Maledetta tentazione. Capitolo 5
di
Michael035
genere
tradimenti
Dopo un paio di settimane ero pronto per il ritorno in campo, il mister mi riinseri in squadra gradualmente per evitare ricardute. Il ritorno in campo dal primo minuto fu nel derby più sentito della Contea del Devon.
Il fango di Home Park aveva un sapore diverso da quello di qualunque altro stadio. Sapeva di ruggine, di pioggia acida e di odio accumulato in decenni di rivalità regionale. Non era il glamour della Premier League o l'eleganza di San Siro; era il Devon Derby, la semifinale di EFL Trophy. Per il resto del mondo era solo una coppa di categoria, ma per noi significava Wembley. Per i diciassettemila indemoniati sugli spalti, era la guerra.
Il diluvio che si abbatteva su Plymouth era brutale. Non era la pioggerellina di Exeter che accompagnava i miei silenzi con Chloe; questo era un muro d'acqua che trasformava il campo in una palude e la palla in un proiettile viscido.
Di solito ero un chirurgico, ma nell'ultimo mese la mia precisione era diventata un ricordo. Ero un automa. Interpretavo la parte del fidanzato devoto a casa, cullando Chloe e il suo segreto doloroso, ma ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo il ronzio del messaggio di Asia. “Cerca di non pensare troppo a me”.
Ero in apnea da trenta giorni. E in campo, se non respiri, affoghi.
L'atmosfera era elettrica, quasi insostenibile. I tifosi del Plymouth erano a ridosso delle linee di fondo, un muro verde che vomitava insulti a ogni nostro tocco di palla. Ogni volta che andavo in contrasto, sentivo le urla dei loro ultras coprire persino il rombo dei tuoni.
«Svegliati, Michael! Accorcia!» urlò il capitano dietro di me.
Eravamo sull'1-1 all'ottantesimo minuto. Le gambe pesavano come piombo, i polmoni bruciavano per il freddo. Avrei dovuto essere lucido, avrei dovuto sentire l'uomo che mi arrivava alle spalle. Un mediano di rottura vive di sesto senso, di quella vibrazione che ti avverte del pericolo prima che accada.
Ma in quel momento, mentre ricevevo un pallone sporco a metà campo, la mia testa mi tradì. Ebbi un cortocircuito di una frazione di secondo, ma quando giochi certe partite non puoi distratti all'improvviso
«Michael, Look!»
Il grido arrivò troppo tardi. Non vidi il loro trequartista arrivare in pressione cieca. Sentii solo l'impatto. Un contrasto secco, durissimo, che mi sbalzò via la gamba d'appoggio. Persi il possesso. Scivolai nel fango mentre loro ripartivano in contropiede.
Restai a terra un secondo di troppo, stordito, guardando la maglia del numero 10 del Plymouth involarsi verso la nostra area. Il cross fu perfetto, l'incornata sotto la traversa implacabile. 2-1.
Il boato di Home Park fu un'esplosione fisica. Il terreno tremò sotto di me. I miei compagni rimasero immobili, con le mani sui fianchi, a fissare il vuoto. Sapevano tutti di chi era la colpa. Era mia. La finale di Wembley stava scivolando via nel fango per un mio blackout.
La rabbia che avevo covato per un mese, il disgusto per me stesso e la tensione di vivere una doppia vita esplosero in un istante. Diedi uno schiaffo a mano aperta sul terreno ricoperto di acqua e fango, mi rialzai coperto di melma, gli occhi iniettati di sangue. Non andai verso il compagno che aveva perso l'uomo, andai dritto verso l'arbitro.
«Era fallo! Mi è entrato dritto sul piede, cazzo! Non hai visto?» urlai, arrivandogli a pochi centimetri dal viso.
Il direttore di gara scosse la testa, indicando che aveva toccato la palla.
«Ma vaffanculo! Sei un venduto, non vedi un cazzo con questa pioggia!»
Continuai a inveire, una furia cieca che non aveva nulla a che fare con la partita. Stavo urlando contro il destino, contro Asia, contro la mia stessa debolezza. Gli misi una mano sulla spalla per girarlo, un gesto proibito, aggressivo.
L'arbitro non esitò. La mano andò al taschino posteriore. Cartellino rosso.
«Out! In the locker rooms, now»
Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie. Il rumore dello stadio divenne un ronzio bianco. Lasciai la squadra in dieci a dieci minuti dalla fine, con un gol da recuperare in un derby di semifinale. Il tradimento era completo: avevo tradito la donna che amavo, e ora avevo tradito la maglia che portavo.
Mentre percorrevo il tunnel, i tifosi del Plymouth sopra di me sputavano e lanciavano bicchieri di birra contro il plexiglass. Mi scivolava tutto addosso.
Entrai nello spogliatoio deserto. L'unico suono era il ticchettio della pioggia sul tetto di lamiera e il rumore dei miei tacchetti sul pavimento piastrellato.
Mi sedetti sulla panca, la testa tra le mani. Il fango stava iniziando a seccarsi sulla mia pelle, tirando come una cicatrice.
Le settimane che seguirono quell'espulsione scivolarono via in una nebbia fitta. Il campionato finì, e nonostante il mio crollo nel derby, la stagione fu considerata un successo. Ma il calcio era diventato un rumore di fondo. La mia vera partita, quella che mi stava distruggendo i nervi, la giocavo ogni giorno nel tentativo disperato di essere l'uomo che Chloe credeva io fossi.
Una sera, a fine maggio, mi presentai alla porta del suo bilocale. Fuori pioveva, la solita, interminabile pioggia del Devon. Chloe mi aprì indossando dei pantaloncini sportivi e una maglietta di due taglie più grande. Sorrideva.
«Chiudi gli occhi,» le dissi, senza nemmeno togliermi il giubbotto.
«Michael, cosa...»
«Fidati. Chiudili.»
Quando lo fece, le misi tra le mani una busta bianca. Lei la aprì con cautela. Dentro c'erano due fogli stampati. Li fissò per qualche secondo, decifrando le scritte.
Volo KLM. Partenza: Exeter. Scalo: Amsterdam. Destinazione: Roma Fiumicino.
Chloe alzò lo sguardo, gli occhi spalancati e già lucidi.
«Me lo avevi promesso,» sussurrò, portandosi una mano alla bocca.
«Andiamo a Roma. Incontrerò la tua famiglia.»
«Te lo avevo promesso,» confermai, stringendola a me.
In quell'abbraccio cercavo l'assoluzione. Volevo portarla nel mio mondo, mostrarle le mie radici, convinto che la bellezza di Roma e l'affetto dei miei genitori potessero fungere da scudo contro i miei demoni.
L'impatto con Fiumicino, a metà giugno, fu uno schiaffo termico. Dalle temperature più moderate dell'Inghilterra fummo catapultati in trenta gradi di afa, odore di asfalto rovente e caos. Ma il vero calore fu quello di casa mia.
Mia madre accolse Chloe come se fosse una figlia perduta, riempiendola di baci sonori, offrendole cibo in quantità industriali e parlandole in un misto di italiano e inglese maccheronico che fece ridere Chloe fino alle lacrime. Mio padre le versò del vino buono, facendola sentire la benvenuta.
Anche Marta fu molto felice di vederla e si trovarono subito in sintonia tra di loro. A me invece lanciava occhiate di disgusto mischiate all'odio.
Vedere Chloe lì, seduta al tavolo della mia cucina d'infanzia, con il viso rilassato e gli occhi che brillavano di gratitudine, mi strinse il cuore. Lei, che era sempre stata abituata all'isolamento, stava sbocciando circondata da quel caos affettuoso che solo una famiglia Romana può dare.
Ma Roma era una bestia a due facce. Se dentro le mura di casa mia mi sentivo al sicuro, fuori era un gigante che ti culla tra le urla che non sente.
Tre giorni dopo il nostro arrivo, decisi di portare Chloe a Trastevere per cena. Era una serata perfetta: l'aria si era fatta più mite, i sanpietrini riflettevano la luce calda dei lampioni e i vicoli erano un groviglio di turisti, romani, risate e profumo di carbonara. Chloe camminava stringendo il mio braccio, incantata da ogni scorcio, scattando foto ai palazzi ricoperti di edera.
Io, invece, ero in trincea.
Il mio sguardo scattava a ogni angolo, scrutava ogni volto femminile con i capelli scuri, analizzava ogni auto parcheggiata. Mi ripetevo che Roma era una metropoli di tre milioni di abitanti. Quali erano le fottute probabilità di incontrarla?
Poi, mentre passeggiavamo vicino a Piazza di Santa Maria in Trastevere, il mio sangue si congelò.
Non la vidi subito. Sentii prima la sua risata. Una risata bassa, di gola, inconfondibile.
«Ma guarda un po' chi c'è.»
La voce mi colpì come una frustata alla base del collo. Mi voltai lentamente.
