Mentre lei non c'è. Capitolo 4
di
Michael035
genere
etero
La luce del mattino filtrava dalle fessure delle tapparelle, disegnando strisce dorate sul pavimento della camera da letto. Era una luce diversa, o forse ero io a vederla con occhi nuovi.
Rimasi immobile, il braccio intorpidito sotto il peso leggero di Irene. Il suo viso era sprofondato nel mio petto, le labbra socchiuse che lasciavano sfuggire respiri lenti e regolari. Una sua gamba nuda era intrecciata alla mia sotto le lenzuola. In quella stanza, che per anni era stata solo un teatro di fredda routine e silenzi calcolati, ora si respirava un calore che mi faceva quasi male al petto per quanto era reale.
Le scostai una ciocca di capelli dal viso con una delicatezza che non credevo di possedere. A quel tocco leggero, lei si mosse. Le sue ciglia sfarfallarono prima di aprirsi del tutto. I suoi occhi scuri, ancora velati di sonno, misero a fuoco il mio viso. Un sorriso pigro e bellissimo le illuminò i lineamenti.
"Buongiorno," sussurrò, la voce roca e impastata. Si strinse ancora di più a me, strofinando il naso contro il mio collo come un gatto in cerca di calore.
"Buongiorno a te," risposi, baciandole la fronte, poi la punta del naso, e infine le labbra. Fu un bacio lento, pigro, che sapeva di lenzuola stropicciate e di intimità pura.
Rimanemmo lì per un tempo che non saprei quantificare. Fuori dal tempo, letteralmente. Accarezzavo la linea della sua schiena nuda, sentendola rabbrividire a ogni mio passaggio, mentre lei mi tracciava disegni invisibili sul petto. Non c'erano gradi da difendere, non c'erano pavimenti da lucidare. C'eravamo solo io e lei.
Quando la fame ci costrinse ad alzarci, le prestai una mia maglietta grigia dell'esercito. Le arrivava a metà coscia e la faceva sembrare ancora più fragile e bellissima.
Preparammo la colazione insieme. Misi su il caffè mentre lei tostava il pane, muovendosi in quella cucina con una naturalezza che mi strinse il cuore. Ci sedemmo sgabello contro sgabello alla penisola. Parlammo del più e del meno, ridendo per sciocchezze. Era una normalità domestica, banale e perfetta, che non avevo mai vissuto con Valentina, almeno non negli ultimi anni.
"Dio, guardami, sono un disastro," disse Irene a un certo punto, passandosi una mano tra i capelli arruffati e raccogliendoli in una coda improvvisata. "Ho un disperato bisogno di una doccia."
Finita la sua tazza di caffè, fece per alzarsi, ma la bloccai prendendole il polso. La tirai verso di me, facendola finire tra le mie gambe aperte.
"Negativo," le dissi, usando il mio tono più marziale, anche se un sorriso mi tradiva gli angoli della bocca. "L'accesso alla doccia padronale ti è temporaneamente negato."
Irene inarcò un sopracciglio, appoggiando le mani sulle mie spalle. "Ah, davvero, capitano? E da quando?"
"Da stamattina. Nuove direttive sulla sicurezza," sussurrai, baciandole l'incavo del collo. "Puoi usarla solo sotto la mia stretta supervisione. E intendo *molto* stretta."
Lei rise, un suono cristallino che mi fece vibrare lo stomaco. "Credo di poterlo accettare."
Pochi minuti dopo, il vapore aveva già appannato le pareti a vetri della grande doccia. L'acqua bollente scrosciava su di noi, lavando via il sonno ma accendendo un fuoco che credevo di aver placato la notte precedente.
Irene era appoggiata con la schiena contro le piastrelle scure, l'acqua che le scivolava sui seni perfetti, lungo il ventre piatto, fino alle cosce. La guardai, sentendo il desiderio montarmi dentro con una prepotenza inaudita.
Presi il bagnoschiuma e lo versai sulle mie mani. Iniziai a insaponarla lentamente. Le mie mani scivolavano sulla sua pelle bagnata, massaggiando le spalle, scendendo sui seni. Erano pesanti e perfetti nelle mie mani; il sapone li rendeva scivolosi, permettendomi di accarezzarli, di stringerli, di far scivolare i pollici sui capezzoli resi duri da quel momento. Per poi scivolare lungo i fianchi. Irene buttò la testa all'indietro, i capelli bagnati incollati al collo, lasciandosi sfuggire un gemito roco.
