Maledetta tentazione. Capitolo 9
di
Michael035
genere
tradimenti
Erano passati tre giorni da quel mattino alla pista di atletica. Tre giorni in cui avevo recitato la parte del fidanzato premuroso con Chloe, rassicurandola sul nostro futuro e tenendola stretta la notte, mentre la mia mente continuava a contare i secondi che mi separavano dall'atto finale. Asia mi aveva cercato ogni giorno. I suoi messaggi erano diventati brevi, quasi timorosi, carichi di una sottomissione a cui non ero abituato. Suo padre era stabile, ma i medici non davano speranze di recupero. Era sola, sospesa nel vuoto, in attesa del mio prossimo movimento.
Quel pomeriggio stavo guidando verso Prati. Clhoe era uscita con mia madre, le aveva chiesto di acvompagnarla a fare delle compre cosi da passare un po' di tempo insieme e farla sentire come a casa sua. Mia madre è sempre stata dolce e premurosa e in Clhoe vedeva una lice diversa rispetto alle ragazzine a cui andavo dietro anni prima.
Mi fermai davanti ad un BAR per prendere una bottiglia d'acqua. Mentre uscivo dal BAR, vidi, davanti alla alla discesa drlla palestra che frequentavamo tutti e tre qualche anno fa, Federico. Aveva addosso una maglietta tecnica nera con la scritta "Staff" ricamata in bianco sulla schiena. Stava fumando una sigaretta elettronica, lo sguardo perso nel traffico.
Il ragazzo per cui Asia mi aveva buttato via come spazzatura. Quello che aveva preferito a me, illudendomi per mesi prima di lasciarmi a terra a guardarla salire sulla sua macchina.
Mi incamminai verso di lui. Quando avvertì i miei passi, Federico girò la testa. Ci mise un paio di secondi a mettermi a fuoco, poi i suoi occhi si sgranarono leggermente e un sorriso sorpreso gli tese i lineamenti.
«Michael? Cazzo, ma sei tu?» disse, facendosi incontro e allungando la mano.
«Fede. Ciao,» risposi, stringendogli la mano con fermezza. Notai che era grosso, tirato. La palestra era diventata evidentemente il suo mondo.
«Ma che ci fai qui? Sapevo che stavi in Inghilterra, mio fratello mi diceva che stai spaccando a calcio. Ti seguo ogni tanto sui social, complimenti davvero.» C'era una sincerità disarmante nel suo tono. Nessuna rivalità, prima che Asia si mettesse in mezzo parlavamo sempre in palestra, nessuna tensione, solo un leggero distaccamento dopo quell'episodio con Asia. Il tempo aveva livellato tutto.
«Sì, sono tornato per qualche giorno di vacanza con i miei. Mi tengo in forma,» risposi, accennando alla borsa sportiva che avevo sul sedile.
«Tu invece? Lavori qui adesso?»
«Sì, ho preso il tesserino da personal trainer qualche mese fa. Paolo mi ha preso perché mi conosce bene ormai, mentre finisco l'università ci tiro avanti. Si campa, sai come a Roma. Ma dimmi di te, come va la vita lassù?»
Rimanemmo lì a parlare per cinque minuti del campionato inglese, del clima di Exeter, delle voci sul mio possibile trasferimento. Federico era un bravo ragazzo, lo era sempre stato, solo che all'epoca era stato lo strumento della crudeltà di Asia.
Decisi di fare la mia mossa. Mantenni il viso rilassato, lo sguardo neutro, come se stessi chiedendo del meteo.
«Senti... e con Asia? Vi siete lasciati ho visto. Sono rimasto sopreso, all'epoca sembravate uniti.»
Federico cambiò espressione. Il sorriso svanì, sostituito da una smorfia amara, quasi cinica. Espirò una nuvola di vapore dalla sigaretta, scuotendo la testa.
«Lasciati? Michael, ringrazia il cielo che all'epoca ha scelto me e non te. Sei stato il più fortunato dei due, fidati.»
Sentii un leggero brivido di risalirmi lungo la schiena. Mi appoggiai con la schiena al muretto, incrociando le braccia.
«In che senso?»
«Nel senso che Asia è una ragazzina e basta.,» disse Federico, abbassando la voce, lo sguardo che si induriva al ricordo.
«All'inizio ti dà tutto, sembra la donna della tua vita. Poi, appena si annoia o vede qualcosa di più luccicante, ti calpesta senza guardarsi indietro. A te ti ha illuso, a me tradito.»
«Con quello la? Mi capita di vedere ancora le sue storie, i suoi post.» chiesi, fingendo una leggera sorpresa, anche se dentro di me ogni tassello stava scivolando al suo posto con la precisione di un ingranaggio svizzero.
«Con uno di nome Francesco. Non so con chi stia ora, non mi interessa. Ogni tanto si presenta in palestra e neanche mi guarda in faccia... non so com che coraggio ancora venga qui.
Ma meglio cosi, sto con un altra che è molto meglio di lei.»
Fece una pausa, guardandomi dritto negli occhi. «Ti sei salvato la carriera e la vita, fidati. Con lei per me non saresti partito in Inghilterra.»
«Già, hai perfettamente ragione» dissi io, e stavolta il sorriso che mi tese le labbra era vero, anche se Federico non poteva comprenderne la natura.
«Vabbè bomber, io devo rientrare, la pausa sigaretta è durata anche troppo ahaha. Se ti va, una di queste sere ci facciamo una birra alla vecchia maniera,» mi disse, dandomi una pacca sulla spalla.
«Volentieri, Fede. Buon lavoro.»
Lo guardai sparire dietro le porte a vetri della palestra.
Rimasi solo sul marciapiede, mentre il rumore delle macchine diventava un sussurro lontano.