Asia era lì, a due metri da noi, splendida e letale. Indossava un vestito di lino nero, semplice ma che le scivolava addosso come una seconda pelle, e i capelli le ricadevano sciolti sulle spalle.
«Asia... Ciao. Quanto tempo, non ti stavo riconoscendo. Sono tornato per le vacanze, ogni tanto ci vuole.» Dissi, cercando di salvarmi in calcio d'angolo. La voce che mi suonava estranea, metallica. La mia mano stringeva quella di Chloe in una morsa quasi dolorosa.
Il mio sguardo incrociò quello di Asia. I suoi occhi azzurri brillavano di una luce predatoria, un misto di divertimento e pura, sadica cattiveria. Nessun messaggio di minaccia, nessun avviso. Aveva aspettato il momento perfetto.
«E non sei da solo, a quanto pare,» Rispose Asia, facendo un passo avanti. Il suo sguardo scivolò su Chloe, esaminandola dalla punta dei sandali ai capelli raccolti nella solita coda.
«Piacere, sono Asia. Una... vecchissima amica di Michael.» disse in Inglese.
Chloe, ingenua e pura come l'acqua, le sorrise con gentilezza, porgendole la mano.
«Piacere mio, Asia. Io sono Chloe.»
«Chloe... che bel nome,» rispose Asia, stringendole la mano con una delicatezza finta.
Poi arrivò il fendente. Non usò doppi sensi sessuali o sguardi ambigui verso di me. Sapeva colpire molto più in basso. Sapeva riconoscere le insicurezze di una donna a chilometri di distanza.
«Mamma mia, Michael,» disse Asia, rivolgendosi a me ma tenendo gli occhi fissi su Chloe.
«È davvero un amore. E così... semplice. Davvero, beata te, Chloe.»
Il sorriso di Chloe vacillò leggermente.
«Beata me?»
Asia fece un sorriso cristallino, perfetto per sembrare innocente.
«Mamma mia, Michael… è davvero adorabile.»
Poi rise piano, portandosi il calice alle labbra.
«E così rilassata. Sai, a Roma conosco ragazze che trasformano anche una semplice cena in una specie di sfilata pur di farsi notare. Chloe invece ha questa naturalezza… quasi disarmante.»
Fece scorrere lo sguardo sul vestito di Chloe, senza mai perdere il tono gentile.
«Mi piace questa tua sicurezza. Uscire praticamente senza trucco, con qualcosa di così semplice addosso… io non ne sarei mai capace. Ma tu hai proprio quell’aria da donna che non sente il bisogno di impressionare nessuno.»
Una breve pausa.
«O forse che ha già capito che, in certi ambienti, provarci troppo sarebbe inutile. È una qualità rara.»
Fu un colpo da maestra. Sotto le mentite spoglie di un complimento, le aveva appena dato della sciatta, dell'insignificante e della brutta copia delle ragazze "vere" di Roma.
Sentii i muscoli della mascella contrarsi fino a farmi male. Volevo prenderla per il collo. Volevo urlarle di tacere. Ma se avessi reagito, se l'avessi difesa con troppa foga davanti a Francesco, avrei smascherato tutto. Dovevo fare buon viso a cattivo gioco, incassando il colpo in silenzio.
« Scusatemi, vado di fretta questa sera. È stato un piacere Clhoe. Buona serata »
«Certo,» riuscii a dire a denti stretti.
«Buona serata.»
Asia mi lanciò un'ultima occhiata. Un sorriso impercettibile, tagliente come un rasoio, piegò le sue labbra per una frazione di secondo.
Guardai Chloe. Aveva abbassato la testa, le dita che giocherellavano nervosamente con il bordo del suo vestito — un vestito a fiori che un'ora prima la faceva sentire bellissima, e che ora le sembrava improvvisamente uno straccio.
«Chloe...» mormorai, posandole una mano sulla spalla.
Lei si scostò leggermente, alzando il viso verso di me. L'illusione della serata perfetta era svanita. I suoi occhi chiari erano velati da un'ombra che conoscevo fin troppo bene: l'ombra di chi si sente deriso.
«All'inizio mi sembrava simpatica,» disse Chloe, la voce bassa, quasi un sussurro.
«Ma... Michael, so riconoscere quel tono. Le ragazze del liceo parlavano esattamente così quando volevano ferirmi facendola passare per una gentilezza.» Mi guardò, incerta.
«Pensi anche tu che io sia... sciatta per stare qui con te?»
«Non azzardarti nemmeno a pensarlo,» dissi con foga, prendendole il viso tra le mani, odiandomi per averla portata proprio nella fossa dei leoni.
«Tu sei bellissima, Chloe. Lei è solo... è solo una ragazza vuota, come la maggior parte delle ragazze qui. Non ascoltarla.»
Chloe annuì, forzando un piccolo sorriso, ma il danno era fatto. La velenosa goccia di insicurezza era stata iniettata.
Mentre riprendevamo a camminare in silenzio tra i vicoli di Trastevere, capii per chi cazzo avevo perso la testa... una vipera senza cuore.
Il giorno dopo ero ancora infastidito dalla provocazione di Asia nei confronti di Clhoe. Sapeva che mi avrebbe dato fastidio.
Dopo cena inventai una scusa per incontrare Asia e dirle di non mettere in mezzo Clhoe.
«I ragazzi della vecchia squadra hanno organizzato una birra al volo. Roba da spogliatoio, urla e stronzate. Se ti va vieni con me, ma conoscendoti ti annoieresti a morte.»
La bugia mi uscì dalla bocca con una naturalezza che mi fece ribrezzo. Chloe, seduta sul divano di casa dei miei con una tazza di tè tra le mani, mi sorrise. Odiava i gruppi rumorosi e io sapevo che avrebbe rifiutato.
«Vai tranquillo, amore. Io faccio due chiacchiere con tua madre e poi vado a letto. Divertiti.»
Le diedi un bacio sulla fronte e uscii. Appena il portone si chiuse alle mie spalle, l'espressione rilassata che mi ero incollato in faccia sparì, sostituita da una rabbia fredda e tagliente. Tirai fuori il telefono e digitai un messaggio, senza pensarci, senza darle opzioni.
«Sotto Ponte Sisto. Sulla banchina. Tra venti minuti. Se non ti presenti, giuro su Dio che vengo a suonare al citofono di Francesco.»
Visualizzò dopo qualche minuto. Nessuna risposta. Perfetto.
Raggiunsi il ponte a passo svelto, i pugni infilati nelle tasche del giubbotto leggero. La Roma di sopra era un tripudio di luci, coppiette e turisti ai tavolini all'aperto. Ma appena imboccai le vecchie scale di travertino per scendere sulla banchina del Tevere, il mondo cambiò. Lì sotto l'aria era pesante, impregnata dell'odore di acqua stagnante e umidità. Mi appoggiai al muraglione di pietra ruvida, aspettando.
Sentii il rumore dei suoi tacchi prima ancora di vederla. Asia scese gli ultimi gradini con la flemma di una regina che passa in rassegna i suoi sudditi. Indossava dei jeans attillati neri e una camicia scollata, con una giacchetta leggera appoggiato sulle spalle.
«Che modi brutali, Michael,» esordì, fermandosi a un metro da me. Il suo sorriso era la solita lama affilata. «Minacciare di venire a casa del mio fidanzato? Da quando il cagnolino inglese ha tirato fuori i denti?»
Non le diedi il tempo di finire la sua stupida messa in scena. Feci due passi veloci, azzerando la distanza, e le afferrai il braccio con una stretta ferrea. La strattonai e la sbattei contro il muraglione del fiume. L'impatto le fece sfuggire un rantolo sorpreso.
«Ascoltami bene, perché te lo dico una volta sola,» ringhiai, a un palmo dalla sua faccia.
«Non azzardarti mai più. Mai più a rivolgere la parola a Chloe. Non la guardare, non la salutare, non respirare la sua stessa cazzo di aria.»
Asia sbatté le palpebre. Per un secondo, vidi la sua maschera scivolare. Non se lo aspettava. Era abituata a vedermi cedere, implorare, ma non mi aveva mai visto così violento. I miei occhi erano neri di rabbia, il mio respiro corto e pesante.
Poi, il demone dentro di lei prese il sopravvento. Recuperò il suo sorriso storto, alzando il mento per sfidarmi.
«Altrimenti che fai? Mi picchi?» sussurrò, con un tono velenoso.
«Cosa ti ha dato così fastidio, mh? Che le ho fatto notare quanto sia scialba? Cristo, Michael, è una cazzo di suora insipida. Sta con te solo perché la fai sentire meno fallita di quello che è. E tu stai con lei perché hai paura di una donna vera.»
Le bloccai anche l'altra mano.
«Non sai niente di lei. Sei solo una stronza vuota che gioca con le vite degli altri perché la tua fa schifo,» sputai.
«Sei infelice, Asia. Te ne scopi due. Sei marcia dentro.»
