Maledetta tentazione. Capitolo 8

di
genere
tradimenti

La mattina successiva aveva il sapore amaro e metallico di una bugia perfettamente riuscita. Mi svegliai con la testa pesante, il profumo di Chloe sul cuscino e il fantasma di Asia ancora incastrato sotto le unghie.
Feci colazione con Chloe in cucina. La luce del sole romano inondava la stanza, c'era odore di caffè e cornetti caldi. Sembrava il quadro della normalità, ma la mia mente era un campo minato. Ogni volta che il telefono, appoggiato a faccia in giù sul tavolo, vibrava impercettibilmente, sentivo un muscolo della mascella contrarsi.

«Michael, babe, posso farti una domanda?»
La voce di Chloe spezzò i miei pensieri. Era seduta di fronte a me, una tazza di tè fumante tra le mani e lo schermo del suo iPhone illuminato. Aveva quell'espressione concentrata, leggermente corrucciata, che assumeva quando qualcosa non le tornava.

«Dimmi tutto, piccola,» risposi, addentando un pezzo di cornetto, sforzandomi di apparire rilassato.

«Questa ragazza... Asia. Quella che abbiamo incrociato per strada l'altro giorno. La tua ex amica scortese.» Pronunciò il nome con un misto di fastidio e curiosità, il suo accento inglese che la rendeva più dolce.
Il boccone mi si bloccò per un decimo di secondo in gola. Deglutii a fatica, prendendo un sorso di caffè per prendere tempo.
«Sì, che c'è?»
Chloe girò lo schermo del telefono verso di me. C'era il mio profilo Instagram aperto, sulla lista dei mi piace delle mie ultime foto.

«Ho notato una cosa. Mette like a tutti i tuoi post. Tutti. Soprattutto a quelli recenti. Ma...» Chloe fece scorrere il dito sullo schermo.
«Nelle foto in cui ci sono io, sparisce. Zero. Guarderà anche tutte le tue storie.»
Ritirò il telefono, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita. I suoi occhi verdi, di solito così limpidi e fiduciosi, ora erano velati da un'ombra di insicurezza difensiva. Non era stupida. Era sensibile, attenta ai dettagli. E aveva fiutato il pericolo.
«Lo fa apposta, vuole attirare la tua attenzione. Ti ha scritto per caso?»
L'aria nella cucina divenne improvvisamente asfissiante. Rimasi freddo, quasi impassibile, ma il cuore mi batteva all'impazzata.
Feci una risatina leggera, scuotendo la testa come se avesse appena detto un'assurdità divertente.

«Amore, ma ti metti a guardare i like della gente? È Asia. Te l'ho detto, è una ragazza problematica, abituata ad avere sempre tutte le attenzioni su di sé. Il fatto che io sia tornato a Roma felice e fidanzato le rode da morire. Lo fa apposta per farsi notare.» Allungai una mano oltre il tavolo e le presi le dita.
«È una psicopatica egocentrica. Ignorala, non darle questa soddisfazione.»
Chloe non ritrasse la mano, ma non sorrise.

«Non mi piace, Michael. Il modo in cui ti ha guardato per strada... e adesso questo. Noi in Inghilterra diciamo "bad vibes". Promettimi che la tieni a distanza.»

