Maledetta tentazione. Capitolo 6
di
Michael035
genere
tradimenti
Il tragitto dall'hotel a casa dei miei fu una camminata da fantasma nella notte romana. L'aria estiva era ancora calda, ma io sentivo freddo. Ogni volta che muovevo il collo, l'odore di Asia — quel profumo costoso mischiato al sudore e al sesso — mi saliva dritto alle narici, dandomi la nausea. Mi guardai le mani: tremavano ancora leggermente.
Girai la chiave nella toppa del portone di casa il più piano possibile. Sentivo il peso di ogni singolo passo sul pavimento del corridoio. C'era un silenzio irreale, rotto solo dal ronzio del frigorifero in cucina.
Quando spinsi la porta della nostra camera, vidi la luce fioca dell'abat-jour accesa. Chloe non stava dormendo. Era raggomitolata sul fianco, sul bordo del letto, con le gambe tirate verso il petto e le braccia strette intorno allo stomaco. Aveva il viso pallido, la fronte imperlata di sudore e le labbra contratte in una smorfia di dolore.
«Ehi...» sussurrai, fiondandomi subito al lato del letto e inginocchiandomi accanto a lei.
«Piccola, che succede? Stai male?»
Chloe aprì gli occhi a fatica, lo sguardo vitreo. Mi guardò come se fossi la sua unica ancora di salvezza.
«Mi fa malissimo lo stomaco. Mi sembra di avere dei coltelli dentro. Sono due ore che va avanti così.»
Le passai una mano sulla fronte, scostandole i capelli biondi. Scottava leggermente, ma era sudore freddo. L'istinto di protezione scattò immediato, violento, quasi a voler seppellire lo schifo che avevo combinato trenta minuti prima.
«Cosa hai mangiato dopo cena?» le chiesi, accarezzandole una guancia.
«Non lo so, le cose che ha preparato tua madre. Poi dopo cena ha tirato fuori quel vassoio di dolci che aveva preso tuo padre in pasticceria. Quelli morbidi, tondi, ricoperti di zucchero a velo. Ne ho mangiati due per non farle un torto, sembravano così buoni...» Parlava a scatti, interrompendosi per un conato che riuscì a trattenere a stento.
Ci mise un secondo a fare clic nella mia testa.
«I pasticcini al marzapane. Chloe, quelli sono fatti con la pasta di mandorle.»
Lei sgranò gli occhi, realizzando.
«Oh, cazzo. Non lo sapevo, pensavo fosse semplice pasta frolla.»
«scusami se mi permetto, ma voi Inglesi in cucina siete un disastro ahaha,» dissi con dolcezza, stringendole la mano. Non era allergica da shock anafilattico, ma le mandorle sul suo stomaco avevano lo stesso effetto dell'acido. Le provocavano spasmi e coliche devastanti per ore.
«Senti chi parla, non sei capace neanche di cucinare un piatto di pasta senza farlo scuocere» rispose colpendomi il braccio sorridendo.
«Hai portato quelle tue gocce? Vado a prenderle e arrivo subito.»
Entrai in cucina, presi le gocce che teneva sempre nel suo beauty-case e scaldai un po' d'acqua. Quando tornai in camera, la aiutai a tirarsi su, appoggiandola contro i miei cuscini. Le porsi il bicchiere e aspettai che buttasse giù tutto, tenendole la mano dietro la schiena per sorreggerla.
«Grazie,» sussurrò, pulendosi le labbra con fazzoletto. Sembrava già leggermente più rilassata, anche se il dolore era ancora lì.
«Fai la doccia? Sembri... stravolto e puzzi di sudore. Com'è andata con i ragazzi?»
Quella domanda mi arrivò dritta in mezzo agli occhi come un proiettile.
«Sì, un macello. Abbiamo urlato tutto il tempo... è sempre cosi con loro. Vado a darmi una sciacquata rapida ed entro a letto con te, va bene?»
«Sì, ti prego. Ho bisogno che mi stringi.»
Mi chiusi in bagno e girai la chiave. Non appena fui solo, mi appoggiai al lavandino e guardai lo specchio. Il mio riflesso mi spaventò. Avevo le occhiaie, lo sguardo perso di chi ha appena assistito a un omicidio. Il mio omicidio.
Mi spogliai di fretta, gettando i vestiti nel cesto della biancheria sporca per nascondere quell'odore maledetto. Aprii l'acqua della doccia, impostandola sul massimo della temperatura. Quando entrai sotto il getto bollente, la pelle mi bruciò immediatamente, ma era quello che volevo. Volevo sentire dolore. Presi il bagnoschiuma e iniziai a strofinarmi con una foga maniacale, quasi a volermi scorticare. Passai la spugna sul collo, sul petto, tra le gambe, ripetendo il movimento finché la pelle non diventò rossa.
Mentre l'acqua scorreva sul mio viso, passai la mano sulle spalle. Sentii un bruciore diverso. Mi voltai verso il vetro della doccia.
Sulla spalla sinistra e vicino al collo c'erano dei graffi rossi, netti. I marchi che Asia mi aveva lasciato sul letto dell'hotel, mentre la possedevo con rabbia.
Fissai quei segni. E in quel momento, sotto l'acqua bollente, successe qualcosa dentro di me.
Il senso di colpa soffocante, quella cappa di vomito e disgusto che mi portavo dietro da settimane, iniziò a mutare. Si cristallizzò in una rabbia fredda, calcolata, geometrica.
Ripensai alle parole di Asia:
«Io voglio te. Voglio te perché sei diventato esattamente come me. Spietato».
E poi ripensai alla mia risposta, l'esca che le avevo lanciato mentre godeva:
«Prima tu, Asia. Lascia Francesco».
Chiusi l'acqua. Uscii dalla doccia. Ero pulito fuori, ma dentro ero diventato un boia.
Mi asciugai, infilai i boxer e tornai in camera da letto. L'odore di Asia era sparito, sostituito dal profumo di mentolo del bagnoschiuma.
Mi infilai sotto le coperte, muovendomi con delicatezza per non scuotere troppo il materasso. Chloe si girò subito verso di me, emettendo un piccolo lamento. Mi tese le braccia, fragile, indifesa, cercando il calore del mio corpo.
La tirai contro di me, facendola appoggiare con la testa sul mio petto. Le mie braccia la avvolsero completamente, una mano andò a posarsi sul suo stomaco, iniziando a fare dei piccoli massaggi circolari, lenti, per lenire i dolori della colica.
«Va un po' meglio?» le sussurrai tra i capelli.
«Sì... le gocce stanno facendo effetto,» rispose lei con la voce impastata dal sonno e dalla stanchezza. Si rannicchiò ancora di più contro di me, espirando a fondo.
«Ti amo. lo sai, vero? »
Le parole di Chloe risuonarono nel buio della stanza, limpide, pulite, cariche di una fiducia totale che non meritavo. Fino a un'ora prima, una frase del genere mi avrebbe spezzato le gambe dal rimorso.
Adesso no.
Ora quella frase era solo la conferma di ciò che dovevo fare. Chloe era la mia sicurezza, la ragazza che dovevo proteggere a ogni costo. E per proteggerla, dovevo estirpare la vipera dal giardino.
Mi odiavo. Mi odiavo con ogni fottuta fibra del mio essere per quello che le stavo facendo. Lei non se lo meritava, non c'entrava nulla con lo schifo che mi portavo dentro.
Eppure, la verità era ancora più lurida. Ogni volta che mi trovavo davanti ad Asia, anche quando scendevo da quel ponte con l'intenzione di sputarle in faccia e chiudere per sempre, non ci riuscivo. Era come un comando biologico. Aveva il potere di manipolarmi, di leggermi dentro, di trascinarmi a letto e farmi cedere ogni cazzo di volta. Ormai ero marcio, lo sapevo. Avevo tradito la fiducia di Chloe nei modi più sporchi possibili, ma l'idea di lasciarla non mi sfiorava nemmeno. Volevo lei. Avrei mentito fino alla fine dei miei giorni, avrei costruito un castello di falsità pur di proteggerla, per il suo bene, per non vederla soffrire.
Ma qualcosa in me era cambiato. Sotto quella doccia, il ragazzino buono e ingenuo che pendeva dalle labbra di Asia era morto annegato. Se per difendere il mio porto sicuro dovevo sporcarmi le mani, lo avrei fatto. Questa volta Asia non avrebbe trovato davanti a sé uno zerbino da calpestare, ma un avversario alla sua altezza. Mi stavo trasformando in qualcosa di nuovo. Un mostro freddo, calcolatore. Un mostro persino peggiore di lei.
«Lo so, piccola. Ti amo anche io,» le risposi, baciandole la sommità della testa mentre continuavo a massaggiarle la pancia.
«Riposati, ne hai bisogno.»
Chloe si rilassò completamente, il suo respiro divenne regolare, pesante, segno che si stava finalmente addormentando tra le mie braccia.
Io rimasi con gli occhi spalancati, a fissare il soffitto nero della camera. Il dolore di Chloe si stava placando, ma la tempesta nella mia testa era appena cominciata. Guardai verso la finestra, oltre la quale si stendeva la notte di Roma. Da qualche parte, in un appartamento di lusso, Asia stava dormendo accanto a Francesco, probabilmente ripensando a me, convinta di avermi di nuovo in pugno.
La mattina dopo mi svegliai presto. La luce tagliata dalle fessure delle persiane disegnava strisce d'oro sul pavimento della camera. Accanto a me, Chloe respirava piano, con un ritmo regolare e profondo. Il colorito le era tornato normale, la morsa allo stomaco doveva essersi allentata grazie alle gocce. Le baciai piano una spalla, sfilandomi dal letto con la massima cautela per non svegliarla.
In casa c'era quel silenzio tipico delle prime ore del mattino. I miei non c'erano; mia madre andava sempre al mercato rionale presto quando c'erano ospiti, voleva comprare tutto fresco.
