Maledetta tentazione. Capitolo 7
di
Michael035
genere
tradimenti
Erano passati quattro giorni da quella mattina a Villa Borghese e dal sesso disperato con Chloe. Quattro giorni in cui avevo indossato la maschera del fidanzato perfetto con una naturalezza che, a tratti, spaventava persino me. Avevo seppellito i sensi di colpa sotto uno strato di cinismo così spesso che ormai non sentivo quasi più niente.
Una sera avevo portato Chloe a cena da Nannarella, nel cuore di Trastevere. Volevo un posto che fosse l'esatto opposto dei ristoranti asettici, stellati e silenziosi in cui Francesco portava Asia. Volevo il caos, le tovaglie a quadretti, i tavoli attaccati l'uno all'altro, l'odore di pecorino, guanciale e vino della casa che impregnava l'aria calda di fine giugno. Per Chloe era l'autenticità romana, un'esperienza meravigliosa. Per me, era il palcoscenico perfetto.
«Mio dio, è buonissima!» disse Chloe, imprecando in un misto di italiano e inglese buffo mentre cercava di domare una forchettata di tonnarelli cacio e pepe. Le guance le si erano arrossate per il caldo e per il mezzo litro di rosso che ci eravamo già scolati. Era bellissima, felice, totalmente ignara del fatto che stavo per usarla come arma.
«Senti, usa il cucchiaio insieme alla forchetta, mi stai facendo pena» risi, prendendo il mio telefono dal tavolo. «Aspetta, fermati così. Sei un disastro, devo immortalare questo momento.»
Aprii Instagram. Inquadrai il suo viso sorridente, poi feci scendere l'obiettivo sulla sua mano maldestra che lottava con la forchetta. E lì, in primo piano, catturai esattamente quello che volevo: il braccialetto d'argento che le avevo regalato, che le brillava sul polso sotto le luci calde del locale.
Registrai un video di qualche secondo. Nessuna canzone di sottofondo, solo il rumore delle risate e dei piatti di Trastevere. Lo pubblicai nelle storie.
Poi posai il telefono a faccia in giù e ripresi a mangiare, ascoltando Chloe che mi raccontava di un museo che aveva visitato quel pomeriggio con mia madre. Annuivo, le sorridevo, ma la mia mente era un orologio svizzero che contava i minuti.
Ogni tanto, aprivo l'app e scorrevo la lista di chi aveva visualizzato la storia.
Cinquanta persone. Cento. Duecento. I vecchi compagni di squadra, amici di Londra, parenti, amici stretti.
Ad un certo punto, mentre Chloe ordinava il tiramisù, lo vidi.
Il nome di Asia.
Sapevo che avrebbe visualizzato. Stava guardando la mia vita. Stava guardando la ragazza che le aveva rubato il posto, felice, spensierata, con al polso un regalo che io avevo comprato quel giorno mentre lei era in lacrime su una panchina. Potevo quasi sentire il rumore dei suoi denti che digrignavano, il sapore acido dell'invidia e dell'abbandono che le saliva in gola. Sapevo che in quel preciso istante si trovava chiusa in casa, o peggio, nella sala d'attesa di una clinica, soffocata dall'angoscia per suo padre e dal vuoto siderale lasciato dal suo fidanzato sommerso dal lavoro.
Era il momento.
«Amore, vado un attimo in bagno,» dissi a Chloe, alzandomi e lasciandole un bacio rapido sui capelli. «Torno subito.»
Mi feci largo a fatica tra i camerieri carichi di piatti e i turisti accalcati all'ingresso. Il bagno era piccolo, illuminato da una luce al neon fredda e ronzante che faceva sembrare tutto più squallido. Chiusi la porta a chiave. Il rimbombo del locale arrivava ovattato, come se fossi sott'acqua.
Mi appoggiai al lavandino, guardai il mio riflesso nello specchio per un secondo. I miei occhi erano scuri, lucidi, privi di qualsiasi esitazione. Sbloccai il telefono e aprii la chat di Asia.
Non le scrivevo da giorni. Il mio ultimo messaggio risaliva a prima del disastro di Villa Borghese.
Fissai la tastiera. Sapevo esattamente cosa si sarebbe innescato nella sua testa con questo messaggio. Se le avessi scritto qualcosa di provocatorio o dolce, si sarebbe messa sulla difensiva. Invece, le avrei dato l'unica cosa che Francesco non era in grado di darle: empatia. Un'empatia finta, misurata col bilancino, sganciata proprio nel momento in cui sapeva che ero felice con un'altra.
Le dita si mossero veloci sullo schermo.
«Ciao, come sta tuo padre?»
Lo inviai. Semplice, educato, letale.
Mi immaginai la scena. Asia, sul divano, il telefono che le scivola quasi di mano. Ha appena finito di torturarsi guardando la mia storia, si sta convincendo che l'ho dimenticata, che sono felice con Chloe. E all'improvviso, una notifica. Michael.
Il suo cervello, logorato dal dolore e dalla disperazione, avrebbe fatto esattamente il calcolo che avevo previsto: «È a cena fuori con lei. Si sta divertendo. Eppure... in mezzo a tutto quel casino, ha preso il telefono e ha pensato a me. Ha pensato a mio padre. Vuole me.»
L'avrei fatta sentire l'unica cosa importante nascosta dietro la facciata della mia serata perfetta. L'avrei convinta che il mio cuore era lì con lei, e che Chloe era solo un passatempo, una distrazione.
Non feci in tempo a rimettere il telefono in tasca che comparvero la scritta " sta scrivendo "
La risposta arrivò dieci secondi dopo, febbrile.
«Male. Ha iniziato le terapie ma è debolissimo. Francesco è a Milano per una fiera fino a domani, sono sola. Grazie per avermelo chiesto, Michael... significa tanto. Sei a cena?»
Sorrisi. Un sorriso freddo, chirurgico, che mi deformò appena le labbra nello specchio del bagno. Aveva abbassato tutte le difese. Mi stava offrendo la sua solitudine su un piatto d'argento, sperando che io la raccogliessi. Voleva che le dicessi che l'avrei raggiunta, voleva elemosinare un briciolo del mio tempo per riempire il baratro in cui stava precipitando.
Ma io non ero lì per salvarla.
Risposi digitando lentamente, senza pietà.
«Si sono a cena. Devo andare, fatti forza.»
Inviai, e senza aspettare nemmeno un secondo, bloccai lo schermo e misi il telefono in tasca. Nessuna rassicurazione, nessuna apertura. Solo un taglio netto, chirurgico. L'avevo sollevata da terra per un istante, solo per farla schiantare ancora più forte. Quella freddezza apparente l'avrebbe fatta impazzire. L'avrebbe convinta che doveva liberarsi di Francesco il prima possibile se voleva sperare di riavermi indietro.
Aprii il rubinetto e mi sciacquai le mani con l'acqua gelida. Il mostro dentro di me respirava a pieni polmoni, nutrendosi di quel potere subdolo.
Mi asciugai, sbloccai la porta del bagno e tornai nella bolgia del ristorante.
Quando raggiunsi il nostro tavolo, il tiramisù era arrivato. Chloe mi guardò e mi sorrise, i suoi occhi verdi che brillavano di un affetto puro e incondizionato.
«Tutto bene?» mi chiese, passandomi un cucchiaino.
«Si, tutro bene,» risposi, sedendomi e intrecciando le mie dita con le sue, proprio sopra il braccialetto d'argento.
Il giorno dopo ero con alcuni vecchi amici d'infanzia. Ci ritrovammo nel nostro solito bar per scambiare due chiacchiere. Clhoe rimase a casa, la mattina l'avevo portata a visitare il Foro Romano.
Il messaggio arrivò sul mio telefono alle sei del pomeriggio. Una sola riga, cruda e diretta, che spiccò sullo schermo nero mentre ero seduto al tavolo del bar assistendo ad una partita di biliardo tra alcuni miei amici.
«È finita, l'ho lasciato. Non mi considera neanche in un momento così. Ti prego, vieni.»
Fissai quelle parole per una manciata di secondi. Il mio cuore fece un battito a vuoto, ma non per l'emozione. Era il brivido freddo e metallico del cacciatore che sente lo scatto della tagliola nel bosco. Aveva abboccato. Asia aveva appena fatto saltare in aria la sua fortezza d'oro.
Mi alzai, infilando il telefono in tasca con la massima naturalezza.
«Oh regà! Io devo scappà. Ci rivediamo sicuramente prima della ripartenza»
«Nooo, ma che cazzo devi fa!» Disse Andrea
« Eh Andrè... la fregna è fregna. Quando a te te chiama Flavia scappi allo stesso modo. Ormai è fidanzato, l'abbiamo perso.» rispose Danilo, insultandolo scherzosamente
«Eh c'hai ragione pure tu. Vabbè Mike, ci vediamo»
Scoppiai a ridere, ma non dissi nulla. Li salutai dando il cinque a tutti e un bacio sulla guancia.
Tornai verso la macchina, guidai verso il quartiere Prati con i finestrini abbassati, lasciando che l'aria calda del tramonto romano mi colpisse la faccia. Non provavo alcun senso di colpa, solo una concentrazione assoluta. Stavo per entrare in scena, e il copione richiedeva la mia migliore interpretazione di sempre.