«Te lo prometto,» mentii, guardandola dritto negli occhi, con una sincerità simulata così perfetta da farmi schifo da solo.
«Non me ne frega un cazzo di lei, okay? Esisti solo tu.»
La discussione sembrò chiudersi lì, ma la tensione rimase nell'aria per tutto il pomeriggio. Chloe era silenziosa, pensierosa. Per cercare di allentare la corda, le proposi di andare a fare un aperitivo a Ponte Milvio verso il tramonto.
Arrivammo che il piazzale era già pieno di vita. Ragazzi seduti sui muretti, il rumore del traffico sul Lungotevere, la musica che usciva dai vari chioschetti illuminati dalle prime luci della sera. C'era quell'energia tipicamente romana, caciarona e vitale. Presi due Spritz in un chiosco e ci appoggiammo alla balaustra di marmo del ponte, guardando l'acqua del fiume scorrere lenta sotto di noi.
Il mio telefono vibrò nella tasca dei jeans. Un singolo, secco colpo.
Sapevo che era lei.
Feci finta di dover prendere i fazzoletti dalla tasca, sbloccai lo schermo con il pollice e abbassai lo sguardo per una frazione di secondo.
Asia non stava facendo la pazza. Non mi stava bombardando di chiamate o di "dove sei?". Era diventata molto più intelligente. Molto più letale.
Il messaggio recitava:
«Papà peggiora a vista d'occhio. Non ti chiedo di venire, so che hai la tua vita e non voglio disturbare te e la tua ragazza. Volevo solo dirtelo, perché oggi in questa casa enorme mi sembra di impazzire e tu sei l'unica persona che mi fa sentire al sicuro. Solo tu sai come parlarmi in questi momenti.»
Un colpo da maestra. Mi stava stringendo il cappio al collo usando il senso di colpa, la vulnerabilità e facendo la martire. Voleva farmi sentire una merda per il fatto che ero fuori a bere mentre lei affrontava l'inferno da sola. Era un amo gettato con una precisione spaventosa.
Rimisi il telefono in tasca senza rispondere. Sentii i muscoli del collo contrarsi per la tensione. Dovevo gestire due bombe a orologeria contemporaneamente.

«Sei lontano.»
La voce di Chloe mi riportò bruscamente alla realtà. Stava fissando il suo bicchiere, mezza girata verso di me. Il vento le scompigliava i capelli biondi.

«No, sono qui. Stavo solo pensando a domani, all'allenamento...» provai a dire.

«Smettila, Michael,» mi interruppe, alzando finalmente lo sguardo. C'era una nota di dolore così cruda nella sua voce che, per un istante, mi trafisse fin dentro lo stomaco.
«Non sono stupida. Da stamattina, da quando abbiamo parlato di lei, sei teso. Hai la testa da un'altra parte. Ogni volta che ti vibra il telefono ti isoli, guardi lo schermo e sparisci.» Fece un passo verso di me, la voce che si abbassava, sfilacciata da una gelosia vulnerabile, tipica di chi sente la terra mancare sotto i piedi.
«C'è qualcosa che non mi stai dicendo? Ti ha cercato? Michael, se mi stai nascondendo qualcosa su di lei... io prendo il primo volo e vado via. Non voglio essere presa in giro. Non da te. Quindi, per favore.»
Era al limite. Il mio castello di carte stava per crollare sul marmo di Ponte Milvio, polverizzato dal sesto senso di una ragazza troppo sensibile per essere ingannata facilmente. Dovevo spegnere l'incendio prima che divampasse. Ma non potevo più usare le solite scuse banali. Serviva un diversivo massiccio.
Poggiai il mio bicchiere sulla balaustra. Feci lo stesso con il suo, togliendoglielo delicatamente dalle mani per annullare ogni barriera.

«Hey. Guardami,» le dissi. Il mio tono era fermo, venato di quell'autorità maschile che sapevo riusciva sempre a calmarla, ma addolcito da una finta disperazione.
Chloe alzò gli occhi, lucidi di un pianto trattenuto a stento.
«Non c'è nessun segreto, Chloe. Sono teso? Sì, cazzo, sono teso. Ma sai perché?» Le presi il viso tra le mani, i pollici che le accarezzavano gli zigomi, costringendola a incastrare i suoi occhi verdi nei miei.
«Perché da quattro giorni sto parlando quasi ogni ora con il mio procuratore per un possibile trasferimento. C'è una trattativa seria in ballo. Ogni volta che il telefono vibra devo controllare, devo capire se è lui, sentire cosa dicono i club, capire cosa fare del mio futuro. Sono sotto pressione, Chloe. E se ora ti ci metti anche tu con la gelosia per i like di una ragazza qualsiasi, è normale che i miei comportamenti ti sembrino distaccati. Sto solo cercando di gestire una bomba professionale da solo.»
Le parole uscirono con una fluidità e una convinzione che spaventarono persino me. Quella del mercato non era una cazzata, la trattativa c'era davvero, ma l'intuizione di usarla lì, in quel preciso istante, fu un capolavoro di cinismo. Avevo appena preso la sua ansia e l'avevo ricalibrata su un binario totalmente diverso.
«Io non voglio che lei entri tra noi, neanche nei tuoi pensieri,» continuai, abbassando la voce, avvicinando le mie labbra alle sue per farle sentire il mio fiato.
«Tu sei la mia vita, Chloe. Lei è un fantasma del passato di cui non mi frega assolutamente nulla. Devi fidarti di me. Ti fidi di me?»