Infilai i pantaloni della tuta e scesi in cucina a piedi scaldi. Mi aspettavo di trovare la stanza vuota, e invece la moka da sei era già sul fuoco, borbottando l'ultimo filo di caffè. Seduta al tavolo, con una tazza fumante tra le mani e gli occhi incollati allo schermo del telefono, c'era Marta.
Non alzò lo sguardo quando entrai. Rimase immobile, l'espressione scura, i capelli legati in un finto disordine sopra la testa.
«Buongiorno,» dissi, avvicinandomi alla credenza per prendere una tazza.
Nessuna risposta. Solo il rumore del cucchiaino che sbatteva contro la ceramica mentre girava il caffè. Quel silenzio era una dichiarazione di guerra, e io lo sapevo bene. Marta non aveva bisogno di vedere i graffi che avevo sulla schiena per capire. Lei sapeva già tutto. Aveva visto i messaggi di Asia sul mio telefono. Aveva un sesto senso micidiale per le mie stronzate, lo aveva sempre avuto fin da ragazzina.
Presi la moka dal fuoco e mi versai il caffè. Mi sedetti al tavolo, dalla parte opposta rispetto a lei, lasciando lo spazio di due sedie vuote a fare da cuscinetto.
«Mamma e papà?» chiesi, cercando di testare il terreno con una domanda neutra.
«Mercato,» rispose lei, la voce piatta, fredda come una lastra di ghiaccio. Continuava a guardare il telefono.
Buttai giù un sorso di caffè nero, bollente, che mi bruciò la lingua.
«Ieri me so scordato de di a mamma che Clhoe non può mangiare mandorle. Le ha dato quei dolci al Marzapane. È stata npo male stanotte»
A quel punto, Marta staccò gli occhi dallo schermo. Bloccò il telefono sul tavolo con uno scatto secco e mi guardò dritto in faccia. I suoi occhi scuri erano due spilli piantati nei miei.
«Eri troppo impegnato ad organizzare con i tuoi amici, ti sarà passato di mente.» Disse. Il tono era basso, ma vibrava di un disprezzo trattenuto a stento.
«Sempre la solita acida, ncambi mai eh» Mantenendo la voce ferma, mi imposi di non distogliere lo sguardo. Il nuovo me, quello nato sotto la doccia la notte prima, doveva reggere il colpo. Non potevo permettermi di vacillare.
Marta fece una mezza risata, un verso amaro e disgustato che le piegò le labbra.
«I ragazzi della vecchia squadra. Certo. Allora, vogliamo continuare con sta pagliacciata o mi racconti un'altra favola?»
Sentii i muscoli del collo contrarsi. Posai la tazza sul tavolo, forse con troppa forza.
«Ahò senti, Marta, non devo giustificarmi con te. Sono grande abbastanza da gestirmi le mie serate.»
«Tu non stai gestendo un cazzo, Michael!» sbottò lei, alzando il tono della voce, sporgendosi in avanti sul tavolo.
«Stai a fa schifo. I messaggi di quella puttana sul tuo telefono, ti ricordi? So benissimo do sei stato ieri. Puoi fregare chiunque, non me.»
«Abbassa la voce,» ringhiai, stringendo i pugni sotto il tavolo.
«Chloe dorme di là, cazzo.»
«Ah, adesso ti preoccupi di Chloe? Ti preoccupi per lei?» Marta era una furia, gli occhi lucidi di rabbia.
«Ti sei preoccupato per leo anche quando stavi chiuso dentro qualche buco a farti fottere il cervello da quella stronza?!»
«T'ho già detto che tu te devi fa na manica de cazzi tua, Marta! Non sai niente, e quanno nse sa niente bisogna stasse zitti!» L'aggressività mi uscì fuori prima che potessi filtrarla. La freddezza calcolata stava lasciando il posto ai nervi scoperti.
«So che sei diventato un bugiardo e un pezzo di merda, ecco cosa so! So tu sorella, pensi che voglia il male per te... idiota!» replicò lei, colpendomi con le parole come se fossero schiaffi.
«Porti a casa Clhoe, la fai conoscere a mamma e papà, le fai promesse, e poi alla prima provocazione di Asia ti cali i pantaloni? Quella troia ti sta distruggendo la vita e tu stai al suo gioco.»
«Vabbè, zitta,» dissi a denti stretti, la voce che era diventata un sussurro pericoloso. Non la stavo difendendo perché ci tenevo; la stavo difendendo perché il pensiero di Asia mi attivava quella parte oscura.
«Si sto zitta. La vita è a tua, fai come cazzo te pare.»
Il rumore di un passo incerto sul pavimento di granito del corridoio ci bloccò all'istante.
La porta della cucina si aprì lentamente. Chloe era lì, ferma sullo stipite. Indossava una mia vecchia t-shirt grigia che le arrivava a metà coscia e aveva i capelli biondi un po' arruffati. Si stava strofinando un occhio con la mano, ancora visibilmente stanca, ma lo sguardo andava da me a Marta, percependo l'elettricità residua che galleggiava nell'aria.
«Hi, Buongiorno» disse Chloe, con un italiano un po' stentato e la voce impastata dal sonno.
Il cambio di maschera fu istantaneo, quasi spaventoso. Sentii lo sguardo di Marta bruciarmi la guancia, carico di un disgusto rinnovato, mentre io mi alzavo dalla sedia sfoderando il mio sorriso migliore, quello premuroso, quello pulito.
«Amore, buongiorno,» dissi, andandole incontro, avvolgendole i fianchi con le braccia per tirarla a me. Le diedi un bacio sulla tempia, stringendola forte. «Che vuoi per colazione? Ti sei ripresa?»
Chloe appoggiò la testa sul mio petto, sospirando.
« Va Meglio. Le gocce hanno funzionato. Mi sento solo un po' debole.»
«Vieni, siediti. Ti preparo un tè caldo,» dissi, guidandola verso la sedia che avevo appena liberato.
Marta rimase immobile a guardare la scena. Il suo silenzio era più pesante di qualsiasi insulto. Si alzò lentamente, prese la sua tazza e andò verso il lavandino per sciacquarla, dandomi deliberatamente le spalle. Prima di uscire dalla cucina, però, si fermò un secondo dietro la sedia di Chloe, le posò una mano affettuosa sulla spalla.
« Vi lascio soli » disse in inglese »
Poi guardò me. Un'ultima occhiata, dritta, spietata. Non c'era più solo rabbia nei suoi occhi, c'era una promessa. Mi stava dicendo che se avessi fatto soffrire Chloe, lei mi avrebbe distrutto.
Uscì dalla cucina senza dire una parola, lasciandomi solo con la ragazza a cui stavo distruggendo la vita insieme alla mia.
Qualche ora dopo uscii, il sole di metà mattina stava già trasformando Roma in un forno. Camminavo lungo via de condotti con un paio di buste di carta tra le mani. Ero uscito per comprare alcune cose che servivano a mia madre e avevo approfittato per prendere un braccialetto in una piccola boutique vicino a Piazza di Spagna. Un regalo per Chloe. Un inutile, patetico tentativo di zittire i miei sensi di colpa facendole una sorpresa.
Mentre mi avvicinavo all'auto il telefono iniziò a vibrare nella tasca dei jeans. Guardai lo schermo.
Asia.
Fissai il nome illuminato per qualche secondo. Premei il tasto verde.
«Che c'è adesso?» risposi.
Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio. Sentivo solo il rumore del traffico in sottofondo e un respiro irregolare.
«Ehy, scusa. Sei impegnato?...» La sua voce non era la solita lama affilata. Era sottile, incrinata.
«Sto facendo delle commissioni. Perché?»
«Possiamo vederci?... seriamente» sussurrò. Quella parola, detta da lei, suonò così innaturale da farmi rallentare il passo.
«Tra 10 minuti arrivo a Villa Borghese. Ti aspetto vicino al laghetto. Puoi venire due minuti? Ho bisogno di parlarti.»
Non era un ordine. Era una richiesta d'aiuto disperata.
«Vabbè, ci vediamo la.»
Posai le buste in macchina e poi mi recai a Villa Borghese. Scesi lungo i sentieri sterrati, il rumore della ghiaia sotto le scarpe che scandiva il tempo. La trovai seduta su una panchina all'ombra di un pino secolare, affacciata sull'acqua verde e immobile del laghetto artificiale.
Quando la vidi, quasi non la riconobbi. Indossava dei jeans chiari e una maglietta bianca anonima. Niente occhiali da sole, niente trucco, i capelli sciolti e arruffati. Sembrava più piccola, svuotata di quell'aura di invincibilità che si portava sempre dietro come uno scudo.
Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei.
Asia si voltò a guardarmi. I suoi occhi azzurri erano cerchiati di rosso. Fece un mezzo sorriso storto, un riflesso incondizionato della sua solita maschera.
«Cosa hai comprato alla tua—» esordì subito.
«Smettila, mi hai fatto venire e spero che sia seria la cose che devi dirmi, sennò me ne vado subito» la interruppi, abbassando il tono, sentendo un nodo stringermi lo stomaco. Non c'era sarcasmo nei miei occhi.
«Puoi almeno far finta di nom essere la solita stronza per una volta? Cosa è successo?»
La fissai, e sotto quello sguardo la sua maschera andò in frantumi. Le spalle le si incurvarono, si portò una mano al viso e chiuse gli occhi.
«Sono stata in clinica stamattina,» mormorò, la voce che si spezzava.
«Da mio padre si è sentito male due giorni fa, lo hanno ricoverato per fare degli accertamenti e... ci hanno appena detto che gli restano 4 mesi, forse meno.»
Prese un respiro profondo, tremante, cercando di trattenere un singhiozzo.
«Cosa? Dici sul serio? Cos'ha?»