Ecco la conferma. L'ultimo, definitivo verdetto che aspettavo.
Ogni minimo residuo di colpa, ogni fottuto dubbio morale che mi aveva tormentato durante la notte con Chloe, svanì come nebbia al sole. Asia non era solo una ragazza viziata che aveva fatto un errore di gioventù. Era una predatrice seriale, una manipolatrice che distruggeva le persone per puro calcolo e noia. Lo aveva fatto a me, lo aveva fatto a Federico, e avrebbe continuato a farlo a chiunque.
In quel momento, la mia mente si ripulì completamente. Vidi Chloe per quella che era: il mio futuro, la purezza, l'unica donna che meritava il mio amore e la mia fedeltà. Avevo scelto lei. Definitivamente.
Ma prima... prima dovevo chiudere il cerchio con Asia. E la rivelazione di Federico aveva appena trasformato la mia vendetta in un atto di pura giustizia.
Tornai in macchina, avviai il motore e inserii la marcia. Sentivo una lucidità chirurgica, glaciale, scorrermi nelle vene. Non provavo rabbia, solo una determinazione feroce. Sapevo esattamente cosa stavo per fare.
L'avrei usata per l'ultima volta. Avrei preso il suo corpo, la sua sottomissione, la sua disperata illusione di avermi riconquistato, e le avrei consumate fino all'osso. Sarebbe stato il nostro ultimo rapporto, un atto di puro disprezzo camuffato da passione, l'inganno finale prima di lasciarla cadere nel vuoto che si era scavata da sola.
Parcheggiai sotto il palazzo di Prati. Spensi i fari. Guardai le finestre illuminate del terzo piano.
Presi il telefono e le scrissi:
«Sto salendo».
L'ascensore del palazzo di Prati era silenzioso come una cripta. Salendo verso il terzo piano, l'immagine di Federico fuori dalla palestra continuava a scorrermi davanti agli occhi. Le sue parole erano state l'assoluzione finale per ogni mia colpa.
Quando suonai il campanello, la porta si aprì quasi subito.
Asia mi apparve davanti stretta in un accappatoio di spugna bianca. I piedi nudi sul parquet, il trucco completamente assente, gli occhi leggermente arrossati dalla stanchezza e dal pianto di quei giorni. Sembrava minuscola, fragile. La ragazza arrogante che mi aveva distrutto anni prima non esisteva più, sostituita da un guscio vuoto che si aggrappava a me per non affogare.
«Sei in anticipo...» mormorò, sorpresa, facendo un passo indietro per farmi entrare.
«Io... stavo per farmi una doccia, avevo detto che saresti arrivato più tardi.»
«Mi sono liberato prima,» mentii, chiudendomi la porta di scatto alle spalle. Il suono della serratura rimbombò nel grande ingresso buio. I suoi non c'erano, l'appartamento odorava di chiuso e di solitudine.
«Mi dispiace farmi trovare così,» sussurrò lei, abbassando lo sguardo verso l'accappatoio. Fece per stringere il nodo della cintura, ma io le afferrai i polsi. Le mie mani erano fredde, le sue bollenti.
«Sei perfetta così.»
Non c'era dolcezza nella mia voce, ma lei la scambiò per desiderio irruento. Alzò il viso verso di me, dischiudendo le labbra. La baciai. Fu un bacio duro, possessivo, privo di qualsiasi reale affetto, ma carico di una fisicità che le fece piegare le ginocchia. Sentii un suo piccolo gemito vibrarmi contro la bocca. Si aggrappò al mio giubbotto, disperata, come se fossi la sua unica ancora di salvezza.
Senza smettere di baciarla, la spinsi all'indietro. Conoscevo quella casa a memoria. La guidai lungo il corridoio fino al bagno grande. La luce fredda dei faretti illuminò i marmi e i vetri del box doccia spazioso.
La feci indietreggiare fino a farle toccare il lavabo con la schiena. Mi staccai dalle sue labbra solo per guardarla. Aveva il respiro corto, il petto che si alzava e si abbassava velocemente sotto la spugna bianca. Allungai una mano e le sfilai l'elastico che le teneva i capelli raccolti in una crocchia disordinata. Le ciocche scure le ricaddero sulle spalle. Passai le dita tra i suoi capelli, accarezzandole la nuca, mentre con l'altra mano slacciavo il nodo dell'accappatoio.
I lembi di spugna si aprirono. Asia non fece nulla per coprirsi. Si offrì al mio sguardo, completamente nuda, indifesa. Il suo corpo era bellissimo, lo era sempre stato, ma in quel momento per me era solo carne da marchiare.
«Spogliati,» mi sussurrò, con la voce che le tremava.
«Ti voglio, Michael.»
Mi tolsi i vestiti in silenzio, buttandoli a terra senza curarmene. Lei non mi staccava gli occhi di dosso, affamata di ogni mio centimetro. Aprii l'acqua della doccia, regolandola sul caldo, finché il vapore non iniziò ad appannare gli specchi. La presi per mano e la tirai dentro con me, sotto il getto scrosciante.
L'acqua calda ci bagnò all'istante, incollandole i capelli al viso e al collo. La spinsi contro le piastrelle scure del box doccia. Il contrasto tra il marmo freddo sulla sua schiena e il mio corpo rovente pressato contro il suo la fece ansimare.
Iniziai a baciarle il collo, scendendo giù. L'acqua lavava via i miei baci nel momento stesso in cui li posavo sulla sua pelle. Scesi verso il seno, prendendo un capezzolo turgido tra le labbra, succhiandolo con decisione. Asia inarcò la schiena, infilando le dita tra i miei capelli bagnati.
«Ah... prendimi, baciami, sì...» ansimò, la voce rotta dal rumore dell'acqua.
