Mentre lei non c'è. Capitolo 3
di
Michael035
genere
etero
Una settimana dopo:
Il rumore dei tacchi di Valentina sul parquet dell'ingresso fu il preludio della tempesta. Entrò in casa buttando le chiavi sulla consolle di vetro con più forza del solito, un gesto che nel suo vocabolario significava giornata di merda.
Si massaggiò le tempie, il viso contratto in una maschera di tensione. "Ho la testa che mi esplode," annunciò, senza nemmeno un ciao. "Una riunione di tre ore davanti ad un computer. Dov'è l'Oki?"
"Nel mobiletto in bagno," risposi, alzandomi dal divano.
Irene era ancora lì. Stava finendo di riporre i detersivi nello sgabuzzino in fondo al corridoio, silenziosa come un'ombra.
Vidi Valentina infilarsi nel bagno padronale. Cinque secondi dopo, la sua voce tagliò l'aria come una frusta.
"Irene! Vieni subito qui."
Irene si bloccò. Mi lanciò un'occhiata veloce, carica di apprensione, prima di trotterellare verso il bagno. La seguii a ruota, fermandomi sulla soglia.
Valentina teneva in mano due asciugamani di spugna bianca, stringendoli come se fossero stracci sporchi.
"Mi spieghi cos'è questo?" le sibilò, indicando le pieghe. "Ti ho detto mille volte che gli asciugamani vanno piegati a portafoglio, non a metà come se fossimo in una pensione a due stelle. È così difficile seguire una direttiva basilare?"
Irene abbassò gli occhi sul pavimento. "Mi scusi. Li ho piegati in fretta, mi dispiace."
"Non mi interessano le tue scuse," la interruppe Valentina, la voce che saliva di un'ottava per via del mal di testa. "Ti pago per essere precisa, non per fare le cose in fretta."
Sentii il sangue pulsarmi nelle vene. Le nocche mi diventarono bianche mentre stringevo lo stipite della porta. Volevo strapparle quegli asciugamani dalle mani e dirle di chiudere la bocca, ma sapevo che se l'avessi difesa apertamente avrei innescato una bomba.
"Vale, dai, lascia stare," intervenni, mantenendo il tono più piatto e neutrale possibile. "È solo un asciugamano. Hai un'emicrania tremenda, sei stressata per il lavoro e te la stai prendendo per una sciocchezza. Prendi l'Oki e riposati. Non è successo niente Irene, ma cerca di fare più attenzione"
Valentina mi fulminò con lo sguardo, ma la fitta alla testa dovette darle il colpo di grazia. Buttò gli asciugamani nel lavandino. "Rifalli," ordinò a Irene, prima di prendere la bustina di medicinale e uscire a grandi passi.
Irene rimase lì, umiliata per l'ennesima volta. Si passò le mani sul viso e si mise a ripiegare gli asciugamani. Le sfiorai il braccio passandole accanto. Un tocco leggerissimo, clandestino. Non potevo fare altro.
Quella sera, l'atmosfera in casa rimase pesante fino a dopo cena. Valentina si era chiusa in camera a leggere, mentre io ero rimasto in sala a fissare la televisione spenta, con un bicchiere di Whisky in mano, ripensando agli occhi lucidi di Irene.
Quando entrai in camera da letto, la luce era soffusa. Valentina aveva messo via il suo libro preferito. Indossava una sottoveste di seta nera che le scivolava addosso in modo impeccabile e aveva spruzzato un paio di gocce del suo profumo di nicchia, quello pungente e sofisticato.
Si era appoggiata sui gomiti, guardandomi mentre mi toglievo la maglietta.
"Siamo stati un po' distanti ultimamente, eh?" mormorò, il tono improvvisamente morbido, calcolato.
"Siamo stati incasinati, troppi impegni" risposi, cercando di non tradire la rigidità che mi stava irrigidendo i muscoli.
Si alzò dal letto e mi venne vicino. Le sue mani fredde si appoggiarono sul mio petto, scivolando verso il basso. "Possiamo rimediare," sussurrò, alzandosi in punta di piedi per baciarmi.
Le sue labbra sapevano di menta e del suo dannato controllo. Non c'era niente di sbagliato in lei, fisicamente parlando. Era una donna bellissima. Ma quando la toccai, la sua pelle mi sembrò marmo. Non c'era calore, non c'era quella disperazione elettrica che mi incendiava ogni volta che sfioravo Irene.
Ma ero un soldato, e sapevo come eseguire un ordine, anche quando la mia testa era da un'altra parte.
La presi per i fianchi e la spinsi verso il letto. Iniziai a baciarle il collo, facendo esattamente i movimenti che sapevo le piacevano. Mi tolsi i pantaloni e mi lasciai cadere su di lei. Era un esercizio di memoria muscolare. Le accarezzavo il corpo, rispondevo ai suoi sospiri, ma era pura meccanica.
Chiudevo gli occhi e cercavo di immaginare i capelli disordinati di Irene, il suo respiro corto, il modo in cui mi stringeva come se le stessi salvando la vita. Ma il profumo costoso di mia moglie mi riportava violentemente alla realtà.
Fu un rapporto tecnico, scandito da ritmi che conoscevamo a memoria. Non c'era scoperta, non c'era fame. A un certo punto, però, Valentina si irrigidì sotto di me.
Aprì gli occhi e mi guardò dritto in faccia, le mani piantate sulle mie spalle. Non mi spinse via, ma smise di assecondarmi.
"Michael..." disse, con una nota di incertezza che non le apparteneva. "Sei un po' scarico stasera o sbaglio? "
"Scarico? Io? " ansimai, cercando di mascherare il panico. Aumentai il ritmo, forzando una foga che non provavo, pur di non farle fare altre domande. La baciai per zittirla, un bacio pesante e muto, tirando dritto fino alla fine. Quando il piacere arrivò, fu uno scarico di tensione fisica vuoto, privo di qualsiasi eco emotiva.
