La Datura - Prima Parte

di
genere
bisex

Pedalando vicino al selciato di casa, facendo la fuga al gatto, Carlo non si accorse che ci furono visite a casa.
In una tranquilla magione di campagna come quella, dove Carlo viveva con la sua compagna dopo aver ereditato l’appezzamento di terra da suo nonno, avere visite era sporadico. Vero, conoscevano tutti giù in paese, ma vuoi per la strada dissestata, vuoi perché si diceva che fossero maledetti, nessuno li faceva visita. Il postino a malapena raggiungeva il portico e il prete aveva pure smesso di venire per la benedizione pasquale.
“Meglio così”. Pensava Carlo. “Almeno non dobbiamo dargli offerte.”
Scese giù per il pendio, facendo zig-zag tra gli ostacoli che le radici creavano. Superò il pollaio e la stalla delle mucche. Il gatto non cessava dal fermarsi. Che stupido. Poteva pur sempre nascondersi nel fitto del bosco e invece rimaneva dritto nella sua traiettoria, mentre un feroce Carlo non vedeva l’ora di investirlo.
La stradina si fece sempre più ripida e le buche sicuramente non mancavano. Ma Carlo aveva imparato ad evitarle e, anzi, cominciò a trovare divertente i sobbalzi che si creavano ogni volta che passava con la ruota sulle pietre.
Infine, uscì fuori in una specie di conca, dove più avanti vi era il molto che dava sul lago.
Lì, lui e suo fratello, prima che partisse per la guerra, si ritrovavano spesso a pescare e a tenere sempre un treppiede a colona con fotocamera a temporizzatore automatico per captare in foto gli spiriti del bosco.
Ma ora che lui era andato in guerra, mentre Carlo era rimasto a casa, il lago si era colmato di gente rumorosa. Quella volta arrivarono a rompere la quiete del bosco tre ragazzi giù del paese.
Si fermò, finalmente, lasciando al gatto la sua meritata fuga. Voleva capire chi fossero. Erano grandi abbastanza per essere arruolati nella leva obbligatoria. Magari altri ragazzi che persero dei familiari in guerra come lui ed ebbero la grazia di non combattere.
Carlo sudava. Era estate inoltrata, di notte il lago si riempiva di nebbia. Anche quella mattina il lago era coperto da una specie di nebbiolina o umidità, ma attraverso di essa Carlo poté benissimo vedere i corpi nudi dei ragazzi. Erano distanti abbastanza, facevano i tuffi nel lago dall’isola al centro del bacino.
Un ragazzo snello, alto, con i capelli ricci. Mento appuntito, guance leggermente infossate, spiccò un salto dalla roccia dell’isola per tuffarsi in acqua e bagnare il resto della sua compagnia.
“Evidentemente non provano vergogna a mostrare le loro gioie.” Pensò Carlo. Lui stesso si vergognò a spiarli.
Non era tanto diverso da loro, d’altronde. Era un uomo bello e fatto, con le terre da lavorare e una moglie a casa. Ma si comportava ancora in maniera infantile e irriverente. Nel vedere quei ragazzi qualcosa in lui sembrava premere, partendo dal bassoventre.
Senza riflettere eccessivamente, Carlo puntò verso i sacchi di sabbia che aveva posizionato sulla banchina insieme a suo fratello, al fine di creare una postazione per la fotocamera. Quella era ancora lì. Da ieri sera non ritornava a prenderla. Forse aveva scattato qualche foto che poteva poi sviluppare nella camera oscura.
Eppure, tenendola in mano per la prima volta, infilando l’occhio dentro la cornice, poteva sentire ancora una volta l’idea e la passione della fotografia come forma d’arte. Ricordava i tempi in cui non era così pesante tenere in mano quell’oggetto.
Appena un soffio d’aria spirò tra le piante, Carlo sussultò e premette il pulsante di scatto, con l’obiettivo diretto verso l’isola.
Non realizzò subito cosa avesse fatto. Fotografare dei ragazzi nudi non doveva essere una cosa cristiana. Chissà, magari gli spiriti lo avrebbero punito per questo.
“Che morte assurda che sarebbe”. Rifletté, mentre l’erezione nei pantaloni non dava segni di cedimento.
Ne scattò altre quattro di foto. Sentiva di averne fatta una particolarmente bene, inquadrando proprio uno dei ragazzi, chinato in avanti, che mostrava perfettamente il suo bacino.

