Il gusto del Wasabi

di
genere
saffico


Io e Cami eravamo già piuttosto allegre quando entrammo nel Wasabi. L'aperitivo con gli spritz ci aveva scaldate più del previsto, e la cena all you can eat giapponese sembrava l'ideale per assorbire l'alcol.
A metà cena, la vescica in procinto di esplodere mi costringe al bagno. Il tragitto mi sembra infinito. Entro, chiudo, mi abbasso con un gemito liberatorio. Bussano. "Silly sei lì?" Cami. "Apri subito, mi piscio addosso". Apro con i jeans calati, mi faccio da parte. Lei indossa quei pantaloni di felpa bianchi che le evidenziano il culo. In un attimo si abbassa e libera un getto impetuoso. Ci guardiamo, scoppiamo a ridere.
Ma quel momento è diverso. Non siamo più sbornze che condividono un water. Siamo due donne, seminude, a un passo l'una dall'altra, con l'alcol che scioglie i freni.

"Cami," esordisco mentre si sistema i capelli, "quando ti sei spogliata... se non ti fosse scappato così forte da pisciare, forse te l'avrei leccata."

Mi guarda come se avessi appena svelato un omicidio. "Silly, ci sei o ci fai?"

"Torniamo a tavola," dico, già pentita di aver parlato.

Fuori, accendiamo una sigaretta. Il freddo della sera non basta a raffreddare quello che ho detto. Cami mi sfida con lo sguardo: "Insomma? Mi devo preoccupare?"

"Direi di no," ribatto. "Perché io sono sempre la scema che si espone. E ti espongo questo: ti desidero da sempre."

I suoi occhi cambiano. Il sorriso da smorfiosetta svanisce. "Anche tu mi piaci, Silly. Tanto. E forse lo sai anche"

Torniamo dentro. Ordiniamo un'altra bottiglia. Beviamo in silenzio, occhi negli occhi. Quando arriva il Vermentino, brindiamo e lo finiamo d'un sorso. L'alcol brucia, accende.

"In bagno ti ho guardata con qualcosa di famelico," ammetto. "Non vedo l'ora di uscire da qui."

Lei si alza. "Vado in bagno a lavarmi le mani."

La seguo dopo qualche secondo. La trovo davanti allo specchio che si sistema una ciocca. Mi metto accanto. Due more, capelli mossi, lei in dolcevita rosso, io in felpa rosa. Ci voltiamo simultaneamente. I suoi fianchi si offrono quasi impercettibilmente. La cingo con le mani, la attiro a me. I nostri labbra si trovano. Un bacio breve, salato di vino, ma carico di promesse.

Torniamo a tavola in silenzio. E poi fuori, accendiamo un'altra sigaretta.

"E ora?" chiedo.

"Di solito con i ragazzi si continua in macchina..."

"Ma tu non sei un ragazzo."

"Nemmeno tu."

Andiamo da me. I miei dormono, ma abbiamo la dependance tutta per noi.
Rientriamo, finiamo il vino, amaro alla cassa, paghiamo ed andiamo alla macchina
Lungo il tragitto dieci minuti di silenzio volontario e carico di provocazione.
Entriamo e le scarpe volano. Io mi tolgo tutto tranne mutande nere e felpa. Lei torna in felpa larga e calzini antiscivolo. Accendiamo la TV, apriamo la vodka.
Mandiamo i messaggi a lavoro: domani malate.

Libere. Davvero libere.

Siamo sul divano, gambe incrociate, io sul tappeto con le gambe accavallate. Beviamo. "Mi hai messo la lingua in bocca," ridacchio.

"Tu l'hai messa a me. E le mani sul culo."

"Avrei voluto farlo anch'io."

Mi alzo. Mi tolgo la felpa. Resto in mutande, il davanti troppo piccolo per coprire il mio triangolo di peli scuro. Lei mi prende sempre in giro per i miei peli. Porto le mani dietro la nuca, muovo i fianchi. "Resto così finché non ti scappa la pipì."

"E poi?"

"Se te lo dico non c'è gusto."

Beviamo fino a finire la vodka. Passiamo al rosso. Pesante. Aspro. Perfetto.

La osservo mentre carica il telefono. Da dietro, quel culo che ho visto mille volte ora mi fa un effetto diverso. Le gambe, la cellulite sulle cosce, i piedi con le unghie senza smalto. Un brivido mi sale dallo stomaco.

"Cami, devo andare in bagno."