Mi lasciai cadere al suo fianco, il petto che si alzava e si abbassava velocemente. Fissai il soffitto, sentendomi sporco nel mio stesso letto.
Valentina si tirò su il lenzuolo. Il suo respiro si regolarizzò in fretta. Si girò su un fianco, scrutandomi nel buio. La sua voce era tornata quella di sempre: analitica e tagliente.
"Si, sei decisamente scarico. Non è da te concludere in fretta " sentenziò. Non era una domanda. "Eri... distratto. Meccanico. "
Mi passai una mano sul viso, passandomi le dita sugli occhi. Dovevo spegnere quel fuoco prima che divampasse.
"Siamo stressati, Vale," le dissi, voltandomi verso di lei per sostenerne lo sguardo, recitando la mia bugia migliore. "Tu sei perennemente tesa per i clienti, io ho la testa piena delle rogne in caserma. Non abbiamo un momento di pace da mesi. Lo stress ci sta mangiando vivi, tutto qui."
Lei rimase in silenzio per qualche secondo, valutando la mia risposta. Alla fine, annuì lentamente. "Forse hai ragione. Dovremmo prenderci una pausa dal lavoro per staccare un po' "
"Sì," mormorai, chiudendo gli occhi. "Ne abbiamo bisogno entrambi."
Si voltò dall'altra parte, spegnendo l'abat-jour. Poi si rigirò verso di me, mi abbracciò. Nel buio della stanza, con il respiro regolare di mia moglie accanto, contai mentalmente le ore che mancavano alla sua partenza. Le ore che mi separavano dal momento in cui avrei potuto chiamare Irene.
Nei giorni successivi Irene si assentò improvvisamente dal lavoro. Due giorni senza di lei erano stati un’agonia silenziosa. Valentina era partita per Torino con la sua solita efficienza millimetrica, lasciandomi una casa che sembrava improvvisamente troppo grande e troppo vuota. Irene mi aveva mandato un messaggio dicendo di avere la febbre alta; allegato c’era persino il certificato del medico, una precauzione quasi commovente per una ragazza che lavorava in nero, ma che moriva dalla paura di perdere quel posto e la minima stabilità che le garantiva.
Erano le 18:00 di Mercoledi quando uscii dalla caserma. Avevo appena finito tre ore di rientro per sbrigare scartoffie arretrate e la testa mi pulsava. Stavo per salire in auto quando il telefono vibrò nella tasca della divisa.
Il nome sul display mi bloccò il respiro: *Irene*.
Non mi chiamava mai a quell’ora. Non mi chiamava mai e basta, se non per urgenze legate alla casa. Risposi dopo aver fissato il display per qualche secondo.
"Irene? Tutto bene?"
"Hey... ciao" La sua voce era un filo d'aria, tremante, carica di una fragilità che mi fece stringere il pugno intorno al volante. "Scusa se ti disturbo. So che sei impegnato ma... avresti un momento? Potremmo vederci? Ho bisogno di parlarti."
"C'è qualcosa che non va? Dimmi dove"
Mi diede il nome di un parchetto poco distante dal suo quartiere, un posto defilato, lontano dai giri soliti, dove l’unico rumore era quello delle foglie secche mosse dal vento e di qualche corridore in lontananza. Andai direttamente da lei senza andare a cambiarmi.
Quando arrivai, la vidi seduta su una panchina di legno, sotto un lampione che cominciava a ronzare nell'imbrunire. Indossava un cappotto troppo leggero per quel freddo e giocherellava nervosa con i bordi della sciarpa. Sembrava minuscola, come se il mondo le stesse pesando troppo sulle spalle.
Mi sedetti accanto a lei senza dire una parola. Le presi una mano; era gelata. La strinsi tra le mie, cercando di trasmetterle tutto il calore che potevo.
"Qualcosa mi dice che non avevi la febbre, vero?" chiesi a bassa voce.
Lei scosse la testa, continuando a fissare le punte delle sue scarpe. Una lacrima solitaria le rigò la guancia, scivolando rapida.
"No. Ho avuto paura di venire. Paura di farmi vedere da te, da Valentina... in questo stato."
"Cosa è successo, ti ascolto."
Si schiarì la voce, cercando di ricomporsi, ma il tremito non se ne andava. "Qualche sera fa... ero con Marco, siamo usciti con degli amici e lui ha iniziato a bere po', aveva bevuto già prima ne ero sicura. Ha iniziato a discutere con uno per una sciocchezza, un commento che non gli era piaciuto. È finita a botte. Sono dovuta intervenire io per dividerli prima che chiamassero la polizia."
Sentii una fiammata di rabbia salirmi dallo stomaco. Quel tizio non la meritava, non era nemmeno degno di starle vicino.
"E poi?"
"E poi, quando siamo rimasti soli, se l'è presa con me. Mi ha urlato di tutto perché lo avevo rimproverato, perché mi ero 'permessa' di intromettermi. Mi ha scossa forte, mi ha spinta Michael. Non mi ha colpita, non questa volta, ma lo sguardo che aveva... mi ha messo paura. Ho avuto un crollo. Mi sono un po' isolata. Mi sento... mi sento così stupida a stare con lui."
Le lacrime ora scendevano senza scontro. La attirai a me, avvolgendola con il braccio e stringendola contro il mio petto. Sentire il suo corpo scosso dai singhiozzi mi faceva più male di qualsiasi ferita in servizio. Le baciai la tempia, lasciando che il profumo dei suoi capelli mi calmasse la furia che provavo verso Marco. In quel momento avrei voluto solo trovarlo e fargli capire, a modo mio, cosa significasse toccarla anche solo con un dito.
"Non sei stupida, Irene. Sei solo stanca di combattere da sola," le sussurrai all'orecchio. "Guardami."
Lei alzò il viso. Aveva gli occhi arrossati, il trucco leggermente sciolto, ma in quel momento, sotto la luce fioca del parco, mi sembrò la creatura più preziosa della terra.