«Pancreas. Il primario ha detto che non c'è niente da operare. Quattro mesi, forse meno. È stato silenzioso e non ci siamo accorti di niente.»
La notizia mi colpì con una violenza inaudita. Conoscevo suo padre, un uomo buono, una persona per bene. L'idea di vederlo ridotto in cenere da una malattia incurabile era una tragedia umana che faceva sembrare le nostre ripicche una misera cazzata.
L'istinto, quello viscerale, profondo, del ragazzino che l'aveva amata più della sua stessa vita, prese il sopravvento sul mio piano di vendetta.
«Vieni qui,» sussurrai.
Azzzerai la distanza sulla panchina, passandole un braccio dietro le spalle e tirandola contro il mio petto. Asia non oppose resistenza. Crollò letteralmente su di me, aggrappandosi alla mia maglietta con entrambe le mani, e scoppiò a piangere. Un pianto rotto, brutto, disperato.
Le accarezzai i capelli, appoggiando la guancia sulla sua testa. Per qualche minuto, lì all'ombra dei pini, non eravamo due persone in guerra
«Francesco non è nemmeno venuto con me,» disse tra le lacrime, la voce affogata contro la mia spalla.
«Era troppo occupato con il suo cazzo di lavoro, neanche un giorno di ferie per una questione cosi importante ha avuto il coraggio di chiedere. Mi ha detto 'tienimi aggiornato'. Ma andasse affanculo. Mio padre sta per morire, e lui sa solo dire ' tienimi aggiornato'.»
Si sollevò lentamente, il viso bagnato, gli occhi imploranti.
«Ho chiamato te perché tu sei l'unico che mi ha sempre ascoltato.»
Si sporse verso di me. Le nostre labbra si sfiorarono, poi si cercarono. Fu un bacio disperato, salato per le lacrime, morbido e devastante. Non c'era la malizia dell'hotel, non c'era sfida. C'era solo un bisogno primordiale di conforto. E io risposi. Le presi il viso tra le mani e la baciai con una tenerezza che pensavo di aver dimenticato, chiudendo gli occhi e lasciandomi trascinare in quel frammento di passato in cui la amavo senza riserve.
Poi, la realtà presentò il conto.
Il mio telefono iniziò a squillare nella tasca dei jeans. Una suoneria allegra, squillante.
Ci staccammo di colpo, entrambi col fiato corto.
Tirai fuori il cellulare. Sullo schermo lampeggiava una foto: Chloe, illuminata dal sole di Londra.
Quel nome fu una secchiata di ghiaccio bollente. Guardai lo schermo, poi guardai Asia, che aveva ancora il respiro spezzato e gli occhi lucidi, in attesa che io rifiutassi la chiamata per tornare da lei.
Ma la magia era svanita. Il vecchio Michael era morto, e quello nuovo, spietato, riprese istantaneamente il controllo.
Feci scorrere il pollice sul tasto verde e mi portai il telefono all'orecchio.
«Ehi, amore,» dissi, la voce improvvisamente limpida, dolce.
Asia sgranò gli occhi, incassando il colpo come una coltellata fisica. Si ritrasse di un millimetro sulla panchina.
«Sì, ho quasi finito qui in centro,» continuai, guardando Asia dritto negli occhi mentre parlavo con la ragazza che le stava rubando il posto.
«Ho preso anche un regalino per te. Arrivo a casa tra mezz'ora. Ti amo anche io.»
Chiusi la chiamata. Il silenzio che calò tra noi era più pesante dell'afa romana.
Asia mi fissava, le labbra socchiuse, ferita e tradita nel momento della sua massima vulnerabilità.
«Perché lo hai fatto?» sussurrò. «Io avevo bisogno di te.»
«Perché è la mia ragazza, Asia. Pensi che sia ancora quel ragazzino? Tu non sei più al centro del mio mondo,» le dissi, la voce calma, piana, priva del calore di un minuto prima. Feci scivolare la mano via dal suo braccio.
«Sei venuta qui sperando che andassi a colmare quel vuoto che ti ha lasciato Francesco. Ma no, non sono più cosi e il merito è solo tuo. Dovrei ringraziarti in fondo.»
«Non dire così, Michael, ti prego...» rispose
«È la verità.» Mi alzai in piedi. La guardai dall'alto verso il basso.
«Mi dispiace enormemente per tuo padre. È una cosa orribile. Mi dispiace per come ti senti e non te lo meriti... nessuno merita queste disgrazie in famiglia. Ma non puoi illudere una persona per anni, scegliere la sicurezza dorata di Francesco, e poi pretendere che io sia la spallq su cui piangere quando stai male.»
«Io sono qui... con te...» piagnucolò lei.
«No. Tu sei con lui e io sto con Clhoe. Affronta la vita che hai scelto, Asia. Torna da lui visto che lo ami tanto... Ieri sera in hotel hai voluto farmi capire che mi avevi trasformato nel mostro che ti serviva per eccitarti. Bene, ce l'hai fatta. Ma i mostri non sanno confortarti quando piangi.»
Le voltai le spalle, il petto che mi faceva male per lo sforzo di mantenere quella fottuta maschera di ghiaccio, e feci il primo passo sulla ghiaia per andarmene.
«Fermati.»
La sua voce scattò alle mie spalle, non più tremante, ma carica di un'urgenza disperata. Sentii la sua mano afferrarmi il polso con una forza inaspettata.
Mi tirò indietro, costringendomi a girarmi verso di lei.
Asia si era alzata. Aveva il viso ancora rigato dalle lacrime, ma nei suoi occhi non c'era più rassegnazione. C'era un fuoco febbrile. Mi si piantò davanti, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente.
«L'altra sera,» mi disse, scandendo ogni parola, la voce ridotta a un sussurro roco e graffiante.
«Nella stanza dell'hotel. Quando ti ho detto di lasciare Clhoe per me e tu hai rmi hai risposto di lasciare Francesco.»
La fissai, i muscoli della mascella contratti.
«Mbè?»
Asia strinse la presa sul mio braccio, annullando la distanza tra noi, costringendomi a respirare il suo odore.
«Non stavo scherzando, Michael,» mi disse dritta in faccia, senza abbassare lo sguardo.
«Io lo lascio. Io non lo amo, non più.»
Il mondo sembrò fermarsi per una frazione di secondo. Il rumore del traffico di Roma, il frinire delle cicale nei pini di Villa Borghese, tutto sparì.
Aveva abboccato. L'esca era arrivata così in profondità da squarciarle lo stomaco.
Non risposi. Non le feci nessuna promessa. Mi limitai a liberarmi delicatamente dalla sua presa, le lanciai un'ultima, indecifrabile occhiata.
«Solo tu puoi scegliere cosa fare della tua vita
» le dissi, poi ripresi a camminare lungo il viale alberato.
Quando infilai le chiavi nella toppa, la casa era immersa in un silenzio irreale. I miei genitori non c'erano e la porta della camera di Marta era spalancata e vuota. Eravamo finalmente soli.
Trovai Chloe in camera nostra. Era uscita dalla doccia da poco; indossava solo un asciugamano bianco arrotolato sotto il seno e si stava spazzolando i capelli biondi, ancora umidi, davanti allo specchio dell'armadio. L'aria profumava di bagnoschiuma alla vaniglia e pelle pulita. Un contrasto brutale con il fumo, il sudore e il profumo costoso di Asia che sentivo ancora bruciarmi le narici.
Mi appoggiai allo stipite della porta, in silenzio, a guardarla. Era bellissima, delicata. Il mio porto sicuro.
Quando incrociò il mio sguardo nello specchio, il suo viso si illuminò in quel sorriso ingenuo e totale che mi riservava sempre. Posò la spazzola e si voltò verso di me.
«Ehi,» sussurrò.
«Non ti ho sentito entrare. Ma i tuoi dove sono?»
«Fuori. Fino a stasera la casa è tutta nostra.»
Mi avvicinai a lei, tirando fuori dalla tasca la piccola scatolina della boutique di Piazza di Spagna. Gliela porsi.
«Cos'è?» chiese, sgranando gli occhi Verdi.
«Un modo per farmi perdonare per le ultime sere. Non sono stato molto presente, tra i ragazzi della squadra e il casino in generale dell'infortunio.»
Chloe aprì la scatolina. Il braccialetto d'argento brillò alla luce della finestra. Emise un piccolo fiato di sorpresa, portandosi le dita alle labbra.
«Michael... ma è stupendo. Non dovevi, davvero.»
«Volevo farlo,» mentii, o forse era solo una mezza bugia. Volevo disperatamente che lei si sentisse amata, per nascondere a me stesso quanto la stavo sporcando.
Glielo allacciai al polso. Chloe guardò l'argento sulla sua pelle chiara, poi alzò gli occhi su di me. C'era una luce diversa nel suo sguardo ora. Grata, fiduciosa, e improvvisamente carica di un desiderio che le fece socchiudere le labbra.
«Siamo davvero soli?» mormorò, facendo un passo verso di me, accorciando la distanza fino a far sfiorare il suo petto contro la mia maglietta.
«Completamente.»
Non aggiunse altro. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Non fu un bacio dolce o esitante; aveva fame, aveva voglia di me. Da quando eravamo arrivati a Roma, tra i miei genitori e la presenza ingombrante di Marta, non avevamo avuto un attimo di vera privacy.
Risposi al bacio con una foga che non mi aspettavo. L'adrenalina dello scontro con Asia a Villa Borghese, le sue parole «Io lo lascio», il senso di colpa e la rabbia repressa... tutto si fuse in un'urgenza fisica devastante. Volevo scoparla. Volevo usarla per cancellare il mondo fuori da quella stanza.
Le passai le mani sui fianchi, stringendola forte, e tirai via l'asciugamano con uno strappo secco, lasciandolo cadere sul pavimento. Chloe rimase nuda contro di me, la pelle calda e morbida. Emise un gemito basso contro la mia bocca quando le mie mani scesero a stringerle le sue natiche.