La casa dei genitori di Asia si trovava in un elegante palazzo umbertino a due passi da Piazza Cavour. Non era una villa sfarzosa, ma un classico, immenso appartamento della borghesia romana. Parcheggiai, superai il grande portone di legno massiccio e presi l'ascensore d'epoca in ferro battuto. Il rumore meccanico dell'argano che mi portava al terzo piano sembrava scandire i rintocchi di una condanna.
Suonai il campanello. Non aspettai molto. La porta si aprì lentamente, rivelando un ambiente immerso in una penombra irreale.
Asia era lì, appoggiata allo stipite. Indossava una vecchia t-shirt grigia troppo grande per lei e un paio di pantaloni della tuta, scalza. I capelli scuri le ricadevano disordinati sulle spalle, e gli occhi erano gonfi, svuotati da ore di pianto. Sembrava minuscola, spogliata di tutta quell'arroganza mondana che le avevo sempre visto addosso.
«Sei venuto,» sussurrò, la voce roca.
«Me lo hai chiesto tu,» risposi, mantenendo il tono basso, quasi incerto.
Mi fece cenno di entrare e richiuse la porta blindata alle mie spalle. L'appartamento era una tomba. Non c'era il solito viavai, non c'erano le luci accese o il rumore della televisione. L'aria odorava di cera per pavimenti, di polvere sottile e di un sentore pungente di medicinali. Sul massiccio mobile all'ingresso, in mezzo a cornici d'argento e svuotatasche di cristallo, spiccava una cartellina plastificata dell'ospedale. I referti di suo padre. L'assenza di sua madre, rimasta al capezzale del marito, rendeva quel lusso classico — i soffitti alti, il parquet a spina di pesce, i tappeti persiani — incredibilmente opprimente.
La seguii nel grande salone. Asia si fermò al centro della stanza, passandosi le mani sulle braccia incrociate, come se avesse freddo nonostante i trentacinque gradi di Roma che sembravano cinquanta per l'afa.
«Non c'è nessuno,» disse, senza guardarmi.
«Mia madre praticamente vive in clinica. Io... io ho fatto le valigie da casa di Francesco dopo pranzo. Gli ho lasciato l'anello sul tavolo della cucina. Ieri sera abbiamo litigato di brutto.»
Feci un passo verso di lei, costringendo il mio viso ad assumere un'espressione di puro sconcerto. Feci tremare leggermente la voce, recitando la parte del ragazzo sconvolto, travolto dagli eventi.
«Asia... cos'hai fatto? Perché in questo modo? Tuo padre sta male, tu—»
«Non potevo più respirare, Michael!» sbottò lei, voltandosi di scatto. Gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime.
«Gli ho detto che mio padre stava peggiorando, e lui sai cosa ha fatto? Ha chiamato la sua segretaria per spostare un paio di riunioni 'in caso di lutto'. Non mi ha nemmeno abbracciata. Mi guardava come se fossi un fottuto inconveniente sulla sua agenda!»
Prese un respiro tremante, le labbra le tremavano.
«E poi ho pensato a te. Ho pensato a te che mi scrivi da un ristorante per chiedermi come sto, mentre lui è lì che fa i conti. Ho capito che con lui sarei stata solo un fantasma. Io non amo lui, Michael. Non più. Io amo la sensazione di sicurezza che mi dava, perché ero troppo codarda per affrontare il fatto che la mia famiglia sta andando a pezzi e che l'unico uomo che ho mai amato veramente lo avevo distrutto anni fa.»
Era il momento. Feci cadere l'ultima barriera. Lasciai che le mie spalle si rilassassero e feci due passi decisi verso di lei, azzerando la distanza. Le presi il viso tra le mani. I miei pollici le accarezzarono gli zigomi bagnati, asciugando le lacrime con una delicatezza che le fece chiudere gli occhi.
Sentii il suo corpo tremare sotto il mio tocco. Credeva di avermi ritrovato. Credeva che l'amore, alla fine, avesse trionfato sulla mia rabbia.
«Sei stata coraggiosa,» le sussurrai, la voce carica di un'empatia così ben simulata da farmi quasi schifo da solo.
«Hai fatto la cosa giusta. Io... io non pensavo che lo avresti fatto per davvero.»
Asia aprì gli occhi, piantandoli nei miei. L'ombra della disperazione lasciò il posto, per un brevissimo istante, a una luce diversa. Quella luce tossica, predatrice e spietata che conoscevo fin troppo bene. Anche mentre il suo mondo crollava, la vipera era sempre lì, in agguato.
Sollevò le mani e mi strinse i polsi, le unghie che premevano sulla mia pelle.
«L'ho fatto per noi, Michael,» sibilò, la voce improvvisamente ferma.
«Ho buttato nel cesso tutto. Tutto. E ora tocca a te.»
Il suo sguardo si indurì, le labbra si piegarono in un ghigno possessivo.
«Adesso prendi la tua fidanzatina inglese, le fai le valigie e la rispedisci sulla sua isoletta del cazzo. Deve sparire. È finita la recita, Michael. Lei qui non c'entra niente, non sa chi sei veramente. Io sì.»
Una fitta di rabbia violenta mi trapassò lo stomaco. Avrei voluto prenderla per la gola e sbatterla contro la libreria di mogano. Stava parlando di Chloe come se fosse spazzatura da smaltire, ignara del fatto che, in quel momento, la spazzatura era lei. Era marcia, egoista fino all'osso, disposta a calpestare chiunque per prendersi quello che voleva.
Questa scheggia della sua vera natura fu il promemoria perfetto del perché stavo facendo tutto questo. La mia coscienza, se ancora ne avevo una, si spense del tutto.
Non lasciai trasparire nulla. Soffocai la rabbia sotto una maschera di infinita, devota comprensione.
Le sorrisi dolcemente, un sorriso che non le arrivò mai a spiegare l'abisso in cui la stavo per spingere. Feci scivolare le mani dal suo viso lungo il suo collo, accarezzandole le spalle attraverso il cotone logoro della maglietta.
«Non pensarci adesso,» le sussurrai, sfiorandole le labbra con le mie, sentendo il suo respiro accelerare all'istante contro la mia bocca.
«Oggi hai fatto un salto nel vuoto, sei distrutta. Risolveremo tutto, te lo prometto. Ma ora... tranquilla.»
Asia emise un piccolo sospiro spezzato, una resa totale. Le sue braccia mi circondarono il collo e si aggrappò a me come a una zattera di salvataggio in mezzo all'oceano. Ma non sapeva che la zattera era fatta di piombo, e io l'avrei portata dritta sul fondo.
Mi prese per mano e mi guidò lungo il corridoio buio, verso la sua camera da letto. Era la stessa stanza di quando era una ragazzina, ma svuotata di quell'innocenza: i mobili laccati bianchi, un grande specchio con la cornice argentata e le serrande abbassate a metà che lasciavano filtrare soltanto i riflessi arancioni dei lampioni di Prati.
Ci fermammo di fianco al letto matrimoniale. Asia non disse una parola; mi fissò negli occhi mentre si sfilava la t-shirt grigia sopra la testa, lasciandola cadere sul pavimento. Subito dopo fece scivolare i pantaloni della tuta lungo le gambe.
Rimase davanti a me solo con il suo intimo rosso. Un completo di pizzo, costoso, elettrico, che creava un contrasto violento con la pelle chiara e l’atmosfera spettrale della casa. Era il suo modo di riprendersi la scena, di ricordarmi chi era, anche nel momento del crollo. Ma per me quel rosso era solo il bersaglio perfetto.
Mi spogliai a mia volta, lentamente, senza staccare gli occhi dai suoi. Quando fui completamente nudo, la spinsi con delicatezza sul materasso. Asia si sdraiò, abbandonandosi indietro, i capelli scuri sparsi sul cuscino. Mi misi sopra di lei, sostenendo il peso del mio corpo sulle braccia, e la baciai.
Furono baci diversi da quelli dell’hotel. Nessuna rabbia, nessuna fretta. Erano baci lenti, morbidi, quasi romantici. Le mie labbra accarezzavano le sue con una cura geometrica, studiata per farle credere che in quel contatto ci fosse il perdono, la riconciliazione che tanto bramava. Asia emise un gemito soffocato contro la mia bocca, stringendomi le spalle con le dita, disperata nel tentativo di aggrapparsi a quell'illusione.
«Michael...» sussurrò contro le mie labbra, il fiato corto. «Scusami per quello che ti ho fatto. Dimmi che sei tornato.»
«Shh, sono qui, no?» risposi a bassa voce, mentendo con una precisione chirurgica.
«Vieni qui» mi disse
Scesi con i baci lungo la linea della mascella, poi sul collo, sentendo il battito accelerato della sua carotide. Con la mano destra afferrai il bordo della coppa del suo reggiseno rosso e la tirai giù, scoprendo una tetta. Iniziai a scendere con la bocca, accarezzando la pelle calda con la lingua, mentre lei inarcava leggermente la schiena. Continuai il mio percorso sul ventre, lento, inesorabile, ignorando le sue mani che mi accarezzavano i capelli. Arrivai fino al suo punto di massimo piacere. Scansai l'elasticodei suoi slip iniziando a leccarla, muovendomi con un'attenzione quasi devota, spingendola oltre il limite della resistenza finché non la sentii irrigidirsi e sussultare, stringendo le lenzuola tra le dita.