" Devi avere il coraggio di prendere una decisione. Tutto questo non te lo meriti. E lui non merita te."
L'abbracciai forte. Non la baciai, c'era una tenerezza disperata. Aveva bisogno più di un conforto emotivo che di un bacio strappato con l'occasione. Era un modo per dirle *ci sono io, adesso*. Lei si aggrappò alla mia divisa, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo, e per la prima volta da quando ero arrivato, sentii il suo respiro regolarizzarsi.
"Vieni via con me stasera," le dissi, staccandomi appena. "Valentina è a Torino. Non voglio che resti da sola, non stasera. Resta con me. Ti preparo qualcosa, guardiamo un film, parliamo... o semplicemente dormiamo. Ma resta con me."
Irene mi guardò con un misto di speranza e timore. "Sei sicuro?"
"Non sono mai stato così sicuro di nulla in vita mia."
Le presi la mano e la aiutai ad alzarsi. Camminammo verso l'auto nel silenzio del parco, ma non era più un silenzio pesante. Era l'inizio di qualcosa che sapevamo entrambi sarebbe stato irreversibile. Le aprii la portiera e, prima che salisse, le scostai una ciocca di capelli dal viso.
"Stasera non esiste Marco, non esiste Valentina, non esistono i pavimenti da lavare o le divise da portare. Esistiamo solo noi. Va bene?"
Lei annuì, e per la prima volta vidi un barlume di vera pace nei suoi occhi. "Va bene, Michael."
Misi in moto. Mentre uscivamo dal parcheggio, la mano di Irene scivolò sulla mia, intrecciando le dita alle mie sul cambio. Era un gesto piccolo, ma valeva più di mille promesse. Stavamo andando verso il pericolo, verso un letto che non era il nostro, ma in quel momento era l'unico posto al mondo dove avremmo potuto respirare davvero.
Quando aprimmo la porta di casa, fummo accolti dal solito silenzio perfetto e asettico che Valentina pretendeva di mantenere. Ma quella sera l'aria mi sembrò diversa. Non era più una prigione; era il nostro rifugio.
"Vado a farmi una doccia veloce," le dissi, togliendomi la giacca della divisa. "Fai come fossi a casa tua. Davvero, Irene."
L'acqua calda lavò via la polvere della caserma e la tensione delle ultime ore, ma non riuscì a placare il battito accelerato del mio cuore. Quando tornai in cucina, indossando solo dei pantaloni della tuta e una maglia a maniche corte, trovai un'atmosfera che mi mozzò il fiato. Irene aveva preparato due piadine con quello che aveva trovato in frigo. Le tenevo per sporcare il meno possibile quando Valentina era fuori. Era in piedi accanto alla penisola, esitante.
Ci sedemmo l'uno di fronte all'altra. La guardai mentre mangiava, lo sguardo basso.
"Fa strano," mormorò a un certo punto, rompendo il silenzio. "Essere seduta qui. Su questa sedia. Usare questi piatti senza doverli lavare e rimettere a posto in fretta."
Allungai una mano e le sfiorai le dita. "Abituatici. Perché stasera non sei la ragazza che pulisce. Sei la donna con cui voglio cenare."
Le sue guance si tinsero di un rosso leggero che la rese ancora più bella. Proprio in quel momento, il suo telefono prese a vibrare sul bancone. Il nome "Mamma" illuminò lo schermo.
Irene mi lanciò un'occhiata nervosa, poi rispose.
"Sì, mamma... no, non torno stasera. Ho perso l'ultimo autobus e... dormo da un'amica, una compagna di università. Sì, sto bene. Certo che sono al sicuro. Ci sentiamo domani."
Chiuse la chiamata e posò il telefono a faccia in giù. Aveva mentito per me. Aveva tagliato l'ultimo filo che la legava alla sua vecchia vita, almeno per quella notte.
Finito di mangiare, si alzò per abitudine e prese i piatti, spostandosi verso il lavandino. Aprii l'acqua, cercando la spugna, ma io non le diedi il tempo di iniziare.
Mi avvicinai alle sue spalle, in silenzio. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, afferrandola con dolcezza ma con fermezza, tirandola contro il mio petto. Sentii il suo respiro bloccarsi.
Spostai i suoi capelli di lato e poggiai le labbra sul suo collo, proprio dove pulsava la vena.
"Lascia stare i piatti," le sussurrai, la voce roca, mentre le mie mani risalivano per accarezzarle il ventre sotto la maglietta.
"Va bene capo ahah..." sospirò lei, abbandonando la testa all'indietro contro la mia spalla.
Chiusi l'acqua del lavandino. La feci voltare verso di me e la baciai con una fame che non sapevo più di avere. Fu un bacio profondo, umido, che sapeva di promesse e di urgenza.
La presi in braccio. Lei allacciò le gambe attorno alla mia vita, le braccia strette al mio collo, mentre attraversavo il corridoio buio. Aprii la porta della camera padronale con un calcio.
La stanza era avvolta nella penombra. Il grande letto matrimoniale, quel letto freddo dove Valentina dettava legge, ora sembrava aspettare solo noi.
Appoggiai Irene sul materasso con una delicatezza assoluta. Si guardò intorno per un istante, intimidita da quello spazio che per lei era sempre stato intoccabile.
"Questo è il vostro letto," sussurrò, le dita che sfioravano le lenzuola di seta.
Mi chinai su di lei, appoggiando le mani ai lati della sua testa. "Questo, stasera, è il nostro letto. Qui non c'è nessun altro. Ci siamo solo noi."
Le tolsi i vestiti con una lentezza esasperante, venerando ogni centimetro della sua pelle. Quando fummo entrambi nudi, mi distesi sopra di lei. Il calore del suo corpo contro il mio freddo, l'incastro perfetto delle nostre gambe, mi fece chiudere gli occhi.