Senza alcuna esitazione, Chloe scivolò giù lungo il mio corpo. Le sue mani agili si agganciarono alla cintura dei miei pantaloni, slacciandoli e tirandoli giù in un movimento fluido. Il mio cazzo, già pronto nel pieno del suo vigore, salta fuori, librandosi davanti al suo viso. Lei emette un sospiro basso, quasi di reverenza, e poi la sua bocca si posò sulla mia erezione.
È lento. Intenzionalmente lento. Le sue labbra calde e morbide avvolgono la mia cappella, la sua lingua fa cercoli precisi e tortuosi intorno alla punta. La sento scivolare in profondità, la sua gola che si rilassa per accogliermi, mentre le sue mani affondano nei miei glutei, tirandomi ancora più a fondo.
«Mmm,» geme, la vibrazione che risale lungo il mio cazzo come una scossa elettrica. Era succosa, bagnata, un mix di saliva e calore che mi fa chiudere gli occhi e mandare la testa all'indietro. Le sue guance si incurvarono mentre mi succhiava, facendo un vuoto perfetto.
« Si, cosi... piccola... piano. Aah si, continua » le dissi in inglese, con voce roca, spezzata dal desiderio. È una preghiera e una maledizione allo stesso tempo.
Dopo qualche minuto si ferma, ma non si ritrae. Alza lo sguardo verso di me, i suoi occhi verdi scintillanti di malizia e amore, io la presi sui fianchi, sollevandola come se non pesasse nulla. Lei si arrampica istintivamente su di me, le cosce lisce che si stringono intorno alla mia vita, le braccia che mi avvolgono il collo. La sua figa, calda e bagnata, preme contro il mio addome, e la sento palpitare contro la mia pelle. Non mi bacia, appoggia la sua fronte alla mia, i suoi capelli umidi cadono sulle mie spalle. Sento il suo respiro leggermente affannato.
« Ti amo... scopami. Non posso aspettare un secondo di più »
La porto verso il letto, ogni passo pesante e deliberato. La adagiai sul materasso con una dolcezza che contrasta con il senso di colpa che mi stava divorando. Si stende, i capelli sparsi sul cuscino come un alone biondo, il petto che si solleva e si abbassa rapidamente. Mi inginocchio tra le sue gambe aperte, e senza preavviso, mi avvento su di lei.
La penetro con un solo colpo deciso, affondando fino in fondo.
« Ohii... yeeess » Un gemito profondo esce dalla sua gola, un suono animalesco che non le avevo mai sentito fare così forte. Di solito il nostro sesso era dolce, romantico, fatto di carezze e sussurri. Quella volta era diverso. C'era una urgenza brutale, una fame che non può essere placata con le carezze. Il mio cazzo la riempie completamente, stirandola, e lei si inarca per incontrarmi, i suoi talloni che piantano nel mio culo per spingermi più a fondo.
«Sì... così... Dio, sì,» sussurrò lei in inglese, gli occhi chiusi, la testa gettata all'indietro. Le sue mani affondano nel lenzuolo, strizzando il tessuto. Inizio a muovermi, ritmico e potente, ogni colpo un tentativo di scacciare i fantasmi nella mia mente. La sua figa è incredibilmente stretta, una presa viscida e calda che mi avvolge, succhiandomi dentro.
« Mi fai impazzire cosi... yeesss » geme, la voce che si rompe in piccoli singjiozzi ogni volta che il mio bacino sbatte contro il suo clitoride.
Cambio l'angolazione, sollevando le sue cosce e appoggiandole sulle mie spalle. Per penetrarla ancora più affondo pee raggiungere quel punto dentro di lei che la fa impazzire. Lei urla, un suono acuto e puro di piacere, e i suoi occhi verdi si spalancano per fissarmi, pieni di lacrime di euforia.
« Non fermarti,» implora.
« Non mi fermo... Ahh sii. Ti piace? Ti piace amore mio?» risposi
«Ti fa male?» ringhiai, a un soffio dalle sue labbra, spingendo ancora più forte.
«No!» gridò lei, stringendo le unghie sulle mie spalle. «No, non fermarti, ti prego! È bellissimo... scopami.»
Quella parola, detta con la sua voce dolce e pulita, fu benzina sul fuoco. Aumentai ancora il ritmo. Il materasso cigolava, il sudore iniziò a velarmi la fronte, colando sul mio petto per poi gocciolare su di lei. La guardavo dall'alto, possedendola con una rabbia e un bisogno di controllo che mi spaventavano, ma che lei scambiava per pura, ardente passione. Volevo che il piacere la distruggesse, volevo che non pensasse ad altro che a me.
«Sei mia, Chloe. Solo mia,» le sussurrai all'orecchio con voce rotta dallo sforzo.
«Solo tua,» rispose lei, piangendo quasi per il piacere, inarcandosi contro il mio bacino per prendere ogni singolo centimetro.
«Sto venendo, Michael... ci sono quasi, non ti fermare, non ti...»
Proprio in quel momento di totale abbandono, mentre Chloe aveva gli occhi serrati in un'estasi cieca e il respiro le si spezzava in gola, la stanza si illuminò di un bagliore freddo.
Alla mia sinistra. Sul comodino.
Il mio telefono, che avevo lasciato in silenzio, si era acceso. La vibrazione era disattivata, ma lo schermo bianco squarciò la penombra della camera abbassata.
Senza smettere di spingere dentro Chloe, girai leggermente il viso.
C'era un nome sullo schermo.
Asia.
Stava chiamando. Di nuovo. Dopo avermi detto che avrebbe lasciato Framcesco per me.
Il contrasto fu devastante. Sotto di me c'era Chloe, nuda, sudata, che urlava il mio nome, fidandosi ciecamente dell'uomo che le stava sopra. E a pochi centimetri dalla mia faccia, la prova luminosa del tradimento, della mia marciume, del filo rosso sangue che mi legava ad Asia.
Per un secondo, il cuore mi si fermò. Ma il mostro non esitò.
Allungai il braccio sinistro, mantenendo il ritmo forsennato delle mie spinte con il bacino. Afferrai il telefono freddo. Guardai il nome di Asia per una frazione di secondo, poi lo ribaltai, sbattendolo a faccia in giù sul legno del comodino.
La luce sparì. Il buio tornò a inghiottire i miei peccati.
Riportai entrambe le mani sui fianchi di Chloe, stringendola così forte da lasciarle probabilmente dei segni, e diedi le ultime, violentissime spinte.
«Non ce la faccio più... Michael, arrivo» gridò, le unghie che mi graffiano la schiena attraverso la maglietta, lasciando il segno come quelle di Asia, ma diversamente. Con amore.
Non mi fermai. Spinsi ancora più forte e lei esplode sotto di me, urlando il mio nome mentre il suo orgasmo la travolse, ondate di piacere che la fecero scatenare come un'onda. La sensazione della sua figa che mi stringe con spasmi ripetuti, è la goccia che fa traboccare il vaso. Il calore che risale, l'inevitabile esplosione.
«Arrivo anche io amore, non ce la faccio più» ribadisco.
«Dentro amore, vieni dentroo.... aahh» Disse, con un ringhio soffocato.
Spingo con tutta la forza che mi rimane. Il mio cazzo si gonfia, pulsa, e poi esplosi dentro di lei. Sborrai forte, getti caldi e densi riempirono la sua figa, marcando il territorio, cancellando tutto il resto. Venire dentro di lei, sapendo che non può avere figli, è un atto di totale abbandono, un privilegio proibito che ci rende uniti in quel momento. Continuai a pompare, svuotandomi completamente, mentre lei mi strinse con le cosce intorno alla vita, trattenendomi dentro, non volendo perdere nemmeno una goccia.
Restiamo così congelati nel tempo, i nostri corpi incollati dal sudore e dai fluidi, i petti che cercano aria disperatamente. Il mio cuore sembrava impazzito come se volesse uscire dal petto. Mi lascio cadere su di lei, sostenendomi sui gomiti per non schiacciarla, affondo la faccia nel suo collo, annusando la pelle pulita e il profumo di sesso che ora ci avvolge entrambi.
« Sei bellissima» le dico, piano, mentre l'eccitazione svanisce lasciando posto a una pace pesante e silenziosa. Lei accarezza i miei capelli disordinati, le sue dita che tracciano linee lungo la mia schiena, un gesto di conforto che mi spezza il cuore e lo ripara allo stesso tempo.
«Anche tu. Ti amo,» isponde lei, la voce un sussurro stanco, felice, ignara di tutto. Restiamo lì, uniti, mentre il mondo fuori continua a girare, e per ora, è sufficiente.
Crollai sul suo petto, il fiato corto, il cuore che mi martellava contro le costole come se volesse uscirmi dal petto. Chloe mi abbracciò subito, avvolgendo le sue braccia sottili attorno alle mie spalle sudate, accarezzandomi la schiena con una dolcezza infinita.
«Dio mio...» sussurrò lei, baciandomi il collo, ancora ansimante, stravolta ma con un sorriso radioso sulle labbra.
«È stato... è stato pazzesco. Non mi avevi mai scopata così.»
«Ti amo, Chloe. E poi eravamo in astinenza da sesso ahahah» le dissi, la voce sepolta contro i suoi capelli biondi.
Aprii gli occhi e, oltre la sua spalla, il mio sguardo cadde su quel rettangolo nero capovolto sul comodino. Non c'era più luce. Non c'era più suono. Ma io sapevo che Asia era lì, in attesa.
«Ti amo anche io, Michael. Tantissimo,» sussurrò Chloe, stringendo il polso su cui brillava il braccialetto d'argento, chiudendo gli occhi, cullata dal battito del cuore di un uomo che non conosceva affatto.