Elena accolse l’ospite nella maniera più cordiale possibile. Era accaldata, un poco affaticata per aver pulito l’intera dispensa da cima a fondo. E, inoltre, da quando non avevano ospiti in casa? Da toppo tempo. Elena si era disabituata alle persone. L’ospite, però, sembrava abbastanza perso nel suo mondo. Rispondeva sempre con un sorriso, ogni tanto magari guardando in volto la padrona di casa, giusto per mostrare un po’ di rispetto.
Elena cercò di offrirgli qualcosa, ma lui rifiutò gentilmente. Era un ragazzo giovane, dai capelli molto chiari e occhi azzurri come il cielo. Un tedesco, avrebbe detto lei. Peccato per la pelle olivastra. Le sue spalle erano piazzate, i suoi muscoli visibili attraverso la camicia. Elena non poté non notare le sue mani, molto femminili, che ad ogni gesto sembravano muoversi come se stessero elucubrando su questioni filosofiche.
Non era di lì, non di certo.
Il ragazzo parlava con un italiano frammentato. Un accento molto marcato, altre volte sospirato. Chiedeva di essere ospitato in quella casa. Diceva di aspettare dei compagni lì, che sarebbero già dovuti arrivare, e che senza di loro faticava a trovare alloggio. Cercava di rassicurarla dicendo che avrebbe consumato meno pasti possibile e avrebbe aiutato in qualsiasi modo nelle faccende di casa.
Elena, per quanto ci provasse, ignorava completamente le sue parole. Aveva certamente un’ottima parlantina, ma la fatica non le permetteva di elaborare la richiesta dell’ospite. Annuì, ogni volta che l’ospite finiva i propri discorsi con una breve pausa. Sotto la camicia sbottonata, Elena poté vedere il suo petto gonfiarsi ad ogni respiro. Le sue labbra erano ipnotiche.
Si diede uno scossone e lo accettò in casa. Che male poteva farle? Inoltre Carlo non era così burbero da non accettare ospiti. Non sembrava un soldato, alleato o partigiano che fosse, e anche se lo fosse stato sarebbe stato terribilmente eccitante.
Sì, lo pensò. Dove altri temevano di morire per un tradimento del genere, la noia quotidiana e le notizie ansiogene del giornale non potevano che farle toccare note di piacere quando si trattava di ospitare un uomo così misterioso. Tanto che non gli chiese nemmeno il nome.
Proprio in quel momento, la porta principale emise un rauco rumore. Carlo rientrò in casa, tenendo in mano la fotocamera e dei rullini. Anche lui aveva lo sguardo perso.
“Mi circondo di persone che preferiscano stare con la testa tra le nuvole”. Erano così affascinanti, però.
«Carlo, abbiamo un ospite.»
«Un ospite…?» Borbottò, ripetendo solo l’ultima parola di sua moglie.
«Sì. Deve aspettare degli amici qui in paese. Potrebbe stare qui con noi.»
Elena si muoveva cautamente per convincere Carlo. Alla fine, l’ultima parola ce l’aveva lui. Fortuna voleva che quel giorno, il suo carattere distratto ebbe la meglio sulla sua capacità di decidere. Acconsentì, senza troppo temporeggiare in presentazioni varie e percorse la scala che portava giù in cantina.
L’ospite guardò Elena con un briciolo di empatia e di consolazione. Forse capiva che Carlo era parecchio assente nella vita matrimoniale. O forse no, ed era solo quello sguardo magnetico che faceva il suo per apparire arguto e intelligente.

Carlo non sentiva più le voci del piano di sopra. L’oscurità della tromba delle scale rendeva impossibile capire dove muoversi, ma oramai Carlo si era abituato. Teneva saldi i rullini tra le dita. Non doveva lasciarli scivolare dalla mano. Arrivato di fronte alle botteghe del vino, accese la piccola lampada da soffitto, insufficiente per vedere fino in fondo alla stanza. Poco importava. La porta della camera oscura si trovava alla sua sinistra. Girò il pomello e fu nuovamente inghiottito nell’oscurità. Mosso solo dalla memoria tattile nel buio più assoluto, setacciò i cassetti per trovare la tank. Aprì il rullino al cieco, infilò la pellicola nella spirale metallica con le mani che tremavano e sigillò il coperchio. Solo allora tese la mano verso l'interruttore e la stanza fu pervasa da una luce rossa macabra. Viscerale, spettrale. Stava facendo qualcosa di proibito. I ragazzi non lo sapevano, Elena non lo avrebbe mai saputo. Preparando gli acidi, Carlo ripeté a mente i passaggi: sviluppo, arresto, fissaggio. Sviluppo, arresto, fissaggio. Ogni mossa doveva essere ponderata.