Non c'era fretta. C'era solo una passione morbida, densa, inarrestabile.
Lei mi spinse via leggermente e si mise lei sopra di me.
Iniziammo con i baci. Non erano quei baci affamati e disperati, ma qualcosa di più lento, più insidioso. Le sue labbra si mossero sulle mie con una pazienza metodica, esplorando, assaggiando. Le mie mani trovarono il suo corpo, scivolando lungo la curva della sua vita, affondando nei fianchi morbidi. La palpai con desiderio, sentendo la carne cedere sotto la mia presa, un promemoria tangibile che ero vivo, che ero qui, non in qualche caserma sperduta in medio oriente o in qualche paese africano.
Irene si staccò dalle mie labbra e iniziò a scendere. Le sue labbra umide lasciarono una scia di fuoco lungo il mio petto, sullo stomaco, finché non arrivò al mio cazzo già duro, pulsante in attesa. Mi guardò dall'alto in basso, un sorriso sfumato ai lati della bocca, prima di affondare la faccia tra le mie cosce.
La sua bocca era calda e bagnata, una perfezione di suzione e lingua che mi fece archeggiare le spalle contro il cuscino. Le premetti i capelli tra le dita, non per guidarla, ma per ancorarmi a qualcosa mentre il piacere si diffondeva dalle mie anche fino alla punta delle dita. Lei lo succhiava con lentezza, facendo la slitta con la lingua lungo l'asta, ingoiandomi fino in gola prima di risalire lentamente, masticando lievemente la cappella. I gemiti che uscivano dalla mia gola erano suoni strani, rotti, che non riconoscevo come miei.
Quando ebbi l'impressione di non poterne più, lei si fermò, stringendo la base con le dita per impedirmi di venire. Si sollevò, striscando su di me, e con un movimento fluido si posizionò sopra di me. La sua figa era bagnata, calda, e quando si abbassò su di me, accogliendomi tutto in un solo colpo, esplose un fuoco bianco dietro i miei occhi.
Quando entrai in lei, Irene inarcò la schiena, lasciando sfuggire un gemito lungo e tremante.
Lei cavalcava lentamente. Non c'era fretta. Si sorreggeva con le mani appoggiate sulle mie ginocchia, arcuando la schiena in modo che le sue tette rimanessero sospese nell'aria, offerte alla mia vista. La muovevo sui fianchi, aiutandola a scendere più a fondo, sentendo le sue pareti vaginali stringermi, massaggiarmi, spremere ogni centimetro della mia erezione. I nostri corpi si battevano insieme con un ritmo ritmico e antico, il suono della pelle nuda che si scontrava con la pelle nuda che riempiva la stanza.
"Guardami," le chiesi, la voce rotta dall'emozione.
Aprì gli occhi, liquidi e scuri, fissandoli nei miei. Ogni affondo era un bacio, ogni carezza era una confessione.
"Sei bellissima," ansimai "Sei così bella da far male."
"Non fermarti... ti prego, Michael, fammi tua," supplicò lei, le unghie che mi graffiavano leggermente il petto, stringendomi come se volesse fondersi con la mia anima.
Dopo un tempo indefinito, lei si fermò, respirando affannosa. Scivolò via da me, sdraiandosi sul fianco. Capì cosa volevo senza che io parlassi. Mi girai, avvolgendola da dietro. La mia mano le afferrò una mammella, pesante e piena nel palmo della mia mano, mentre l'altra le guidava la coscia per aprirla un po' di più.
Entrai in lei da questa nuova posizione, un angolo più profondo, più intimo. La penetrazione fu dolce, un lento scivolare dentro di lei che ci fece entrambi tremare. Le mie labbra trovarono la sua nuca, baciando la pelle sottile e sudata, sentendo il profumo del suo collo mescolato al mio.
Ci muovevamo come una singola entità, ondeggiando sul materasso. Le mie mani non smettevano di toccarla, scorrendo sul suo stomaco, tra le sue cosce, pizzicandole i capezzoli. Lei si girò la testa appena sufficiente per permettermi di baciarla sulla bocca. Era un bacio goffo, dato l'angolazione, ma incredibilmente intimo, pieno di una lingua che esplorava e prometteva.
"Non smettere"mormorò lei contro le mie labbra. "Non fermarti "
"Non lo farò " risposi, affondando ancora un po' più a fondo, sentendo le sue natiche premere contro il mio bacino. "Sei tutto quello che ho adesso."
Le parole uscirono prima che potessi fermarle, pesanti e cariche di un significato che spaventava. Ma in quel momento, con il suo corpo avvolto al mio e il calore che ci avvolgeva, erano vere. Continuammo così, persi in un vortice di sensazioni lente e languide, ignorando il mondo là fuori.
Volevamo che non finisse mai. Volevamo esorcizzare tutti i demoni: la brutalità di Marco, la freddezza di Valentina, i divieti, i ruoli. Eravamo solo un uomo e una donna, perduti l'uno nell'altra.
Quando il culmine arrivò, fu un'onda anomala che ci travolse entrambi. Sentii il corpo di Irene contrarsi violentemente attorno a me; gridò il mio nome nel buio, un suono puro e liberatorio. La seguii un istante dopo, uscendo da lei, svuotandomi di ogni paura in un orgasmo che mi lasciò senza fiato e senza forze.
Crollai accanto a lei, il petto che si alzava e si abbassava convulsamente. I nostri respiri affannosi riempivano la stanza, i cuori che battevano all'unisono, come tamburi impazziti.
La tirai contro di me, sistemando la sua testa sul mio petto. Lei intrecciò una gamba alla mia e mi baciò la spalla madida di sudore.
Non dicemmo più nulla. Nel buio di quella stanza che per la prima volta chiamavo *casa*, con il profumo di lei addosso e il suo respiro regolare che mi cullava, mi addormentai abbracciato a lei, sentendomi, per la prima volta dopo anni, disperatamente felice.