Scesi ancora, inginocchiandomi sul piatto doccia. L'acqua mi batteva violenta sulle spalle. Le presi le cosce e gliele allargai dolcemente. Lei si appoggiò al vetro per non cadere, tremando di aspettativa. Feci scivolare la lingua tra le sue labbra bagnate. Era già pronta, caldissima, scivolosa non solo per l'acqua, ma per l'eccitazione pura. La assaggiai a fondo, spietato, sapendo esattamente dove premere e come muovermi. Volevo annientarla di piacere, volevo che non avesse più la forza di reggersi in piedi.
«Mmh, Michael... Oddio si! Cazzo, ti amo!»
Asia iniziò a gemere forte, senza ritegno. La sua mano libera cercava appiglio aggrappandosi al saliscendi della doccia, mentre l'altra premeva contro la mia testa, spingendomi ancora più a fondo contro di lei.
«Michael... si, li li.. mi fai godere, aah, ssii! Non reggo, vengo... vengoo!...» piagnucolò, i muscoli delle cosce tesi come corde di violino.
Non le diedi tregua. La portai al limite e la feci crollare. Sentii il suo bacino scattare in avanti contro la mia bocca, i suoi spasmi forti e incontrollabili, mentre un grido soffocato le moriva in gola.
Mi alzai lentamente. Lei aveva gli occhi chiusi, la bocca aperta, il fiato corto. Era completamente mia. Psicologicamente e fisicamente sottomessa.
Mi allungai fuori dal box doccia, afferrai i miei pantaloni da terra e presi un preservativo dalla tasca. Lo aprii con i denti e lo srotolai in fretta. Non le avrei lasciato niente di me. Volevo la sensazione spietata di sfondare le sue difese, volevo arrivare fino in fondo e restarci durante l'orgasmo, sentendo le sue pareti contrarsi, ma il lattice era il confine invalicabile tra la mia nuova vita e quel cadavere del mio passato.
Tornai sotto l'acqua. Le afferrai una gamba, sollevandola e agganciandola al mio fianco. La guardai negli occhi. Erano lucidi, persi.
«Oggi ti sbatto per bene» le sussurrai all'orecchio, una frase che lei tradusse come una promessa d'amore eterno, ma che nella mia mente era solo la rivendicazione di un boia.
Entrai in lei con una spinta decisa, affondando fino alla base. Asia spalancò la bocca, rilasciando un gemito acuto che fu coperto dal rumore dell'acqua.
«AH, MICHAEL»
Era stretta, calda, perfetta. La sua carne si avvolse intorno a me come un guanto.
Cominciai a muovermi. All'inizio lentamente, uscendo quasi del tutto per poi affondare di nuovo brutalmente dentro di lei. Poi aumentai il ritmo. Le mie mani le stringevano i fianchi con forza, lasciandole i segni delle dita sulla pelle bagnata. Il rumore dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro rimbombava nel box doccia, mischiandosi allo scroscio dell'acqua e ai suoi lamenti disperati.
«Più forte...» mi supplicò, affondando le unghie nella mia schiena.
«Michael, ti prego, ti amo... resta com me... Ah! Aah!»
Ogni sua parola era benzina sul fuoco del mio disprezzo.
Mi ami adesso che non hai nessuno, puttana, pensai, ricordando Federico e Francesco. Adesso che non hai più nessuno da far soffrire.
Aumentai ancora il ritmo, sbattendola contro le piastrelle con una violenza che sfiorava la crudeltà. Asia non opponeva resistenza, prendeva ogni colpo, ogni spinta, trasformandola in puro godimento. Si abbandonò completamente alla mia brutalità, raggiungendo un secondo orgasmo che la fece tremare tutta. Strinse le braccia intorno al mio collo, baciandomi mentre ansimava per il piacere.
La girai bruscamente, con un movimento deciso che le ha fatto sbattere le mani contro il muro per non perdere l'equilibrio. Ora aveva la pancia e il petto premuti contro le piastrelle, il culo in risalto, offerto alla mia vista e al mio controllo. L'acqua scorreva lungo la sua schiena, finendo nel solco tra le sue chiappe. Mi sono avvicinato, sfiorando la sua pelle con la punta del cazzo, bagnato dal suo succo e dall'acqua.
«Voglio il tuo culo, Asia,» ho sussurrato all'orecchio, la voce rauca e insistente.
«Lo voglio adesso.»
Lei si è irrigidita istantaneamente.
«No, Michael, scordatelo!» ha detto, la voce ferma ma tremante. Con una mano rapida, ha afferrato il mio cazzo, spostandolo dalla sua entrata posteriore e guidandolo verso la figa, cercando di riportarmi dove eravamo prima.
«Non l'ho mai fatto e non mi va..»
Non mi sono fermato. Sono rientrato nella sua figa, iniziando a muovermi con forza, sbattendola contro il muro, ma la mia mente era focalizzata altrove.
«C'è sempre una prima volta, no?» ho leccato il suo collo, sentendola tremare sotto di me.
«Lo faremo piano. Te lo prometto. Sarà fantastico.»
Lei ha continuato a resistere per qualche secondo, i muscoli tesi, ma mentre continuavo a scoparla da dietro, sentendo le sue pareti vaginali stringermi mentre le parlavo sporco, la sua resistenza ha iniziato a cedere.
«Vabbè, piano però. Se ti dico fermati, devi fermarti, chiaro?!» disse con voce più decisa.
«Promesso, se ti faccio male mi fermo»
Mi sono estratto dalla sua figa, sentendo una perdita momentanea di calore, ma l'eccitazione di ciò che stavo per fare era più forte. Ho appoggiato la testata contro il suo buchetto stretto.
«Rilassati, se sei tesa farà male» ho ordinato, premendo in avanti.
La resistenza iniziale era incredibile, un anello muscolare che si rifiutava di cedere.