E mentre la tenevo stretta nel mio letto, seppi con assoluta e raggelante certezza di essere diventato il pezzo di merda più grande del mondo. E la cosa peggiore era che la sensazione mi faceva sentire vivo come non mai.
CONTINUA... . .
Girai la chiave nella toppa del portone di casa il più piano possibile. Sentivo il peso di ogni singolo passo sul pavimento del corridoio. C'era un silenzio irreale, rotto solo dal ronzio del frigorifero in cucina.
Quando spinsi la porta della nostra camera, vidi la luce fioca dell'abat-jour accesa. Chloe non stava dormendo. Era raggomitolata sul fianco, sul bordo del letto, con le gambe tirate verso il petto e le braccia strette intorno allo stomaco. Aveva il viso pallido, la fronte imperlata di sudore e le labbra contratte in una smorfia di dolore.
«Ehi...» sussurrai, fiondandomi subito al lato del letto e inginocchiandomi accanto a lei.
«Piccola, che succede? Stai male?»
Chloe aprì gli occhi a fatica, lo sguardo vitreo. Mi guardò come se fossi la sua unica ancora di salvezza.
«Mi fa malissimo lo stomaco. Mi sembra di avere dei coltelli dentro. Sono due ore che va avanti così.»
Le passai una mano sulla fronte, scostandole i capelli biondi. Scottava leggermente, ma era sudore freddo. L'istinto di protezione scattò immediato, violento, quasi a voler seppellire lo schifo che avevo combinato trenta minuti prima.
«Cosa hai mangiato dopo cena?» le chiesi, accarezzandole una guancia.
«Non lo so, le cose che ha preparato tua madre. Poi dopo cena ha tirato fuori quel vassoio di dolci che aveva preso tuo padre in pasticceria. Quelli morbidi, tondi, ricoperti di zucchero a velo. Ne ho mangiati due per non farle un torto, sembravano così buoni...» Parlava a scatti, interrompendosi per un conato che riuscì a trattenere a stento.
Ci mise un secondo a fare clic nella mia testa.
«I pasticcini al marzapane. Chloe, quelli sono fatti con la pasta di mandorle.»
Lei sgranò gli occhi, realizzando.
«Oh, cazzo. Non lo sapevo, pensavo fosse semplice pasta frolla.»
«scusami se mi permetto, ma voi Inglesi in cucina siete un disastro ahaha,» dissi con dolcezza, stringendole la mano. Non era allergica da shock anafilattico, ma le mandorle sul suo stomaco avevano lo stesso effetto dell'acido. Le provocavano spasmi e coliche devastanti per ore.
«Senti chi parla, non sei capace neanche di cucinare un piatto di pasta senza farlo scuocere» rispose colpendomi il braccio sorridendo.
«Hai portato quelle tue gocce? Vado a prenderle e arrivo subito.»
Entrai in cucina, presi le gocce che teneva sempre nel suo beauty-case e scaldai un po' d'acqua. Quando tornai in camera, la aiutai a tirarsi su, appoggiandola contro i miei cuscini. Le porsi il bicchiere e aspettai che buttasse giù tutto, tenendole la mano dietro la schiena per sorreggerla.
«Grazie,» sussurrò, pulendosi le labbra con fazzoletto. Sembrava già leggermente più rilassata, anche se il dolore era ancora lì.
«Fai la doccia? Sembri... stravolto e puzzi di sudore. Com'è andata con i ragazzi?»
Quella domanda mi arrivò dritta in mezzo agli occhi come un proiettile.
«Sì, un macello. Abbiamo urlato tutto il tempo... è sempre cosi con loro. Vado a darmi una sciacquata rapida ed entro a letto con te, va bene?»
«Sì, ti prego. Ho bisogno che mi stringi.»
Mi chiusi in bagno e girai la chiave. Non appena fui solo, mi appoggiai al lavandino e guardai lo specchio. Il mio riflesso mi spaventò. Avevo le occhiaie, lo sguardo perso di chi ha appena assistito a un omicidio. Il mio omicidio.
Mi spogliai di fretta, gettando i vestiti nel cesto della biancheria sporca per nascondere quell'odore maledetto. Aprii l'acqua della doccia, impostandola sul massimo della temperatura. Quando entrai sotto il getto bollente, la pelle mi bruciò immediatamente, ma era quello che volevo. Volevo sentire dolore. Presi il bagnoschiuma e iniziai a strofinarmi con una foga maniacale, quasi a volermi scorticare. Passai la spugna sul collo, sul petto, tra le gambe, ripetendo il movimento finché la pelle non diventò rossa.
Mentre l'acqua scorreva sul mio viso, passai la mano sulle spalle. Sentii un bruciore diverso. Mi voltai verso il vetro della doccia.
Sulla spalla sinistra e vicino al collo c'erano dei graffi rossi, netti. I marchi che Asia mi aveva lasciato sul letto dell'hotel, mentre la possedevo con rabbia.
Fissai quei segni. E in quel momento, sotto l'acqua bollente, successe qualcosa dentro di me.
Il senso di colpa soffocante, quella cappa di vomito e disgusto che mi portavo dietro da settimane, iniziò a mutare. Si cristallizzò in una rabbia fredda, calcolata, geometrica.
Ripensai alle parole di Asia:
«Io voglio te. Voglio te perché sei diventato esattamente come me. Spietato».
E poi ripensai alla mia risposta, l'esca che le avevo lanciato mentre godeva:
«Prima tu, Asia. Lascia Francesco».
Chiusi l'acqua. Uscii dalla doccia. Ero pulito fuori, ma dentro ero diventato un boia.
Mi asciugai, infilai i boxer e tornai in camera da letto. L'odore di Asia era sparito, sostituito dal profumo di mentolo del bagnoschiuma.
Mi infilai sotto le coperte, muovendomi con delicatezza per non scuotere troppo il materasso. Chloe si girò subito verso di me, emettendo un piccolo lamento. Mi tese le braccia, fragile, indifesa, cercando il calore del mio corpo.
La tirai contro di me, facendola appoggiare con la testa sul mio petto. Le mie braccia la avvolsero completamente, una mano andò a posarsi sul suo stomaco, iniziando a fare dei piccoli massaggi circolari, lenti, per lenire i dolori della colica.
«Va un po' meglio?» le sussurrai tra i capelli.
«Sì... le gocce stanno facendo effetto,» rispose lei con la voce impastata dal sonno e dalla stanchezza. Si rannicchiò ancora di più contro di me, espirando a fondo.
«Ti amo. lo sai, vero? »
Le parole di Chloe risuonarono nel buio della stanza, limpide, pulite, cariche di una fiducia totale che non meritavo. Fino a un'ora prima, una frase del genere mi avrebbe spezzato le gambe dal rimorso.
Adesso no.
Ora quella frase era solo la conferma di ciò che dovevo fare. Chloe era la mia sicurezza, la ragazza che dovevo proteggere a ogni costo. E per proteggerla, dovevo estirpare la vipera dal giardino.
Mi odiavo. Mi odiavo con ogni fottuta fibra del mio essere per quello che le stavo facendo. Lei non se lo meritava, non c'entrava nulla con lo schifo che mi portavo dentro.
Eppure, la verità era ancora più lurida. Ogni volta che mi trovavo davanti ad Asia, anche quando scendevo da quel ponte con l'intenzione di sputarle in faccia e chiudere per sempre, non ci riuscivo. Era come un comando biologico. Aveva il potere di manipolarmi, di leggermi dentro, di trascinarmi a letto e farmi cedere ogni cazzo di volta. Ormai ero marcio, lo sapevo. Avevo tradito la fiducia di Chloe nei modi più sporchi possibili, ma l'idea di lasciarla non mi sfiorava nemmeno. Volevo lei. Avrei mentito fino alla fine dei miei giorni, avrei costruito un castello di falsità pur di proteggerla, per il suo bene, per non vederla soffrire.
Ma qualcosa in me era cambiato. Sotto quella doccia, il ragazzino buono e ingenuo che pendeva dalle labbra di Asia era morto annegato. Se per difendere il mio porto sicuro dovevo sporcarmi le mani, lo avrei fatto. Questa volta Asia non avrebbe trovato davanti a sé uno zerbino da calpestare, ma un avversario alla sua altezza. Mi stavo trasformando in qualcosa di nuovo. Un mostro freddo, calcolatore. Un mostro persino peggiore di lei.
«Lo so, piccola. Ti amo anche io,» le risposi, baciandole la sommità della testa mentre continuavo a massaggiarle la pancia.
«Riposati, ne hai bisogno.»
Chloe si rilassò completamente, il suo respiro divenne regolare, pesante, segno che si stava finalmente addormentando tra le mie braccia.
Io rimasi con gli occhi spalancati, a fissare il soffitto nero della camera. Il dolore di Chloe si stava placando, ma la tempesta nella mia testa era appena cominciata. Guardai verso la finestra, oltre la quale si stendeva la notte di Roma. Da qualche parte, in un appartamento di lusso, Asia stava dormendo accanto a Francesco, probabilmente ripensando a me, convinta di avermi di nuovo in pugno.
La mattina dopo mi svegliai presto. La luce tagliata dalle fessure delle persiane disegnava strisce d'oro sul pavimento della camera. Accanto a me, Chloe respirava piano, con un ritmo regolare e profondo. Il colorito le era tornato normale, la morsa allo stomaco doveva essersi allentata grazie alle gocce. Le baciai piano una spalla, sfilandomi dal letto con la massima cautela per non svegliarla.
In casa c'era quel silenzio tipico delle prime ore del mattino. I miei non c'erano; mia madre andava sempre al mercato rionale presto quando c'erano ospiti, voleva comprare tutto fresco.