CONTINUA....
Il rumore dei tacchi di Valentina sul parquet dell'ingresso fu il preludio della tempesta. Entrò in casa buttando le chiavi sulla consolle di vetro con più forza del solito, un gesto che nel suo vocabolario significava giornata di merda.
Si massaggiò le tempie, il viso contratto in una maschera di tensione. "Ho la testa che mi esplode," annunciò, senza nemmeno un ciao. "Una riunione di tre ore davanti ad un computer. Dov'è l'Oki?"
"Nel mobiletto in bagno," risposi, alzandomi dal divano.
Irene era ancora lì. Stava finendo di riporre i detersivi nello sgabuzzino in fondo al corridoio, silenziosa come un'ombra.
Vidi Valentina infilarsi nel bagno padronale. Cinque secondi dopo, la sua voce tagliò l'aria come una frusta.
"Irene! Vieni subito qui."
Irene si bloccò. Mi lanciò un'occhiata veloce, carica di apprensione, prima di trotterellare verso il bagno. La seguii a ruota, fermandomi sulla soglia.
Valentina teneva in mano due asciugamani di spugna bianca, stringendoli come se fossero stracci sporchi.
"Mi spieghi cos'è questo?" le sibilò, indicando le pieghe. "Ti ho detto mille volte che gli asciugamani vanno piegati a portafoglio, non a metà come se fossimo in una pensione a due stelle. È così difficile seguire una direttiva basilare?"
Irene abbassò gli occhi sul pavimento. "Mi scusi. Li ho piegati in fretta, mi dispiace."
"Non mi interessano le tue scuse," la interruppe Valentina, la voce che saliva di un'ottava per via del mal di testa. "Ti pago per essere precisa, non per fare le cose in fretta."
Sentii il sangue pulsarmi nelle vene. Le nocche mi diventarono bianche mentre stringevo lo stipite della porta. Volevo strapparle quegli asciugamani dalle mani e dirle di chiudere la bocca, ma sapevo che se l'avessi difesa apertamente avrei innescato una bomba.
"Vale, dai, lascia stare," intervenni, mantenendo il tono più piatto e neutrale possibile. "È solo un asciugamano. Hai un'emicrania tremenda, sei stressata per il lavoro e te la stai prendendo per una sciocchezza. Prendi l'Oki e riposati. Non è successo niente Irene, ma cerca di fare più attenzione"
Valentina mi fulminò con lo sguardo, ma la fitta alla testa dovette darle il colpo di grazia. Buttò gli asciugamani nel lavandino. "Rifalli," ordinò a Irene, prima di prendere la bustina di medicinale e uscire a grandi passi.
Irene rimase lì, umiliata per l'ennesima volta. Si passò le mani sul viso e si mise a ripiegare gli asciugamani. Le sfiorai il braccio passandole accanto. Un tocco leggerissimo, clandestino. Non potevo fare altro.
Quella sera, l'atmosfera in casa rimase pesante fino a dopo cena. Valentina si era chiusa in camera a leggere, mentre io ero rimasto in sala a fissare la televisione spenta, con un bicchiere di Whisky in mano, ripensando agli occhi lucidi di Irene.
Quando entrai in camera da letto, la luce era soffusa. Valentina aveva messo via il suo libro preferito. Indossava una sottoveste di seta nera che le scivolava addosso in modo impeccabile e aveva spruzzato un paio di gocce del suo profumo di nicchia, quello pungente e sofisticato.
Si era appoggiata sui gomiti, guardandomi mentre mi toglievo la maglietta.
"Siamo stati un po' distanti ultimamente, eh?" mormorò, il tono improvvisamente morbido, calcolato.
"Siamo stati incasinati, troppi impegni" risposi, cercando di non tradire la rigidità che mi stava irrigidendo i muscoli.
Si alzò dal letto e mi venne vicino. Le sue mani fredde si appoggiarono sul mio petto, scivolando verso il basso. "Possiamo rimediare," sussurrò, alzandosi in punta di piedi per baciarmi.
Le sue labbra sapevano di menta e del suo dannato controllo. Non c'era niente di sbagliato in lei, fisicamente parlando. Era una donna bellissima. Ma quando la toccai, la sua pelle mi sembrò marmo. Non c'era calore, non c'era quella disperazione elettrica che mi incendiava ogni volta che sfioravo Irene.
Ma ero un soldato, e sapevo come eseguire un ordine, anche quando la mia testa era da un'altra parte.
La presi per i fianchi e la spinsi verso il letto. Iniziai a baciarle il collo, facendo esattamente i movimenti che sapevo le piacevano. Mi tolsi i pantaloni e mi lasciai cadere su di lei. Era un esercizio di memoria muscolare. Le accarezzavo il corpo, rispondevo ai suoi sospiri, ma era pura meccanica.
Chiudevo gli occhi e cercavo di immaginare i capelli disordinati di Irene, il suo respiro corto, il modo in cui mi stringeva come se le stessi salvando la vita. Ma il profumo costoso di mia moglie mi riportava violentemente alla realtà.
Fu un rapporto tecnico, scandito da ritmi che conoscevamo a memoria. Non c'era scoperta, non c'era fame. A un certo punto, però, Valentina si irrigidì sotto di me.
Aprì gli occhi e mi guardò dritto in faccia, le mani piantate sulle mie spalle. Non mi spinse via, ma smise di assecondarmi.
"Michael..." disse, con una nota di incertezza che non le apparteneva. "Sei un po' scarico stasera o sbaglio? "
"Scarico? Io? " ansimai, cercando di mascherare il panico. Aumentai il ritmo, forzando una foga che non provavo, pur di non farle fare altre domande. La baciai per zittirla, un bacio pesante e muto, tirando dritto fino alla fine. Quando il piacere arrivò, fu uno scarico di tensione fisica vuoto, privo di qualsiasi eco emotiva.