Vidi i suoi occhi azzurri dilatarsi, ma non di dolore. Di pura, fottuta eccitazione. La mia aggressività non la stava spaventando, la stava accendendo. Si liberò dalla mia presa, una mano scivolò lungo il mio addome, fino ad afferrare la mia erezione attraverso la stoffa dei jeans. Mi si annebbiò la vista. La odiavo. Volevo distruggerla.
Mi spinsi contro di lei, premendo il mio bacino contro il suo, assecondando l'istinto animale di prenderla lì, contro quella pietra sporca e umida.
Ma Asia mi fermò. Prese il mio viso tra le mani, piantando le sue unghie laccate sulle mie guance, e mi guardò con una lucidità cinica e spietata.
«Calma, leone,» sussurrò, le labbra a un millimetro dalle mie. Il suo respiro sapeva di menta e alcol.
«Non scopiamo qui sotto, al buio e in mezzo al fango, come due tossici disperati.»
Fece scivolare il pollice sul mio labbro inferiore, tirandolo leggermente.
«C'è il Tree Charme, a due passi da qui. Piazza Trilussa. Niente lusso, niente domande. Entri, paghi una stanza, mi porti su e mi fai vedere quanto cazzo sei arrabbiato. Se ne hai il coraggio.»
Era una manipolazione perfetta. Stava usando la mia rabbia e la mia eccitazione, mischiandole in un cocktail che non potevo rifiutare. Mi stava sfidando a dimostrarle il mio odio nel modo in cui lei lo comprendeva meglio: fottendola.
«Oppure vuoi vedere di nuovo casa di Franci? Stasera non c'è, quindi potevi venire... in tutti i sensi» disse alimentando quel foco che stava per divampare.
E io, l'uomo che amava Chloe, l'uomo che le aveva promesso protezione, abbassai la testa e mi lasciai trascinare all'inferno.
La camminata fino all'hotel fu un'agonia silenziosa. Trecento metri in cui non ci guardammo mai in faccia. Alla reception, pagai in contanti, prendendo la chiave magnetica senza incrociare lo sguardo del portiere di notte. La stanza era al secondo piano. Pulita, anonima, illuminata da una luce fredda.
Appena la porta si chiuse alle nostre spalle con uno scatto metallico, la tensione esplose.
Non ci furono preliminari. Non c'era amore da fare. Asia si voltò e mi afferrò dal colletto del giubbotto, tirandomi a sé. Le nostre bocche si scontrarono in un bacio feroce, che sapeva di sangue e disperazione. Le afferrai i capelli, tirando la testa all'indietro per esporre il suo collo, e la spinsi verso il letto.
Cadde all'indietro sul materasso, senza mai staccare gli occhi dai miei. Si sfilò ila camicia in un secondo, sbottonandosi i jeans e calciandoli via. Era perfetta, spietata, bellissima.
Mi spogliai con foga, la rabbia che mi bruciava le vene. Quando mi buttai su di lei, Asia allargò le gambe, accogliendomi.
Entrai in lei con una spinta singola, secca e brutale. Asia buttò la testa all'indietro, inarcando la schiena in uno spasmo violento. Piantò le unghie nella mia carne, graffiandomi le spalle.
«Cazzo... sì,» ansimò, la voce rotta.
Iniziai a spingere con una forza cieca. Non la stavo accarezzando, la stavo punendo. Volevo zittire la sua arroganza, cancellare il suo sorriso sarcastico, distruggere ogni cellula del suo corpo che aveva osato umiliare Chloe.
Ma Asia si nutriva di quella brutalità. Le sue gambe si allacciarono intorno ai miei fianchi, stringendomi come una morsa.
«Falle male...» mi suggerì la mia testa, con una perversione che mi fece tremare i polsi.
«Aprimi per bene Michael, sfondami. Dimmelo che con lei ti annoi. Dai, Michael!»
«Stai zitta!» ringhiai, afferrandola per i fianchi e spingendo più a fondo, fino a farla gemere di dolore e piacere mischiati.
«Sei solo una puttana arrogante. Non sei niente!»
«No, sono la tua puttana arrogante,» ribatté, ansimando pesantemente, gli occhi chiusi e l'espressione contorta dalla lussuria.
Afferrai i suoi polsi e glieli bloccai sopra la testa, premendola contro il materasso, costringendola a guardare la mia espressione stravolta.
«Tu sei solo un vizio, Asia,» sibilai a pochi centimetri dalla sua bocca.
Il respiro è affannoso, mischiato al fruscio dei lenzuoli e agli schiacciamenti della pelle contro la pelle. Il sudore comincia a scendere sulla mia schiena. Lei si contorce sotto di me, arcuando la schiena per offrirmi più profondità.
«Non fermarti, continua... cosii siii,» sibila, afferrandomi i capelli e tirandomi verso di sé per un altro bacio violento, pieno di saliva e denti.
All'improvviso, si libera con una forza sorprendente.
«Sdraiati» ordina, non chiede. Mi stiro di schiena e lei si sposta, agile come un gatto. Si mette a cavalcioni, ma non guardandomi; si gira, dando le spalle alla mia testa. La vista è mozzafiato: quel suo culo enorme, sproporzionato rispetto al resto del corpo snello, si staglia contro la luce tenue della stanza. Si abbassa, afferrando il mio cazzo ancora bagnato dei suoi succhi e guidandolo verso la sua entrata. Scivola dentro di nuovo, e questa volta la sensazione è diversa, più profonda, visivamente schiacciante.
Inizia a muoversi, scendendo con forza, le sue guance del culo che sbattono contro le mie ossa pelviche. La vedo affondare, i muscoli delle cosce che si tendono, la schiena che si incurva. Questa volta non c'è il preservativo. Sento tutto, ogni rugosità, ogni contrazione, ogni onda di calore. È una sensazione proibita, pericolosa, che mi manda il cervello in corto circuito.
« Aah siii, scopami più forte... mmhh. Aah sii, aah sii, aah » geme lei, piegandosi in avanti per toccarsi le caviglie, offrendomi quella vista spettacolare mentre mi cavalca.
« Ti piace puttanella? Mmh Prendilo tutto. »
Il piacere si accumula alle base della colonna vertebrale, una pressione insopportabile. Lei accelera, i suoi movimenti diventano frenetici, irregolari.
« Eccomi Michaeelll» geme urlando il mio nome, la voce rotta. Le sue contrazioni iniziano, una serie di spasmi che stringono il mio cazzo in una morsa mortale. Lei urla, un suono liberatorio, il corpo che tresta tutto mentre l'orgasmo la travolge.
«Tu nom venire dentri» mi ordina, il tono tagliente anche nel mezzo del suo piacere.
« Ti uccido se mi sborri dentro, chiaro? »
È una lotta fisica trattenere l'istinto. La sensazione della sua figa che mi spreme è quasi troppa. All'ultimo secondo, lei si alza di scatto, il mio cazzo scivola fuori, libero nell'aria fredda e vibrante di bisogno. Lei si gira immediatamente, scivolando giù per il mio corpo come un serpente. Le sue mani afferrano la mia asta, calde e scivolose, iniziando a masturbarmi furiosamente
« Guardami » comanda. I suoi occhi azzurri sono incollati ai miei, dilatati, pieni di un dominio assoluto. Apro la bocca in un grido silenzioso mentre l'orgasmo esplode. Il primo getto colpisce il suo mento, ma lei si sposta in avanti, afferrando la cappella con le labbra. Ingoia tutto, la gola che si muove mentre accoglie il mio sperma caldo, i suoi occhi che non mi abbandonano nemmeno per un secondo. Succhia l'ultima goccia, pulendomi con la lingua, un sorviso soddisfatto che gioca sui suoi angoli della bocca mentre mi guarda sconfitto ed esausto.
Rimasi sdraiato materasso sfatto, il sudore che mi colava sulla fronte. Il silenzio della stanza anonima cadde su di noi come una lapide. L'adrenalina iniziò a defluire, lasciando il posto al solito, nauseante disgusto.
Guardai il soffitto. L'avevo fatto di nuovo. E questa volta, i miei genitori e Chloe erano a pochi chilometri di distanza.
Mi alzai senza guardarla. Iniziai a rivestirmi, i movimenti rigidi, meccanici. Mi allacciai i pantaloni, infilai la maglietta.
Asia era ancora sul letto. Lentamente, si tirò su, portandosi le ginocchia al petto. Non disse una parola. Non fece la sua solita battuta sarcastica. Non cercò di umiliarmi o di rimarcare la sua vittoria.
Cercai di rivestirmi in fretta. Mi voltai verso di lei.
Mi bloccai. I suoi occhi azzurri erano diversi. Il cinismo era sparito. L'arroganza era svanita. C'era una crepa in quel marmo freddo dietro cui si era sempre nascosta. Mi guardava con uno smarrimento fottuto, una vulnerabilità che non le apparteneva. Come se quel mio odio incontrollabile, quella mia disperata voglia di difendere un'altra donna, le avessero toccato qualcosa dentro che non sapeva nemmeno di avere.