«Sì...» sussurrò lei. La parola le uscì spezzata, quasi un lamento di sollievo. La trappola psicologica aveva funzionato: si sentiva in colpa per aver dubitato di me.

«E allora non permettere a una stupida lista di Instagram di farti dubitare di noi.»
Senza darle il tempo di pensare, di analizzare la struttura della mia bugia, mi chinai e la baciai. La strinsi a me con una forza possessiva, quasi rabbiosa, lì in mezzo alla movida di Ponte Milvio. Misi in quel bacio tutta l'ansia, il senso di colpa e la recita di quelle ultime ore, trasformandoli in pura passione fisica. Chloe si aggrappò alla mia maglietta, affondando le dita nel tessuto, ricambiando il bacio con la devozione totale e ingenua che mi faceva sentire un mostro. La crisi-Asia era rientrata. L'avevo sedata col fuoco.
Mi staccai da lei lentamente, regalandole il mio sorriso migliore. Lei mi guardò di rimando, ma l'ombra nei suoi occhi non era sparita. Era solo cambiata forma. I suoi occhi tornarono lucidi, ma stavolta lo sguardo era fisso sul vuoto del mio futuro.

«In che senso un trasferimento?» mi domandò, e la voce le scese di un'ottava, improvvisamente spaventata.
«Te ne vai da Exeter?»
Sapevo esattamente cosa stesse passando nel suo cervello in quel millisecondo. A Exeter ognuno aveva i suoi spazi, stavamo insieme qualche giorno a settimana, ma l'idea di un trasferimento significava una sola cosa per lei: l'incubo di una relazione a distanza. Una cosa che odiava, che l'avrebbe logorata.

«Hey, hey... non cominciare a farti i film mentali,» le dissi subito, bloccando sul nascere il panico. Le passai un braccio intorno alle spalle, stringendola contro il mio fianco come per ancorarla a me.
«Non volevo dirtelo proprio per evitare questo. Non c'è ancora niente di ufficiale, okay? Sono solo sondaggi.»

«Sì, ma... noi?» mi chiese, guardandomi dal basso. Quella domanda era diretta, priva di filtri, carica di tutta la fragilità di una ragazza che vede i propri piani sgretolarsi.

«A noi ci penseremo se e quando accadrà qualcosa,» risposi, mantenendo un tono pragmatico, quasi duro, per ricordarle la realtà del mondo in cui vivevo.
«Non ti lascio sola, Chloe. Non ti lascio in nessun caso, chiaro? Ma gioco a calcio. Questo è il mio lavoro. Tre anni sto qui, uno lì, un altro in Germania o chissà dove. È la mia vita, lo sapevi anche prima di metterti con me.»
Fu una mossa sporca, ma letale. Usando la carta della "carriera da professionista", non solo avevo cancellato Asia dalla sua mente, ma avevo stabilito le regole del gioco. Chloe rimase in silenzio, appoggiando la testa sulla mia spalla mentre guardavamo il Tevere. Era spaventata per il futuro, ma era di nuovo mia, totalmente devota, pronta a difendermi da qualsiasi minaccia.
Mentre le accarezzavo il braccio, sentii il telefono vibrarmi di nuovo contro la coscia. Un solo colpo. Asia.
Sorrisi nell'oscurità del ponte. La scacchiera era perfetta.
Ero diventato il re dei bugiardi. E la partita finale era appena iniziata.

