta.
Il respiro si fa di nuovo veloce.
La notte li avvolge.
Quando tutto si calma, il giardino torna silenzioso.
Da lontano arriva ancora la musica della festa.
Alessandra resta qualche secondo nell’erba alta guardando il cielo tra i rami.
Poi si sistema con calma, indossa di nuovo il vestito e, seduta, si infila le décolleté nere.
Il ragazzo la osserva con uno sguardo ancora stupito.
— Non pensavo… — dice piano.
— Cosa?
— Di poter arrivare così in alto.
Alessandra ride.
Prima di tornare verso la casa si scambiano i numeri.
È quasi un gesto automatico.
Ma entrambi sanno che probabilmente non li useranno mai.
Perché alcune cose funzionano solo dentro un momento preciso.
Una festa universitaria.
Un paio di tacchi abbandonati sotto uno sgabello.
Due piedi come esca.
Un giardino profumato.
E una notte che non tornerà più.
La luce entra dalla finestra in modo gentile.
Alessandra si sveglia lentamente.
Si alza e cammina verso la cucina a piedi nudi. Il pavimento fresco le provoca un piccolo brivido.
Solo allora si accorge che la pelle conserva ancora una traccia sottile della sera prima.
Il segno dei tacchi.
Una linea leggera sul dorso del piede.
Alessandra passa le dita su quel punto.
E all’improvviso le torna alla mente la festa.
Lo sgabello.
Il ragazzo che le prendeva il piede tra le mani.
L’erba del giardino nella notte.
Non c’è nostalgia.
Con quella tranquilla soddisfazione del corpo che ricorda qualcosa di bello senza bisogno di trattenerlo.
Vicino alla porta ci sono le décolleté nere della sera prima.
Alessandra le guarda.
Esce sul balcone ancora a piedi nudi, lasciando che la luce del mattino scaldi lentamente la pelle.
Alcune notti non devono continuare.
Devono solo restare perfette.
Una festa.
Un giardino.
Un paio di tacchi vertiginosi.
E una notte di maggio.
Musica alta, coriandoli nell’aria, bicchieri che tintinnano. Studenti che gridano e ridono come se la notte non dovesse finire mai.
In mezzo a quel caos giovane, Alessandra sembra appartenere a un altro ritmo.
È seduta su uno sgabello alto vicino al bancone, con un vestito nero scollato che segue con eleganza le curve del suo corpo maturo. Nella mano tiene un calice di spumante.
Non festeggiano lei.
Eppure qualcosa nella sua presenza attira gli sguardi.
Ai piedi dello sgabello, tra i coriandoli, ci sono le sue décolleté nere dal tacco vertiginoso.
Se le è tolte.
Ora i suoi piedi nudi oscillano lentamente nel vuoto, liberi, rilassati, quasi distratti. Ogni tanto le dita si muovono appena, come se stessero sciogliendo la memoria dei tacchi.
È un dettaglio minimo.
Ma non passa inosservato.
Soprattutto a lui.
E poi ci sono quei piedi nudi.
Una premessa.
Una promessa.
Lui è uno studente.
Jeans, t-shirt, vent’anni e quella sicurezza un po’ incosciente della giovinezza.
Si ferma vicino allo sgabello quasi per caso.
All’inizio parlano come si parla alle feste: battute sulla musica, commenti distratti sulle persone che ballano.
Poi qualcosa cambia.
Gli sguardi si allungano.
Il ragazzo osserva Alessandra con curiosità crescente.
Non è come le altre donne della festa. Non ha la fretta nervosa delle studentesse. In lei c’è una calma calda, una sicurezza che non chiede approvazione.
E poi ci sono quei piedi.
Sospesi sopra le scarpe dal tacco dodici.
Alessandra lo vede guardare.
Sorride invitante.
— Devono essere terribili, — dice lui indicando le scarpe.
Alessandra abbassa lo sguardo e ride piano.
— Dopo qualche ora lo diventano.
Il ragazzo si piega e prende una delle décolleté.
La solleva lentamente. È una scarpa elegante, sottile, con quel tacco alto che sembra quasi una sfida alla gravità.
Alessandra lascia oscillare il piede nudo davanti a lui.
Ora che lo vede da vicino, il ragazzo nota i piccoli segni che la scarpa ha lasciato sulla pelle: un lieve arrossamento sul dorso, la traccia sottile della pressione dopo una lunga serata.
Le dita si muovono lentamente, come se stessero finalmente respirando.
Quando lui prende il piede tra le mani per guidarlo nella scarpa, un odore caldo gli arriva alle narici: pelle, cuoio, la traccia umana e viva di una notte già lunga.
Alessandra lo osserva con un sorriso obliquo.
— Tutto bene?
Per un istante il ragazzo sembra tentato da un gesto impulsivo, quasi devoto.
Poi sorride.
— Scarpe complicate.
Fa scivolare il piede nella décolleté con attenzione. Il tacco torna a sostenere la linea della gamba.
Alessandra muove il piede.
— Perfetto.
Lui tiene ancora l’altra scarpa tra le mani.
La musica pulsa intorno a loro.
— Sai una cosa? — dice.
— Cosa?