Mi stava guardando non come il trofeo da sottrarre agli altri, ma come l'unico uomo che le aveva mai tenuto testa.
«Sposati, Asia,» le dissi, la voce atona, fredda.
«Rovinati la vita. Usa Francesco come bancomat. Fai quello che cazzo ti pare. Ma sparisci dalla mia.»
Avevo già la mano sulla maniglia. Il metallo freddo sembrava l'unico contatto onesto in quella stanza intrisa di bugie. Volevo solo scappare, correre sotto la pioggia di Roma e sperare che bastasse a lavarmi via l'odore di Asia dalla pelle.
Ma lei fu più veloce.
Sentii il fruscio delle lenzuola e un istante dopo il suo corpo si schiantò contro la mia schiena. Mi spinse con una forza disperata contro il legno della porta, richiudendola con uno scatto secco. Girò la chiave. Il rumore della serratura risuonò come una condanna.
«Non te ne vai così, Michael. Non stavolta.»
Mi voltai di scatto, pronto a ringhiarle contro, ma le parole mi morirono in gola. Asia era lì, nuda, i capelli neri, umidi per il sudore davanti agli occhi e il respiro che le tremava nel petto. Non c’era traccia del suo solito ghigno. C’era una rabbia che somigliava terribilmente al dolore.
«Ma non lo capisci, cazzo?» esplose, colpendomi il petto con i pugni chiusi.
«Possibile che tu sia sempre il solito ingenuo, il solito ragazzino che gioca a fare il bravo uomo? Io non lo voglio Francesco. Non me ne frega un cazzo di lui, dei suoi soldi o della sua vita perfetta. Io voglio te.»
Mi afferrò il viso, costringendomi a guardarla. Le sue pupille erano enormi.
«Voglio te perché adoro come mi fai sentire. Sono passati anni, sei cambiato, ma quella tua ingenuità del cazzo è rimasta ed è per questo che non mi hai fatta tua anni fa. Sei diventato marcio, egoista, spietato. Ed è l'unica cosa che mi fa sentire viva. Sei l'unico che mi vede davvero, e mi odi per questo... ma è proprio quell'odio che ci lega.»
Quelle parole furono un colpo basso, più doloroso di qualunque insulto. Mi stava dicendo che non c'era speranza di redenzione, perché la mia vera natura era quella che emergeva solo con lei.
Non risposi. Non potevo. La baciai.
Ma non fu il bacio di prima. Non c’era più la voglia di punirla. C’era una specie di rassegnazione feroce. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, cercando la sua pelle con una fame che non riuscivo a domare. Ci trascinammo di nuovo verso il letto, inciampando nei vestiti abbandonati a terra.
Mi sdraiai, svuotato, la testa che mi scoppiava. Il desiderio c'era, lo sentivo bruciare sotto la pelle, ma il mio corpo sembrava aver dato tutto nella prima, brutale scarica di adrenalina.
Asia lo capì subito. Non mi derise. Si inginocchiò tra le mie gambe, i capelli scuri che mi solleticavano le cosce. Iniziò a baciarmi, risalendo lentamente, le sue dita che accarezzavano l'interno delle mie cosce con una pazienza metodica, quasi dolce.
«Rilassati, Michael,» sussurrò, con una dolcezza carnale che non le apparteneva.
«Ci penso io a farti tornare la voglia.»
Si chinò su di me, prendendomi tra le labbra con una lentezza metodica. Sentii il calore della sua bocca e il ritmo costante della sua lingua che iniziava a riportarmi in vita, pompando sangue ed elettricità. Ma non volevo essere solo uno spettatore. Non con lei. L'afferrai per i fianchi e la feci voltare, posizionandola sopra di me in modo da avere il suo sesso perfettamente allineato al mio viso.
Ci incastrammo in un perfetto 69. Iniziai a lavorarla con la lingua, assaggiando il suo sapore forte, umido, mentre lei faceva lo stesso con me, scivolando su e giù con una foga crescente. Era un equilibrio di potere, un darsi e prendersi reciproco nel silenzio rotto solo dai nostri respiri irregolari e dai suoni umidi delle nostre bocche. Sentivo le sue dita stringere le lenzuola, i muscoli delle sue cosce tendersi contro il mio collo mentre la portavo al limite, e contemporaneamente sentivo il mio cazzo tornare duro come il marmo sotto le sue labbra esperte.
Quando fummo entrambi carichi, saturi di quella tensione elettrica, la fermai. Le presi i fianchi, facendola ruotare e mettendola a quattro zampe sul letto.
Era la sua posizione. Il punto in cui Asia esprimeva tutto il suo potere e la sua sottomissione, la curva perfetta della sua schiena inarcata e il bacino offerto come una sfida. Mi posizionai dietro di lei, ammirando per un secondo la linea della sua colonna vertebrale e il graffio rosso che le avevo lasciato prima.
Posizionai la punta all'entrata della sua figa, con la mano destra la muovevo su e giù su tutta la sua figa. Poi entrai in lei con una spinta lunga, riempiendola completamente. Asia emise un gemito sordo, abbassando la testa sui gomiti.
« Ooh... oddio siii »
Questa volta la foga era controllata. Non c'era la frenesia cieca e violenta di prima; c'era un ritmo costante, profondo, inesorabile. Ogni spinta era un fottuto colpo di martello su un chiodo già piantato. Il suono della mia carne che sbatteva contro la sua riempiva la stanza dell'hotel, mescolandosi al suo respiro corto.
Le infilai una mano tra i capelli, afferrandone una ciocca spessa alla radice. Tirai bruscamente indietro, costringendola a sollevare il collo e a inarcare ancora di più la schiena. Asia boccheggiò, le labbra dischiuse, in balia della mia presa.
«Mi odi o mi ami?» le domandai, la voce bassa, rotta dallo sforzo.
Lei chiuse gli occhi, il petto che si alzava e si abbassava violentemente a ogni mia spinta. La sua natura ribelle, quella corazza di cinismo e superiorità, lottava contro il piacere che le stavo dando.
«Ti odio,» ansimò, la voce carica di un risentimento che non era più credibile.
Invece di lasciarla andare, cambiai presa. Feci scivolare entrambe le braccia sotto le sue ascelle, sollevandole il busto dal materasso con uno strappo di reni. La tirai su, facendola sbattere contro il mio petto sudato, costringendola a stare in ginocchio, schiacciata contro di me. Il mio viso era incollato al suo profilo, il mio respiro caldo contro il suo orecchio, mentre continuavo a spingere dentro di lei da quella nuova angolazione, più profonda e invasiva.
« Aah sii, siii. Fammi tua, siii »
Asia buttò la testa all'indietro, appoggiandola sulla mia spalla. Era completamente vulnerabile, incastrata tra il mio corpo e il peso della sua stessa ossessione.
«Lasciala, Michael,» sussurrò improvvisamente, la voce rotta da un gemito mentre premevo a fondo. Le sue mani cercarono le mie braccia, stringendole.
«Lascia Clhoe e prendi me.»
Il mio cervello andò in corto circuito. La proposta nuda e cruda di distruggere tutto. Di mandare in frantumi il mondo puro di Chloe per sprofondare in quello tossico di Asia. Era quello che voleva. La vittoria totale. Ma io non ero più il ragazzino che pendeva dalle sue labbra. E glielo avevo appena dimostrato.
Le morsi leggermente il lobo dell'orecchio, continuando a muovere il bacino con una brutalità calcolata.
«Pensi che sia così idiota? Mmh» le sussurrai a un millimetro dalla pelle.
«Prima tu, Asia. Lascia Francesco.»
La sentii irrigidirsi contro il mio petto. Il colpo era andato a segno. L'avevo messa all'angolo, ribaltando le regole del suo fottuto gioco. Se voleva che io distruggessi il mio porto sicuro, lei doveva rinunciare al suo bancomat, alla sua vita comoda a Roma.
«Bastardo...» gemette, ma non era un insulto. Era pura, fottuta eccitazione. Il fatto che io la sfidassi ad armi pari la faceva impazzire.
Iniziò a contrarsi intorno a me. Il suo orgasmo arrivò come un'onda d'urto. Si aggrappò alle mie braccia, le unghie che mi segnavano la pelle, emettendo un grido strozzato che riempì la stanza.
«Vengoo.... oohh, mmh.... oddio SIIII »
Io cedetti un istante dopo, uscendo di nuovo da lei e spingendola sul materasso di prepotenza, svuotandomi sopra di lei, su quel culo perfetto con un'intensità che mi lasciò la vista annebbiata e il respiro mozzato. Mi accascai sulla sua schiena, appoggiandomi leggermente. Il silenzio tornò a fare da padrone nella stanza. Avevamo appena siglato un patto muto. Nessuno dei due avrebbe fatto la prima mossa per distruggere la propria vita ufficiale, ma nessuno dei due era più in grado di fare a meno dell'altro. Eravamo condannati.