Mi lasciai cadere al suo fianco, il petto che si alzava e si abbassava velocemente. Fissai il soffitto, sentendomi sporco nel mio stesso letto.
Valentina si tirò su il lenzuolo. Il suo respiro si regolarizzò in fretta. Si girò su un fianco, scrutandomi nel buio. La sua voce era tornata quella di sempre: analitica e tagliente.
"Si, sei decisamente scarico. Non è da te concludere in fretta " sentenziò. Non era una domanda. "Eri... distratto. Meccanico. "
Mi passai una mano sul viso, passandomi le dita sugli occhi. Dovevo spegnere quel fuoco prima che divampasse.
"Siamo stressati, Vale," le dissi, voltandomi verso di lei per sostenerne lo sguardo, recitando la mia bugia migliore. "Tu sei perennemente tesa per i clienti, io ho la testa piena delle rogne in caserma. Non abbiamo un momento di pace da mesi. Lo stress ci sta mangiando vivi, tutto qui."
Lei rimase in silenzio per qualche secondo, valutando la mia risposta. Alla fine, annuì lentamente. "Forse hai ragione. Dovremmo prenderci una pausa dal lavoro per staccare un po' "
"Sì," mormorai, chiudendo gli occhi. "Ne abbiamo bisogno entrambi."
Si voltò dall'altra parte, spegnendo l'abat-jour. Poi si rigirò verso di me, mi abbracciò. Nel buio della stanza, con il respiro regolare di mia moglie accanto, contai mentalmente le ore che mancavano alla sua partenza. Le ore che mi separavano dal momento in cui avrei potuto chiamare Irene.
Nei giorni successivi Irene si assentò improvvisamente dal lavoro. Due giorni senza di lei erano stati un’agonia silenziosa. Valentina era partita per Torino con la sua solita efficienza millimetrica, lasciandomi una casa che sembrava improvvisamente troppo grande e troppo vuota. Irene mi aveva mandato un messaggio dicendo di avere la febbre alta; allegato c’era persino il certificato del medico, una precauzione quasi commovente per una ragazza che lavorava in nero, ma che moriva dalla paura di perdere quel posto e la minima stabilità che le garantiva.
Erano le 18:00 di Mercoledi quando uscii dalla caserma. Avevo appena finito tre ore di rientro per sbrigare scartoffie arretrate e la testa mi pulsava. Stavo per salire in auto quando il telefono vibrò nella tasca della divisa.
Il nome sul display mi bloccò il respiro: *Irene*.
Non mi chiamava mai a quell’ora. Non mi chiamava mai e basta, se non per urgenze legate alla casa. Risposi dopo aver fissato il display per qualche secondo.
"Irene? Tutto bene?"
"Hey... ciao" La sua voce era un filo d'aria, tremante, carica di una fragilità che mi fece stringere il pugno intorno al volante. "Scusa se ti disturbo. So che sei impegnato ma... avresti un momento? Potremmo vederci? Ho bisogno di parlarti."
"C'è qualcosa che non va? Dimmi dove"
Mi diede il nome di un parchetto poco distante dal suo quartiere, un posto defilato, lontano dai giri soliti, dove l’unico rumore era quello delle foglie secche mosse dal vento e di qualche corridore in lontananza. Andai direttamente da lei senza andare a cambiarmi.
Quando arrivai, la vidi seduta su una panchina di legno, sotto un lampione che cominciava a ronzare nell'imbrunire. Indossava un cappotto troppo leggero per quel freddo e giocherellava nervosa con i bordi della sciarpa. Sembrava minuscola, come se il mondo le stesse pesando troppo sulle spalle.
Mi sedetti accanto a lei senza dire una parola. Le presi una mano; era gelata. La strinsi tra le mie, cercando di trasmetterle tutto il calore che potevo.
"Qualcosa mi dice che non avevi la febbre, vero?" chiesi a bassa voce.
Lei scosse la testa, continuando a fissare le punte delle sue scarpe. Una lacrima solitaria le rigò la guancia, scivolando rapida.
"No. Ho avuto paura di venire. Paura di farmi vedere da te, da Valentina... in questo stato."
"Cosa è successo, ti ascolto."
Si schiarì la voce, cercando di ricomporsi, ma il tremito non se ne andava. "Qualche sera fa... ero con Marco, siamo usciti con degli amici e lui ha iniziato a bere po', aveva bevuto già prima ne ero sicura. Ha iniziato a discutere con uno per una sciocchezza, un commento che non gli era piaciuto. È finita a botte. Sono dovuta intervenire io per dividerli prima che chiamassero la polizia."
Sentii una fiammata di rabbia salirmi dallo stomaco. Quel tizio non la meritava, non era nemmeno degno di starle vicino.
"E poi?"
"E poi, quando siamo rimasti soli, se l'è presa con me. Mi ha urlato di tutto perché lo avevo rimproverato, perché mi ero 'permessa' di intromettermi. Mi ha scossa forte, mi ha spinta Michael. Non mi ha colpita, non questa volta, ma lo sguardo che aveva... mi ha messo paura. Ho avuto un crollo. Mi sono un po' isolata. Mi sento... mi sento così stupida a stare con lui."
Le lacrime ora scendevano senza scontro. La attirai a me, avvolgendola con il braccio e stringendola contro il mio petto. Sentire il suo corpo scosso dai singhiozzi mi faceva più male di qualsiasi ferita in servizio. Le baciai la tempia, lasciando che il profumo dei suoi capelli mi calmasse la furia che provavo verso Marco. In quel momento avrei voluto solo trovarlo e fargli capire, a modo mio, cosa significasse toccarla anche solo con un dito.
"Non sei stupida, Irene. Sei solo stanca di combattere da sola," le sussurrai all'orecchio. "Guardami."
Lei alzò il viso. Aveva gli occhi arrossati, il trucco leggermente sciolto, ma in quel momento, sotto la luce fioca del parco, mi sembrò la creatura più preziosa della terra.