Quando rialzai lo sguardo, i suoi occhi erano lucidi, persi. Mi posizionai tra le sue gambe e la possedei con un movimento fluido, profondo.
Asia spalancò gli occhi e mi cercò subito il viso. Iniziò un ritmo che non aveva nulla a che fare con la foga distruttiva delle altre volte. Era pura intensità. Ci guardavamo senza sosta, i nostri occhi incollati in una sfida silenziosa che lei interpretava come amore e io come possesso. Ogni spinta era lenta, calibrata per farle assaporare ogni millimetro di quel contatto, intervallata da baci profondi che sapevano di intimità ritrovata.
Le mie labbra la sfiorarono, un contatto lieve che fece esplodere milioni di nervi. Non era un bacio di conquista, ma di ricerca
Lei si mosse sotto di me, l’intimo di pizzo che sfregava contro la mia pelle pelosa.
«Baciami» mormorò contro la mia bocca, il respiro che mescolava vaniglia e disperazione.
«Mi vuoi?« risposi, e per la prima volta, non fu solo una promessa sessuale.
Scivolai una mano sotto la sua schiena, sollevandola leggermente.
«Si, si ti voglio. Mmh, continua aah»
Il pizzo rosso del reggiseno, ancora abbassato, si muoveva a tempo con i nostri respiri affannati nel silenzio della stanza. Era una danza ipnotica, una recita così perfetta che persino la mia pelle sembrava crederci, mentre la mia mente restava gelida, a guardarla dall'alto.
Con un movimento fluido, lei ruotò sui fianchi, posizionando entrambe le gambe sullo stesso lato, sovrapposte l'una all'altra. Entrai in lei lentamente, sentendo la sua fica calda e bagnata avvolgermi, stringermi in un abbraccio viscerale. La posizione permetteva una penetrazione profonda, impossibile da ignorare per entrambi.
Ci guardammo dritto negli occhi mentre iniziavo a muovermi, un ritmo lento, tortuoso, studiato per prolungare ogni sensazione. Ogni spinta era una domanda, ogni risposta un gemito soffocato. Il pizzo rosso del suo reggiseno sfiorava il mio petto ad ogni respiro, un promemoria costante della sua bellezza e della sua vulnerabilità.
« Ah sii... ti prego siii» sussurrò lei, chiudendo gli occhi per un secondo, arrendendosi all'onda di piacere che la attraversava.
«Continuaa, aahh... aahh»
«Rilassati piccola, rilassati»
Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi mentre la scopavo, inchiodando la sua anima nuda alla mia con lo stesso sguardo con cui il mio cazzo la riempiva. Era romantico, sì, ma c'era quel sottile veleno, la consapevolezza che stavamo usando il sesso per tappare creche che nulla avrebbe potuto riparare davvero.
Con un movimento fluido, lei ruotò sui fianchi, posizionando entrambe le gambe sullo stesso lato, sovrapposte l'una all'altra. Entrai in lei lentamente, sentendo la sua fica calda e bagnata avvolgermi, stringermi in un abbraccio viscerale. La posizione permetteva una penetrazione profonda, impossibile da ignorare per entrambi.
Ci guardammo dritto negli occhi mentre iniziavo a muovermi, un ritmo lento, tortuoso, studiato per prolungare ogni sensazione. Ogni spinta era una domanda, ogni risposta un gemito soffocato. Il pizzo rosso del suo reggiseno sfiorava il mio petto ad ogni respiro, un promemoria costante della sua bellezza e della sua vulnerabilità.
« Ah sii... ti prego siii» sussurrò lei, chiudendo gli occhi per un secondo, arrendendosi all'onda di piacere che la attraversava.
«Continuaa, aahh... aahh»
«Rilassati piccola, rilassati»
Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi mentre la scopavo, inchiodando la sua anima nuda alla mia con lo stesso sguardo con cui il mio cazzo la riempiva. Era romantico, sì, ma c'era quel sottile veleno, la consapevolezza che stavamo usando il sesso per tappare creche che nulla avrebbe potuto riparare davvero.
Dopo qualche eternità, Asia si districò dalla mia presa, girandosi a pancia in giù con una grazia felina. Il suo culo, perfetto e sodo, si offrì alla mia vista, il pizzo del perizoma che spariva tra le sue chiappe. Mi posi alle sue spalle, allineando il mio corpo al suo. La penetrai da dietro, ma non c'è furia. Le afferrai le chiappe, stringendole con tutta la forza che avevo, ma il ritmo rimase quel lento e piacevole che avevamo costruito.
Lei si girò leggermete, cercando la mia bocca con la sua in un angolo impossibile. Si stava mordendo il labbro inferiore dal piacere. Ci baciamo, goffi e famelici, mentre i nostri corpi si muovevano in perfetta sintonia. I suoi gemiti si fecero più alti, più pressanti.
«Dio Michael... Siiiii» Esclamò, ma fu un richiamo emotivo quanto fisico.
Lei si sporse in avanti, affondando il viso nel cuscino, poi tornò su, i capelli neri appiccicati alla fronte sudata. «Ti amo cazzo, ti amo... volevi sentirlo da me no?» confessò, le parole uscirono a scatti, rotte dal piacere crescente e da una verità che spaventava entrambi.
Mi fermai, il mio cazzo ancora sepolto in fondo a lei, palpitante. Il cuore mi battette forte contro il mio torace. Aveva ceduto? Era la verità nuda e cruda di una donna distrutta? Oppure era un altro dei suoi giochi?
Le sue parole rimasero sospese nell’aria pesante della stanza, un macigno gettato in uno stagno già troppo torbido. Non potei rispondere. Non volevo. L’unica cosa che riuscii a fare fu usare il mio corpo per cancellare il suono della sua voce. Ripresi a muovermi, spingendo dentro di lei con una forza brusca, cercando di soffocare il senso di colpa sotto il peso del piacere fisico. Asia emise un gemito soffocato, il viso ancora sepolto nel cuscino, ma i suoi fianchi risposero al mio, inarcandosi per accogliermi più a fondo.
«Di più Michael, aah siii, oddio come godoo»
«Sei bellissima, ma sei anche una stronza del cazzo... Mmmh ssii»
«Solo con te, ma vedo che hai imparato a gestirmi» eccola, la stronza stava di nuovo emergendo.
Per qualche minuto, il mondo si ridusse al fruscio dei lenzuoli, all’odore pungente del sudore e alla vaniglia del suo profumo, e allo schiocco sordo delle nostre pelli che si incontravano. Ero dentro di lei, ma la mia mente era già altrove, in fuga da quella confessione che cambiava tutto, rendendo il tradimento non più solo un atto fisico, ma un'infrazione emotiva gravissima.
«Girati» sussurrai, la voce rauca, estraendomi lentamente da quella calda prigione. La sensazione di perdere il contatto fu bruciante, un vuoto improvviso che richiedeva di essere colmato subito.
Asia obbedì con una leggerezza sorprendente, scivolando via da sotto di me. Si posizionò sopra di me, ma non mi affrontò. Si voltò, dando le spalle alla mia luce, offrendomi la vista del suo corpo snello e atletico che si profilava contro l'oscurità della stanza. Non si prese la briga di togliersi quel cazzo di intimo di pizzo rosso; anzi, lo fece scivolare appena di lato, lasciando che il tessuto tagliasse la pelle morbida delle sue cosce, un contrasto visivo che mi fece venire voglia di morderle. Incastrò le gambe sotto le mie cosce, bloccandomi a terra, trasformandomi in un piedistallo per il suo desiderio. Afferrò il mio cazzo, ancora bagnato dei nostri fluidi, e lo guidò verso l'ingresso. La mano era calda, la presa decisa. Quando scese, ingoiandomi tutto in un solo movimento lento, espirai un respiro che non sapevo di trattenere.
La vista era mozzafiato. Il suo culo, grande, tondo e sodo, si ergeva davanti ai miei occhi, oscillando leggermente mentre si adattava alla mia dimensione. Il pizzo rosso dell'intimo si incuneava tra le chiappe, evidenziando la forma perfetta in modo quasi offensivo. Le sue gambe, prese nella morsa delle mie, erano tese, i muscoli del polpaccio definiti. Portai le mani alle sue piante dei piedi, sentendo la pelle calda e liscia sotto i polpastrelli. Le presi per tenerla ferma, per avere un punto d'appoggio mentre iniziava a muoversi. Era una sensazione strana, intima, quasi vulnerabile, toccare i suoi piedi mentre era connessa a me in quel modo così primitivo.
« cosi, Cosiii, aah aah. Ssiii»Urlò ei, iniziando a scivolare su e giù. Non era una corsa. Era un ritmo controllato, una tortura lenta e deliberata. Ogni volta che scendeva, stringeva i muscoli interni, mordendo la mia cappella con una precisione chirurgica, poi risaliva lentamente, quasi uscendo del tutto, per poi riabbracciarmi con violenza. Io la guardavo, ipnotizzato dal movimento del suo culo, dal modo in cui la sua schiena si incurvava. Non volevo venire. Volevo che questo momento durasse per sempre, sospeso tra il peccato e l'eccitazione, un luogo dove Chloe non poteva raggiungerci e dove il cancro di suo padre non esisteva.