CONTINUA... . .
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Sarà un piacere leggere i vostri pensieri e lasciarmi ispirare.
Il fango di Home Park aveva un sapore diverso da quello di qualunque altro stadio. Sapeva di ruggine, di pioggia acida e di odio accumulato in decenni di rivalità regionale. Non era il glamour della Premier League o l'eleganza di San Siro; era il Devon Derby, la semifinale di EFL Trophy. Per il resto del mondo era solo una coppa di categoria, ma per noi significava Wembley. Per i diciassettemila indemoniati sugli spalti, era la guerra.
Il diluvio che si abbatteva su Plymouth era brutale. Non era la pioggerellina di Exeter che accompagnava i miei silenzi con Chloe; questo era un muro d'acqua che trasformava il campo in una palude e la palla in un proiettile viscido.
Di solito ero un chirurgico, ma nell'ultimo mese la mia precisione era diventata un ricordo. Ero un automa. Interpretavo la parte del fidanzato devoto a casa, cullando Chloe e il suo segreto doloroso, ma ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo il ronzio del messaggio di Asia. “Cerca di non pensare troppo a me”.
Ero in apnea da trenta giorni. E in campo, se non respiri, affoghi.
L'atmosfera era elettrica, quasi insostenibile. I tifosi del Plymouth erano a ridosso delle linee di fondo, un muro verde che vomitava insulti a ogni nostro tocco di palla. Ogni volta che andavo in contrasto, sentivo le urla dei loro ultras coprire persino il rombo dei tuoni.
«Svegliati, Michael! Accorcia!» urlò il capitano dietro di me.
Eravamo sull'1-1 all'ottantesimo minuto. Le gambe pesavano come piombo, i polmoni bruciavano per il freddo. Avrei dovuto essere lucido, avrei dovuto sentire l'uomo che mi arrivava alle spalle. Un mediano di rottura vive di sesto senso, di quella vibrazione che ti avverte del pericolo prima che accada.
Ma in quel momento, mentre ricevevo un pallone sporco a metà campo, la mia testa mi tradì. Ebbi un cortocircuito di una frazione di secondo, ma quando giochi certe partite non puoi distratti all'improvviso
«Michael, Look!»
Il grido arrivò troppo tardi. Non vidi il loro trequartista arrivare in pressione cieca. Sentii solo l'impatto. Un contrasto secco, durissimo, che mi sbalzò via la gamba d'appoggio. Persi il possesso. Scivolai nel fango mentre loro ripartivano in contropiede.
Restai a terra un secondo di troppo, stordito, guardando la maglia del numero 10 del Plymouth involarsi verso la nostra area. Il cross fu perfetto, l'incornata sotto la traversa implacabile. 2-1.
Il boato di Home Park fu un'esplosione fisica. Il terreno tremò sotto di me. I miei compagni rimasero immobili, con le mani sui fianchi, a fissare il vuoto. Sapevano tutti di chi era la colpa. Era mia. La finale di Wembley stava scivolando via nel fango per un mio blackout.
La rabbia che avevo covato per un mese, il disgusto per me stesso e la tensione di vivere una doppia vita esplosero in un istante. Diedi uno schiaffo a mano aperta sul terreno ricoperto di acqua e fango, mi rialzai coperto di melma, gli occhi iniettati di sangue. Non andai verso il compagno che aveva perso l'uomo, andai dritto verso l'arbitro.
«Era fallo! Mi è entrato dritto sul piede, cazzo! Non hai visto?» urlai, arrivandogli a pochi centimetri dal viso.
Il direttore di gara scosse la testa, indicando che aveva toccato la palla.
«Ma vaffanculo! Sei un venduto, non vedi un cazzo con questa pioggia!»
Continuai a inveire, una furia cieca che non aveva nulla a che fare con la partita. Stavo urlando contro il destino, contro Asia, contro la mia stessa debolezza. Gli misi una mano sulla spalla per girarlo, un gesto proibito, aggressivo.
L'arbitro non esitò. La mano andò al taschino posteriore. Cartellino rosso.
«Out! In the locker rooms, now»
Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie. Il rumore dello stadio divenne un ronzio bianco. Lasciai la squadra in dieci a dieci minuti dalla fine, con un gol da recuperare in un derby di semifinale. Il tradimento era completo: avevo tradito la donna che amavo, e ora avevo tradito la maglia che portavo.
Mentre percorrevo il tunnel, i tifosi del Plymouth sopra di me sputavano e lanciavano bicchieri di birra contro il plexiglass. Mi scivolava tutto addosso.
Entrai nello spogliatoio deserto. L'unico suono era il ticchettio della pioggia sul tetto di lamiera e il rumore dei miei tacchetti sul pavimento piastrellato.
Mi sedetti sulla panca, la testa tra le mani. Il fango stava iniziando a seccarsi sulla mia pelle, tirando come una cicatrice.
Le settimane che seguirono quell'espulsione scivolarono via in una nebbia fitta. Il campionato finì, e nonostante il mio crollo nel derby, la stagione fu considerata un successo. Ma il calcio era diventato un rumore di fondo. La mia vera partita, quella che mi stava distruggendo i nervi, la giocavo ogni giorno nel tentativo disperato di essere l'uomo che Chloe credeva io fossi.
Una sera, a fine maggio, mi presentai alla porta del suo bilocale. Fuori pioveva, la solita, interminabile pioggia del Devon. Chloe mi aprì indossando dei pantaloncini sportivi e una maglietta di due taglie più grande. Sorrideva.
«Chiudi gli occhi,» le dissi, senza nemmeno togliermi il giubbotto.
«Michael, cosa...»
«Fidati. Chiudili.»
Quando lo fece, le misi tra le mani una busta bianca. Lei la aprì con cautela. Dentro c'erano due fogli stampati. Li fissò per qualche secondo, decifrando le scritte.
Volo KLM. Partenza: Exeter. Scalo: Amsterdam. Destinazione: Roma Fiumicino.
Chloe alzò lo sguardo, gli occhi spalancati e già lucidi.
«Me lo avevi promesso,» sussurrò, portandosi una mano alla bocca.
«Andiamo a Roma. Incontrerò la tua famiglia.»
«Te lo avevo promesso,» confermai, stringendola a me.
In quell'abbraccio cercavo l'assoluzione. Volevo portarla nel mio mondo, mostrarle le mie radici, convinto che la bellezza di Roma e l'affetto dei miei genitori potessero fungere da scudo contro i miei demoni.
L'impatto con Fiumicino, a metà giugno, fu uno schiaffo termico. Dalle temperature più moderate dell'Inghilterra fummo catapultati in trenta gradi di afa, odore di asfalto rovente e caos. Ma il vero calore fu quello di casa mia.
Mia madre accolse Chloe come se fosse una figlia perduta, riempiendola di baci sonori, offrendole cibo in quantità industriali e parlandole in un misto di italiano e inglese maccheronico che fece ridere Chloe fino alle lacrime. Mio padre le versò del vino buono, facendola sentire la benvenuta.
Anche Marta fu molto felice di vederla e si trovarono subito in sintonia tra di loro. A me invece lanciava occhiate di disgusto mischiate all'odio.
Vedere Chloe lì, seduta al tavolo della mia cucina d'infanzia, con il viso rilassato e gli occhi che brillavano di gratitudine, mi strinse il cuore. Lei, che era sempre stata abituata all'isolamento, stava sbocciando circondata da quel caos affettuoso che solo una famiglia Romana può dare.
Ma Roma era una bestia a due facce. Se dentro le mura di casa mia mi sentivo al sicuro, fuori era un gigante che ti culla tra le urla che non sente.
Tre giorni dopo il nostro arrivo, decisi di portare Chloe a Trastevere per cena. Era una serata perfetta: l'aria si era fatta più mite, i sanpietrini riflettevano la luce calda dei lampioni e i vicoli erano un groviglio di turisti, romani, risate e profumo di carbonara. Chloe camminava stringendo il mio braccio, incantata da ogni scorcio, scattando foto ai palazzi ricoperti di edera.
Io, invece, ero in trincea.
Il mio sguardo scattava a ogni angolo, scrutava ogni volto femminile con i capelli scuri, analizzava ogni auto parcheggiata. Mi ripetevo che Roma era una metropoli di tre milioni di abitanti. Quali erano le fottute probabilità di incontrarla?
Poi, mentre passeggiavamo vicino a Piazza di Santa Maria in Trastevere, il mio sangue si congelò.
Non la vidi subito. Sentii prima la sua risata. Una risata bassa, di gola, inconfondibile.
«Ma guarda un po' chi c'è.»
La voce mi colpì come una frustata alla base del collo. Mi voltai lentamente.
Asia era lì, a due metri da noi, splendida e letale. Indossava un vestito di lino nero, semplice ma che le scivolava addosso come una seconda pelle, e i capelli le ricadevano sciolti sulle spalle.