" Devi avere il coraggio di prendere una decisione. Tutto questo non te lo meriti. E lui non merita te."
L'abbracciai forte. Non la baciai, c'era una tenerezza disperata. Aveva bisogno più di un conforto emotivo che di un bacio strappato con l'occasione. Era un modo per dirle *ci sono io, adesso*. Lei si aggrappò alla mia divisa, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo, e per la prima volta da quando ero arrivato, sentii il suo respiro regolarizzarsi.
"Vieni via con me stasera," le dissi, staccandomi appena. "Valentina è a Torino. Non voglio che resti da sola, non stasera. Resta con me. Ti preparo qualcosa, guardiamo un film, parliamo... o semplicemente dormiamo. Ma resta con me."
Irene mi guardò con un misto di speranza e timore. "Sei sicuro?"
"Non sono mai stato così sicuro di nulla in vita mia."
Le presi la mano e la aiutai ad alzarsi. Camminammo verso l'auto nel silenzio del parco, ma non era più un silenzio pesante. Era l'inizio di qualcosa che sapevamo entrambi sarebbe stato irreversibile. Le aprii la portiera e, prima che salisse, le scostai una ciocca di capelli dal viso.
"Stasera non esiste Marco, non esiste Valentina, non esistono i pavimenti da lavare o le divise da portare. Esistiamo solo noi. Va bene?"
Lei annuì, e per la prima volta vidi un barlume di vera pace nei suoi occhi. "Va bene, Michael."
Misi in moto. Mentre uscivamo dal parcheggio, la mano di Irene scivolò sulla mia, intrecciando le dita alle mie sul cambio. Era un gesto piccolo, ma valeva più di mille promesse. Stavamo andando verso il pericolo, verso un letto che non era il nostro, ma in quel momento era l'unico posto al mondo dove avremmo potuto respirare davvero.
Quando aprimmo la porta di casa, fummo accolti dal solito silenzio perfetto e asettico che Valentina pretendeva di mantenere. Ma quella sera l'aria mi sembrò diversa. Non era più una prigione; era il nostro rifugio.
"Vado a farmi una doccia veloce," le dissi, togliendomi la giacca della divisa. "Fai come fossi a casa tua. Davvero, Irene."
L'acqua calda lavò via la polvere della caserma e la tensione delle ultime ore, ma non riuscì a placare il battito accelerato del mio cuore. Quando tornai in cucina, indossando solo dei pantaloni della tuta e una maglia a maniche corte, trovai un'atmosfera che mi mozzò il fiato. Irene aveva preparato due piadine con quello che aveva trovato in frigo. Le tenevo per sporcare il meno possibile quando Valentina era fuori. Era in piedi accanto alla penisola, esitante.
Ci sedemmo l'uno di fronte all'altra. La guardai mentre mangiava, lo sguardo basso.
"Fa strano," mormorò a un certo punto, rompendo il silenzio. "Essere seduta qui. Su questa sedia. Usare questi piatti senza doverli lavare e rimettere a posto in fretta."
Allungai una mano e le sfiorai le dita. "Abituatici. Perché stasera non sei la ragazza che pulisce. Sei la donna con cui voglio cenare."
Le sue guance si tinsero di un rosso leggero che la rese ancora più bella. Proprio in quel momento, il suo telefono prese a vibrare sul bancone. Il nome "Mamma" illuminò lo schermo.
Irene mi lanciò un'occhiata nervosa, poi rispose.
"Sì, mamma... no, non torno stasera. Ho perso l'ultimo autobus e... dormo da un'amica, una compagna di università. Sì, sto bene. Certo che sono al sicuro. Ci sentiamo domani."
Chiuse la chiamata e posò il telefono a faccia in giù. Aveva mentito per me. Aveva tagliato l'ultimo filo che la legava alla sua vecchia vita, almeno per quella notte.
Finito di mangiare, si alzò per abitudine e prese i piatti, spostandosi verso il lavandino. Aprii l'acqua, cercando la spugna, ma io non le diedi il tempo di iniziare.
Mi avvicinai alle sue spalle, in silenzio. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, afferrandola con dolcezza ma con fermezza, tirandola contro il mio petto. Sentii il suo respiro bloccarsi.
Spostai i suoi capelli di lato e poggiai le labbra sul suo collo, proprio dove pulsava la vena.
"Lascia stare i piatti," le sussurrai, la voce roca, mentre le mie mani risalivano per accarezzarle il ventre sotto la maglietta.
"Va bene capo ahah..." sospirò lei, abbandonando la testa all'indietro contro la mia spalla.
Chiusi l'acqua del lavandino. La feci voltare verso di me e la baciai con una fame che non sapevo più di avere. Fu un bacio profondo, umido, che sapeva di promesse e di urgenza.
La presi in braccio. Lei allacciò le gambe attorno alla mia vita, le braccia strette al mio collo, mentre attraversavo il corridoio buio. Aprii la porta della camera padronale con un calcio.
La stanza era avvolta nella penombra. Il grande letto matrimoniale, quel letto freddo dove Valentina dettava legge, ora sembrava aspettare solo noi.
Appoggiai Irene sul materasso con una delicatezza assoluta. Si guardò intorno per un istante, intimidita da quello spazio che per lei era sempre stato intoccabile.
"Questo è il vostro letto," sussurrò, le dita che sfioravano le lenzuola di seta.
Mi chinai su di lei, appoggiando le mani ai lati della sua testa. "Questo, stasera, è il nostro letto. Qui non c'è nessun altro. Ci siamo solo noi."
Le tolsi i vestiti con una lentezza esasperante, venerando ogni centimetro della sua pelle. Quando fummo entrambi nudi, mi distesi sopra di lei. Il calore del suo corpo contro il mio freddo, l'incastro perfetto delle nostre gambe, mi fece chiudere gli occhi.