«Ohi, piano, Michael, senza fretta» ha detto lei, la voce strozzata, il viso premuto contro il braccio teso contro la parete.
Ho continuato a spingere, costante ma lento, sentendo la testa del mio cazzo che apriva la strada, centimetro dopo centimetro. Lei ha emesso un gemito profondo, un suono che sembrava venire dal profondo del petto, mescolando dolore e piacere.
«Non so se ce la faccio a prenderlo tutto» ha sibilato, le dita che graffiavano le piastrelle cercando un appiglio.
Quando sono entrato con tutta la punta, l'emozione mi ha travolto. Era calda, incredibilmente stretta, una sensazione avvolgente che non avevo mai provato prima. Ma lei scattò in avanti, sfilando il mio cazzo.
«Ahii! No.. basta. Fermo!» disse con un tono di dolore misto alla paura. L'acqua continuava a scorrerci addosso, bagnando i nostri corpi uniti.
«Ero entrato, Asia. Dovevi solo abituarti.» ho sussurrato, baciandole la spalla.
«Non mi va, ok? Ci riproveremo un altra volta.» rispose, prendendo di nuovo il mio cazzo, che si era leggermente rilassato, riportandolo alla sua figa. Entrai di nuovo in lei. La voglia, il desiderio di possederla prese il sopravvento. Ho iniziato a muovermi, all'inizio con movimenti corti e cauti, ma presto il ritmo è diventato più rapido. Il mio pene tornò presto nella sua massima erezione.
«Ah! Sì, Michael... Ssii!» ha urlato lei, mentre aumentavo l'intensità.
«Ti piace eh? E pensa che te lo sei perso per tutto qussto tempo.»
Le diedi un una spinta ancora più forte e decisa.
«AHIAA! Ma che sei impazzito?! Mi hai fatto male» Urlò lei.
«Scusa, oggi non riesco a controllarmi. Sei cosi "hot", cosi bella» Mentii
Sentii la tensione accumularsi alla base della colonna vertebrale. La lucidità sparì per qualche istante, sopraffatta dall'istinto animale. La strinsi a me, affondando in lei un'ultima, lunghissima volta, e venni.
Il mio corpo si tese violentemente, rilasciando tutta la frustrazione, l'odio e la vendetta covati in quegli anni. Restai premuto dentro di lei, il respiro spezzato, la fronte appoggiata contro la sua spalla bagnata.
L'acqua continuava a scorrere sui nostri corpi allacciati. Asia godeva intensamente. Le sue mani ferme sui miei glutei come per spinhermi ancora più in fondo.
Dopo essermi sfilato il preservativo, lo annodai con un gesto rapido e lo lanciai nel cestino, senza distogliere lo sguardo da lei. Asia era ancora appoggiata al vetro della doccia, le braccia strette al petto, il viso rigato dall'acqua e dai residui del piacere.
Non uscii dalla doccia. Mi voltai e rientrai sotto il getto caldo, avvicinandomi di nuovo a lei.
Questa volta non ci fu violenza. Le presi il viso tra le mani, con una delicatezza che sapeva di addio. Asia sollevò lo sguardo verso di me, i suoi occhi lucidi cercavano i miei, cercando disperatamente di leggere cosa ci fosse oltre quel velo di indifferenza che avevo indossato per tutto il tempo.
La baciai. Fu un bacio lungo, profondo, che sapeva di malinconia. Non era il bacio di un predatore, ma quello di un uomo che sta guardando il fantasma di un amore che avrebbe voluto vivere, se solo la realtà non fosse stata un campo minato.
Mentre le labbra si muovevano contro le sue, sentii una fitta dolorosa al petto.
"Dio, se solo non fossi una vipera, pensai, chiudendo gli occhi. Se solo non avessi questo veleno dentro, se solo fossi rimasta la ragazza di cui mi sono innamorato anni fa... avrei lasciato Chloe in un istante. Avrei buttato all'aria tutto per te."
Ma la verità era lì, brutale e inconfutabile: io conoscevo le sue spine, sapevo come si nutriva di tradimenti, e sapevo che non avrebbe mai smesso. Quello era solo un momento di tregua in una guerra che non avrebbe mai avuto fine.
Ci lavammo in silenzio, un'intimità domestica, quasi banale, che faceva ancora più male. L'acqua calda scivolava via, portando con sé l'odore del nostro sesso e la tensione dell'atto.
Uscimmo dalla doccia insieme. Afferrai un asciugamano pulito e glielo passai sulle spalle. Iniziai ad asciugarle i capelli con movimenti lenti, curati. Sentivo il calore della sua pelle sotto le mie dita, il profumo dei suoi capelli che conoscevo a memoria. Lei faceva lo stesso con me, asciugandomi la schiena, le mani che indugiavano sulle mie spalle, come se volesse incidere quel momento sulla mia pelle per non dimenticarlo.
«Quando vuoi, questa è casa tua...» sussurrò lei, appoggiando la fronte contro la mia schiena.
«Quanto vorrei che restassi»
Non risposi. Non potevo. Sapevo che restare significava marcire insieme a lei.
Ci vestimmo in camera da letto, ancora in un silenzio carico di promesse mai dette. Davanti allo specchio, mi sistemai i capelli. Usai le dita per ricreare esattamente la piega che avevo prima di entrare, quella che piaceva a Chloe, quella che mi faceva sembrare il bravo ragazzo di sempre. Ero un maestro nel ricostruire la mia maschera. Asia mi guardava dallo specchio, i capelli ancora umidi che le ricadevano sulle spalle, un’espressione di una vulnerabilità disarmante.
Mi avvicinai a lei per l'ultima volta. Le misi le mani sui fianchi, avvicinandola al mio corpo.