«Continua, Troia. Mmmh dio, si» mugugnai, dandole uno schiaffo potente a mano aperta sul culo.
«Ahi, Bastardo» gridò.
Lei controllava tutto. La velocità, la profondità, l'angolazione. Io ero solo lo strumento, il cazzo che lei usava per scaricare il suo dolore. Le sue dita affondarono nelle mie cosce, lasciando mezzilune bianche sulla pelle. Il respiro di Asia diventò più affannoso, ma non accelerò. Mantenne quel tempo incantevole, mortificante. Sentivo il mio orgasmo avvicinarsi, una marea che saliva dal basso della schiena, ma ogni volta che ero sul punto di esplodere, lei si fermava per una frazione di secondo, stringendo la base del mio cazzo con i muscoli vaginali, soffocando l'esplosione e lasciandomi in un limbo di puro agonismo. Eravamo due atleti in una finale infinita, che si passavano la palla senza mai segnare.
All'improvviso, il gioco divenne troppo intenso. Il rischio di cedere era troppo alto. Mi staccai da lei con un movimento brusco, liberando il mio cazzo dalla sua presa. Un lamento di disappunto uscì dalle sue labbra, ma io non mi fermai.
«Scendi Asia» ordinai, la voce spezzata.
Asia si lasciò cadere a pancia in giù sul materasso, i capelli neri sparsi come un'esplosione di inchiostro sul cuscino bianco. Mi spostai, inginocchiandomi davanti alla sua faccia. Il mio cazzo era duro come una roccia, pulsante, rosso e lucido, che ondeggiava pesante davanti ai suoi occhi. Lei si sollevò leggermente sui gomiti, i suoi occhi blu fissando la mia erezione con una fame animale.
«Vuoi sborrarmi in bocca, mmh?»
«Si, ingoia tutto, troia»
«Smettila di chiamarmi troia. Ho fatto una scelta in passato, sbagliata si, ma pur sempre una scelta»
Aprii la bocca, sporgendo la lingua, un invito esplicito e volgare. Iniziai a masturbarmi vigorosamente, la mano che scivolava veloce sulla pelle lubrificata, il pugno che stringeva forte alla base. Il suono della mano che frizionava contro il cazzo era umido e ripetitivo, un ritmo percussivo che riempiva la stanza. Lei non chiuse gli occhi per un secondo. Li teneva fissi su di me, aspettando il suo premio, la dea che richiede il sacrificio.
Il piacere mi colpì come un pugno allo stomaco.
«Eccomi... Siiii» sibilai tra i denti.
Il primo getto fu potente, una cordata bianca che le colpì la lingua e il palato, riempiendo la sua bocca istantaneamente. Asia non indietreggiò. Rimase lì, a bocca aperta, mentre il secondo e il terzo schizzo le colpivano le labbra, sporcandole il mento, gocciolando lungo il collo come perle bianche e calde. Continuai a venire, svuotandomi completamente su di lei, mentre lei inghiottiva avidamente tutto ciò che riusciva a raccogliere, la gola che si muoveva in movimenti convulsi.
Quando l'ultimo spasmo scemò, mi lasciai cadere indietro sui talloni, il petto che andava a fuoco. Asia chiuse la bocca, le labbra lucide di sborra, e mi guardò. Con un dito, raccolse una goccia che stava per cadere dal mento e se la portò alla bocca, leccandola con lentezza.
Asia deglutì, poi si lasciò cadere di nuovo sul cuscino, sfinita, un sorriso debole e appagato che le illuminava il viso nella penombra. Credeva di aver vinto. Credeva di avermi ripreso, di aver sigillato il nostro nuovo inizio con la carne.
Mi sdraiai di fianco a lei, passandole un braccio intorno alla vita per tirarla contro il mio petto. Lei si rannicchiò subito, nascondendo il viso contro il mio collo. Accarezzai la sua schiena nuda, guardando il soffitto bianco sopra di noi. Il vuoto dentro di me era assoluto, perfetto. La trappola era scattata, e Asia era finalmente dove volevo io: completamente indifesa, convinta di essere felice, a un passo dal baratro.
Il silenzio ritornò a riempire la stanza, rotto solo dal fischio leggero del condizionatore e dai nostri respiri che tornavano regolari. Asia era rannicchiata contro il mio petto, le dita che giocherellavano distrattamente con i peli sul mio sterno. Il pizzo rosso del suo reggiseno mi premeva contro la pelle.
«Resta con me questa sera», mi disse all’improvviso. Sollevò il viso dal mio collo, puntando i suoi occhi grandi e ancora arrossati nei miei. C’era una preghiera silenziosa in quello sguardo, la richiesta di un salvagente.
«Non posso, Asia», risposi, mantenendo la voce piatta, priva di calore.
«Se Chloe non fosse a casa ad aspettarmi, sarei rimasto. Ma è qui a Roma. Non posso farlo.»
Sentii i suoi muscoli irrigidirsi all’istante. Menzionare Chloe in quel letto, subito dopo aver fatto l'amore, fu come tirarle uno schiaffo. La rabbia le accese le pupille, mescolandosi alla disperazione.
«Ho bisogno di te...» sussurrò, e la voce le tremò, tradendo la sua finta sicurezza.
«Io ho fatto quello che volevi, Michael. Ho distrutto tutto per te. Lo so... lo so che non sarà mai abbastanza per chiederti scusa per quello che è successo in passato. Ma andiamo, guardami.» Si sollevò sui gomiti, sovrastandomi.
«Alla fine lo sai anche tu che quella ragazzina non c’entra niente con te. Chloe non è adatta a te, non ti somiglia. È vuota. Tu hai bisogno di me, perchè hai sempre voluto me.»
Le sue parole erano veleno purissimo, l'ultimo disperato tentativo di sminuire l’unica persona pulita rimasta nella mia vita per ripulire se stessa. Mi imposi di non reagire, di non stringere i denti. La guardai con una freddezza che l'avrebbe logorata più di qualsiasi urlo.
«Smettila, Asia», dissi, e il mio tono si abbassò di un’ottava, diventando quasi minaccioso.
«Devi smetterla di tirare in ballo chi non c’entra niente con noi due. Stai soffrendo, tuo padre sta male e capisco che tu sia confusa, ma adesso devi avere pazienza. Quello che hai fatto con Francesco è una tua scelta. Questa situazione non è una cosa che posso o voglio risolvere da un giorno all’altro.»
Quella distanza la fece impazzire. Non tollerava di non avere il controllo. Con un movimento fluido e nervoso si mise a cavalcioni sopra di me, bloccandomi i fianchi con le cosce. Mosse la testa all'indietro con un gesto secco per scostarsi i capelli scuri dal viso, poi si chinò e mi baciò.
Fu un bacio violento, affamato, che sapeva di lacrime e sesso salato. Voleva fagocitarmi, voleva costringermi a dirle di sì a tutti i costi.
Passammo un tempo indefinito così, bloccati in quella penombra arancione, tra baci che diventavano carezze lente e i nostri corpi che tornavano a scaldarsi. E in quel preciso istante, mentre le sue mani mi accarezzavano il viso e il profumo della sua pelle — quel fottuto profumo che conoscevo a memoria — mi riempiva i polmoni, la mia lucidità vacillò.
Fu un millisecondo. Un fotogramma di pura, fottuta debolezza.
Sentendola così arresa, spogliata di tutto il suo potere e della sua vita apparentemente perfetta, vulnerabile come non l'avevo mai vista, qualcosa dentro di me gridò. Avrei voluto stringerla fino a farle male, mandare al diavolo Chloe, la vendetta, la rabbia e i piani. Avrei voluto urlarle in faccia che era lei la donna della mia vita, che l'avevo odiata solo perché l'avevo amata da morire, e che avrei voluto passare il resto dei miei giorni maledetti in quel letto con lei. Il vecchio Michael, il ragazzino ingenuo che lei aveva fatto a pezzi, stava provando a risalire a galla, a chiedere pietà.
No.
Lo schiaffo dei ricordi mi arrivò dritto in faccia, freddo come una lama. Mi tornarono in mente i mesi passati a soffrire, le notti passate a guardare il soffitto chiedendomi cosa avessi di sbagliato. Ricordai la sua spietatezza. Lei non era cambiata; era solo all'angolo.
Se avessi ceduto adesso, se mi fossi arreso a quel bacio, lei avrebbe vinto di nuovo. Avrebbe capito di avermi ancora al guinzaglio. E io non potevo farla vincere. Non potevo arrendermi così, non dopo tutta la merda che avevo ingoiato.
Soffocai il ragazzino buono dentro un urlo silenzioso e lasciai che il mostro riprendesse il comando, ancora più lucido, ancora più cattivo.
Le afferrai delicatamente i fianchi, interrompendo il bacio con fermezza. Le sorrisi, un sorriso ambiguo, mentre la spostavo da sopra di me per rimettermi in piedi.
«Devo andare, Asia», dissi, infilandomi i boxer senza guardarla.
«Fatti la doccia e cerca di dormire. Ci sentiamo domani.»
Lei rimase seduta in mezzo al letto, nuda nel suo intimo rosso, con lo sguardo perso nel vuoto e le braccia che stringevano le sue stesse ginocchia. Sembrava una bambola rotta. Non disse nulla, mentre io raccoglievo le mie cose dal pavimento e uscivo dalla stanza, lasciandola sola nel buio della sua casa vuota.