"Ti voglio..." ansimò, aprendo gli occhi per cercarmi attraverso il vapore. "Così mi fai impazzire."
"È esattamente quello che voglio," risposi, gettando via la spugna.
La baciai, un bacio prepotente e bagnato, mescolando l'acqua calda al sapore delle nostre bocche. Lei mi allacciò le braccia intorno al collo, stringendosi a me, la sua pelle scivolosa che sfregava contro il mio petto nudo. L'erotismo di quel momento era denso, quasi palpabile.
Le afferrai i fianchi, sollevandola leggermente, e lei capì al volo, avvolgendo una gamba intorno alla mia vita.
La mia erezione era dura e pulsante, pronta a entrare in lei. La guidai dentro con un movimento fluido, aiutato dall'acqua e dal sapone. Lei era incredibilmente stretta, un calore avvolgente che mi fece chiudere gli occhi e mordere il labbro.
Ci muovemmo con un ritmo controllato, non la foga frenetica di prima, ma una danza lenta e profonda. Ogni spinta era calcolata per massimizzare l'attrito, per sentire ogni centimetro della sua fica che mi avvolgeva. Lei mi baciava, la sua lingua che esplorava la mia bocca con una languida curiosità. Il sapore della sua saliva si mescolava al gusto clorurato dell'acqua. Irene si lasciava sfuggire dei gemiti contro la mia bocca, le unghie che mi graffiavano le spalle scivolose.
Iniziai a muovermi più velocemente preso dall'intensità di quel momento che mi portò ad isolarmi da tutto il resto.
L'attrito dell'acqua, il suono dei nostri corpi che sbattevano, l'eco dei suoi gemiti dentro quel piccolo spazio della doccia... tutto contribuiva a spingermi oltre il limite della razionalità. Non c'era più nulla di dolce, era una necessità primordiale.
"Sei mia," le ringhiai all'orecchio, aumentando il ritmo. "Dimmi che sei mia."
"Tua... sono solo tua, Michael. Ti prego continua..." supplicò lei, stringendomi con una forza disperata.
La feci scivolare a terra, si voltò, appoggiando le sue mani contro le piastrelle fredde, e la presi da dietro. Afferrai i suoi fianchi con decisione, dettando un ritmo più aggressivo rispetto alle scorse volte. Potevo vedere il riflesso dei nostri corpi intrecciati nel vetro appannato. Irene ansimava, il suo respiro si spezzava a ogni mio affondo, chiamando il mio nome in un misto di piacere e preghiera.
" Cosi Michael. Oh dio.. ssi "
Grido lei, piegando la testa in avanti. La presi per i fianchi, le mie dita che affondavano nella sua pelle morbida e scivolosa. Iniziai a spingere, profondo e costante. Ogni colpo faceva ondeggiare il suo corpo sotto la doccia. Le sue tette oscillavano ritmicamente, e lei cercò un altro appiglio per la stabilità.
Aumentai il ritmo, sentendo la pressione crescere dentro di me. L'acqua scorreva lungo la nostra schiena, un fiume caldo che univa i nostri corpi. Una mano scivolò sotto, trovando il clitoride e traendolo ritmicamente mentre la penetravo. La rezione fu istantanea; il suo corpo si irrigidì, le sue gambe tremarono visibilmente.
" Michael... sto per... "
Lei non finì la frase. Il suo orgasmo la travolse, facendola contrarre violentemente intorno al mio cazzo. La sentii schizzare, i suoi liquidi che si mescolavano all'acqua della doccia, un calore supplementare che mi spinse oltre il limite. Continuai a spingerla attraverso le sue contrazioni, prolungando il suo piacere finché lei non crollò in avanti, appoggiando la fronte sulle piastrelle.
La tensione saliva in me come un'onda di marea. Ero un uomo abituato al controllo totale: del mio corpo, della mia mente, delle mie azioni. Ma in quel box doccia, circondato dal vapore e dal calore di Irene, ogni addestramento crollò. Ero completamente soggiogato da lei.
*Devo uscire. Ora.* Il pensiero attraversò la mia mente lucida per una frazione di secondo, il segnale d'allarme del mio istinto di conservazione. Ma il mio corpo si rifiutò di obbedire. La sensazione di essere dentro di lei, circondato dal suo calore, era una droga troppo potente. Abbassai le difese, del tutto.