Infilai i pantaloni della tuta e scesi in cucina a piedi scaldi. Mi aspettavo di trovare la stanza vuota, e invece la moka da sei era già sul fuoco, borbottando l'ultimo filo di caffè. Seduta al tavolo, con una tazza fumante tra le mani e gli occhi incollati allo schermo del telefono, c'era Marta.
Non alzò lo sguardo quando entrai. Rimase immobile, l'espressione scura, i capelli legati in un finto disordine sopra la testa.
«Buongiorno,» dissi, avvicinandomi alla credenza per prendere una tazza.
Nessuna risposta. Solo il rumore del cucchiaino che sbatteva contro la ceramica mentre girava il caffè. Quel silenzio era una dichiarazione di guerra, e io lo sapevo bene. Marta non aveva bisogno di vedere i graffi che avevo sulla schiena per capire. Lei sapeva già tutto. Aveva visto i messaggi di Asia sul mio telefono. Aveva un sesto senso micidiale per le mie stronzate, lo aveva sempre avuto fin da ragazzina.
Presi la moka dal fuoco e mi versai il caffè. Mi sedetti al tavolo, dalla parte opposta rispetto a lei, lasciando lo spazio di due sedie vuote a fare da cuscinetto.
«Mamma e papà?» chiesi, cercando di testare il terreno con una domanda neutra.
«Mercato,» rispose lei, la voce piatta, fredda come una lastra di ghiaccio. Continuava a guardare il telefono.
Buttai giù un sorso di caffè nero, bollente, che mi bruciò la lingua.
«Ieri me so scordato de di a mamma che Clhoe non può mangiare mandorle. Le ha dato quei dolci al Marzapane. È stata npo male stanotte»
A quel punto, Marta staccò gli occhi dallo schermo. Bloccò il telefono sul tavolo con uno scatto secco e mi guardò dritto in faccia. I suoi occhi scuri erano due spilli piantati nei miei.
«Eri troppo impegnato ad organizzare con i tuoi amici, ti sarà passato di mente.» Disse. Il tono era basso, ma vibrava di un disprezzo trattenuto a stento.
«Sempre la solita acida, ncambi mai eh» Mantenendo la voce ferma, mi imposi di non distogliere lo sguardo. Il nuovo me, quello nato sotto la doccia la notte prima, doveva reggere il colpo. Non potevo permettermi di vacillare.
Marta fece una mezza risata, un verso amaro e disgustato che le piegò le labbra.
«I ragazzi della vecchia squadra. Certo. Allora, vogliamo continuare con sta pagliacciata o mi racconti un'altra favola?»
Sentii i muscoli del collo contrarsi. Posai la tazza sul tavolo, forse con troppa forza.
«Ahò senti, Marta, non devo giustificarmi con te. Sono grande abbastanza da gestirmi le mie serate.»
«Tu non stai gestendo un cazzo, Michael!» sbottò lei, alzando il tono della voce, sporgendosi in avanti sul tavolo.
«Stai a fa schifo. I messaggi di quella puttana sul tuo telefono, ti ricordi? So benissimo do sei stato ieri. Puoi fregare chiunque, non me.»
«Abbassa la voce,» ringhiai, stringendo i pugni sotto il tavolo.
«Chloe dorme di là, cazzo.»
«Ah, adesso ti preoccupi di Chloe? Ti preoccupi per lei?» Marta era una furia, gli occhi lucidi di rabbia.
«Ti sei preoccupato per leo anche quando stavi chiuso dentro qualche buco a farti fottere il cervello da quella stronza?!»
«T'ho già detto che tu te devi fa na manica de cazzi tua, Marta! Non sai niente, e quanno nse sa niente bisogna stasse zitti!» L'aggressività mi uscì fuori prima che potessi filtrarla. La freddezza calcolata stava lasciando il posto ai nervi scoperti.
«So che sei diventato un bugiardo e un pezzo di merda, ecco cosa so! So tu sorella, pensi che voglia il male per te... idiota!» replicò lei, colpendomi con le parole come se fossero schiaffi.
«Porti a casa Clhoe, la fai conoscere a mamma e papà, le fai promesse, e poi alla prima provocazione di Asia ti cali i pantaloni? Quella troia ti sta distruggendo la vita e tu stai al suo gioco.»
«Vabbè, zitta,» dissi a denti stretti, la voce che era diventata un sussurro pericoloso. Non la stavo difendendo perché ci tenevo; la stavo difendendo perché il pensiero di Asia mi attivava quella parte oscura.
«Si sto zitta. La vita è a tua, fai come cazzo te pare.»
Il rumore di un passo incerto sul pavimento di granito del corridoio ci bloccò all'istante.
La porta della cucina si aprì lentamente. Chloe era lì, ferma sullo stipite. Indossava una mia vecchia t-shirt grigia che le arrivava a metà coscia e aveva i capelli biondi un po' arruffati. Si stava strofinando un occhio con la mano, ancora visibilmente stanca, ma lo sguardo andava da me a Marta, percependo l'elettricità residua che galleggiava nell'aria.
«Hi, Buongiorno» disse Chloe, con un italiano un po' stentato e la voce impastata dal sonno.
Il cambio di maschera fu istantaneo, quasi spaventoso. Sentii lo sguardo di Marta bruciarmi la guancia, carico di un disgusto rinnovato, mentre io mi alzavo dalla sedia sfoderando il mio sorriso migliore, quello premuroso, quello pulito.
«Amore, buongiorno,» dissi, andandole incontro, avvolgendole i fianchi con le braccia per tirarla a me. Le diedi un bacio sulla tempia, stringendola forte. «Che vuoi per colazione? Ti sei ripresa?»
Chloe appoggiò la testa sul mio petto, sospirando.
« Va Meglio. Le gocce hanno funzionato. Mi sento solo un po' debole.»
«Vieni, siediti. Ti preparo un tè caldo,» dissi, guidandola verso la sedia che avevo appena liberato.
Marta rimase immobile a guardare la scena. Il suo silenzio era più pesante di qualsiasi insulto. Si alzò lentamente, prese la sua tazza e andò verso il lavandino per sciacquarla, dandomi deliberatamente le spalle. Prima di uscire dalla cucina, però, si fermò un secondo dietro la sedia di Chloe, le posò una mano affettuosa sulla spalla.
« Vi lascio soli » disse in inglese »
Poi guardò me. Un'ultima occhiata, dritta, spietata. Non c'era più solo rabbia nei suoi occhi, c'era una promessa. Mi stava dicendo che se avessi fatto soffrire Chloe, lei mi avrebbe distrutto.
Uscì dalla cucina senza dire una parola, lasciandomi solo con la ragazza a cui stavo distruggendo la vita insieme alla mia.
Qualche ora dopo uscii, il sole di metà mattina stava già trasformando Roma in un forno. Camminavo lungo via de condotti con un paio di buste di carta tra le mani. Ero uscito per comprare alcune cose che servivano a mia madre e avevo approfittato per prendere un braccialetto in una piccola boutique vicino a Piazza di Spagna. Un regalo per Chloe. Un inutile, patetico tentativo di zittire i miei sensi di colpa facendole una sorpresa.
Mentre mi avvicinavo all'auto il telefono iniziò a vibrare nella tasca dei jeans. Guardai lo schermo.
Asia.
Fissai il nome illuminato per qualche secondo. Premei il tasto verde.
«Che c'è adesso?» risposi.
Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio. Sentivo solo il rumore del traffico in sottofondo e un respiro irregolare.
«Ehy, scusa. Sei impegnato?...» La sua voce non era la solita lama affilata. Era sottile, incrinata.
«Sto facendo delle commissioni. Perché?»
«Possiamo vederci?... seriamente» sussurrò. Quella parola, detta da lei, suonò così innaturale da farmi rallentare il passo.
«Tra 10 minuti arrivo a Villa Borghese. Ti aspetto vicino al laghetto. Puoi venire due minuti? Ho bisogno di parlarti.»
Non era un ordine. Era una richiesta d'aiuto disperata.
«Vabbè, ci vediamo la.»
Posai le buste in macchina e poi mi recai a Villa Borghese. Scesi lungo i sentieri sterrati, il rumore della ghiaia sotto le scarpe che scandiva il tempo. La trovai seduta su una panchina all'ombra di un pino secolare, affacciata sull'acqua verde e immobile del laghetto artificiale.
Quando la vidi, quasi non la riconobbi. Indossava dei jeans chiari e una maglietta bianca anonima. Niente occhiali da sole, niente trucco, i capelli sciolti e arruffati. Sembrava più piccola, svuotata di quell'aura di invincibilità che si portava sempre dietro come uno scudo.
Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei.
Asia si voltò a guardarmi. I suoi occhi azzurri erano cerchiati di rosso. Fece un mezzo sorriso storto, un riflesso incondizionato della sua solita maschera.
«Cosa hai comprato alla tua—» esordì subito.
«Smettila, mi hai fatto venire e spero che sia seria la cose che devi dirmi, sennò me ne vado subito» la interruppi, abbassando il tono, sentendo un nodo stringermi lo stomaco. Non c'era sarcasmo nei miei occhi.
«Puoi almeno far finta di nom essere la solita stronza per una volta? Cosa è successo?»
La fissai, e sotto quello sguardo la sua maschera andò in frantumi. Le spalle le si incurvarono, si portò una mano al viso e chiuse gli occhi.
«Sono stata in clinica stamattina,» mormorò, la voce che si spezzava.
«Da mio padre si è sentito male due giorni fa, lo hanno ricoverato per fare degli accertamenti e... ci hanno appena detto che gli restano 4 mesi, forse meno.»
Prese un respiro profondo, tremante, cercando di trattenere un singhiozzo.
«Cosa? Dici sul serio? Cos'ha?»
«Pancreas. Il primario ha detto che non c'è niente da operare. Quattro mesi, forse meno. È stato silenzioso e non ci siamo accorti di niente.»