Alla fine, dopo aver sciolto i sali d’argento rimasti inutilizzati, appese le pellicole con delle mollette, rimanendo fisso, sulla sedia, ad osservare mentre si asciugavano.
Nel contrasto invertito del negativo, le ombre del lago erano diventate bianche e spettrali. Eppure, le fattezze erano nitide: il volto efebico del ragazzo appariva nei toni opposti della realtà, con gli occhi scuri e un sorriso nero, distorto, che sembrava guardare proprio verso di lui. Quasi come se avesse notato che sul lago lo stava spiando.
A quella vista, la pressione che aveva trattenuto nei pantaloni fino a lì divenne impossibile da ignorare. Si sbottonò. Nel suo essere violento continuava a calcolare ogni gesto. Le sue mani, umide e gelide per il sudore, entrarono in contatto con la carne, che pulsava ed era tesa.
Il freddo artificiale in cui la stanza improvvisamente piombò entrò in contatto con il calore del suo corpo, facendo salire una scossa elettrica dal basso del suo corpo fino all’altro. Trasalì, latrò un poco. Un breve orgasmo, mentre guardava verso la sua virilità e poi di nuovo verso il ragazzo che lo fissava. Se solo avesse potuto averlo accanto a lui, insieme ai suoi amici. Le cose che gli avrebbe fatto. Tante cose, solo per il puro gusto del tabù.
Ma il massimo che poteva ottenere era un climax, in una stanza buia e isolata. Il suo liquido seminale che entrava in contatto con le gocce d’acqua chimica sul pavimento. Il suo membro che, esausto, si afflosciò.
Carlo si abbandonò sullo schienale della sedia. Aveva peccato di sodomia? Non c’era stata alcuna penetrazione. Il dubbio era legittimo, ma Carlo non poteva non sorridere.

Elena giocava distrattamente con il cavo della cornetta. Un telefono che non usavano da mesi, tenuto lì sulla credenza quasi solo per darle qualcosa da fare con le mani, per permetterle di non lasciarsi travolgere dalla vista immobile che poteva avere dalla finestra.
Senza troppi indugi, l’ospite si diede già da fare nei dintorni per non sembrare un peso per i due coniugi. Era in giardino. Maniche tirate su fino al gomito, una camicia bianchissima che si sporcò nel giro di poco. Elena gli chiese di pulire il giardino dagli attrezzi che Carlo aveva tirato fuori dal capanno, in uno dei suoi raptus lavorativi.
Doveva ammetterlo. Dovette ammetterlo. Gentile e agile mentre si spostava a lato, facendo salti quasi felini, l’ospite parve molto più atletico e prestante di Carlo agli occhi di Elena. E il suo volto, anche se accaldato dallo sforzo, nascondeva ancora quella serietà e quell’aura di mistero. Spesso gli occhi di Elena cadevano sulle linea delle sue natiche.
L’uomo si tolse la camicia. La abbandonò a terra, incurante di riprendersela più tardi. Un addome lievemente scolpito, un petto gonfio, la schiena ampia e grossa.
Elena gemette. Lo fece. Per così poco lei gemette.
Si guardò nello spacco del petto. Poteva sentire il suo seno divampare in un fuoco. Tra le gambe sembrava che rivoli umidi le scendessero fino al ginocchio.
Pensò. Da tempo non lo faceva con Carlo. Suo marito era bello. Se voleva, pure prodigioso a letto. Non poteva non pensare alle sue dimensioni. Sogghignò. Carlo si vergognava così tanto la prima volta. Appena presero confidenza, il sesso divenne sempre qualcosa di più del puro atto di procreare. Ma poi smisero di farlo. Se vi era occasione di fare l’amore era la sera. Ma Carlo usava sempre la scusa di essere stanco. Elena ipotizzò che soffrisse di disfunzione erettile. Seriamente. Nulla di cui vergognarsi, anche se era una mancanza che lei avrebbe dovuto patire. Ma, alla fine, si rassegnò al fatto che lui non era più interessato a lei.