Quella sera il buio della nostra camera da letto era denso, quasi asfissiante, spezzato solo dal ronzio costante del condizionatore e dai fari delle macchine che, di tanto in tanto, proiettavano lame di luce gialla attraverso le fessure delle tapparelle.
Eravamo a letto da più di un'ora. Chloe mi dava le spalle, rannicchiata sul lato estremo del materasso, il respiro troppo vigile per appartenere a una persona addormentata.
Nella mia testa, invece, c'era il caos.
Non andai da Asia quel giorno, anche se le avevo promesso di si l'altra notte. Non le scrissi nemmeno.
Ogni minuto di silenzio era una goccia di veleno in più che le stavo somministrando, ma questo potere, invece di farmi sentire invincibile, mi stava corrodendo i nervi.
Avevo un bisogno disperato di scaricare la tensione. Volevo spegnere il cervello, cancellare il viso disperato di Asia, la malattia di suo padre, e persino le bugie che avevo dovuto sputare a Ponte Milvio poche ore prima.
Mi avvicinai a Chloe. Accorciai la distanza scivolando sulle lenzuola fresche, fino a far combaciare il mio petto con la sua schiena. Feci passare un braccio attorno alla sua vita, affondando il viso tra i suoi capelli biondi. Profumavano di cocco e di pulito. Un contrasto atroce con il fango in cui stavo nuotando.
Iniziai a baciarle la nuca, la linea del collo, facendo scivolare la mano destra lungo il suo fianco, fino a sfiorarle il ventre nudo. Il mio corpo reagì subito, cercando quel rifugio fisico che fino a pochi giorni prima era il mio paradiso.
Chloe, però, si irrigidì. I suoi muscoli si tesero sotto le mie dita come corde di violino.

«Michael... ti prego, non mi va,» sussurrò. La sua voce era sottile, stanca, e non c'era traccia della solita dolcezza con cui mi accoglieva.

«Dai, amore...» mormorai contro la sua pelle, mascherando la mia urgenza nervosa con un tono roco e affettuoso. Le strinsi leggermente il fianco, spingendo il mio bacino contro di lei per farle sentire quanto la volessi.
«Sei ancora tesa per oggi pomeriggio? Ti ho detto che devi stare tranquilla.»
Lei si scostò, appena di qualche centimetro, ma fu sufficiente per creare un muro tra noi. Si girò a pancia in su, fissando il soffitto bianco.

«Non è solo per oggi pomeriggio, Mike,» disse, e la sua voce ora tremava di una frustrazione repressa.
«Non riesco a spegnere il cervello. Non riesco a fare finta, ok? Tu poi te ne sei uscito con quella cosa del trasferimento.»
Le sue parole erano lame chirurgiche. Aveva capito tutto senza sapere niente. Ma io non potevo permettermi di cedere. Se avessi accettato il suo rifiuto in quel momento, avrei convalidato i suoi sospetti. Dovevo piegare la realtà, dovevo riprendere il controllo della situazione.
Mi sollevai su un gomito, sovrastandola nella penombra.

«Non devi preoccuparti di nulla, Clhoe.» dissi, indurendo leggermente il tono, iniettando una dose calcolata di delusione nella voce.
«Sono qui. E ho bisogno di te. Ho la testa che scoppia e volevo solo sentirti vicina. Se mi allontani anche tu, impazzisco.»
La guardai negli occhi. Vidi la sua corazza incrinarsi. Chloe non era fatta per la guerra emotiva; era empatica, protettiva, e io stavo usando proprio quella sua immensa bontà come un'arma contro di lei. Emise un piccolo sospiro spezzato, passandosi una mano sul viso. Era divisa a metà tra l'istinto che le diceva di scappare e la paura di perdermi.