— C’è un giardino dall’altra parte del corridoio.
Alessandra sorride suadente.
Allunga il piede nudo verso di lui.
— Finisci il lavoro.
La porta si apre sull’aria tiepida della notte.
È fine maggio.
Il giardino è pieno dell’odore dell’erba e dei fiori notturni.
Ma non sono soli.
Tra i cespugli e i vialetti altre coppie di studenti si sono appartate.
Il ragazzo sorride.
— Vieni, Alessandra.
La ghiaia rende incerto il passo dei tacchi.
Lui la osserva per un momento, poi senza esitare la prende in braccio.
Alessandra ride piano.
Il suo braccio scivola attorno alle spalle di lui mentre la porta tra le siepi. Il volto del ragazzo sfiora inevitabilmente il calore del suo décolleté.
— Attento, — mormora lei.
— È difficile.
Quando raggiungono una zona più nascosta del giardino, Alessandra guarda il prato.
— Basta torture per stasera.
Si piega e sfila lentamente le décolleté.
I piedi tornano nudi.
L’erba fresca li accoglie subito e Alessandra chiude gli occhi per un secondo, come se quella libertà fosse un piccolo piacere.
Il ragazzo li guarda senza più nasconderlo.
I piedi di Alessandra conservano ancora i segni delicati dei tacchi, una traccia rosata sulla pelle.
Le dita si muovono lentamente nella freschezza dell’erba.
Alessandra lo vede guardare.
— Ti piacciono, vero?
Il ragazzo non risponde.
Ma il modo in cui le prende la caviglia tra le dita è già una risposta.
Quando restano nudi uno davanti all’altra, il ragazzo la guarda con stupore.
Il corpo di Alessandra è pieno, maturo, generoso. I seni si muovono morbidi con il respiro; la pelle ha quella consistenza calda che appartiene alla maturità.
Il fisico di lui invece è asciutto, nervoso, carico di energia.
Si guardano a lungo.
Alessandra sorride.
— Allora?
Il ragazzo si avvicina.
Quando i loro corpi si incontrano, il contrasto diventa immediatamente vivo.
Alessandra lo accoglie con una calma sorprendente, la carne calda umida, lasciando che quell’energia la attraversi.
La sensazione è morbida, profonda, quasi luminosa.
Non c’è imbarazzo.
Solo gioia fisica e spensieratezza.
Il ragazzo si muove con l’entusiasmo incredulo dei vent’anni. Per lui è una scoperta quasi vertiginosa. Spinge come un forsennato coi suoi lombi poderosi. Poi con uno spasmo di piacere si svuota dentro di lei. Avrebbe voluto dar di più.
Alessandra invece ride piano nel respiro. Va bene cosi.
Quella notte non era prevista.
Ed è proprio questo che la rende così bella.
Chiude gli occhi.
Alessandra apre gli occhi e lo sorprende a guardare.
Sorride.
Con una complicità tranquilla.
Allunga la gamba e il piede sfiora appena la sua caviglia.
Un gesto lieve.
Ma per il ragazzo ha la forza di una promessa mantenuta.
Il respiro si fa di nuovo veloce.
La notte li avvolge.
Quando tutto si calma, il giardino torna silenzioso.
Da lontano arriva ancora la musica della festa.
Alessandra resta qualche secondo nell’erba alta guardando il cielo tra i rami.
Poi si sistema con calma, indossa di nuovo il vestito e, seduta, si infila le décolleté nere.
Il ragazzo la osserva con uno sguardo ancora stupito.
— Non pensavo… — dice piano.
— Cosa?
— Di poter arrivare così in alto.
Alessandra ride.
Prima di tornare verso la casa si scambiano i numeri.
È quasi un gesto automatico.
Ma entrambi sanno che probabilmente non li useranno mai.
Perché alcune cose funzionano solo dentro un momento preciso.
Una festa universitaria.
Un paio di tacchi abbandonati sotto uno sgabello.
Due piedi come esca.
Un giardino profumato.
E una notte che non tornerà più.
La luce entra dalla finestra in modo gentile.
Alessandra si sveglia lentamente.
Si alza e cammina verso la cucina a piedi nudi. Il pavimento fresco le provoca un piccolo brivido.
Solo allora si accorge che la pelle conserva ancora una traccia sottile della sera prima.
Il segno dei tacchi.
Una linea leggera sul dorso del piede.
Alessandra passa le dita su quel punto.
E all’improvviso le torna alla mente la festa.
Lo sgabello.
Il ragazzo che le prendeva il piede tra le mani.
L’erba del giardino nella notte.
Non c’è nostalgia.
Con quella tranquilla soddisfazione del corpo che ricorda qualcosa di bello senza bisogno di trattenerlo.
Vicino alla porta ci sono le décolleté nere della sera prima.
Alessandra le guarda.
Esce sul balcone ancora a piedi nudi, lasciando che la luce del mattino scaldi lentamente la pelle.
Alcune notti non devono continuare.
Devono solo restare perfette.
Una festa.
Un giardino.
Un paio di tacchi vertiginosi.
E una notte di maggio.
1
voti
voti
valutazione
7
7
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
L'involucro della troia
Commenti dei lettori al racconto erotico