Incauta, si passò due dita tra le cosce. Le labbra del suo sesso aderivano al tessuto della sottana.
Si sarebbe masturbata, probabilmente. Lo avrebbe fatto non pensando all’unico uomo a cui si era concessa, ma all’uomo che a torso nudo, lavorando nel giardino di casa sua, le stava facendo ricredere riguardo alle sue scelte.

La notte scese fitta, soffocante. Le stelle brillavano meste in cielo, senza impegnarsi troppo. Già. Era penoso per una notte d’estate. La luna nascosta dietro una nuvola, i grilli che evidentemente avevano smesso di accoppiarsi e un vento che spirava tra gli alberi quasi con un sentore di morte.
Carlo era nel suo studiolo. Come sempre. Dormiva lì oramai. L’ospite, invece, si trovava nella camera da letto attigua alla sua. Inizialmente quella stanza doveva servire per il figlio che lei e Carlo pensavano di portare al mondo.
“Meglio così.” Pensò. Non diede tutte le colpe a Carlo. Probabilmente anche lei non lo avrebbe voluto, anche se avere figli doveva essere la normalità per una coppia sposata. Chissà quante dicerie giravano in paese riguardo a loro due sulla faccenda. Avere tutte quelle terre e nessun figlio a cui lasciarle.
“Paese di merda!” Non ci pensò troppo ad elargire un giudizio così severo. Le politiche familiari del governo erano abbastanza fallimentari, specialmente ora che gli alleati stavano avanzando.
Elena era distesa sul letto, occupando quanto più spazio possibile, anche il posto di suo marito. La camicia da notte aderiva sul suo corpo per l’afa. Poté vedere la forma dei suoi capezzoli. Li sfiorò ed ebbe un brivido. Subito i suoi pensieri andarono ai capelli biondi dell’ospite. Alla sua forza e al suo petto. La patta dei pantaloni che creavano quella sua protuberanza.
Si morse le labbra. Si fece cullare dal desiderio per arrivare ad uno stato di dormiveglia. Ipnotico. Sentiva le solite voci allucinatorie all’orecchio, quelle che arrivano quando sei troppo stanca per svegliarti e troppo lucida per spegnere la mente una volta per tutte.
Ora il vento era più intenso. Arrivava, passando per le persiane del balcone. La sua camicia si mosse, snudandola dalla vita in giù.
Si morse nuovamente le labbra. Ora lo fece involontariamente. La sua testa era immobile. Paralizzata, mentre sentiva qualcuno sedersi sul letto.
“Carlo”. Provò a dire a parole, accorgendosi solo più tardi che lo stava solo pensando come nome.
Una mano, soffice, le massaggiò l’interno coscia. Un’altra mano, più decisa questa volta, entrò in mezzo alle sue gambe.
Cercò di muovere le dita. Doveva concentrarsi su movimenti piccoli per riprendersi dalla paralisi. Ma era tutto così inutile.
Una bocca, calda, affondò nel suo sesso. Sentiva la lingua penetrarla.
Gemette. Fu sicura di averlo fatto.
Il piacere fu così acuto da conficcarsi come un chiodo nella penombra della stanza.
Il suo bacino venne inarcato. Ora le sue dita si potevano muovere, ma non fecero nulla per desistere. Provò solo a stringersi alle lenzuola del letto.
La lingua non concedeva tregua. Le rivelò zone del suo sesso che non ricordava così piacevoli se stimolate.
Elena si fece cogliere dal coraggio. Contro sé stessa, contro il sonno stesso, allungò il braccio. Ce la fece ed arrivò a sfiorare i capelli dell’intruso. Erano lisci, troppo lisci per essere quelli di Carlo.
Ne prese una ciocca tra le dita, mentre finiva con un orgasmo potente nella bocca dell’intruso.
Si abbandonò a sé stessa. Il suo braccio cadde a lato. Le sue cosce erano bagnate.
Non sentì nessun rumore, la molla del letto, la porta o i passi, quando rimase nuovamente da sola nella stanza.
Un sogno. Forse. Ma un piacere così intenso non lo avrebbe mai potuto provare per puro caso.
scritto il
2026-05-29
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