«Stai bene?» le chiesi, una domanda stupida, colma di tutto il peso di ciò che sapevo sarebbe successo il giorno dopo.
Lei mi accarezzò il viso con le dita tremanti.
«Ora sì.»
La baciai un'ultima volta, un bacio rapido, dolce, che racchiudeva tutto il rimpianto per quello che non saremmo mai stati. Mi staccai da lei, mi infilai la giacca e mi avviai verso la porta d'ingresso.
«Ci sentiamo domani,» dissi, mentendo sapendo di mentire.
Lei mi seguì fino alla porta, restando sulla soglia, bellissima e perduta. La guardai un'ultima volta, imprigionando quell'immagine nella mia mente: Asia, la vipera che avrei distrutto di lì a ventiquattro ore, la donna che avrei voluto amare per il resto della vita se solo avesse saputo essere leale.
Chiusi la porta alle mie spalle. Il click della serratura suonò come una condanna definitiva. Mi incamminai verso l'ascensore, con il cuore che pesava quanto un macigno e la consapevolezza, gelida e assoluta, che stavo per compiere l'atto più crudele della mia vita.
Credeva di aver sigillato il nostro ritorno. Credeva che l'avessi perdonata, che quell'atto di sesso selvaggio fosse la pietra miliare del nostro nuovo futuro insieme.
CONTINUA... . .
Quel pomeriggio stavo guidando verso Prati. Clhoe era uscita con mia madre, le aveva chiesto di acvompagnarla a fare delle compre cosi da passare un po' di tempo insieme e farla sentire come a casa sua. Mia madre è sempre stata dolce e premurosa e in Clhoe vedeva una lice diversa rispetto alle ragazzine a cui andavo dietro anni prima.
Mi fermai davanti ad un BAR per prendere una bottiglia d'acqua. Mentre uscivo dal BAR, vidi, davanti alla alla discesa drlla palestra che frequentavamo tutti e tre qualche anno fa, Federico. Aveva addosso una maglietta tecnica nera con la scritta "Staff" ricamata in bianco sulla schiena. Stava fumando una sigaretta elettronica, lo sguardo perso nel traffico.
Il ragazzo per cui Asia mi aveva buttato via come spazzatura. Quello che aveva preferito a me, illudendomi per mesi prima di lasciarmi a terra a guardarla salire sulla sua macchina.
Mi incamminai verso di lui. Quando avvertì i miei passi, Federico girò la testa. Ci mise un paio di secondi a mettermi a fuoco, poi i suoi occhi si sgranarono leggermente e un sorriso sorpreso gli tese i lineamenti.
«Michael? Cazzo, ma sei tu?» disse, facendosi incontro e allungando la mano.
«Fede. Ciao,» risposi, stringendogli la mano con fermezza. Notai che era grosso, tirato. La palestra era diventata evidentemente il suo mondo.
«Ma che ci fai qui? Sapevo che stavi in Inghilterra, mio fratello mi diceva che stai spaccando a calcio. Ti seguo ogni tanto sui social, complimenti davvero.» C'era una sincerità disarmante nel suo tono. Nessuna rivalità, prima che Asia si mettesse in mezzo parlavamo sempre in palestra, nessuna tensione, solo un leggero distaccamento dopo quell'episodio con Asia. Il tempo aveva livellato tutto.
«Sì, sono tornato per qualche giorno di vacanza con i miei. Mi tengo in forma,» risposi, accennando alla borsa sportiva che avevo sul sedile.
«Tu invece? Lavori qui adesso?»
«Sì, ho preso il tesserino da personal trainer qualche mese fa. Paolo mi ha preso perché mi conosce bene ormai, mentre finisco l'università ci tiro avanti. Si campa, sai come a Roma. Ma dimmi di te, come va la vita lassù?»
Rimanemmo lì a parlare per cinque minuti del campionato inglese, del clima di Exeter, delle voci sul mio possibile trasferimento. Federico era un bravo ragazzo, lo era sempre stato, solo che all'epoca era stato lo strumento della crudeltà di Asia.
Decisi di fare la mia mossa. Mantenni il viso rilassato, lo sguardo neutro, come se stessi chiedendo del meteo.
«Senti... e con Asia? Vi siete lasciati ho visto. Sono rimasto sopreso, all'epoca sembravate uniti.»
Federico cambiò espressione. Il sorriso svanì, sostituito da una smorfia amara, quasi cinica. Espirò una nuvola di vapore dalla sigaretta, scuotendo la testa.
«Lasciati? Michael, ringrazia il cielo che all'epoca ha scelto me e non te. Sei stato il più fortunato dei due, fidati.»
Sentii un leggero brivido di risalirmi lungo la schiena. Mi appoggiai con la schiena al muretto, incrociando le braccia.
«In che senso?»
«Nel senso che Asia è una ragazzina e basta.,» disse Federico, abbassando la voce, lo sguardo che si induriva al ricordo.
«All'inizio ti dà tutto, sembra la donna della tua vita. Poi, appena si annoia o vede qualcosa di più luccicante, ti calpesta senza guardarsi indietro. A te ti ha illuso, a me tradito.»
«Con quello la? Mi capita di vedere ancora le sue storie, i suoi post.» chiesi, fingendo una leggera sorpresa, anche se dentro di me ogni tassello stava scivolando al suo posto con la precisione di un ingranaggio svizzero.
«Con uno di nome Francesco. Non so con chi stia ora, non mi interessa. Ogni tanto si presenta in palestra e neanche mi guarda in faccia... non so com che coraggio ancora venga qui.
Ma meglio cosi, sto con un altra che è molto meglio di lei.»
Fece una pausa, guardandomi dritto negli occhi. «Ti sei salvato la carriera e la vita, fidati. Con lei per me non saresti partito in Inghilterra.»