Entro. Lascio la porta aperta. Non mi calo le mutande: le tolgo. Sono nuda. Volutamente nuda. Faccio pipì, aspetto. La chiamo: "Portami una sigaretta e il telefono."

Entra. Mi vede nuda. Mi porge la sigaretta accesa, il telefono, e un bicchiere di vino. "Fai veloce," dice, "mi scappa anche a me."

Il messaggio è chiaro. Esco, mi siedo sul divano. Gamba sinistra a terra, destra sullo schienale. Mi accarezzo i peli bagnati, infilo le dita tra le labbra. Sono fradicia. Tocco il clitoride, chiudo gli occhi. Con la destra mi coccolo il seno, con la sinistra prendo il vino, lo finisco, accendo la sigaretta. In una mano il piacere, nell'altra il vizio.

La luce del bagno si spegne. Poi quella della camera. Poi la vedo. Nuda sotto una camicia da notte bianca, trasparente. Velo di tessuto su corpo divino.

"Chiudi gli occhi," dice. "Prima fammi bere, sono agitata."

"Agitata? Sono qui a gambe larghe che mi sditalino."

Ridiamo. Beviamo. Fumiamo. Dopo il terzo bicchiere sono in punta al divano, gambe spalancate, la fica davanti a lei.

"Sono fradicia, Cami. Sentimi."

Allunga la mano. Le sue dita scivolano tra i miei peli, giù, dentro. Senza ostacoli. Gioca con il clitoride, ma la posizione è scomoda. Ci stendiamo sul tappeto insieme. Ci baciamo. Lungo, salivoso, profondo. I nostri corpi si toccano, capezzoli contro capezzoli. Le sue gambe sulle mie mi fanno impazzire.

Mi penetra con due dita. Sussulto. Prendo la sua mano, guido l'anulare dentro. Si muove con irruenza, io mi dimeno, gemo. "Leccamela..."

Si mette tra le mie gambe. Il paradiso. Nessuno mi aveva mai leccata così. Vengo in un fiume di umori. Gemo forte, le gambe tremano, mani tra i capelli. All'improvviso, qualcosa si poggia sulle mie grandi labbra, poi entra. Lento. Grosso. Realizzo cosa nascondeva sotto il divano.

"Cami... non me l'avevi detto che ti eri fatta l'amico."

"Mi vergognavo."

"Con me?"

Continua a scoparmi con quel cazzo di gomma enorme. Poi si ferma, lo estrae, me lo mostra. Trenta centimetri di godimento.

"Ora tocca a me," dice. "Siediti sul divano e allarga."

Obbedisco. Mi metto a gambe incrociate, affondo il viso tra le sue cosce. Le sue labbra sono pronunciate, gonfie. Gliele prendo in bocca, le succhio. Gemo quando sento qualcosa di caldo bagnarmi il viso. Pipì. La sua pipì calda mi riempie la bocca mentre continuo a leccarla. Bevo tutto, pensando: alla prima occasione le faccio bere la mia.

Mi porge il dildo. "Sotto il divano c'è il gel."

Lo prendo. Lei è così bagnata che non servirebbe, ma lei ha altre idee. "Mettimelo tutto dentro. Poi bagnami il culo."

Capisco. Lubrifico quel buchetto, entro con un dito, poi il secondo. È larga, accogliente. Con una mano la scopo col cazzo di gomma, con l'altra le faccio il buco. Si contorce, geme: "Oddio, vengo, non fermarti..."

Viene con un vagito liberatorio. Tolgo il dildo, le sfilo le dita delicatamente. Crolla ansimando.

Ma io ho ancora fame. Bevo altro vino, mi stendo sul tappeto, mi infilo quel mostro di gomma. Mi scopo violentemente, sentendolo in gola, ma ciò che mi eccita davvero è lei, nuda, che mi osserva. Tolgo il dildo, le porgo il gel, mi metto a pecorina davanti a lei. Mi allargo le natiche con le mani. "Lo voglio anch'io."

Sento il gel freddo, le sue dita che girano intorno al mio ano. Entra con un dito. Al secondo, dolore. Mi trattengo. Entra ed esce. "Più forte, Cami, più forte!"

I movimenti accelerano. Non sento più niente tranne il piacere. "Metti un altro dito!"

Obbedisce. Dopo poco vengo di nuovo, gridando il suo nome.

Crolliamo insieme sul tappeto, sudate, ubriache, scopate. Amiche, come prima. Ma diverse, per sempre.

di
scritto il
2026-06-14
2 4 4
visite
4
voti
valutazione
6.5
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.