Invece di tirarmi indietro, la tirai contro di me, la sua schiena era contro il mio petto, la sua testa leggermente piegata contro la mia spalla. La spinsi contro il vetro facendolo tremare per qualche secondo. Con un ringhio gutturale affondai un'ultima volta, spingendomi il più a fondo possibile. L'orgasmo mi travolse con una violenza devastante, accecandomi. Mi svuotai completamente dentro di lei, ondata dopo ondata, tremando sotto il getto dell'acqua bollente.
Rimanemmo immobili, sorretti solo dalle mie mani sui suoi fianchi e dal vetro della doccia. Il mio respiro era irregolare, spezzato.
L'acqua continuava a scrosciare, ma nella doccia era calato un silenzio assordante. Quando il piacere assoluto cominciò a defluire, la realtà riprese possesso della mia testa con la freddezza di una lama di rasoio.
Mi ritirai lentamente. Irene si voltò a guardarmi, appoggiando la schiena contro il box. Aveva il respiro ancora corto e il petto che si alzava e abbassava. Nei suoi occhi scuri, resi lucidi dall'acqua, vidi il riflesso esatto di ciò che mi stava passando per la mente.
Sapevamo entrambi di non aver usato alcuna protezione. Sapevamo entrambi che in quel momento di passione pura e irrazionale, avevo lasciato che accadesse l'irreparabile.
Non dissi nulla. Le sfiorai la guancia bagnata con il pollice. Il mondo fuori da quella doccia era appena diventato infinitamente più complicato e pericoloso.
«Michael...» sussurrò, la voce che tremava in un modo che mi fece stringere lo stomaco. Si portò una mano al ventre piatto, come a voler proteggere se stessa da quello che era appena successo. "Sei venuto dentro di me. Perchè non sei uscito?."
Le presi il viso tra le mani bagnate. "Lo so. Scusami tesoro. Ho perso completamente il controllo."
Lei distolse lo sguardo da me e si spostò, sottraendosi al mio tocco. " Hai perso il controllo? Io non ho niente, Michael! Se resto incinta... sono rovinata. E Marco mi uccide. "
Il panico le stava rubando il respiro. Chiusi l'acqua con un colpo secco alla manopola. Il silenzio nella cabina divenne assordante. La afferrai per le spalle, stringendola abbastanza forte da ancorarla alla realtà, ma con la dolcezza necessaria per non farle male.
«Guardami,» le ordinai, il tono basso e inflessibile. «Non succederà niente di tutto questo. Appena esci da qui vai nella farmacia di turno fuori quartiere. Prendi la pillola. Ti do io i soldi. Si Sistemerà tutto, hai la mia parola. Non ti lascerò mai sola ad affrontare una cosa del genere. E se nel peggiore dei casi dovesse accadere non scapperò, te lo prometto.»
Lei deglutì a fatica, annuendo piano, ma il terrore non abbandonò le sue pupille. Uscimmo dalla doccia. L'aria fredda della stanza ci investì. Le avvolsi un asciugamano intorno alle spalle, poi ne presi uno per me. L'adrenalina dell'addestramento, quella che usavo per spegnere le emozioni e risolvere i problemi, si impossessò di me.
«Asciugati in fretta,» le dissi, camminando verso la camera da letto, lasciando impronte umide sul parquet. «Dobbiamo pulire questa stanza prima che Valentina metta la chiave nella toppa questa sera. Cambiamo le lenzuola. Dobbiamo far prendere aria alla stanza per far sparire il profumo del suo bagnoschiuma, poi diamo una passata veloce al bagno.»
Mi chinai sul letto e afferrai il lembo del lenzuolo su cui avevamo fatto l'amore tutta la notte, strappandolo via dal materasso con un gesto secco.
«Pulire...»
La voce di Irene mi arrivò alle spalle. Era bassa, ma tagliente come il vetro rotto. Mi voltai. Era ferma sulla soglia del bagno, l'asciugamano stretto al petto con le nocche bianche. L'acqua le gocciolava dai capelli scuri sulle clavicole, scivolando verso i seni.