«Già, hai perfettamente ragione» dissi io, e stavolta il sorriso che mi tese le labbra era vero, anche se Federico non poteva comprenderne la natura.
«Vabbè bomber, io devo rientrare, la pausa sigaretta è durata anche troppo ahaha. Se ti va, una di queste sere ci facciamo una birra alla vecchia maniera,» mi disse, dandomi una pacca sulla spalla.
«Volentieri, Fede. Buon lavoro.»
Lo guardai sparire dietro le porte a vetri della palestra.
Rimasi solo sul marciapiede, mentre il rumore delle macchine diventava un sussurro lontano.
Ecco la conferma. L'ultimo, definitivo verdetto che aspettavo.
Ogni minimo residuo di colpa, ogni fottuto dubbio morale che mi aveva tormentato durante la notte con Chloe, svanì come nebbia al sole. Asia non era solo una ragazza viziata che aveva fatto un errore di gioventù. Era una predatrice seriale, una manipolatrice che distruggeva le persone per puro calcolo e noia. Lo aveva fatto a me, lo aveva fatto a Federico, e avrebbe continuato a farlo a chiunque.
In quel momento, la mia mente si ripulì completamente. Vidi Chloe per quella che era: il mio futuro, la purezza, l'unica donna che meritava il mio amore e la mia fedeltà. Avevo scelto lei. Definitivamente.
Ma prima... prima dovevo chiudere il cerchio con Asia. E la rivelazione di Federico aveva appena trasformato la mia vendetta in un atto di pura giustizia.
Tornai in macchina, avviai il motore e inserii la marcia. Sentivo una lucidità chirurgica, glaciale, scorrermi nelle vene. Non provavo rabbia, solo una determinazione feroce. Sapevo esattamente cosa stavo per fare.
L'avrei usata per l'ultima volta. Avrei preso il suo corpo, la sua sottomissione, la sua disperata illusione di avermi riconquistato, e le avrei consumate fino all'osso. Sarebbe stato il nostro ultimo rapporto, un atto di puro disprezzo camuffato da passione, l'inganno finale prima di lasciarla cadere nel vuoto che si era scavata da sola.
Parcheggiai sotto il palazzo di Prati. Spensi i fari. Guardai le finestre illuminate del terzo piano.
Presi il telefono e le scrissi:
«Sto salendo».
L'ascensore del palazzo di Prati era silenzioso come una cripta. Salendo verso il terzo piano, l'immagine di Federico fuori dalla palestra continuava a scorrermi davanti agli occhi. Le sue parole erano state l'assoluzione finale per ogni mia colpa.
Quando suonai il campanello, la porta si aprì quasi subito.
Asia mi apparve davanti stretta in un accappatoio di spugna bianca. I piedi nudi sul parquet, il trucco completamente assente, gli occhi leggermente arrossati dalla stanchezza e dal pianto di quei giorni. Sembrava minuscola, fragile. La ragazza arrogante che mi aveva distrutto anni prima non esisteva più, sostituita da un guscio vuoto che si aggrappava a me per non affogare.
«Sei in anticipo...» mormorò, sorpresa, facendo un passo indietro per farmi entrare.
«Io... stavo per farmi una doccia, avevo detto che saresti arrivato più tardi.»
«Mi sono liberato prima,» mentii, chiudendomi la porta di scatto alle spalle. Il suono della serratura rimbombò nel grande ingresso buio. I suoi non c'erano, l'appartamento odorava di chiuso e di solitudine.
«Mi dispiace farmi trovare così,» sussurrò lei, abbassando lo sguardo verso l'accappatoio. Fece per stringere il nodo della cintura, ma io le afferrai i polsi. Le mie mani erano fredde, le sue bollenti.
«Sei perfetta così.»
Non c'era dolcezza nella mia voce, ma lei la scambiò per desiderio irruento. Alzò il viso verso di me, dischiudendo le labbra. La baciai. Fu un bacio duro, possessivo, privo di qualsiasi reale affetto, ma carico di una fisicità che le fece piegare le ginocchia. Sentii un suo piccolo gemito vibrarmi contro la bocca. Si aggrappò al mio giubbotto, disperata, come se fossi la sua unica ancora di salvezza.
Senza smettere di baciarla, la spinsi all'indietro. Conoscevo quella casa a memoria. La guidai lungo il corridoio fino al bagno grande. La luce fredda dei faretti illuminò i marmi e i vetri del box doccia spazioso.
La feci indietreggiare fino a farle toccare il lavabo con la schiena. Mi staccai dalle sue labbra solo per guardarla. Aveva il respiro corto, il petto che si alzava e si abbassava velocemente sotto la spugna bianca. Allungai una mano e le sfilai l'elastico che le teneva i capelli raccolti in una crocchia disordinata. Le ciocche scure le ricaddero sulle spalle. Passai le dita tra i suoi capelli, accarezzandole la nuca, mentre con l'altra mano slacciavo il nodo dell'accappatoio.
I lembi di spugna si aprirono. Asia non fece nulla per coprirsi. Si offrì al mio sguardo, completamente nuda, indifesa. Il suo corpo era bellissimo, lo era sempre stato, ma in quel momento per me era solo carne da marchiare.
«Spogliati,» mi sussurrò, con la voce che le tremava.
«Ti voglio, Michael.»
Mi tolsi i vestiti in silenzio, buttandoli a terra senza curarmene. Lei non mi staccava gli occhi di dosso, affamata di ogni mio centimetro. Aprii l'acqua della doccia, regolandola sul caldo, finché il vapore non iniziò ad appannare gli specchi. La presi per mano e la tirai dentro con me, sotto il getto scrosciante.