CONTINUA... . .
Per chi volesse darmi consigli, suggerimenti o idee per nuove storie, potete farlo al questo indirizzo mail:
[ storieeraccontidim@gmail.com ]
Sarà un piacere leggere i vostri pensieri e lasciarmi ispirare.
Una sera avevo portato Chloe a cena da Nannarella, nel cuore di Trastevere. Volevo un posto che fosse l'esatto opposto dei ristoranti asettici, stellati e silenziosi in cui Francesco portava Asia. Volevo il caos, le tovaglie a quadretti, i tavoli attaccati l'uno all'altro, l'odore di pecorino, guanciale e vino della casa che impregnava l'aria calda di fine giugno. Per Chloe era l'autenticità romana, un'esperienza meravigliosa. Per me, era il palcoscenico perfetto.
«Mio dio, è buonissima!» disse Chloe, imprecando in un misto di italiano e inglese buffo mentre cercava di domare una forchettata di tonnarelli cacio e pepe. Le guance le si erano arrossate per il caldo e per il mezzo litro di rosso che ci eravamo già scolati. Era bellissima, felice, totalmente ignara del fatto che stavo per usarla come arma.
«Senti, usa il cucchiaio insieme alla forchetta, mi stai facendo pena» risi, prendendo il mio telefono dal tavolo. «Aspetta, fermati così. Sei un disastro, devo immortalare questo momento.»
Aprii Instagram. Inquadrai il suo viso sorridente, poi feci scendere l'obiettivo sulla sua mano maldestra che lottava con la forchetta. E lì, in primo piano, catturai esattamente quello che volevo: il braccialetto d'argento che le avevo regalato, che le brillava sul polso sotto le luci calde del locale.
Registrai un video di qualche secondo. Nessuna canzone di sottofondo, solo il rumore delle risate e dei piatti di Trastevere. Lo pubblicai nelle storie.
Poi posai il telefono a faccia in giù e ripresi a mangiare, ascoltando Chloe che mi raccontava di un museo che aveva visitato quel pomeriggio con mia madre. Annuivo, le sorridevo, ma la mia mente era un orologio svizzero che contava i minuti.
Ogni tanto, aprivo l'app e scorrevo la lista di chi aveva visualizzato la storia.
Cinquanta persone. Cento. Duecento. I vecchi compagni di squadra, amici di Londra, parenti, amici stretti.
Ad un certo punto, mentre Chloe ordinava il tiramisù, lo vidi.
Il nome di Asia.
Sapevo che avrebbe visualizzato. Stava guardando la mia vita. Stava guardando la ragazza che le aveva rubato il posto, felice, spensierata, con al polso un regalo che io avevo comprato quel giorno mentre lei era in lacrime su una panchina. Potevo quasi sentire il rumore dei suoi denti che digrignavano, il sapore acido dell'invidia e dell'abbandono che le saliva in gola. Sapevo che in quel preciso istante si trovava chiusa in casa, o peggio, nella sala d'attesa di una clinica, soffocata dall'angoscia per suo padre e dal vuoto siderale lasciato dal suo fidanzato sommerso dal lavoro.
Era il momento.
«Amore, vado un attimo in bagno,» dissi a Chloe, alzandomi e lasciandole un bacio rapido sui capelli. «Torno subito.»
Mi feci largo a fatica tra i camerieri carichi di piatti e i turisti accalcati all'ingresso. Il bagno era piccolo, illuminato da una luce al neon fredda e ronzante che faceva sembrare tutto più squallido. Chiusi la porta a chiave. Il rimbombo del locale arrivava ovattato, come se fossi sott'acqua.
Mi appoggiai al lavandino, guardai il mio riflesso nello specchio per un secondo. I miei occhi erano scuri, lucidi, privi di qualsiasi esitazione. Sbloccai il telefono e aprii la chat di Asia.
Non le scrivevo da giorni. Il mio ultimo messaggio risaliva a prima del disastro di Villa Borghese.
Fissai la tastiera. Sapevo esattamente cosa si sarebbe innescato nella sua testa con questo messaggio. Se le avessi scritto qualcosa di provocatorio o dolce, si sarebbe messa sulla difensiva. Invece, le avrei dato l'unica cosa che Francesco non era in grado di darle: empatia. Un'empatia finta, misurata col bilancino, sganciata proprio nel momento in cui sapeva che ero felice con un'altra.
Le dita si mossero veloci sullo schermo.
«Ciao, come sta tuo padre?»
Lo inviai. Semplice, educato, letale.
Mi immaginai la scena. Asia, sul divano, il telefono che le scivola quasi di mano. Ha appena finito di torturarsi guardando la mia storia, si sta convincendo che l'ho dimenticata, che sono felice con Chloe. E all'improvviso, una notifica. Michael.
Il suo cervello, logorato dal dolore e dalla disperazione, avrebbe fatto esattamente il calcolo che avevo previsto: «È a cena fuori con lei. Si sta divertendo. Eppure... in mezzo a tutto quel casino, ha preso il telefono e ha pensato a me. Ha pensato a mio padre. Vuole me.»
L'avrei fatta sentire l'unica cosa importante nascosta dietro la facciata della mia serata perfetta. L'avrei convinta che il mio cuore era lì con lei, e che Chloe era solo un passatempo, una distrazione.
Non feci in tempo a rimettere il telefono in tasca che comparvero la scritta " sta scrivendo "
La risposta arrivò dieci secondi dopo, febbrile.
«Male. Ha iniziato le terapie ma è debolissimo. Francesco è a Milano per una fiera fino a domani, sono sola. Grazie per avermelo chiesto, Michael... significa tanto. Sei a cena?»
Sorrisi. Un sorriso freddo, chirurgico, che mi deformò appena le labbra nello specchio del bagno. Aveva abbassato tutte le difese. Mi stava offrendo la sua solitudine su un piatto d'argento, sperando che io la raccogliessi. Voleva che le dicessi che l'avrei raggiunta, voleva elemosinare un briciolo del mio tempo per riempire il baratro in cui stava precipitando.
Ma io non ero lì per salvarla.
Risposi digitando lentamente, senza pietà.
«Si sono a cena. Devo andare, fatti forza.»
Inviai, e senza aspettare nemmeno un secondo, bloccai lo schermo e misi il telefono in tasca. Nessuna rassicurazione, nessuna apertura. Solo un taglio netto, chirurgico. L'avevo sollevata da terra per un istante, solo per farla schiantare ancora più forte. Quella freddezza apparente l'avrebbe fatta impazzire. L'avrebbe convinta che doveva liberarsi di Francesco il prima possibile se voleva sperare di riavermi indietro.
Aprii il rubinetto e mi sciacquai le mani con l'acqua gelida. Il mostro dentro di me respirava a pieni polmoni, nutrendosi di quel potere subdolo.
Mi asciugai, sbloccai la porta del bagno e tornai nella bolgia del ristorante.
Quando raggiunsi il nostro tavolo, il tiramisù era arrivato. Chloe mi guardò e mi sorrise, i suoi occhi verdi che brillavano di un affetto puro e incondizionato.
«Tutto bene?» mi chiese, passandomi un cucchiaino.
«Si, tutro bene,» risposi, sedendomi e intrecciando le mie dita con le sue, proprio sopra il braccialetto d'argento.
Il giorno dopo ero con alcuni vecchi amici d'infanzia. Ci ritrovammo nel nostro solito bar per scambiare due chiacchiere. Clhoe rimase a casa, la mattina l'avevo portata a visitare il Foro Romano.
Il messaggio arrivò sul mio telefono alle sei del pomeriggio. Una sola riga, cruda e diretta, che spiccò sullo schermo nero mentre ero seduto al tavolo del bar assistendo ad una partita di biliardo tra alcuni miei amici.
«È finita, l'ho lasciato. Non mi considera neanche in un momento così. Ti prego, vieni.»
Fissai quelle parole per una manciata di secondi. Il mio cuore fece un battito a vuoto, ma non per l'emozione. Era il brivido freddo e metallico del cacciatore che sente lo scatto della tagliola nel bosco. Aveva abboccato. Asia aveva appena fatto saltare in aria la sua fortezza d'oro.
Mi alzai, infilando il telefono in tasca con la massima naturalezza.
«Oh regà! Io devo scappà. Ci rivediamo sicuramente prima della ripartenza»
«Nooo, ma che cazzo devi fa!» Disse Andrea
« Eh Andrè... la fregna è fregna. Quando a te te chiama Flavia scappi allo stesso modo. Ormai è fidanzato, l'abbiamo perso.» rispose Danilo, insultandolo scherzosamente
«Eh c'hai ragione pure tu. Vabbè Mike, ci vediamo»
Scoppiai a ridere, ma non dissi nulla. Li salutai dando il cinque a tutti e un bacio sulla guancia.
Tornai verso la macchina, guidai verso il quartiere Prati con i finestrini abbassati, lasciando che l'aria calda del tramonto romano mi colpisse la faccia. Non provavo alcun senso di colpa, solo una concentrazione assoluta. Stavo per entrare in scena, e il copione richiedeva la mia migliore interpretazione di sempre.