«Asia... Ciao. Quanto tempo, non ti stavo riconoscendo. Sono tornato per le vacanze, ogni tanto ci vuole.» Dissi, cercando di salvarmi in calcio d'angolo. La voce che mi suonava estranea, metallica. La mia mano stringeva quella di Chloe in una morsa quasi dolorosa.
Il mio sguardo incrociò quello di Asia. I suoi occhi azzurri brillavano di una luce predatoria, un misto di divertimento e pura, sadica cattiveria. Nessun messaggio di minaccia, nessun avviso. Aveva aspettato il momento perfetto.
«E non sei da solo, a quanto pare,» Rispose Asia, facendo un passo avanti. Il suo sguardo scivolò su Chloe, esaminandola dalla punta dei sandali ai capelli raccolti nella solita coda.
«Piacere, sono Asia. Una... vecchissima amica di Michael.» disse in Inglese.
Chloe, ingenua e pura come l'acqua, le sorrise con gentilezza, porgendole la mano.
«Piacere mio, Asia. Io sono Chloe.»
«Chloe... che bel nome,» rispose Asia, stringendole la mano con una delicatezza finta.
Poi arrivò il fendente. Non usò doppi sensi sessuali o sguardi ambigui verso di me. Sapeva colpire molto più in basso. Sapeva riconoscere le insicurezze di una donna a chilometri di distanza.
«Mamma mia, Michael,» disse Asia, rivolgendosi a me ma tenendo gli occhi fissi su Chloe.
«È davvero un amore. E così... semplice. Davvero, beata te, Chloe.»
Il sorriso di Chloe vacillò leggermente.
«Beata me?»
Asia fece un sorriso cristallino, perfetto per sembrare innocente.
«Mamma mia, Michael… è davvero adorabile.»
Poi rise piano, portandosi il calice alle labbra.
«E così rilassata. Sai, a Roma conosco ragazze che trasformano anche una semplice cena in una specie di sfilata pur di farsi notare. Chloe invece ha questa naturalezza… quasi disarmante.»
Fece scorrere lo sguardo sul vestito di Chloe, senza mai perdere il tono gentile.
«Mi piace questa tua sicurezza. Uscire praticamente senza trucco, con qualcosa di così semplice addosso… io non ne sarei mai capace. Ma tu hai proprio quell’aria da donna che non sente il bisogno di impressionare nessuno.»
Una breve pausa.
«O forse che ha già capito che, in certi ambienti, provarci troppo sarebbe inutile. È una qualità rara.»
Fu un colpo da maestra. Sotto le mentite spoglie di un complimento, le aveva appena dato della sciatta, dell'insignificante e della brutta copia delle ragazze "vere" di Roma.
Sentii i muscoli della mascella contrarsi fino a farmi male. Volevo prenderla per il collo. Volevo urlarle di tacere. Ma se avessi reagito, se l'avessi difesa con troppa foga davanti a Francesco, avrei smascherato tutto. Dovevo fare buon viso a cattivo gioco, incassando il colpo in silenzio.
« Scusatemi, vado di fretta questa sera. È stato un piacere Clhoe. Buona serata »
«Certo,» riuscii a dire a denti stretti.
«Buona serata.»
Asia mi lanciò un'ultima occhiata. Un sorriso impercettibile, tagliente come un rasoio, piegò le sue labbra per una frazione di secondo.
Guardai Chloe. Aveva abbassato la testa, le dita che giocherellavano nervosamente con il bordo del suo vestito — un vestito a fiori che un'ora prima la faceva sentire bellissima, e che ora le sembrava improvvisamente uno straccio.
«Chloe...» mormorai, posandole una mano sulla spalla.
Lei si scostò leggermente, alzando il viso verso di me. L'illusione della serata perfetta era svanita. I suoi occhi chiari erano velati da un'ombra che conoscevo fin troppo bene: l'ombra di chi si sente deriso.
«All'inizio mi sembrava simpatica,» disse Chloe, la voce bassa, quasi un sussurro.
«Ma... Michael, so riconoscere quel tono. Le ragazze del liceo parlavano esattamente così quando volevano ferirmi facendola passare per una gentilezza.» Mi guardò, incerta.
«Pensi anche tu che io sia... sciatta per stare qui con te?»
«Non azzardarti nemmeno a pensarlo,» dissi con foga, prendendole il viso tra le mani, odiandomi per averla portata proprio nella fossa dei leoni.
«Tu sei bellissima, Chloe. Lei è solo... è solo una ragazza vuota, come la maggior parte delle ragazze qui. Non ascoltarla.»
Chloe annuì, forzando un piccolo sorriso, ma il danno era fatto. La velenosa goccia di insicurezza era stata iniettata.
Mentre riprendevamo a camminare in silenzio tra i vicoli di Trastevere, capii per chi cazzo avevo perso la testa... una vipera senza cuore.
Il giorno dopo ero ancora infastidito dalla provocazione di Asia nei confronti di Clhoe. Sapeva che mi avrebbe dato fastidio.
Dopo cena inventai una scusa per incontrare Asia e dirle di non mettere in mezzo Clhoe.
«I ragazzi della vecchia squadra hanno organizzato una birra al volo. Roba da spogliatoio, urla e stronzate. Se ti va vieni con me, ma conoscendoti ti annoieresti a morte.»
La bugia mi uscì dalla bocca con una naturalezza che mi fece ribrezzo. Chloe, seduta sul divano di casa dei miei con una tazza di tè tra le mani, mi sorrise. Odiava i gruppi rumorosi e io sapevo che avrebbe rifiutato.
«Vai tranquillo, amore. Io faccio due chiacchiere con tua madre e poi vado a letto. Divertiti.»
Le diedi un bacio sulla fronte e uscii. Appena il portone si chiuse alle mie spalle, l'espressione rilassata che mi ero incollato in faccia sparì, sostituita da una rabbia fredda e tagliente. Tirai fuori il telefono e digitai un messaggio, senza pensarci, senza darle opzioni.
«Sotto Ponte Sisto. Sulla banchina. Tra venti minuti. Se non ti presenti, giuro su Dio che vengo a suonare al citofono di Francesco.»
Visualizzò dopo qualche minuto. Nessuna risposta. Perfetto.
Raggiunsi il ponte a passo svelto, i pugni infilati nelle tasche del giubbotto leggero. La Roma di sopra era un tripudio di luci, coppiette e turisti ai tavolini all'aperto. Ma appena imboccai le vecchie scale di travertino per scendere sulla banchina del Tevere, il mondo cambiò. Lì sotto l'aria era pesante, impregnata dell'odore di acqua stagnante e umidità. Mi appoggiai al muraglione di pietra ruvida, aspettando.
Sentii il rumore dei suoi tacchi prima ancora di vederla. Asia scese gli ultimi gradini con la flemma di una regina che passa in rassegna i suoi sudditi. Indossava dei jeans attillati neri e una camicia scollata, con una giacchetta leggera appoggiato sulle spalle.
«Che modi brutali, Michael,» esordì, fermandosi a un metro da me. Il suo sorriso era la solita lama affilata. «Minacciare di venire a casa del mio fidanzato? Da quando il cagnolino inglese ha tirato fuori i denti?»
Non le diedi il tempo di finire la sua stupida messa in scena. Feci due passi veloci, azzerando la distanza, e le afferrai il braccio con una stretta ferrea. La strattonai e la sbattei contro il muraglione del fiume. L'impatto le fece sfuggire un rantolo sorpreso.
«Ascoltami bene, perché te lo dico una volta sola,» ringhiai, a un palmo dalla sua faccia.
«Non azzardarti mai più. Mai più a rivolgere la parola a Chloe. Non la guardare, non la salutare, non respirare la sua stessa cazzo di aria.»
Asia sbatté le palpebre. Per un secondo, vidi la sua maschera scivolare. Non se lo aspettava. Era abituata a vedermi cedere, implorare, ma non mi aveva mai visto così violento. I miei occhi erano neri di rabbia, il mio respiro corto e pesante.
Poi, il demone dentro di lei prese il sopravvento. Recuperò il suo sorriso storto, alzando il mento per sfidarmi.
«Altrimenti che fai? Mi picchi?» sussurrò, con un tono velenoso.
«Cosa ti ha dato così fastidio, mh? Che le ho fatto notare quanto sia scialba? Cristo, Michael, è una cazzo di suora insipida. Sta con te solo perché la fai sentire meno fallita di quello che è. E tu stai con lei perché hai paura di una donna vera.»
Le bloccai anche l'altra mano.
«Non sai niente di lei. Sei solo una stronza vuota che gioca con le vite degli altri perché la tua fa schifo,» sputai.
«Sei infelice, Asia. Te ne scopi due. Sei marcia dentro.»