L'acqua calda ci bagnò all'istante, incollandole i capelli al viso e al collo. La spinsi contro le piastrelle scure del box doccia. Il contrasto tra il marmo freddo sulla sua schiena e il mio corpo rovente pressato contro il suo la fece ansimare.
Iniziai a baciarle il collo, scendendo giù. L'acqua lavava via i miei baci nel momento stesso in cui li posavo sulla sua pelle. Scesi verso il seno, prendendo un capezzolo turgido tra le labbra, succhiandolo con decisione. Asia inarcò la schiena, infilando le dita tra i miei capelli bagnati.
«Ah... prendimi, baciami, sì...» ansimò, la voce rotta dal rumore dell'acqua.
Scesi ancora, inginocchiandomi sul piatto doccia. L'acqua mi batteva violenta sulle spalle. Le presi le cosce e gliele allargai dolcemente. Lei si appoggiò al vetro per non cadere, tremando di aspettativa. Feci scivolare la lingua tra le sue labbra bagnate. Era già pronta, caldissima, scivolosa non solo per l'acqua, ma per l'eccitazione pura. La assaggiai a fondo, spietato, sapendo esattamente dove premere e come muovermi. Volevo annientarla di piacere, volevo che non avesse più la forza di reggersi in piedi.
«Mmh, Michael... Oddio si! Cazzo, ti amo!»
Asia iniziò a gemere forte, senza ritegno. La sua mano libera cercava appiglio aggrappandosi al saliscendi della doccia, mentre l'altra premeva contro la mia testa, spingendomi ancora più a fondo contro di lei.
«Michael... si, li li.. mi fai godere, aah, ssii! Non reggo, vengo... vengoo!...» piagnucolò, i muscoli delle cosce tesi come corde di violino.
Non le diedi tregua. La portai al limite e la feci crollare. Sentii il suo bacino scattare in avanti contro la mia bocca, i suoi spasmi forti e incontrollabili, mentre un grido soffocato le moriva in gola.
Mi alzai lentamente. Lei aveva gli occhi chiusi, la bocca aperta, il fiato corto. Era completamente mia. Psicologicamente e fisicamente sottomessa.
Mi allungai fuori dal box doccia, afferrai i miei pantaloni da terra e presi un preservativo dalla tasca. Lo aprii con i denti e lo srotolai in fretta. Non le avrei lasciato niente di me. Volevo la sensazione spietata di sfondare le sue difese, volevo arrivare fino in fondo e restarci durante l'orgasmo, sentendo le sue pareti contrarsi, ma il lattice era il confine invalicabile tra la mia nuova vita e quel cadavere del mio passato.
Tornai sotto l'acqua. Le afferrai una gamba, sollevandola e agganciandola al mio fianco. La guardai negli occhi. Erano lucidi, persi.
«Oggi ti sbatto per bene» le sussurrai all'orecchio, una frase che lei tradusse come una promessa d'amore eterno, ma che nella mia mente era solo la rivendicazione di un boia.
Entrai in lei con una spinta decisa, affondando fino alla base. Asia spalancò la bocca, rilasciando un gemito acuto che fu coperto dal rumore dell'acqua.
«AH, MICHAEL»
Era stretta, calda, perfetta. La sua carne si avvolse intorno a me come un guanto.
Cominciai a muovermi. All'inizio lentamente, uscendo quasi del tutto per poi affondare di nuovo brutalmente dentro di lei. Poi aumentai il ritmo. Le mie mani le stringevano i fianchi con forza, lasciandole i segni delle dita sulla pelle bagnata. Il rumore dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro rimbombava nel box doccia, mischiandosi allo scroscio dell'acqua e ai suoi lamenti disperati.
«Più forte...» mi supplicò, affondando le unghie nella mia schiena.
«Michael, ti prego, ti amo... resta com me... Ah! Aah!»
Ogni sua parola era benzina sul fuoco del mio disprezzo.
Mi ami adesso che non hai nessuno, puttana, pensai, ricordando Federico e Francesco. Adesso che non hai più nessuno da far soffrire.
Aumentai ancora il ritmo, sbattendola contro le piastrelle con una violenza che sfiorava la crudeltà. Asia non opponeva resistenza, prendeva ogni colpo, ogni spinta, trasformandola in puro godimento. Si abbandonò completamente alla mia brutalità, raggiungendo un secondo orgasmo che la fece tremare tutta. Strinse le braccia intorno al mio collo, baciandomi mentre ansimava per il piacere.
La girai bruscamente, con un movimento deciso che le ha fatto sbattere le mani contro il muro per non perdere l'equilibrio. Ora aveva la pancia e il petto premuti contro le piastrelle, il culo in risalto, offerto alla mia vista e al mio controllo. L'acqua scorreva lungo la sua schiena, finendo nel solco tra le sue chiappe. Mi sono avvicinato, sfiorando la sua pelle con la punta del cazzo, bagnato dal suo succo e dall'acqua.
«Voglio il tuo culo, Asia,» ho sussurrato all'orecchio, la voce rauca e insistente.
«Lo voglio adesso.»
Lei si è irrigidita istantaneamente.
«No, Michael, scordatelo!» ha detto, la voce ferma ma tremante. Con una mano rapida, ha afferrato il mio cazzo, spostandolo dalla sua entrata posteriore e guidandolo verso la figa, cercando di riportarmi dove eravamo prima.
«Non l'ho mai fatto e non mi va..»
Non mi sono fermato. Sono rientrato nella sua figa, iniziando a muovermi con forza, sbattendola contro il muro, ma la mia mente era focalizzata altrove.
«C'è sempre una prima volta, no?» ho leccato il suo collo, sentendola tremare sotto di me.
«Lo faremo piano. Te lo prometto. Sarà fantastico.»