La casa dei genitori di Asia si trovava in un elegante palazzo umbertino a due passi da Piazza Cavour. Non era una villa sfarzosa, ma un classico, immenso appartamento della borghesia romana. Parcheggiai, superai il grande portone di legno massiccio e presi l'ascensore d'epoca in ferro battuto. Il rumore meccanico dell'argano che mi portava al terzo piano sembrava scandire i rintocchi di una condanna.
Suonai il campanello. Non aspettai molto. La porta si aprì lentamente, rivelando un ambiente immerso in una penombra irreale.
Asia era lì, appoggiata allo stipite. Indossava una vecchia t-shirt grigia troppo grande per lei e un paio di pantaloni della tuta, scalza. I capelli scuri le ricadevano disordinati sulle spalle, e gli occhi erano gonfi, svuotati da ore di pianto. Sembrava minuscola, spogliata di tutta quell'arroganza mondana che le avevo sempre visto addosso.
«Sei venuto,» sussurrò, la voce roca.
«Me lo hai chiesto tu,» risposi, mantenendo il tono basso, quasi incerto.
Mi fece cenno di entrare e richiuse la porta blindata alle mie spalle. L'appartamento era una tomba. Non c'era il solito viavai, non c'erano le luci accese o il rumore della televisione. L'aria odorava di cera per pavimenti, di polvere sottile e di un sentore pungente di medicinali. Sul massiccio mobile all'ingresso, in mezzo a cornici d'argento e svuotatasche di cristallo, spiccava una cartellina plastificata dell'ospedale. I referti di suo padre. L'assenza di sua madre, rimasta al capezzale del marito, rendeva quel lusso classico — i soffitti alti, il parquet a spina di pesce, i tappeti persiani — incredibilmente opprimente.
La seguii nel grande salone. Asia si fermò al centro della stanza, passandosi le mani sulle braccia incrociate, come se avesse freddo nonostante i trentacinque gradi di Roma che sembravano cinquanta per l'afa.
«Non c'è nessuno,» disse, senza guardarmi.
«Mia madre praticamente vive in clinica. Io... io ho fatto le valigie da casa di Francesco dopo pranzo. Gli ho lasciato l'anello sul tavolo della cucina. Ieri sera abbiamo litigato di brutto.»
Feci un passo verso di lei, costringendo il mio viso ad assumere un'espressione di puro sconcerto. Feci tremare leggermente la voce, recitando la parte del ragazzo sconvolto, travolto dagli eventi.
«Asia... cos'hai fatto? Perché in questo modo? Tuo padre sta male, tu—»
«Non potevo più respirare, Michael!» sbottò lei, voltandosi di scatto. Gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime.
«Gli ho detto che mio padre stava peggiorando, e lui sai cosa ha fatto? Ha chiamato la sua segretaria per spostare un paio di riunioni 'in caso di lutto'. Non mi ha nemmeno abbracciata. Mi guardava come se fossi un fottuto inconveniente sulla sua agenda!»
Prese un respiro tremante, le labbra le tremavano.
«E poi ho pensato a te. Ho pensato a te che mi scrivi da un ristorante per chiedermi come sto, mentre lui è lì che fa i conti. Ho capito che con lui sarei stata solo un fantasma. Io non amo lui, Michael. Non più. Io amo la sensazione di sicurezza che mi dava, perché ero troppo codarda per affrontare il fatto che la mia famiglia sta andando a pezzi e che l'unico uomo che ho mai amato veramente lo avevo distrutto anni fa.»
Era il momento. Feci cadere l'ultima barriera. Lasciai che le mie spalle si rilassassero e feci due passi decisi verso di lei, azzerando la distanza. Le presi il viso tra le mani. I miei pollici le accarezzarono gli zigomi bagnati, asciugando le lacrime con una delicatezza che le fece chiudere gli occhi.
Sentii il suo corpo tremare sotto il mio tocco. Credeva di avermi ritrovato. Credeva che l'amore, alla fine, avesse trionfato sulla mia rabbia.
«Sei stata coraggiosa,» le sussurrai, la voce carica di un'empatia così ben simulata da farmi quasi schifo da solo.
«Hai fatto la cosa giusta. Io... io non pensavo che lo avresti fatto per davvero.»
Asia aprì gli occhi, piantandoli nei miei. L'ombra della disperazione lasciò il posto, per un brevissimo istante, a una luce diversa. Quella luce tossica, predatrice e spietata che conoscevo fin troppo bene. Anche mentre il suo mondo crollava, la vipera era sempre lì, in agguato.
Sollevò le mani e mi strinse i polsi, le unghie che premevano sulla mia pelle.
«L'ho fatto per noi, Michael,» sibilò, la voce improvvisamente ferma.
«Ho buttato nel cesso tutto. Tutto. E ora tocca a te.»
Il suo sguardo si indurì, le labbra si piegarono in un ghigno possessivo.
«Adesso prendi la tua fidanzatina inglese, le fai le valigie e la rispedisci sulla sua isoletta del cazzo. Deve sparire. È finita la recita, Michael. Lei qui non c'entra niente, non sa chi sei veramente. Io sì.»
Una fitta di rabbia violenta mi trapassò lo stomaco. Avrei voluto prenderla per la gola e sbatterla contro la libreria di mogano. Stava parlando di Chloe come se fosse spazzatura da smaltire, ignara del fatto che, in quel momento, la spazzatura era lei. Era marcia, egoista fino all'osso, disposta a calpestare chiunque per prendersi quello che voleva.
Questa scheggia della sua vera natura fu il promemoria perfetto del perché stavo facendo tutto questo. La mia coscienza, se ancora ne avevo una, si spense del tutto.
Non lasciai trasparire nulla. Soffocai la rabbia sotto una maschera di infinita, devota comprensione.
Le sorrisi dolcemente, un sorriso che non le arrivò mai a spiegare l'abisso in cui la stavo per spingere. Feci scivolare le mani dal suo viso lungo il suo collo, accarezzandole le spalle attraverso il cotone logoro della maglietta.
«Non pensarci adesso,» le sussurrai, sfiorandole le labbra con le mie, sentendo il suo respiro accelerare all'istante contro la mia bocca.
«Oggi hai fatto un salto nel vuoto, sei distrutta. Risolveremo tutto, te lo prometto. Ma ora... tranquilla.»
Asia emise un piccolo sospiro spezzato, una resa totale. Le sue braccia mi circondarono il collo e si aggrappò a me come a una zattera di salvataggio in mezzo all'oceano. Ma non sapeva che la zattera era fatta di piombo, e io l'avrei portata dritta sul fondo.
Mi prese per mano e mi guidò lungo il corridoio buio, verso la sua camera da letto. Era la stessa stanza di quando era una ragazzina, ma svuotata di quell'innocenza: i mobili laccati bianchi, un grande specchio con la cornice argentata e le serrande abbassate a metà che lasciavano filtrare soltanto i riflessi arancioni dei lampioni di Prati.
Ci fermammo di fianco al letto matrimoniale. Asia non disse una parola; mi fissò negli occhi mentre si sfilava la t-shirt grigia sopra la testa, lasciandola cadere sul pavimento. Subito dopo fece scivolare i pantaloni della tuta lungo le gambe.
Rimase davanti a me solo con il suo intimo rosso. Un completo di pizzo, costoso, elettrico, che creava un contrasto violento con la pelle chiara e l’atmosfera spettrale della casa. Era il suo modo di riprendersi la scena, di ricordarmi chi era, anche nel momento del crollo. Ma per me quel rosso era solo il bersaglio perfetto.
Mi spogliai a mia volta, lentamente, senza staccare gli occhi dai suoi. Quando fui completamente nudo, la spinsi con delicatezza sul materasso. Asia si sdraiò, abbandonandosi indietro, i capelli scuri sparsi sul cuscino. Mi misi sopra di lei, sostenendo il peso del mio corpo sulle braccia, e la baciai.
Furono baci diversi da quelli dell’hotel. Nessuna rabbia, nessuna fretta. Erano baci lenti, morbidi, quasi romantici. Le mie labbra accarezzavano le sue con una cura geometrica, studiata per farle credere che in quel contatto ci fosse il perdono, la riconciliazione che tanto bramava. Asia emise un gemito soffocato contro la mia bocca, stringendomi le spalle con le dita, disperata nel tentativo di aggrapparsi a quell'illusione.
«Michael...» sussurrò contro le mie labbra, il fiato corto. «Scusami per quello che ti ho fatto. Dimmi che sei tornato.»
«Shh, sono qui, no?» risposi a bassa voce, mentendo con una precisione chirurgica.
«Vieni qui» mi disse
Scesi con i baci lungo la linea della mascella, poi sul collo, sentendo il battito accelerato della sua carotide. Con la mano destra afferrai il bordo della coppa del suo reggiseno rosso e la tirai giù, scoprendo una tetta. Iniziai a scendere con la bocca, accarezzando la pelle calda con la lingua, mentre lei inarcava leggermente la schiena. Continuai il mio percorso sul ventre, lento, inesorabile, ignorando le sue mani che mi accarezzavano i capelli. Arrivai fino al suo punto di massimo piacere. Scansai l'elasticodei suoi slip iniziando a leccarla, muovendomi con un'attenzione quasi devota, spingendola oltre il limite della resistenza finché non la sentii irrigidirsi e sussultare, stringendo le lenzuola tra le dita.