Vidi i suoi occhi azzurri dilatarsi, ma non di dolore. Di pura, fottuta eccitazione. La mia aggressività non la stava spaventando, la stava accendendo. Si liberò dalla mia presa, una mano scivolò lungo il mio addome, fino ad afferrare la mia erezione attraverso la stoffa dei jeans. Mi si annebbiò la vista. La odiavo. Volevo distruggerla.
Mi spinsi contro di lei, premendo il mio bacino contro il suo, assecondando l'istinto animale di prenderla lì, contro quella pietra sporca e umida.
Ma Asia mi fermò. Prese il mio viso tra le mani, piantando le sue unghie laccate sulle mie guance, e mi guardò con una lucidità cinica e spietata.
«Calma, leone,» sussurrò, le labbra a un millimetro dalle mie. Il suo respiro sapeva di menta e alcol.
«Non scopiamo qui sotto, al buio e in mezzo al fango, come due tossici disperati.»
Fece scivolare il pollice sul mio labbro inferiore, tirandolo leggermente.
«C'è il Tree Charme, a due passi da qui. Piazza Trilussa. Niente lusso, niente domande. Entri, paghi una stanza, mi porti su e mi fai vedere quanto cazzo sei arrabbiato. Se ne hai il coraggio.»
Era una manipolazione perfetta. Stava usando la mia rabbia e la mia eccitazione, mischiandole in un cocktail che non potevo rifiutare. Mi stava sfidando a dimostrarle il mio odio nel modo in cui lei lo comprendeva meglio: fottendola.
«Oppure vuoi vedere di nuovo casa di Franci? Stasera non c'è, quindi potevi venire... in tutti i sensi» disse alimentando quel foco che stava per divampare.
E io, l'uomo che amava Chloe, l'uomo che le aveva promesso protezione, abbassai la testa e mi lasciai trascinare all'inferno.
La camminata fino all'hotel fu un'agonia silenziosa. Trecento metri in cui non ci guardammo mai in faccia. Alla reception, pagai in contanti, prendendo la chiave magnetica senza incrociare lo sguardo del portiere di notte. La stanza era al secondo piano. Pulita, anonima, illuminata da una luce fredda.
Appena la porta si chiuse alle nostre spalle con uno scatto metallico, la tensione esplose.
Non ci furono preliminari. Non c'era amore da fare. Asia si voltò e mi afferrò dal colletto del giubbotto, tirandomi a sé. Le nostre bocche si scontrarono in un bacio feroce, che sapeva di sangue e disperazione. Le afferrai i capelli, tirando la testa all'indietro per esporre il suo collo, e la spinsi verso il letto.
Cadde all'indietro sul materasso, senza mai staccare gli occhi dai miei. Si sfilò ila camicia in un secondo, sbottonandosi i jeans e calciandoli via. Era perfetta, spietata, bellissima.
Mi spogliai con foga, la rabbia che mi bruciava le vene. Quando mi buttai su di lei, Asia allargò le gambe, accogliendomi.
Entrai in lei con una spinta singola, secca e brutale. Asia buttò la testa all'indietro, inarcando la schiena in uno spasmo violento. Piantò le unghie nella mia carne, graffiandomi le spalle.
«Cazzo... sì,» ansimò, la voce rotta.
Iniziai a spingere con una forza cieca. Non la stavo accarezzando, la stavo punendo. Volevo zittire la sua arroganza, cancellare il suo sorriso sarcastico, distruggere ogni cellula del suo corpo che aveva osato umiliare Chloe.
Ma Asia si nutriva di quella brutalità. Le sue gambe si allacciarono intorno ai miei fianchi, stringendomi come una morsa.
«Falle male...» mi suggerì la mia testa, con una perversione che mi fece tremare i polsi.
«Aprimi per bene Michael, sfondami. Dimmelo che con lei ti annoi. Dai, Michael!»
«Stai zitta!» ringhiai, afferrandola per i fianchi e spingendo più a fondo, fino a farla gemere di dolore e piacere mischiati.
«Sei solo una puttana arrogante. Non sei niente!»
«No, sono la tua puttana arrogante,» ribatté, ansimando pesantemente, gli occhi chiusi e l'espressione contorta dalla lussuria.
Afferrai i suoi polsi e glieli bloccai sopra la testa, premendola contro il materasso, costringendola a guardare la mia espressione stravolta.
«Tu sei solo un vizio, Asia,» sibilai a pochi centimetri dalla sua bocca.
Il respiro è affannoso, mischiato al fruscio dei lenzuoli e agli schiacciamenti della pelle contro la pelle. Il sudore comincia a scendere sulla mia schiena. Lei si contorce sotto di me, arcuando la schiena per offrirmi più profondità.
«Non fermarti, continua... cosii siii,» sibila, afferrandomi i capelli e tirandomi verso di sé per un altro bacio violento, pieno di saliva e denti.
All'improvviso, si libera con una forza sorprendente.
«Sdraiati» ordina, non chiede. Mi stiro di schiena e lei si sposta, agile come un gatto. Si mette a cavalcioni, ma non guardandomi; si gira, dando le spalle alla mia testa. La vista è mozzafiato: quel suo culo enorme, sproporzionato rispetto al resto del corpo snello, si staglia contro la luce tenue della stanza. Si abbassa, afferrando il mio cazzo ancora bagnato dei suoi succhi e guidandolo verso la sua entrata. Scivola dentro di nuovo, e questa volta la sensazione è diversa, più profonda, visivamente schiacciante.
Inizia a muoversi, scendendo con forza, le sue guance del culo che sbattono contro le mie ossa pelviche. La vedo affondare, i muscoli delle cosce che si tendono, la schiena che si incurva. Questa volta non c'è il preservativo. Sento tutto, ogni rugosità, ogni contrazione, ogni onda di calore. È una sensazione proibita, pericolosa, che mi manda il cervello in corto circuito.
« Aah siii, scopami più forte... mmhh. Aah sii, aah sii, aah » geme lei, piegandosi in avanti per toccarsi le caviglie, offrendomi quella vista spettacolare mentre mi cavalca.
« Ti piace puttanella? Mmh Prendilo tutto. »
Il piacere si accumula alle base della colonna vertebrale, una pressione insopportabile. Lei accelera, i suoi movimenti diventano frenetici, irregolari.
« Eccomi Michaeelll» geme urlando il mio nome, la voce rotta. Le sue contrazioni iniziano, una serie di spasmi che stringono il mio cazzo in una morsa mortale. Lei urla, un suono liberatorio, il corpo che tresta tutto mentre l'orgasmo la travolge.
«Tu nom venire dentri» mi ordina, il tono tagliente anche nel mezzo del suo piacere.
« Ti uccido se mi sborri dentro, chiaro? »
È una lotta fisica trattenere l'istinto. La sensazione della sua figa che mi spreme è quasi troppa. All'ultimo secondo, lei si alza di scatto, il mio cazzo scivola fuori, libero nell'aria fredda e vibrante di bisogno. Lei si gira immediatamente, scivolando giù per il mio corpo come un serpente. Le sue mani afferrano la mia asta, calde e scivolose, iniziando a masturbarmi furiosamente
« Guardami » comanda. I suoi occhi azzurri sono incollati ai miei, dilatati, pieni di un dominio assoluto. Apro la bocca in un grido silenzioso mentre l'orgasmo esplode. Il primo getto colpisce il suo mento, ma lei si sposta in avanti, afferrando la cappella con le labbra. Ingoia tutto, la gola che si muove mentre accoglie il mio sperma caldo, i suoi occhi che non mi abbandonano nemmeno per un secondo. Succhia l'ultima goccia, pulendomi con la lingua, un sorviso soddisfatto che gioca sui suoi angoli della bocca mentre mi guarda sconfitto ed esausto.
Rimasi sdraiato materasso sfatto, il sudore che mi colava sulla fronte. Il silenzio della stanza anonima cadde su di noi come una lapide. L'adrenalina iniziò a defluire, lasciando il posto al solito, nauseante disgusto.
Guardai il soffitto. L'avevo fatto di nuovo. E questa volta, i miei genitori e Chloe erano a pochi chilometri di distanza.
Mi alzai senza guardarla. Iniziai a rivestirmi, i movimenti rigidi, meccanici. Mi allacciai i pantaloni, infilai la maglietta.
Asia era ancora sul letto. Lentamente, si tirò su, portandosi le ginocchia al petto. Non disse una parola. Non fece la sua solita battuta sarcastica. Non cercò di umiliarmi o di rimarcare la sua vittoria.
Cercai di rivestirmi in fretta. Mi voltai verso di lei.
Mi bloccai. I suoi occhi azzurri erano diversi. Il cinismo era sparito. L'arroganza era svanita. C'era una crepa in quel marmo freddo dietro cui si era sempre nascosta. Mi guardava con uno smarrimento fottuto, una vulnerabilità che non le apparteneva. Come se quel mio odio incontrollabile, quella mia disperata voglia di difendere un'altra donna, le avessero toccato qualcosa dentro che non sapeva nemmeno di avere.