«Va bene... veloci e senza far rumore però, i tuoi sono nell'altra stanza» sussurrò alla fine. Una resa incondizionata che aveva il sapore amaro della sconfitta.
Non si sfilò il reggiseno. Non mi cercò la bocca per baciarmi.
Si voltò di lato, verso di me, e sollevò la gamba destra, accavallandola pesantemente sulla mia coscia per bloccarmi, in una posizione intima ma stranamente clinica. Scivolò con la mano sotto l'elastico dei miei boxer e mi afferrò. Sollevai leggermente il bacino per tirare completamente giù le mutande.
Iniziò a muovere la mano. Il contatto fu caldo, la sua presa decisa, ma mancava tutto il resto. Era un movimento meccanico, ritmico, privo di qualsiasi trasporto. Chloe teneva lo sguardo basso, fisso sul mio petto, rifiutandosi di incontrare i miei occhi. Stava compiendo un dovere. Stava cercando di tappare una crepa nel nostro rapporto usando l'unica cosa che sapeva potesse calmarmi in quel momento, ma lo faceva controvoglia, spinta dalla paura e non dal desiderio.
Io chiusi gli occhi, lasciando cadere la testa all'indietro sul cuscino. Cercai di concentrarmi solo sull'attrito, sulla sensazione fisica, sul calore della sua mano che scorreva su e giù.
Ma la mia mente si rifiutò di obbedire.
Invece di spegnersi, il mio cervello esplose. Il buio dietro le mie palpebre si riempì di immagini incontrollabili. Vidi il pizzo rosso di Asia. Sentii le sue unghie conficcarsi nei miei polsi mentre mi supplicava. Stavo distruggendo la vita di una donna che, nonostante tutto, si stava fidando ciecamente di me, e per farlo stavo inquinando l'anima della ragazza pura che ora mi stava masturbando nel buio, solo per paura di perdermi.
L'ansia mi afferrò lo stomaco come una morsa di ghiaccio.
Nonostante la frizione della mano di Chloe fosse perfetta, il mio corpo smise di collaborare. L'erezione c'era, pulsante e tesa, ma era come se fossi anestetizzato. Non riuscivo ad avvicinarmi nemmeno lontanamente all'orgasmo. Ero bloccato. Paralizzato dal mio stesso schifo, dal senso di colpa e dalla ragnatela di bugie che mi stava soffocando.
I minuti iniziarono a pesare come macigni. Il respiro di Chloe si fece un po' più affannoso, ma era la fatica fisica del movimento continuo, non eccitazione.
A un certo punto, si fermò.
La sua mano rimase ferma alla base del mio cazzo. Sollevò lentamente lo sguardo verso il mio viso. Anche nella penombra, potei vedere i suoi occhi lucidi, carichi di una tristezza umiliante.
«Non ci sei,» sussurrò, la voce rotta da un principio di pianto.
«Perché fai così fatica questa sera?»

«Non è vero, piccola. È solo che non voglio vederti cosi..» provai a mentire, ma la voce mi uscì raschiata, priva di credibilità.
«Sei mia, solo mia Clhoe. Ti amo.»
Chloe mi fissò per un lungo secondo. La vidi deglutire, combattendo contro il groppo in gola. Si sentiva inadeguata, respinta, e la colpa era interamente mia. Invece di arrabbiarsi, invece di mandarmi al diavolo e voltarsi dall'altra parte, scelse l'opzione che mi fece sentire il peggiore dei mostri.
Senza dire una parola, si liberò dalla coperta e scivolò verso il fondo del letto.
Si posizionò tra le mie gambe. Sentii i suoi capelli morbidi sfiorarmi l'interno coscia. Esitò per un istante, il respiro caldo che mi colpiva la pelle, come se stesse cercando il coraggio di compiere un gesto che in quel momento le sembrava innaturale. Poi, le sue labbra si chiusero su di me.
Iniziò a succhiarmi. Un movimento lento, umido, ma dolorosamente incerto. Non c'era la foga affamata con cui Asia mi aveva ingoiato il giorno prima; c'era una titubanza palpabile. Chloe usava la lingua, poi si fermava per un millisecondo, riprendeva il ritmo, le mani appoggiate piatte sulle mie anche come per tenersi in equilibrio. Mi stava finendo con la bocca solo per chiudere quella squallida parentesi, per dimostrarmi che era lì, che era disposta a tutto pur di non farmi allontanare.