«Deve tornare tutto perfetto, giusto?» continuò, facendo un passo verso di me. Il suo sguardo era cambiato. La paura aveva lasciato il posto a una rabbia lucida e disperata. «Dobbiamo cancellare le prove. Lavare via il mio odore, strappare le lenzuola, spruzzare il profumo di tua moglie per far finta che io non sia mai esistita.»
«Irene, non fare così. È per la nostra sicurezza...»
«La nostra?» sbottò, stringendo ancora di più l'asciugamano. Fiera e vulnerabile allo stesso tempo, a due passi da me. «Dimmi la verità, Michael. Guardami negli occhi e dimmela. Sono solo il tuo svago prima dell'Africa? Sono il giocattolo che scopi nel letto matrimoniale per sfogare la frustrazione di un matrimonio che non ti da più emozioni?»
«Ma cosa cazzo dici?» feci un passo verso di lei, ferito da quelle parole.
«Dico quello che vedo!» urlò lei, per poi abbassare subito il tono, terrorizzata che qualcuno potesse sentirla. «Mi sbatti contro il muro, mi scopi fino a farti perdere la ragione, mi riempi di parole bellissime, mi vieni dentro. Fai con me quello che tua moglie non ti permette di fare. E poi? un minuto dopo sono di nuovo la puttana da nascondere, la sporcizia da pulire prima che torni lei. Voglio sapere cosa sono per te. Perché io...» La sua voce si spezzò, e una lacrima le rigò il viso. «Perché io mi sono innamorata di te. Come una stupida ragazzina adolescente... quindi ti prego, non ferirmi.»
Quella confessione mi colpì direttamente. In tre falcate annullai la distanza tra noi. Lei provò a indietreggiare, ma le afferrai i fianchi, tirandola contro di me.
«Un giocattolo?» le ringhiai a un millimetro dalle labbra, gli occhi fissi nei suoi. «Pensi che sarei disposto a farmi distruggere la carriera, la faccia e la vita per un fottuto giocattolo? Pensi che permetterei a me stesso di perdere il controllo in quel modo, di rischiare tutto, se fosse solo sesso?»
Il suo asciugamano cadde a terra le mie mani scivolarono dai suoi fianchi su lungo le sue costole, fino a stringere delicatamente il suo collo, sollevandole il mento per costringerla a guardare l'abisso che avevo dentro.
«Io non ti nascondo perché mi vergogno di te, Irene. Ti nascondo perché se lei scopre cosa provo per te, ti farà a pezzi, e io non posso permetterlo. Soprattutto non ora che sto per partire. Tu sei la mia rovina... e sei l'unica cosa che mi fa sentire ancora un uomo vivo e non un soldato di latta.»
Lei mi guardò, il respiro che le si mozzava in gola, le labbra dischiuse. Nei suoi occhi vidi il muro della diffidenza crollare, sostituito da una devozione totale.
Mi chinai e la baciai. Non fu un bacio dolce, fu un marchio. Fu possessivo, carnale, disperato. Le nostre lingue si cercarono con una prepotenza che sapeva di sangue e di promesse inconfessabili. Il mio bacino si spinse contro il suo, schiacciandola al muro, facendole sentire quanto il mio corpo la desiderasse ancora, nonostante ci fossimo appena consumati nella doccia.
Irene gemette contro la mia bocca, le sue unghie mi scavarono la carne sulle spalle. In quel bacio c'era la risposta a ogni sua fottuta domanda. C'era l'amore che non potevamo gridare, c'era l'addio imminente per Gibuti, c'era la promessa che nessuno dei due avrebbe fatto un passo indietro.
Quando ci staccammo, avevamo entrambi il fiatone. Tenevo la fronte appoggiata alla sua.
«Non dubitare mai più di quello che sei per me,» le sussurrai, mordicchiandole il labbro inferiore. «Mai più.»
Lei chiuse gli occhi, annuendo impercettibilmente. Sotto le mie mani, il suo corpo era tornato caldo e arrendevole.
Poi, inesorabile, lo squillo acuto del mio telefono sul comodino squarciò l'aria.
Lo schermo era illuminato. Il nome di Valentina lampeggiava, freddo e perentorio.
Quel matrimonio era finito, ma dovevamo resistere e restare nascosti ancora un po'.
CONTINUA...
...........................
Se avete spunti, suggestioni o fantasie che vorreste vedere prendere forma, potete scrivermi qui: [ storieeraccontidim@gmail.com ].