La notizia mi colpì con una violenza inaudita. Conoscevo suo padre, un uomo buono, una persona per bene. L'idea di vederlo ridotto in cenere da una malattia incurabile era una tragedia umana che faceva sembrare le nostre ripicche una misera cazzata.
L'istinto, quello viscerale, profondo, del ragazzino che l'aveva amata più della sua stessa vita, prese il sopravvento sul mio piano di vendetta.
«Vieni qui,» sussurrai.
Azzzerai la distanza sulla panchina, passandole un braccio dietro le spalle e tirandola contro il mio petto. Asia non oppose resistenza. Crollò letteralmente su di me, aggrappandosi alla mia maglietta con entrambe le mani, e scoppiò a piangere. Un pianto rotto, brutto, disperato.
Le accarezzai i capelli, appoggiando la guancia sulla sua testa. Per qualche minuto, lì all'ombra dei pini, non eravamo due persone in guerra
«Francesco non è nemmeno venuto con me,» disse tra le lacrime, la voce affogata contro la mia spalla.
«Era troppo occupato con il suo cazzo di lavoro, neanche un giorno di ferie per una questione cosi importante ha avuto il coraggio di chiedere. Mi ha detto 'tienimi aggiornato'. Ma andasse affanculo. Mio padre sta per morire, e lui sa solo dire ' tienimi aggiornato'.»
Si sollevò lentamente, il viso bagnato, gli occhi imploranti.
«Ho chiamato te perché tu sei l'unico che mi ha sempre ascoltato.»
Si sporse verso di me. Le nostre labbra si sfiorarono, poi si cercarono. Fu un bacio disperato, salato per le lacrime, morbido e devastante. Non c'era la malizia dell'hotel, non c'era sfida. C'era solo un bisogno primordiale di conforto. E io risposi. Le presi il viso tra le mani e la baciai con una tenerezza che pensavo di aver dimenticato, chiudendo gli occhi e lasciandomi trascinare in quel frammento di passato in cui la amavo senza riserve.
Poi, la realtà presentò il conto.
Il mio telefono iniziò a squillare nella tasca dei jeans. Una suoneria allegra, squillante.
Ci staccammo di colpo, entrambi col fiato corto.
Tirai fuori il cellulare. Sullo schermo lampeggiava una foto: Chloe, illuminata dal sole di Londra.
Quel nome fu una secchiata di ghiaccio bollente. Guardai lo schermo, poi guardai Asia, che aveva ancora il respiro spezzato e gli occhi lucidi, in attesa che io rifiutassi la chiamata per tornare da lei.
Ma la magia era svanita. Il vecchio Michael era morto, e quello nuovo, spietato, riprese istantaneamente il controllo.
Feci scorrere il pollice sul tasto verde e mi portai il telefono all'orecchio.
«Ehi, amore,» dissi, la voce improvvisamente limpida, dolce.
Asia sgranò gli occhi, incassando il colpo come una coltellata fisica. Si ritrasse di un millimetro sulla panchina.
«Sì, ho quasi finito qui in centro,» continuai, guardando Asia dritto negli occhi mentre parlavo con la ragazza che le stava rubando il posto.
«Ho preso anche un regalino per te. Arrivo a casa tra mezz'ora. Ti amo anche io.»
Chiusi la chiamata. Il silenzio che calò tra noi era più pesante dell'afa romana.
Asia mi fissava, le labbra socchiuse, ferita e tradita nel momento della sua massima vulnerabilità.
«Perché lo hai fatto?» sussurrò. «Io avevo bisogno di te.»
«Perché è la mia ragazza, Asia. Pensi che sia ancora quel ragazzino? Tu non sei più al centro del mio mondo,» le dissi, la voce calma, piana, priva del calore di un minuto prima. Feci scivolare la mano via dal suo braccio.
«Sei venuta qui sperando che andassi a colmare quel vuoto che ti ha lasciato Francesco. Ma no, non sono più cosi e il merito è solo tuo. Dovrei ringraziarti in fondo.»
«Non dire così, Michael, ti prego...» rispose
«È la verità.» Mi alzai in piedi. La guardai dall'alto verso il basso.
«Mi dispiace enormemente per tuo padre. È una cosa orribile. Mi dispiace per come ti senti e non te lo meriti... nessuno merita queste disgrazie in famiglia. Ma non puoi illudere una persona per anni, scegliere la sicurezza dorata di Francesco, e poi pretendere che io sia la spallq su cui piangere quando stai male.»
«Io sono qui... con te...» piagnucolò lei.
«No. Tu sei con lui e io sto con Clhoe. Affronta la vita che hai scelto, Asia. Torna da lui visto che lo ami tanto... Ieri sera in hotel hai voluto farmi capire che mi avevi trasformato nel mostro che ti serviva per eccitarti. Bene, ce l'hai fatta. Ma i mostri non sanno confortarti quando piangi.»
Le voltai le spalle, il petto che mi faceva male per lo sforzo di mantenere quella fottuta maschera di ghiaccio, e feci il primo passo sulla ghiaia per andarmene.
«Fermati.»
La sua voce scattò alle mie spalle, non più tremante, ma carica di un'urgenza disperata. Sentii la sua mano afferrarmi il polso con una forza inaspettata.
Mi tirò indietro, costringendomi a girarmi verso di lei.
Asia si era alzata. Aveva il viso ancora rigato dalle lacrime, ma nei suoi occhi non c'era più rassegnazione. C'era un fuoco febbrile. Mi si piantò davanti, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente.
«L'altra sera,» mi disse, scandendo ogni parola, la voce ridotta a un sussurro roco e graffiante.
«Nella stanza dell'hotel. Quando ti ho detto di lasciare Clhoe per me e tu hai rmi hai risposto di lasciare Francesco.»
La fissai, i muscoli della mascella contratti.
«Mbè?»
Asia strinse la presa sul mio braccio, annullando la distanza tra noi, costringendomi a respirare il suo odore.
«Non stavo scherzando, Michael,» mi disse dritta in faccia, senza abbassare lo sguardo.
«Io lo lascio. Io non lo amo, non più.»
Il mondo sembrò fermarsi per una frazione di secondo. Il rumore del traffico di Roma, il frinire delle cicale nei pini di Villa Borghese, tutto sparì.
Aveva abboccato. L'esca era arrivata così in profondità da squarciarle lo stomaco.
Non risposi. Non le feci nessuna promessa. Mi limitai a liberarmi delicatamente dalla sua presa, le lanciai un'ultima, indecifrabile occhiata.
«Solo tu puoi scegliere cosa fare della tua vita
» le dissi, poi ripresi a camminare lungo il viale alberato.
Quando infilai le chiavi nella toppa, la casa era immersa in un silenzio irreale. I miei genitori non c'erano e la porta della camera di Marta era spalancata e vuota. Eravamo finalmente soli.
Trovai Chloe in camera nostra. Era uscita dalla doccia da poco; indossava solo un asciugamano bianco arrotolato sotto il seno e si stava spazzolando i capelli biondi, ancora umidi, davanti allo specchio dell'armadio. L'aria profumava di bagnoschiuma alla vaniglia e pelle pulita. Un contrasto brutale con il fumo, il sudore e il profumo costoso di Asia che sentivo ancora bruciarmi le narici.
Mi appoggiai allo stipite della porta, in silenzio, a guardarla. Era bellissima, delicata. Il mio porto sicuro.
Quando incrociò il mio sguardo nello specchio, il suo viso si illuminò in quel sorriso ingenuo e totale che mi riservava sempre. Posò la spazzola e si voltò verso di me.
«Ehi,» sussurrò.
«Non ti ho sentito entrare. Ma i tuoi dove sono?»
«Fuori. Fino a stasera la casa è tutta nostra.»
Mi avvicinai a lei, tirando fuori dalla tasca la piccola scatolina della boutique di Piazza di Spagna. Gliela porsi.
«Cos'è?» chiese, sgranando gli occhi Verdi.
«Un modo per farmi perdonare per le ultime sere. Non sono stato molto presente, tra i ragazzi della squadra e il casino in generale dell'infortunio.»
Chloe aprì la scatolina. Il braccialetto d'argento brillò alla luce della finestra. Emise un piccolo fiato di sorpresa, portandosi le dita alle labbra.
«Michael... ma è stupendo. Non dovevi, davvero.»
«Volevo farlo,» mentii, o forse era solo una mezza bugia. Volevo disperatamente che lei si sentisse amata, per nascondere a me stesso quanto la stavo sporcando.
Glielo allacciai al polso. Chloe guardò l'argento sulla sua pelle chiara, poi alzò gli occhi su di me. C'era una luce diversa nel suo sguardo ora. Grata, fiduciosa, e improvvisamente carica di un desiderio che le fece socchiudere le labbra.
«Siamo davvero soli?» mormorò, facendo un passo verso di me, accorciando la distanza fino a far sfiorare il suo petto contro la mia maglietta.
«Completamente.»
Non aggiunse altro. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Non fu un bacio dolce o esitante; aveva fame, aveva voglia di me. Da quando eravamo arrivati a Roma, tra i miei genitori e la presenza ingombrante di Marta, non avevamo avuto un attimo di vera privacy.
Risposi al bacio con una foga che non mi aspettavo. L'adrenalina dello scontro con Asia a Villa Borghese, le sue parole «Io lo lascio», il senso di colpa e la rabbia repressa... tutto si fuse in un'urgenza fisica devastante. Volevo scoparla. Volevo usarla per cancellare il mondo fuori da quella stanza.
Le passai le mani sui fianchi, stringendola forte, e tirai via l'asciugamano con uno strappo secco, lasciandolo cadere sul pavimento. Chloe rimase nuda contro di me, la pelle calda e morbida. Emise un gemito basso contro la mia bocca quando le mie mani scesero a stringerle le sue natiche.