Quando rialzai lo sguardo, i suoi occhi erano lucidi, persi. Mi posizionai tra le sue gambe e la possedei con un movimento fluido, profondo.
Asia spalancò gli occhi e mi cercò subito il viso. Iniziò un ritmo che non aveva nulla a che fare con la foga distruttiva delle altre volte. Era pura intensità. Ci guardavamo senza sosta, i nostri occhi incollati in una sfida silenziosa che lei interpretava come amore e io come possesso. Ogni spinta era lenta, calibrata per farle assaporare ogni millimetro di quel contatto, intervallata da baci profondi che sapevano di intimità ritrovata.
Le mie labbra la sfiorarono, un contatto lieve che fece esplodere milioni di nervi. Non era un bacio di conquista, ma di ricerca
Lei si mosse sotto di me, l’intimo di pizzo che sfregava contro la mia pelle pelosa.
«Baciami» mormorò contro la mia bocca, il respiro che mescolava vaniglia e disperazione.
«Mi vuoi?« risposi, e per la prima volta, non fu solo una promessa sessuale.
Scivolai una mano sotto la sua schiena, sollevandola leggermente.
«Si, si ti voglio. Mmh, continua aah»
Il pizzo rosso del reggiseno, ancora abbassato, si muoveva a tempo con i nostri respiri affannati nel silenzio della stanza. Era una danza ipnotica, una recita così perfetta che persino la mia pelle sembrava crederci, mentre la mia mente restava gelida, a guardarla dall'alto.
Con un movimento fluido, lei ruotò sui fianchi, posizionando entrambe le gambe sullo stesso lato, sovrapposte l'una all'altra. Entrai in lei lentamente, sentendo la sua fica calda e bagnata avvolgermi, stringermi in un abbraccio viscerale. La posizione permetteva una penetrazione profonda, impossibile da ignorare per entrambi.
Ci guardammo dritto negli occhi mentre iniziavo a muovermi, un ritmo lento, tortuoso, studiato per prolungare ogni sensazione. Ogni spinta era una domanda, ogni risposta un gemito soffocato. Il pizzo rosso del suo reggiseno sfiorava il mio petto ad ogni respiro, un promemoria costante della sua bellezza e della sua vulnerabilità.
« Ah sii... ti prego siii» sussurrò lei, chiudendo gli occhi per un secondo, arrendendosi all'onda di piacere che la attraversava.
«Continuaa, aahh... aahh»
«Rilassati piccola, rilassati»
Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi mentre la scopavo, inchiodando la sua anima nuda alla mia con lo stesso sguardo con cui il mio cazzo la riempiva. Era romantico, sì, ma c'era quel sottile veleno, la consapevolezza che stavamo usando il sesso per tappare creche che nulla avrebbe potuto riparare davvero.
Con un movimento fluido, lei ruotò sui fianchi, posizionando entrambe le gambe sullo stesso lato, sovrapposte l'una all'altra. Entrai in lei lentamente, sentendo la sua fica calda e bagnata avvolgermi, stringermi in un abbraccio viscerale. La posizione permetteva una penetrazione profonda, impossibile da ignorare per entrambi.
Ci guardammo dritto negli occhi mentre iniziavo a muovermi, un ritmo lento, tortuoso, studiato per prolungare ogni sensazione. Ogni spinta era una domanda, ogni risposta un gemito soffocato. Il pizzo rosso del suo reggiseno sfiorava il mio petto ad ogni respiro, un promemoria costante della sua bellezza e della sua vulnerabilità.
« Ah sii... ti prego siii» sussurrò lei, chiudendo gli occhi per un secondo, arrendendosi all'onda di piacere che la attraversava.
«Continuaa, aahh... aahh»
«Rilassati piccola, rilassati»
Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi mentre la scopavo, inchiodando la sua anima nuda alla mia con lo stesso sguardo con cui il mio cazzo la riempiva. Era romantico, sì, ma c'era quel sottile veleno, la consapevolezza che stavamo usando il sesso per tappare creche che nulla avrebbe potuto riparare davvero.
Dopo qualche eternità, Asia si districò dalla mia presa, girandosi a pancia in giù con una grazia felina. Il suo culo, perfetto e sodo, si offrì alla mia vista, il pizzo del perizoma che spariva tra le sue chiappe. Mi posi alle sue spalle, allineando il mio corpo al suo. La penetrai da dietro, ma non c'è furia. Le afferrai le chiappe, stringendole con tutta la forza che avevo, ma il ritmo rimase quel lento e piacevole che avevamo costruito.
Lei si girò leggermete, cercando la mia bocca con la sua in un angolo impossibile. Si stava mordendo il labbro inferiore dal piacere. Ci baciamo, goffi e famelici, mentre i nostri corpi si muovevano in perfetta sintonia. I suoi gemiti si fecero più alti, più pressanti.
«Dio Michael... Siiiii» Esclamò, ma fu un richiamo emotivo quanto fisico.
Lei si sporse in avanti, affondando il viso nel cuscino, poi tornò su, i capelli neri appiccicati alla fronte sudata. «Ti amo cazzo, ti amo... volevi sentirlo da me no?» confessò, le parole uscirono a scatti, rotte dal piacere crescente e da una verità che spaventava entrambi.
Mi fermai, il mio cazzo ancora sepolto in fondo a lei, palpitante. Il cuore mi battette forte contro il mio torace. Aveva ceduto? Era la verità nuda e cruda di una donna distrutta? Oppure era un altro dei suoi giochi?
Le sue parole rimasero sospese nell’aria pesante della stanza, un macigno gettato in uno stagno già troppo torbido. Non potei rispondere. Non volevo. L’unica cosa che riuscii a fare fu usare il mio corpo per cancellare il suono della sua voce. Ripresi a muovermi, spingendo dentro di lei con una forza brusca, cercando di soffocare il senso di colpa sotto il peso del piacere fisico. Asia emise un gemito soffocato, il viso ancora sepolto nel cuscino, ma i suoi fianchi risposero al mio, inarcandosi per accogliermi più a fondo.
«Di più Michael, aah siii, oddio come godoo»
«Sei bellissima, ma sei anche una stronza del cazzo... Mmmh ssii»
«Solo con te, ma vedo che hai imparato a gestirmi» eccola, la stronza stava di nuovo emergendo.
Per qualche minuto, il mondo si ridusse al fruscio dei lenzuoli, all’odore pungente del sudore e alla vaniglia del suo profumo, e allo schiocco sordo delle nostre pelli che si incontravano. Ero dentro di lei, ma la mia mente era già altrove, in fuga da quella confessione che cambiava tutto, rendendo il tradimento non più solo un atto fisico, ma un'infrazione emotiva gravissima.
«Girati» sussurrai, la voce rauca, estraendomi lentamente da quella calda prigione. La sensazione di perdere il contatto fu bruciante, un vuoto improvviso che richiedeva di essere colmato subito.
Asia obbedì con una leggerezza sorprendente, scivolando via da sotto di me. Si posizionò sopra di me, ma non mi affrontò. Si voltò, dando le spalle alla mia luce, offrendomi la vista del suo corpo snello e atletico che si profilava contro l'oscurità della stanza. Non si prese la briga di togliersi quel cazzo di intimo di pizzo rosso; anzi, lo fece scivolare appena di lato, lasciando che il tessuto tagliasse la pelle morbida delle sue cosce, un contrasto visivo che mi fece venire voglia di morderle. Incastrò le gambe sotto le mie cosce, bloccandomi a terra, trasformandomi in un piedistallo per il suo desiderio. Afferrò il mio cazzo, ancora bagnato dei nostri fluidi, e lo guidò verso l'ingresso. La mano era calda, la presa decisa. Quando scese, ingoiandomi tutto in un solo movimento lento, espirai un respiro che non sapevo di trattenere.
La vista era mozzafiato. Il suo culo, grande, tondo e sodo, si ergeva davanti ai miei occhi, oscillando leggermente mentre si adattava alla mia dimensione. Il pizzo rosso dell'intimo si incuneava tra le chiappe, evidenziando la forma perfetta in modo quasi offensivo. Le sue gambe, prese nella morsa delle mie, erano tese, i muscoli del polpaccio definiti. Portai le mani alle sue piante dei piedi, sentendo la pelle calda e liscia sotto i polpastrelli. Le presi per tenerla ferma, per avere un punto d'appoggio mentre iniziava a muoversi. Era una sensazione strana, intima, quasi vulnerabile, toccare i suoi piedi mentre era connessa a me in quel modo così primitivo.
« cosi, Cosiii, aah aah. Ssiii»Urlò ei, iniziando a scivolare su e giù. Non era una corsa. Era un ritmo controllato, una tortura lenta e deliberata. Ogni volta che scendeva, stringeva i muscoli interni, mordendo la mia cappella con una precisione chirurgica, poi risaliva lentamente, quasi uscendo del tutto, per poi riabbracciarmi con violenza. Io la guardavo, ipnotizzato dal movimento del suo culo, dal modo in cui la sua schiena si incurvava. Non volevo venire. Volevo che questo momento durasse per sempre, sospeso tra il peccato e l'eccitazione, un luogo dove Chloe non poteva raggiungerci e dove il cancro di suo padre non esisteva.
«Continua, Troia. Mmmh dio, si» mugugnai, dandole uno schiaffo potente a mano aperta sul culo.