Sarà un piacere lasciarmi ispirare.
Rimasi immobile, il braccio intorpidito sotto il peso leggero di Irene. Il suo viso era sprofondato nel mio petto, le labbra socchiuse che lasciavano sfuggire respiri lenti e regolari. Una sua gamba nuda era intrecciata alla mia sotto le lenzuola. In quella stanza, che per anni era stata solo un teatro di fredda routine e silenzi calcolati, ora si respirava un calore che mi faceva quasi male al petto per quanto era reale.
Le scostai una ciocca di capelli dal viso con una delicatezza che non credevo di possedere. A quel tocco leggero, lei si mosse. Le sue ciglia sfarfallarono prima di aprirsi del tutto. I suoi occhi scuri, ancora velati di sonno, misero a fuoco il mio viso. Un sorriso pigro e bellissimo le illuminò i lineamenti.
"Buongiorno," sussurrò, la voce roca e impastata. Si strinse ancora di più a me, strofinando il naso contro il mio collo come un gatto in cerca di calore.
"Buongiorno a te," risposi, baciandole la fronte, poi la punta del naso, e infine le labbra. Fu un bacio lento, pigro, che sapeva di lenzuola stropicciate e di intimità pura.
Rimanemmo lì per un tempo che non saprei quantificare. Fuori dal tempo, letteralmente. Accarezzavo la linea della sua schiena nuda, sentendola rabbrividire a ogni mio passaggio, mentre lei mi tracciava disegni invisibili sul petto. Non c'erano gradi da difendere, non c'erano pavimenti da lucidare. C'eravamo solo io e lei.
Quando la fame ci costrinse ad alzarci, le prestai una mia maglietta grigia dell'esercito. Le arrivava a metà coscia e la faceva sembrare ancora più fragile e bellissima.
Preparammo la colazione insieme. Misi su il caffè mentre lei tostava il pane, muovendosi in quella cucina con una naturalezza che mi strinse il cuore. Ci sedemmo sgabello contro sgabello alla penisola. Parlammo del più e del meno, ridendo per sciocchezze. Era una normalità domestica, banale e perfetta, che non avevo mai vissuto con Valentina, almeno non negli ultimi anni.
"Dio, guardami, sono un disastro," disse Irene a un certo punto, passandosi una mano tra i capelli arruffati e raccogliendoli in una coda improvvisata. "Ho un disperato bisogno di una doccia."
Finita la sua tazza di caffè, fece per alzarsi, ma la bloccai prendendole il polso. La tirai verso di me, facendola finire tra le mie gambe aperte.
"Negativo," le dissi, usando il mio tono più marziale, anche se un sorriso mi tradiva gli angoli della bocca. "L'accesso alla doccia padronale ti è temporaneamente negato."
Irene inarcò un sopracciglio, appoggiando le mani sulle mie spalle. "Ah, davvero, capitano? E da quando?"
"Da stamattina. Nuove direttive sulla sicurezza," sussurrai, baciandole l'incavo del collo. "Puoi usarla solo sotto la mia stretta supervisione. E intendo *molto* stretta."
Lei rise, un suono cristallino che mi fece vibrare lo stomaco. "Credo di poterlo accettare."
Pochi minuti dopo, il vapore aveva già appannato le pareti a vetri della grande doccia. L'acqua bollente scrosciava su di noi, lavando via il sonno ma accendendo un fuoco che credevo di aver placato la notte precedente.
Irene era appoggiata con la schiena contro le piastrelle scure, l'acqua che le scivolava sui seni perfetti, lungo il ventre piatto, fino alle cosce. La guardai, sentendo il desiderio montarmi dentro con una prepotenza inaudita.
Presi il bagnoschiuma e lo versai sulle mie mani. Iniziai a insaponarla lentamente. Le mie mani scivolavano sulla sua pelle bagnata, massaggiando le spalle, scendendo sui seni. Erano pesanti e perfetti nelle mie mani; il sapone li rendeva scivolosi, permettendomi di accarezzarli, di stringerli, di far scivolare i pollici sui capezzoli resi duri da quel momento. Per poi scivolare lungo i fianchi. Irene buttò la testa all'indietro, i capelli bagnati incollati al collo, lasciandosi sfuggire un gemito roco.
"Ti voglio..." ansimò, aprendo gli occhi per cercarmi attraverso il vapore. "Così mi fai impazzire."