Mi stava guardando non come il trofeo da sottrarre agli altri, ma come l'unico uomo che le aveva mai tenuto testa.
«Sposati, Asia,» le dissi, la voce atona, fredda.
«Rovinati la vita. Usa Francesco come bancomat. Fai quello che cazzo ti pare. Ma sparisci dalla mia.»
Avevo già la mano sulla maniglia. Il metallo freddo sembrava l'unico contatto onesto in quella stanza intrisa di bugie. Volevo solo scappare, correre sotto la pioggia di Roma e sperare che bastasse a lavarmi via l'odore di Asia dalla pelle.
Ma lei fu più veloce.
Sentii il fruscio delle lenzuola e un istante dopo il suo corpo si schiantò contro la mia schiena. Mi spinse con una forza disperata contro il legno della porta, richiudendola con uno scatto secco. Girò la chiave. Il rumore della serratura risuonò come una condanna.
«Non te ne vai così, Michael. Non stavolta.»
Mi voltai di scatto, pronto a ringhiarle contro, ma le parole mi morirono in gola. Asia era lì, nuda, i capelli neri, umidi per il sudore davanti agli occhi e il respiro che le tremava nel petto. Non c’era traccia del suo solito ghigno. C’era una rabbia che somigliava terribilmente al dolore.
«Ma non lo capisci, cazzo?» esplose, colpendomi il petto con i pugni chiusi.
«Possibile che tu sia sempre il solito ingenuo, il solito ragazzino che gioca a fare il bravo uomo? Io non lo voglio Francesco. Non me ne frega un cazzo di lui, dei suoi soldi o della sua vita perfetta. Io voglio te.»
Mi afferrò il viso, costringendomi a guardarla. Le sue pupille erano enormi.
«Voglio te perché adoro come mi fai sentire. Sono passati anni, sei cambiato, ma quella tua ingenuità del cazzo è rimasta ed è per questo che non mi hai fatta tua anni fa. Sei diventato marcio, egoista, spietato. Ed è l'unica cosa che mi fa sentire viva. Sei l'unico che mi vede davvero, e mi odi per questo... ma è proprio quell'odio che ci lega.»
Quelle parole furono un colpo basso, più doloroso di qualunque insulto. Mi stava dicendo che non c'era speranza di redenzione, perché la mia vera natura era quella che emergeva solo con lei.
Non risposi. Non potevo. La baciai.
Ma non fu il bacio di prima. Non c’era più la voglia di punirla. C’era una specie di rassegnazione feroce. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, cercando la sua pelle con una fame che non riuscivo a domare. Ci trascinammo di nuovo verso il letto, inciampando nei vestiti abbandonati a terra.
Mi sdraiai, svuotato, la testa che mi scoppiava. Il desiderio c'era, lo sentivo bruciare sotto la pelle, ma il mio corpo sembrava aver dato tutto nella prima, brutale scarica di adrenalina.
Asia lo capì subito. Non mi derise. Si inginocchiò tra le mie gambe, i capelli scuri che mi solleticavano le cosce. Iniziò a baciarmi, risalendo lentamente, le sue dita che accarezzavano l'interno delle mie cosce con una pazienza metodica, quasi dolce.
«Rilassati, Michael,» sussurrò, con una dolcezza carnale che non le apparteneva.
«Ci penso io a farti tornare la voglia.»
Si chinò su di me, prendendomi tra le labbra con una lentezza metodica. Sentii il calore della sua bocca e il ritmo costante della sua lingua che iniziava a riportarmi in vita, pompando sangue ed elettricità. Ma non volevo essere solo uno spettatore. Non con lei. L'afferrai per i fianchi e la feci voltare, posizionandola sopra di me in modo da avere il suo sesso perfettamente allineato al mio viso.
Ci incastrammo in un perfetto 69. Iniziai a lavorarla con la lingua, assaggiando il suo sapore forte, umido, mentre lei faceva lo stesso con me, scivolando su e giù con una foga crescente. Era un equilibrio di potere, un darsi e prendersi reciproco nel silenzio rotto solo dai nostri respiri irregolari e dai suoni umidi delle nostre bocche. Sentivo le sue dita stringere le lenzuola, i muscoli delle sue cosce tendersi contro il mio collo mentre la portavo al limite, e contemporaneamente sentivo il mio cazzo tornare duro come il marmo sotto le sue labbra esperte.
Quando fummo entrambi carichi, saturi di quella tensione elettrica, la fermai. Le presi i fianchi, facendola ruotare e mettendola a quattro zampe sul letto.
Era la sua posizione. Il punto in cui Asia esprimeva tutto il suo potere e la sua sottomissione, la curva perfetta della sua schiena inarcata e il bacino offerto come una sfida. Mi posizionai dietro di lei, ammirando per un secondo la linea della sua colonna vertebrale e il graffio rosso che le avevo lasciato prima.
Posizionai la punta all'entrata della sua figa, con la mano destra la muovevo su e giù su tutta la sua figa. Poi entrai in lei con una spinta lunga, riempiendola completamente. Asia emise un gemito sordo, abbassando la testa sui gomiti.
« Ooh... oddio siii »
Questa volta la foga era controllata. Non c'era la frenesia cieca e violenta di prima; c'era un ritmo costante, profondo, inesorabile. Ogni spinta era un fottuto colpo di martello su un chiodo già piantato. Il suono della mia carne che sbatteva contro la sua riempiva la stanza dell'hotel, mescolandosi al suo respiro corto.
Le infilai una mano tra i capelli, afferrandone una ciocca spessa alla radice. Tirai bruscamente indietro, costringendola a sollevare il collo e a inarcare ancora di più la schiena. Asia boccheggiò, le labbra dischiuse, in balia della mia presa.
«Mi odi o mi ami?» le domandai, la voce bassa, rotta dallo sforzo.
Lei chiuse gli occhi, il petto che si alzava e si abbassava violentemente a ogni mia spinta. La sua natura ribelle, quella corazza di cinismo e superiorità, lottava contro il piacere che le stavo dando.
«Ti odio,» ansimò, la voce carica di un risentimento che non era più credibile.
Invece di lasciarla andare, cambiai presa. Feci scivolare entrambe le braccia sotto le sue ascelle, sollevandole il busto dal materasso con uno strappo di reni. La tirai su, facendola sbattere contro il mio petto sudato, costringendola a stare in ginocchio, schiacciata contro di me. Il mio viso era incollato al suo profilo, il mio respiro caldo contro il suo orecchio, mentre continuavo a spingere dentro di lei da quella nuova angolazione, più profonda e invasiva.
« Aah sii, siii. Fammi tua, siii »
Asia buttò la testa all'indietro, appoggiandola sulla mia spalla. Era completamente vulnerabile, incastrata tra il mio corpo e il peso della sua stessa ossessione.
«Lasciala, Michael,» sussurrò improvvisamente, la voce rotta da un gemito mentre premevo a fondo. Le sue mani cercarono le mie braccia, stringendole.
«Lascia Clhoe e prendi me.»
Il mio cervello andò in corto circuito. La proposta nuda e cruda di distruggere tutto. Di mandare in frantumi il mondo puro di Chloe per sprofondare in quello tossico di Asia. Era quello che voleva. La vittoria totale. Ma io non ero più il ragazzino che pendeva dalle sue labbra. E glielo avevo appena dimostrato.
Le morsi leggermente il lobo dell'orecchio, continuando a muovere il bacino con una brutalità calcolata.
«Pensi che sia così idiota? Mmh» le sussurrai a un millimetro dalla pelle.
«Prima tu, Asia. Lascia Francesco.»
La sentii irrigidirsi contro il mio petto. Il colpo era andato a segno. L'avevo messa all'angolo, ribaltando le regole del suo fottuto gioco. Se voleva che io distruggessi il mio porto sicuro, lei doveva rinunciare al suo bancomat, alla sua vita comoda a Roma.
«Bastardo...» gemette, ma non era un insulto. Era pura, fottuta eccitazione. Il fatto che io la sfidassi ad armi pari la faceva impazzire.
Iniziò a contrarsi intorno a me. Il suo orgasmo arrivò come un'onda d'urto. Si aggrappò alle mie braccia, le unghie che mi segnavano la pelle, emettendo un grido strozzato che riempì la stanza.
«Vengoo.... oohh, mmh.... oddio SIIII »
Io cedetti un istante dopo, uscendo di nuovo da lei e spingendola sul materasso di prepotenza, svuotandomi sopra di lei, su quel culo perfetto con un'intensità che mi lasciò la vista annebbiata e il respiro mozzato. Mi accascai sulla sua schiena, appoggiandomi leggermente. Il silenzio tornò a fare da padrone nella stanza. Avevamo appena siglato un patto muto. Nessuno dei due avrebbe fatto la prima mossa per distruggere la propria vita ufficiale, ma nessuno dei due era più in grado di fare a meno dell'altro. Eravamo condannati.
CONTINUA... . .
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