«Ahi, Bastardo» gridò.
Lei controllava tutto. La velocità, la profondità, l'angolazione. Io ero solo lo strumento, il cazzo che lei usava per scaricare il suo dolore. Le sue dita affondarono nelle mie cosce, lasciando mezzilune bianche sulla pelle. Il respiro di Asia diventò più affannoso, ma non accelerò. Mantenne quel tempo incantevole, mortificante. Sentivo il mio orgasmo avvicinarsi, una marea che saliva dal basso della schiena, ma ogni volta che ero sul punto di esplodere, lei si fermava per una frazione di secondo, stringendo la base del mio cazzo con i muscoli vaginali, soffocando l'esplosione e lasciandomi in un limbo di puro agonismo. Eravamo due atleti in una finale infinita, che si passavano la palla senza mai segnare.
All'improvviso, il gioco divenne troppo intenso. Il rischio di cedere era troppo alto. Mi staccai da lei con un movimento brusco, liberando il mio cazzo dalla sua presa. Un lamento di disappunto uscì dalle sue labbra, ma io non mi fermai.
«Scendi Asia» ordinai, la voce spezzata.
Asia si lasciò cadere a pancia in giù sul materasso, i capelli neri sparsi come un'esplosione di inchiostro sul cuscino bianco. Mi spostai, inginocchiandomi davanti alla sua faccia. Il mio cazzo era duro come una roccia, pulsante, rosso e lucido, che ondeggiava pesante davanti ai suoi occhi. Lei si sollevò leggermente sui gomiti, i suoi occhi blu fissando la mia erezione con una fame animale.
«Vuoi sborrarmi in bocca, mmh?»
«Si, ingoia tutto, troia»
«Smettila di chiamarmi troia. Ho fatto una scelta in passato, sbagliata si, ma pur sempre una scelta»
Aprii la bocca, sporgendo la lingua, un invito esplicito e volgare. Iniziai a masturbarmi vigorosamente, la mano che scivolava veloce sulla pelle lubrificata, il pugno che stringeva forte alla base. Il suono della mano che frizionava contro il cazzo era umido e ripetitivo, un ritmo percussivo che riempiva la stanza. Lei non chiuse gli occhi per un secondo. Li teneva fissi su di me, aspettando il suo premio, la dea che richiede il sacrificio.
Il piacere mi colpì come un pugno allo stomaco.
«Eccomi... Siiii» sibilai tra i denti.
Il primo getto fu potente, una cordata bianca che le colpì la lingua e il palato, riempiendo la sua bocca istantaneamente. Asia non indietreggiò. Rimase lì, a bocca aperta, mentre il secondo e il terzo schizzo le colpivano le labbra, sporcandole il mento, gocciolando lungo il collo come perle bianche e calde. Continuai a venire, svuotandomi completamente su di lei, mentre lei inghiottiva avidamente tutto ciò che riusciva a raccogliere, la gola che si muoveva in movimenti convulsi.
Quando l'ultimo spasmo scemò, mi lasciai cadere indietro sui talloni, il petto che andava a fuoco. Asia chiuse la bocca, le labbra lucide di sborra, e mi guardò. Con un dito, raccolse una goccia che stava per cadere dal mento e se la portò alla bocca, leccandola con lentezza.
Asia deglutì, poi si lasciò cadere di nuovo sul cuscino, sfinita, un sorriso debole e appagato che le illuminava il viso nella penombra. Credeva di aver vinto. Credeva di avermi ripreso, di aver sigillato il nostro nuovo inizio con la carne.
Mi sdraiai di fianco a lei, passandole un braccio intorno alla vita per tirarla contro il mio petto. Lei si rannicchiò subito, nascondendo il viso contro il mio collo. Accarezzai la sua schiena nuda, guardando il soffitto bianco sopra di noi. Il vuoto dentro di me era assoluto, perfetto. La trappola era scattata, e Asia era finalmente dove volevo io: completamente indifesa, convinta di essere felice, a un passo dal baratro.
Il silenzio ritornò a riempire la stanza, rotto solo dal fischio leggero del condizionatore e dai nostri respiri che tornavano regolari. Asia era rannicchiata contro il mio petto, le dita che giocherellavano distrattamente con i peli sul mio sterno. Il pizzo rosso del suo reggiseno mi premeva contro la pelle.
«Resta con me questa sera», mi disse all’improvviso. Sollevò il viso dal mio collo, puntando i suoi occhi grandi e ancora arrossati nei miei. C’era una preghiera silenziosa in quello sguardo, la richiesta di un salvagente.
«Non posso, Asia», risposi, mantenendo la voce piatta, priva di calore.
«Se Chloe non fosse a casa ad aspettarmi, sarei rimasto. Ma è qui a Roma. Non posso farlo.»
Sentii i suoi muscoli irrigidirsi all’istante. Menzionare Chloe in quel letto, subito dopo aver fatto l'amore, fu come tirarle uno schiaffo. La rabbia le accese le pupille, mescolandosi alla disperazione.
«Ho bisogno di te...» sussurrò, e la voce le tremò, tradendo la sua finta sicurezza.
«Io ho fatto quello che volevi, Michael. Ho distrutto tutto per te. Lo so... lo so che non sarà mai abbastanza per chiederti scusa per quello che è successo in passato. Ma andiamo, guardami.» Si sollevò sui gomiti, sovrastandomi.
«Alla fine lo sai anche tu che quella ragazzina non c’entra niente con te. Chloe non è adatta a te, non ti somiglia. È vuota. Tu hai bisogno di me, perchè hai sempre voluto me.»
Le sue parole erano veleno purissimo, l'ultimo disperato tentativo di sminuire l’unica persona pulita rimasta nella mia vita per ripulire se stessa. Mi imposi di non reagire, di non stringere i denti. La guardai con una freddezza che l'avrebbe logorata più di qualsiasi urlo.
«Smettila, Asia», dissi, e il mio tono si abbassò di un’ottava, diventando quasi minaccioso.
«Devi smetterla di tirare in ballo chi non c’entra niente con noi due. Stai soffrendo, tuo padre sta male e capisco che tu sia confusa, ma adesso devi avere pazienza. Quello che hai fatto con Francesco è una tua scelta. Questa situazione non è una cosa che posso o voglio risolvere da un giorno all’altro.»
Quella distanza la fece impazzire. Non tollerava di non avere il controllo. Con un movimento fluido e nervoso si mise a cavalcioni sopra di me, bloccandomi i fianchi con le cosce. Mosse la testa all'indietro con un gesto secco per scostarsi i capelli scuri dal viso, poi si chinò e mi baciò.
Fu un bacio violento, affamato, che sapeva di lacrime e sesso salato. Voleva fagocitarmi, voleva costringermi a dirle di sì a tutti i costi.
Passammo un tempo indefinito così, bloccati in quella penombra arancione, tra baci che diventavano carezze lente e i nostri corpi che tornavano a scaldarsi. E in quel preciso istante, mentre le sue mani mi accarezzavano il viso e il profumo della sua pelle — quel fottuto profumo che conoscevo a memoria — mi riempiva i polmoni, la mia lucidità vacillò.
Fu un millisecondo. Un fotogramma di pura, fottuta debolezza.
Sentendola così arresa, spogliata di tutto il suo potere e della sua vita apparentemente perfetta, vulnerabile come non l'avevo mai vista, qualcosa dentro di me gridò. Avrei voluto stringerla fino a farle male, mandare al diavolo Chloe, la vendetta, la rabbia e i piani. Avrei voluto urlarle in faccia che era lei la donna della mia vita, che l'avevo odiata solo perché l'avevo amata da morire, e che avrei voluto passare il resto dei miei giorni maledetti in quel letto con lei. Il vecchio Michael, il ragazzino ingenuo che lei aveva fatto a pezzi, stava provando a risalire a galla, a chiedere pietà.
No.
Lo schiaffo dei ricordi mi arrivò dritto in faccia, freddo come una lama. Mi tornarono in mente i mesi passati a soffrire, le notti passate a guardare il soffitto chiedendomi cosa avessi di sbagliato. Ricordai la sua spietatezza. Lei non era cambiata; era solo all'angolo.
Se avessi ceduto adesso, se mi fossi arreso a quel bacio, lei avrebbe vinto di nuovo. Avrebbe capito di avermi ancora al guinzaglio. E io non potevo farla vincere. Non potevo arrendermi così, non dopo tutta la merda che avevo ingoiato.
Soffocai il ragazzino buono dentro un urlo silenzioso e lasciai che il mostro riprendesse il comando, ancora più lucido, ancora più cattivo.
Le afferrai delicatamente i fianchi, interrompendo il bacio con fermezza. Le sorrisi, un sorriso ambiguo, mentre la spostavo da sopra di me per rimettermi in piedi.
«Devo andare, Asia», dissi, infilandomi i boxer senza guardarla.
«Fatti la doccia e cerca di dormire. Ci sentiamo domani.»
Lei rimase seduta in mezzo al letto, nuda nel suo intimo rosso, con lo sguardo perso nel vuoto e le braccia che stringevano le sue stesse ginocchia. Sembrava una bambola rotta. Non disse nulla, mentre io raccoglievo le mie cose dal pavimento e uscivo dalla stanza, lasciandola sola nel buio della sua casa vuota.
CONTINUA... . .
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