"È esattamente quello che voglio," risposi, gettando via la spugna.
La baciai, un bacio prepotente e bagnato, mescolando l'acqua calda al sapore delle nostre bocche. Lei mi allacciò le braccia intorno al collo, stringendosi a me, la sua pelle scivolosa che sfregava contro il mio petto nudo. L'erotismo di quel momento era denso, quasi palpabile.
Le afferrai i fianchi, sollevandola leggermente, e lei capì al volo, avvolgendo una gamba intorno alla mia vita.
La mia erezione era dura e pulsante, pronta a entrare in lei. La guidai dentro con un movimento fluido, aiutato dall'acqua e dal sapone. Lei era incredibilmente stretta, un calore avvolgente che mi fece chiudere gli occhi e mordere il labbro.
Ci muovemmo con un ritmo controllato, non la foga frenetica di prima, ma una danza lenta e profonda. Ogni spinta era calcolata per massimizzare l'attrito, per sentire ogni centimetro della sua fica che mi avvolgeva. Lei mi baciava, la sua lingua che esplorava la mia bocca con una languida curiosità. Il sapore della sua saliva si mescolava al gusto clorurato dell'acqua. Irene si lasciava sfuggire dei gemiti contro la mia bocca, le unghie che mi graffiavano le spalle scivolose.
Iniziai a muovermi più velocemente preso dall'intensità di quel momento che mi portò ad isolarmi da tutto il resto.
L'attrito dell'acqua, il suono dei nostri corpi che sbattevano, l'eco dei suoi gemiti dentro quel piccolo spazio della doccia... tutto contribuiva a spingermi oltre il limite della razionalità. Non c'era più nulla di dolce, era una necessità primordiale.
"Sei mia," le ringhiai all'orecchio, aumentando il ritmo. "Dimmi che sei mia."
"Tua... sono solo tua, Michael. Ti prego continua..." supplicò lei, stringendomi con una forza disperata.
La feci scivolare a terra, si voltò, appoggiando le sue mani contro le piastrelle fredde, e la presi da dietro. Afferrai i suoi fianchi con decisione, dettando un ritmo più aggressivo rispetto alle scorse volte. Potevo vedere il riflesso dei nostri corpi intrecciati nel vetro appannato. Irene ansimava, il suo respiro si spezzava a ogni mio affondo, chiamando il mio nome in un misto di piacere e preghiera.
" Cosi Michael. Oh dio.. ssi "
Grido lei, piegando la testa in avanti. La presi per i fianchi, le mie dita che affondavano nella sua pelle morbida e scivolosa. Iniziai a spingere, profondo e costante. Ogni colpo faceva ondeggiare il suo corpo sotto la doccia. Le sue tette oscillavano ritmicamente, e lei cercò un altro appiglio per la stabilità.
Aumentai il ritmo, sentendo la pressione crescere dentro di me. L'acqua scorreva lungo la nostra schiena, un fiume caldo che univa i nostri corpi. Una mano scivolò sotto, trovando il clitoride e traendolo ritmicamente mentre la penetravo. La rezione fu istantanea; il suo corpo si irrigidì, le sue gambe tremarono visibilmente.
" Michael... sto per... "
Lei non finì la frase. Il suo orgasmo la travolse, facendola contrarre violentemente intorno al mio cazzo. La sentii schizzare, i suoi liquidi che si mescolavano all'acqua della doccia, un calore supplementare che mi spinse oltre il limite. Continuai a spingerla attraverso le sue contrazioni, prolungando il suo piacere finché lei non crollò in avanti, appoggiando la fronte sulle piastrelle.
La tensione saliva in me come un'onda di marea. Ero un uomo abituato al controllo totale: del mio corpo, della mia mente, delle mie azioni. Ma in quel box doccia, circondato dal vapore e dal calore di Irene, ogni addestramento crollò. Ero completamente soggiogato da lei.
*Devo uscire. Ora.* Il pensiero attraversò la mia mente lucida per una frazione di secondo, il segnale d'allarme del mio istinto di conservazione. Ma il mio corpo si rifiutò di obbedire. La sensazione di essere dentro di lei, circondato dal suo calore, era una droga troppo potente. Abbassai le difese, del tutto.