Non c'era fretta. C'era solo una passione morbida, densa, inarrestabile.
Lei mi spinse via leggermente e si mise lei sopra di me.
Iniziammo con i baci. Non erano quei baci affamati e disperati, ma qualcosa di più lento, più insidioso. Le sue labbra si mossero sulle mie con una pazienza metodica, esplorando, assaggiando. Le mie mani trovarono il suo corpo, scivolando lungo la curva della sua vita, affondando nei fianchi morbidi. La palpai con desiderio, sentendo la carne cedere sotto la mia presa, un promemoria tangibile che ero vivo, che ero qui, non in qualche caserma sperduta in medio oriente o in qualche paese africano.
Irene si staccò dalle mie labbra e iniziò a scendere. Le sue labbra umide lasciarono una scia di fuoco lungo il mio petto, sullo stomaco, finché non arrivò al mio cazzo già duro, pulsante in attesa. Mi guardò dall'alto in basso, un sorriso sfumato ai lati della bocca, prima di affondare la faccia tra le mie cosce.
La sua bocca era calda e bagnata, una perfezione di suzione e lingua che mi fece archeggiare le spalle contro il cuscino. Le premetti i capelli tra le dita, non per guidarla, ma per ancorarmi a qualcosa mentre il piacere si diffondeva dalle mie anche fino alla punta delle dita. Lei lo succhiava con lentezza, facendo la slitta con la lingua lungo l'asta, ingoiandomi fino in gola prima di risalire lentamente, masticando lievemente la cappella. I gemiti che uscivano dalla mia gola erano suoni strani, rotti, che non riconoscevo come miei.
Quando ebbi l'impressione di non poterne più, lei si fermò, stringendo la base con le dita per impedirmi di venire. Si sollevò, striscando su di me, e con un movimento fluido si posizionò sopra di me. La sua figa era bagnata, calda, e quando si abbassò su di me, accogliendomi tutto in un solo colpo, esplose un fuoco bianco dietro i miei occhi.
Quando entrai in lei, Irene inarcò la schiena, lasciando sfuggire un gemito lungo e tremante.
Lei cavalcava lentamente. Non c'era fretta. Si sorreggeva con le mani appoggiate sulle mie ginocchia, arcuando la schiena in modo che le sue tette rimanessero sospese nell'aria, offerte alla mia vista. La muovevo sui fianchi, aiutandola a scendere più a fondo, sentendo le sue pareti vaginali stringermi, massaggiarmi, spremere ogni centimetro della mia erezione. I nostri corpi si battevano insieme con un ritmo ritmico e antico, il suono della pelle nuda che si scontrava con la pelle nuda che riempiva la stanza.
"Guardami," le chiesi, la voce rotta dall'emozione.
Aprì gli occhi, liquidi e scuri, fissandoli nei miei. Ogni affondo era un bacio, ogni carezza era una confessione.
"Sei bellissima," ansimai "Sei così bella da far male."
"Non fermarti... ti prego, Michael, fammi tua," supplicò lei, le unghie che mi graffiavano leggermente il petto, stringendomi come se volesse fondersi con la mia anima.
Dopo un tempo indefinito, lei si fermò, respirando affannosa. Scivolò via da me, sdraiandosi sul fianco. Capì cosa volevo senza che io parlassi. Mi girai, avvolgendola da dietro. La mia mano le afferrò una mammella, pesante e piena nel palmo della mia mano, mentre l'altra le guidava la coscia per aprirla un po' di più.
Entrai in lei da questa nuova posizione, un angolo più profondo, più intimo. La penetrazione fu dolce, un lento scivolare dentro di lei che ci fece entrambi tremare. Le mie labbra trovarono la sua nuca, baciando la pelle sottile e sudata, sentendo il profumo del suo collo mescolato al mio.
Ci muovevamo come una singola entità, ondeggiando sul materasso. Le mie mani non smettevano di toccarla, scorrendo sul suo stomaco, tra le sue cosce, pizzicandole i capezzoli. Lei si girò la testa appena sufficiente per permettermi di baciarla sulla bocca. Era un bacio goffo, dato l'angolazione, ma incredibilmente intimo, pieno di una lingua che esplorava e prometteva.
"Non smettere"mormorò lei contro le mie labbra. "Non fermarti "
"Non lo farò " risposi, affondando ancora un po' più a fondo, sentendo le sue natiche premere contro il mio bacino. "Sei tutto quello che ho adesso."
Le parole uscirono prima che potessi fermarle, pesanti e cariche di un significato che spaventava. Ma in quel momento, con il suo corpo avvolto al mio e il calore che ci avvolgeva, erano vere. Continuammo così, persi in un vortice di sensazioni lente e languide, ignorando il mondo là fuori.
Volevamo che non finisse mai. Volevamo esorcizzare tutti i demoni: la brutalità di Marco, la freddezza di Valentina, i divieti, i ruoli. Eravamo solo un uomo e una donna, perduti l'uno nell'altra.
Quando il culmine arrivò, fu un'onda anomala che ci travolse entrambi. Sentii il corpo di Irene contrarsi violentemente attorno a me; gridò il mio nome nel buio, un suono puro e liberatorio. La seguii un istante dopo, uscendo da lei, svuotandomi di ogni paura in un orgasmo che mi lasciò senza fiato e senza forze.
Crollai accanto a lei, il petto che si alzava e si abbassava convulsamente. I nostri respiri affannosi riempivano la stanza, i cuori che battevano all'unisono, come tamburi impazziti.
La tirai contro di me, sistemando la sua testa sul mio petto. Lei intrecciò una gamba alla mia e mi baciò la spalla madida di sudore.
Non dicemmo più nulla. Nel buio di quella stanza che per la prima volta chiamavo *casa*, con il profumo di lei addosso e il suo respiro regolare che mi cullava, mi addormentai abbracciato a lei, sentendomi, per la prima volta dopo anni, disperatamente felice.
CONTINUA....
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