«Cosi... sii. Adesso ti riconosco» dissi con gli occhi chiusi.
Mi guardava dal basso verso l'alto, i suoi grandi occhi verdi fissi sul mio viso, cercando spasmodicamente un segno di approvazione, un segnale che il suo sforzo stesse funzionando.
Quello sguardo sottomesso e riluttante fu la mia rovina. Mi sentii uno schifo. Un manipolatore viscido che stava costringendo una ragazza innamorata a umiliarsi per espellere i demoni di un'altra. Il disprezzo totale che provai per me stesso, unito alla stimolazione calda e avvolgente della sua bocca, creò un cortocircuito.
Le accarezzai la testa, toccando i suoi capelli morbidi e poi la spinsi più in fondo.

«Amore... sto venendo,» sibilai tra i denti, la voce roca e carica di una tensione feroce.
Le afferrai i capelli con entrambe le mani, non con dolcezza, ma con una presa ferma, quasi disperata, bloccandole la testa. Non volevo che si fermasse, volevo solo che finisse.
L'orgasmo mi travolse con una violenza muta. Non ci fu piacere, non ci fu liberazione emotiva. Fu solo un rilascio meccanico, una scarica di nervi accumulati che le sparai in gola con tre spasmi violenti.
Chloe rimase ferma, ingoiando tutto. Chiuse gli occhi per un secondo, poi si staccò lentamente, passandosi il dorso della mano sulle labbra umide.
Si rialzò, tornando a sdraiarsi di fianco a me. Tirò su le coperte fino al mento, dandomo di nuovo le spalle. Non disse una parola. Mi avvicinai di nuovo per afferrarla.

«Girati dai, ti voglio vicina» le dissi. Lei si voltò prima con il viso e poi con tutto il corpo.
«Vieni qui, gelosona» la tirai a me, il suo viso si posò sul mio petto e rimanemmo cosi.

«Mi dispiace» disse.

«Non è successo niente, Clhoe.» le baciai la testa.
Rimasi a fissare il soffitto, il respiro che si regolarizzava nel silenzio tombale della stanza. Mi sentivo sporco, vuoto e infinitamente più solo di prima.
Mentre Chloe fingeva di dormire su di me, sapevo con assoluta certezza che avevo appena distrutto l'unica cosa pulita della mia vita.

La mattina successiva mi svegliai ptesto. Misi la sveglia alle 06:30. Mi recai alla pista d'atletica dell'Acquacetosa, alle sette del mattino, era un santuario di sudore e silenzio. L'aria era ancora fresca, carica dell'umidità della notte, e l'odore pungente della gomma della pista mi riempiva i polmoni. Correvano solo un paio di atleti in lontananza; il resto era deserto.
Stavo completando il mio quarto giro di scatti, i muscoli delle gambe che bruciavano in modo rassicurante. Il dolore fisico era l'unico antidoto al veleno che mi sentivo addosso dopo la nottata con Chloe. Il ricordo di quel sesso meccanico, di quella bocca che si apriva per dovere e non per piacere, mi tornava in mente come una ferita aperta.
Mi fermai, ansimando, appoggiando le mani sulle ginocchia. Estrassi il telefono dalla tasca della tuta. Un messaggio da Asia:
«Possiamo vederci, per favore?»

«Sono al campo d'atletica dell'acquacetosa» Non avevo aggiunto altro. Sapevo che sarebbe venuta. Sapevo che non aveva nient'altro a cui aggrapparsi.
La vidi arrivare circa un'ora dopo, mentre ero seduto sulle tribune metalliche a bere acqua. La sua macchina, una piccola cinquecento rossa, svoltò nell'angolo del parcheggio.
Asia scese lentamente. Non c'era traccia della donna che aveva cercato di sedurmi o di quella che aveva cercato di ferirmi. Era in jeans e una camicia bianca larga, i capelli raccolti in uno chignon disordinato, il viso completamente nudo. Sembrava una ragazzina spaventata. Quando alzò lo sguardo e mi vide sugli spalti, accelerò il passo. Non camminava, quasi correva, inciampando sui propri piedi.
Quando fu davanti a me, non disse nulla. Si limitò a fissarmi, e vidi che i suoi occhi erano gonfi, lucidi di un pianto che non aveva ancora finito di uscire.