Invece di tirarmi indietro, la tirai contro di me, la sua schiena era contro il mio petto, la sua testa leggermente piegata contro la mia spalla. La spinsi contro il vetro facendolo tremare per qualche secondo. Con un ringhio gutturale affondai un'ultima volta, spingendomi il più a fondo possibile. L'orgasmo mi travolse con una violenza devastante, accecandomi. Mi svuotai completamente dentro di lei, ondata dopo ondata, tremando sotto il getto dell'acqua bollente.
Rimanemmo immobili, sorretti solo dalle mie mani sui suoi fianchi e dal vetro della doccia. Il mio respiro era irregolare, spezzato.
L'acqua continuava a scrosciare, ma nella doccia era calato un silenzio assordante. Quando il piacere assoluto cominciò a defluire, la realtà riprese possesso della mia testa con la freddezza di una lama di rasoio.
Mi ritirai lentamente. Irene si voltò a guardarmi, appoggiando la schiena contro il box. Aveva il respiro ancora corto e il petto che si alzava e abbassava. Nei suoi occhi scuri, resi lucidi dall'acqua, vidi il riflesso esatto di ciò che mi stava passando per la mente.
Sapevamo entrambi di non aver usato alcuna protezione. Sapevamo entrambi che in quel momento di passione pura e irrazionale, avevo lasciato che accadesse l'irreparabile.
Non dissi nulla. Le sfiorai la guancia bagnata con il pollice. Il mondo fuori da quella doccia era appena diventato infinitamente più complicato e pericoloso.
«Michael...» sussurrò, la voce che tremava in un modo che mi fece stringere lo stomaco. Si portò una mano al ventre piatto, come a voler proteggere se stessa da quello che era appena successo. "Sei venuto dentro di me. Perchè non sei uscito?."
Le presi il viso tra le mani bagnate. "Lo so. Scusami tesoro. Ho perso completamente il controllo."
Lei distolse lo sguardo da me e si spostò, sottraendosi al mio tocco. " Hai perso il controllo? Io non ho niente, Michael! Se resto incinta... sono rovinata. E Marco mi uccide. "
Il panico le stava rubando il respiro. Chiusi l'acqua con un colpo secco alla manopola. Il silenzio nella cabina divenne assordante. La afferrai per le spalle, stringendola abbastanza forte da ancorarla alla realtà, ma con la dolcezza necessaria per non farle male.
«Guardami,» le ordinai, il tono basso e inflessibile. «Non succederà niente di tutto questo. Appena esci da qui vai nella farmacia di turno fuori quartiere. Prendi la pillola. Ti do io i soldi. Si Sistemerà tutto, hai la mia parola. Non ti lascerò mai sola ad affrontare una cosa del genere. E se nel peggiore dei casi dovesse accadere non scapperò, te lo prometto.»
Lei deglutì a fatica, annuendo piano, ma il terrore non abbandonò le sue pupille. Uscimmo dalla doccia. L'aria fredda della stanza ci investì. Le avvolsi un asciugamano intorno alle spalle, poi ne presi uno per me. L'adrenalina dell'addestramento, quella che usavo per spegnere le emozioni e risolvere i problemi, si impossessò di me.
«Asciugati in fretta,» le dissi, camminando verso la camera da letto, lasciando impronte umide sul parquet. «Dobbiamo pulire questa stanza prima che Valentina metta la chiave nella toppa questa sera. Cambiamo le lenzuola. Dobbiamo far prendere aria alla stanza per far sparire il profumo del suo bagnoschiuma, poi diamo una passata veloce al bagno.»
Mi chinai sul letto e afferrai il lembo del lenzuolo su cui avevamo fatto l'amore tutta la notte, strappandolo via dal materasso con un gesto secco.
«Pulire...»
La voce di Irene mi arrivò alle spalle. Era bassa, ma tagliente come il vetro rotto. Mi voltai. Era ferma sulla soglia del bagno, l'asciugamano stretto al petto con le nocche bianche. L'acqua le gocciolava dai capelli scuri sulle clavicole, scivolando verso i seni.
«Deve tornare tutto perfetto, giusto?» continuò, facendo un passo verso di me. Il suo sguardo era cambiato. La paura aveva lasciato il posto a una rabbia lucida e disperata. «Dobbiamo cancellare le prove. Lavare via il mio odore, strappare le lenzuola, spruzzare il profumo di tua moglie per far finta che io non sia mai esistita.»