Senza alcuna esitazione, Chloe scivolò giù lungo il mio corpo. Le sue mani agili si agganciarono alla cintura dei miei pantaloni, slacciandoli e tirandoli giù in un movimento fluido. Il mio cazzo, già pronto nel pieno del suo vigore, salta fuori, librandosi davanti al suo viso. Lei emette un sospiro basso, quasi di reverenza, e poi la sua bocca si posò sulla mia erezione.
È lento. Intenzionalmente lento. Le sue labbra calde e morbide avvolgono la mia cappella, la sua lingua fa cercoli precisi e tortuosi intorno alla punta. La sento scivolare in profondità, la sua gola che si rilassa per accogliermi, mentre le sue mani affondano nei miei glutei, tirandomi ancora più a fondo.
«Mmm,» geme, la vibrazione che risale lungo il mio cazzo come una scossa elettrica. Era succosa, bagnata, un mix di saliva e calore che mi fa chiudere gli occhi e mandare la testa all'indietro. Le sue guance si incurvarono mentre mi succhiava, facendo un vuoto perfetto.
« Si, cosi... piccola... piano. Aah si, continua » le dissi in inglese, con voce roca, spezzata dal desiderio. È una preghiera e una maledizione allo stesso tempo.
Dopo qualche minuto si ferma, ma non si ritrae. Alza lo sguardo verso di me, i suoi occhi verdi scintillanti di malizia e amore, io la presi sui fianchi, sollevandola come se non pesasse nulla. Lei si arrampica istintivamente su di me, le cosce lisce che si stringono intorno alla mia vita, le braccia che mi avvolgono il collo. La sua figa, calda e bagnata, preme contro il mio addome, e la sento palpitare contro la mia pelle. Non mi bacia, appoggia la sua fronte alla mia, i suoi capelli umidi cadono sulle mie spalle. Sento il suo respiro leggermente affannato.
« Ti amo... scopami. Non posso aspettare un secondo di più »
La porto verso il letto, ogni passo pesante e deliberato. La adagiai sul materasso con una dolcezza che contrasta con il senso di colpa che mi stava divorando. Si stende, i capelli sparsi sul cuscino come un alone biondo, il petto che si solleva e si abbassa rapidamente. Mi inginocchio tra le sue gambe aperte, e senza preavviso, mi avvento su di lei.
La penetro con un solo colpo deciso, affondando fino in fondo.
« Ohii... yeeess » Un gemito profondo esce dalla sua gola, un suono animalesco che non le avevo mai sentito fare così forte. Di solito il nostro sesso era dolce, romantico, fatto di carezze e sussurri. Quella volta era diverso. C'era una urgenza brutale, una fame che non può essere placata con le carezze. Il mio cazzo la riempie completamente, stirandola, e lei si inarca per incontrarmi, i suoi talloni che piantano nel mio culo per spingermi più a fondo.
«Sì... così... Dio, sì,» sussurrò lei in inglese, gli occhi chiusi, la testa gettata all'indietro. Le sue mani affondano nel lenzuolo, strizzando il tessuto. Inizio a muovermi, ritmico e potente, ogni colpo un tentativo di scacciare i fantasmi nella mia mente. La sua figa è incredibilmente stretta, una presa viscida e calda che mi avvolge, succhiandomi dentro.
« Mi fai impazzire cosi... yeesss » geme, la voce che si rompe in piccoli singjiozzi ogni volta che il mio bacino sbatte contro il suo clitoride.
Cambio l'angolazione, sollevando le sue cosce e appoggiandole sulle mie spalle. Per penetrarla ancora più affondo pee raggiungere quel punto dentro di lei che la fa impazzire. Lei urla, un suono acuto e puro di piacere, e i suoi occhi verdi si spalancano per fissarmi, pieni di lacrime di euforia.
« Non fermarti,» implora.
« Non mi fermo... Ahh sii. Ti piace? Ti piace amore mio?» risposi
«Ti fa male?» ringhiai, a un soffio dalle sue labbra, spingendo ancora più forte.
«No!» gridò lei, stringendo le unghie sulle mie spalle. «No, non fermarti, ti prego! È bellissimo... scopami.»
Quella parola, detta con la sua voce dolce e pulita, fu benzina sul fuoco. Aumentai ancora il ritmo. Il materasso cigolava, il sudore iniziò a velarmi la fronte, colando sul mio petto per poi gocciolare su di lei. La guardavo dall'alto, possedendola con una rabbia e un bisogno di controllo che mi spaventavano, ma che lei scambiava per pura, ardente passione. Volevo che il piacere la distruggesse, volevo che non pensasse ad altro che a me.
«Sei mia, Chloe. Solo mia,» le sussurrai all'orecchio con voce rotta dallo sforzo.
«Solo tua,» rispose lei, piangendo quasi per il piacere, inarcandosi contro il mio bacino per prendere ogni singolo centimetro.
«Sto venendo, Michael... ci sono quasi, non ti fermare, non ti...»
Proprio in quel momento di totale abbandono, mentre Chloe aveva gli occhi serrati in un'estasi cieca e il respiro le si spezzava in gola, la stanza si illuminò di un bagliore freddo.
Alla mia sinistra. Sul comodino.
Il mio telefono, che avevo lasciato in silenzio, si era acceso. La vibrazione era disattivata, ma lo schermo bianco squarciò la penombra della camera abbassata.
Senza smettere di spingere dentro Chloe, girai leggermente il viso.
C'era un nome sullo schermo.
Asia.
Stava chiamando. Di nuovo. Dopo avermi detto che avrebbe lasciato Framcesco per me.
Il contrasto fu devastante. Sotto di me c'era Chloe, nuda, sudata, che urlava il mio nome, fidandosi ciecamente dell'uomo che le stava sopra. E a pochi centimetri dalla mia faccia, la prova luminosa del tradimento, della mia marciume, del filo rosso sangue che mi legava ad Asia.
Per un secondo, il cuore mi si fermò. Ma il mostro non esitò.
Allungai il braccio sinistro, mantenendo il ritmo forsennato delle mie spinte con il bacino. Afferrai il telefono freddo. Guardai il nome di Asia per una frazione di secondo, poi lo ribaltai, sbattendolo a faccia in giù sul legno del comodino.
La luce sparì. Il buio tornò a inghiottire i miei peccati.
Riportai entrambe le mani sui fianchi di Chloe, stringendola così forte da lasciarle probabilmente dei segni, e diedi le ultime, violentissime spinte.
«Non ce la faccio più... Michael, arrivo» gridò, le unghie che mi graffiano la schiena attraverso la maglietta, lasciando il segno come quelle di Asia, ma diversamente. Con amore.
Non mi fermai. Spinsi ancora più forte e lei esplode sotto di me, urlando il mio nome mentre il suo orgasmo la travolse, ondate di piacere che la fecero scatenare come un'onda. La sensazione della sua figa che mi stringe con spasmi ripetuti, è la goccia che fa traboccare il vaso. Il calore che risale, l'inevitabile esplosione.
«Arrivo anche io amore, non ce la faccio più» ribadisco.
«Dentro amore, vieni dentroo.... aahh» Disse, con un ringhio soffocato.
Spingo con tutta la forza che mi rimane. Il mio cazzo si gonfia, pulsa, e poi esplosi dentro di lei. Sborrai forte, getti caldi e densi riempirono la sua figa, marcando il territorio, cancellando tutto il resto. Venire dentro di lei, sapendo che non può avere figli, è un atto di totale abbandono, un privilegio proibito che ci rende uniti in quel momento. Continuai a pompare, svuotandomi completamente, mentre lei mi strinse con le cosce intorno alla vita, trattenendomi dentro, non volendo perdere nemmeno una goccia.
Restiamo così congelati nel tempo, i nostri corpi incollati dal sudore e dai fluidi, i petti che cercano aria disperatamente. Il mio cuore sembrava impazzito come se volesse uscire dal petto. Mi lascio cadere su di lei, sostenendomi sui gomiti per non schiacciarla, affondo la faccia nel suo collo, annusando la pelle pulita e il profumo di sesso che ora ci avvolge entrambi.
« Sei bellissima» le dico, piano, mentre l'eccitazione svanisce lasciando posto a una pace pesante e silenziosa. Lei accarezza i miei capelli disordinati, le sue dita che tracciano linee lungo la mia schiena, un gesto di conforto che mi spezza il cuore e lo ripara allo stesso tempo.
«Anche tu. Ti amo,» isponde lei, la voce un sussurro stanco, felice, ignara di tutto. Restiamo lì, uniti, mentre il mondo fuori continua a girare, e per ora, è sufficiente.
Crollai sul suo petto, il fiato corto, il cuore che mi martellava contro le costole come se volesse uscirmi dal petto. Chloe mi abbracciò subito, avvolgendo le sue braccia sottili attorno alle mie spalle sudate, accarezzandomi la schiena con una dolcezza infinita.
«Dio mio...» sussurrò lei, baciandomi il collo, ancora ansimante, stravolta ma con un sorriso radioso sulle labbra.
«È stato... è stato pazzesco. Non mi avevi mai scopata così.»
«Ti amo, Chloe. E poi eravamo in astinenza da sesso ahahah» le dissi, la voce sepolta contro i suoi capelli biondi.
Aprii gli occhi e, oltre la sua spalla, il mio sguardo cadde su quel rettangolo nero capovolto sul comodino. Non c'era più luce. Non c'era più suono. Ma io sapevo che Asia era lì, in attesa.
«Ti amo anche io, Michael. Tantissimo,» sussurrò Chloe, stringendo il polso su cui brillava il braccialetto d'argento, chiudendo gli occhi, cullata dal battito del cuore di un uomo che non conosceva affatto.
E mentre la tenevo stretta nel mio letto, seppi con assoluta e raggelante certezza di essere diventato il pezzo di merda più grande del mondo. E la cosa peggiore era che la sensazione mi faceva sentire vivo come non mai.
CONTINUA... . .
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