«Hey,» esordì, la voce spezzata.
«Non ce la faccio più.»
Mi alzai, scendendo i gradini di metallo con calma. La raggiunsi al centro della pista. Era più vicina di quanto volessi, ma restai immobile.

«Cosa è successo?»

«Francesco...» scosse la testa, come se il nome stesso le lasciasse un sapore amaro in bocca.
«Sono andata a riprendermi le ultime cose, abbiamo chiuso in via definitiva. Ha detto che sono 'instabile'. Mi ha detto di sparire. Sono rimasta da sola. Completamente sola. Ci sei solo tu a starmi cosi vicino»
La sua voce tremava, ma non c'era rabbia. Solo una stanchezza infinita.
«E papà... i medici non danno speranze. È solo questione di tempo. E io sono qui, in quella casa, a fissare le pareti e aspettare che il telefono squilli. Ma squilla solo per le chiamate della clinica.»
Mi guardò con un'impazienza che mi arrivò fin dentro le ossa.
«Perché siamo ancora così? Perché dobbiamo nasconderci? Ho bisogno di te. Ho bisogno di uscire da questo incubo e l'unico modo è che tu chiuda quella cazzo di farsa con Chloe. Non posso più aspettare, Michael. Non ho più niente da perdere. Ti prego, lasciala.»
Mi avvicinai di un passo. Lei non indietreggiò; si sporse verso di me, come se volesse assorbire il mio calore, la mia stabilità.

«Asia, guardami,» dissi, mantenendo il tono basso, calmo, quello che sapevo l'avrebbe rassicurata. Le presi il viso tra le mani. La pelle era fredda, febbrile.
«Tu non sei sola. Io sono qui. Ma non posso farlo domani. Non posso chiudere tutto con lei su due piedi, ci sono di mezzo un sacco di cose, la gestione, il tempo... Se faccio una mossa falsa ora, rischio di perdere tutto.» Rise amaramente.
«Mi stai distruggendo, così!»

«Ti sto salvando,» mentii, e la guardai dritto negli occhi con una intensità che sapevo essere la mia arma più potente.
«Ti sto dando il tempo di riprenderti, di superare questo momento con tuo padre, così quando saremo liberi tu sarai di nuovo forte. Tu sei la donna più intelligente che io abbia mai conosciuto, Asia. Non buttare via tutto ora per l'impazienza.»
La tirai a me, stringendola in un abbraccio. Lei crollò, seppellendo il viso nella mia maglietta sudata. Mi strinse con una forza disperata, come se fossi il suo unico ancoraggio alla vita. La sentii singhiozzare, un pianto sommesso, puro, senza filtri.
Accarezzai i suoi capelli, chiudendo gli occhi.

Ti ho in pugno, pensai.

Era così vulnerabile che faceva quasi pena. Aveva sacrificato tutto – la sua dignità, la sua relazione, la sua stabilità – Si stava offrendo volontariamente per essere il mio sacrificio sull'altare della vendetta.

«Stai con me?» mormorò contro il mio petto.

«Sempre,» risposi, e mentre lo dicevo, sentii un brivido freddo risalirmi lungo la schiena. Non perché mi pentissi, ma perché il piano stava funzionando meglio di quanto osassi sperare.
Asia si staccò lentamente, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano. Mi guardò di nuovo, ma stavolta c'era una scintilla di speranza malata in quegli occhi.

«Dammi un segnale,» disse.
«Un solo segnale quando sarà il momento. Voglio che sia tu a dire "ora".»

«Ti darò il segnale,» promisi.
La vidi salire in macchina e ripartire, lasciandomi solo in quella pista deserta. L'allenamento poteva dirsi concluso. Avevo consolidato il mio posto.

CONTINUA... . .
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2026-05-19
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