«Irene, non fare così. È per la nostra sicurezza...»
«La nostra?» sbottò, stringendo ancora di più l'asciugamano. Fiera e vulnerabile allo stesso tempo, a due passi da me. «Dimmi la verità, Michael. Guardami negli occhi e dimmela. Sono solo il tuo svago prima dell'Africa? Sono il giocattolo che scopi nel letto matrimoniale per sfogare la frustrazione di un matrimonio che non ti da più emozioni?»
«Ma cosa cazzo dici?» feci un passo verso di lei, ferito da quelle parole.
«Dico quello che vedo!» urlò lei, per poi abbassare subito il tono, terrorizzata che qualcuno potesse sentirla. «Mi sbatti contro il muro, mi scopi fino a farti perdere la ragione, mi riempi di parole bellissime, mi vieni dentro. Fai con me quello che tua moglie non ti permette di fare. E poi? un minuto dopo sono di nuovo la puttana da nascondere, la sporcizia da pulire prima che torni lei. Voglio sapere cosa sono per te. Perché io...» La sua voce si spezzò, e una lacrima le rigò il viso. «Perché io mi sono innamorata di te. Come una stupida ragazzina adolescente... quindi ti prego, non ferirmi.»
Quella confessione mi colpì direttamente. In tre falcate annullai la distanza tra noi. Lei provò a indietreggiare, ma le afferrai i fianchi, tirandola contro di me.
«Un giocattolo?» le ringhiai a un millimetro dalle labbra, gli occhi fissi nei suoi. «Pensi che sarei disposto a farmi distruggere la carriera, la faccia e la vita per un fottuto giocattolo? Pensi che permetterei a me stesso di perdere il controllo in quel modo, di rischiare tutto, se fosse solo sesso?»
Il suo asciugamano cadde a terra le mie mani scivolarono dai suoi fianchi su lungo le sue costole, fino a stringere delicatamente il suo collo, sollevandole il mento per costringerla a guardare l'abisso che avevo dentro.
«Io non ti nascondo perché mi vergogno di te, Irene. Ti nascondo perché se lei scopre cosa provo per te, ti farà a pezzi, e io non posso permetterlo. Soprattutto non ora che sto per partire. Tu sei la mia rovina... e sei l'unica cosa che mi fa sentire ancora un uomo vivo e non un soldato di latta.»
Lei mi guardò, il respiro che le si mozzava in gola, le labbra dischiuse. Nei suoi occhi vidi il muro della diffidenza crollare, sostituito da una devozione totale.
Mi chinai e la baciai. Non fu un bacio dolce, fu un marchio. Fu possessivo, carnale, disperato. Le nostre lingue si cercarono con una prepotenza che sapeva di sangue e di promesse inconfessabili. Il mio bacino si spinse contro il suo, schiacciandola al muro, facendole sentire quanto il mio corpo la desiderasse ancora, nonostante ci fossimo appena consumati nella doccia.
Irene gemette contro la mia bocca, le sue unghie mi scavarono la carne sulle spalle. In quel bacio c'era la risposta a ogni sua fottuta domanda. C'era l'amore che non potevamo gridare, c'era l'addio imminente per Gibuti, c'era la promessa che nessuno dei due avrebbe fatto un passo indietro.
Quando ci staccammo, avevamo entrambi il fiatone. Tenevo la fronte appoggiata alla sua.
«Non dubitare mai più di quello che sei per me,» le sussurrai, mordicchiandole il labbro inferiore. «Mai più.»
Lei chiuse gli occhi, annuendo impercettibilmente. Sotto le mie mani, il suo corpo era tornato caldo e arrendevole.
Poi, inesorabile, lo squillo acuto del mio telefono sul comodino squarciò l'aria.
Lo schermo era illuminato. Il nome di Valentina lampeggiava, freddo e perentorio.
Quel matrimonio era finito, ma dovevamo resistere e restare nascosti ancora un po'.
CONTINUA...
...........................
Se avete spunti, suggestioni o fantasie che vorreste vedere prendere forma, potete scrivermi qui: [ storieeraccontidim@gmail.com ].
Sarà un piacere lasciarmi ispirare.
3
voti
voti
valutazione
6
6
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Mentre lei non c'è. Capitolo 3
Commenti dei lettori al racconto erotico