Lei ha continuato a resistere per qualche secondo, i muscoli tesi, ma mentre continuavo a scoparla da dietro, sentendo le sue pareti vaginali stringermi mentre le parlavo sporco, la sua resistenza ha iniziato a cedere.
«Vabbè, piano però. Se ti dico fermati, devi fermarti, chiaro?!» disse con voce più decisa.
«Promesso, se ti faccio male mi fermo»
Mi sono estratto dalla sua figa, sentendo una perdita momentanea di calore, ma l'eccitazione di ciò che stavo per fare era più forte. Ho appoggiato la testata contro il suo buchetto stretto.
«Rilassati, se sei tesa farà male» ho ordinato, premendo in avanti.
La resistenza iniziale era incredibile, un anello muscolare che si rifiutava di cedere.
«Ohi, piano, Michael, senza fretta» ha detto lei, la voce strozzata, il viso premuto contro il braccio teso contro la parete.
Ho continuato a spingere, costante ma lento, sentendo la testa del mio cazzo che apriva la strada, centimetro dopo centimetro. Lei ha emesso un gemito profondo, un suono che sembrava venire dal profondo del petto, mescolando dolore e piacere.
«Non so se ce la faccio a prenderlo tutto» ha sibilato, le dita che graffiavano le piastrelle cercando un appiglio.
Quando sono entrato con tutta la punta, l'emozione mi ha travolto. Era calda, incredibilmente stretta, una sensazione avvolgente che non avevo mai provato prima. Ma lei scattò in avanti, sfilando il mio cazzo.
«Ahii! No.. basta. Fermo!» disse con un tono di dolore misto alla paura. L'acqua continuava a scorrerci addosso, bagnando i nostri corpi uniti.
«Ero entrato, Asia. Dovevi solo abituarti.» ho sussurrato, baciandole la spalla.
«Non mi va, ok? Ci riproveremo un altra volta.» rispose, prendendo di nuovo il mio cazzo, che si era leggermente rilassato, riportandolo alla sua figa. Entrai di nuovo in lei. La voglia, il desiderio di possederla prese il sopravvento. Ho iniziato a muovermi, all'inizio con movimenti corti e cauti, ma presto il ritmo è diventato più rapido. Il mio pene tornò presto nella sua massima erezione.
«Ah! Sì, Michael... Ssii!» ha urlato lei, mentre aumentavo l'intensità.
«Ti piace eh? E pensa che te lo sei perso per tutto qussto tempo.»
Le diedi un una spinta ancora più forte e decisa.
«AHIAA! Ma che sei impazzito?! Mi hai fatto male» Urlò lei.
«Scusa, oggi non riesco a controllarmi. Sei cosi "hot", cosi bella» Mentii
Sentii la tensione accumularsi alla base della colonna vertebrale. La lucidità sparì per qualche istante, sopraffatta dall'istinto animale. La strinsi a me, affondando in lei un'ultima, lunghissima volta, e venni.
Il mio corpo si tese violentemente, rilasciando tutta la frustrazione, l'odio e la vendetta covati in quegli anni. Restai premuto dentro di lei, il respiro spezzato, la fronte appoggiata contro la sua spalla bagnata.
L'acqua continuava a scorrere sui nostri corpi allacciati. Asia godeva intensamente. Le sue mani ferme sui miei glutei come per spinhermi ancora più in fondo.
Dopo essermi sfilato il preservativo, lo annodai con un gesto rapido e lo lanciai nel cestino, senza distogliere lo sguardo da lei. Asia era ancora appoggiata al vetro della doccia, le braccia strette al petto, il viso rigato dall'acqua e dai residui del piacere.
Non uscii dalla doccia. Mi voltai e rientrai sotto il getto caldo, avvicinandomi di nuovo a lei.
Questa volta non ci fu violenza. Le presi il viso tra le mani, con una delicatezza che sapeva di addio. Asia sollevò lo sguardo verso di me, i suoi occhi lucidi cercavano i miei, cercando disperatamente di leggere cosa ci fosse oltre quel velo di indifferenza che avevo indossato per tutto il tempo.
La baciai. Fu un bacio lungo, profondo, che sapeva di malinconia. Non era il bacio di un predatore, ma quello di un uomo che sta guardando il fantasma di un amore che avrebbe voluto vivere, se solo la realtà non fosse stata un campo minato.
Mentre le labbra si muovevano contro le sue, sentii una fitta dolorosa al petto.
"Dio, se solo non fossi una vipera, pensai, chiudendo gli occhi. Se solo non avessi questo veleno dentro, se solo fossi rimasta la ragazza di cui mi sono innamorato anni fa... avrei lasciato Chloe in un istante. Avrei buttato all'aria tutto per te."
Ma la verità era lì, brutale e inconfutabile: io conoscevo le sue spine, sapevo come si nutriva di tradimenti, e sapevo che non avrebbe mai smesso. Quello era solo un momento di tregua in una guerra che non avrebbe mai avuto fine.
Ci lavammo in silenzio, un'intimità domestica, quasi banale, che faceva ancora più male. L'acqua calda scivolava via, portando con sé l'odore del nostro sesso e la tensione dell'atto.
Uscimmo dalla doccia insieme. Afferrai un asciugamano pulito e glielo passai sulle spalle. Iniziai ad asciugarle i capelli con movimenti lenti, curati. Sentivo il calore della sua pelle sotto le mie dita, il profumo dei suoi capelli che conoscevo a memoria. Lei faceva lo stesso con me, asciugandomi la schiena, le mani che indugiavano sulle mie spalle, come se volesse incidere quel momento sulla mia pelle per non dimenticarlo.
«Quando vuoi, questa è casa tua...» sussurrò lei, appoggiando la fronte contro la mia schiena.
«Quanto vorrei che restassi»
Non risposi. Non potevo. Sapevo che restare significava marcire insieme a lei.
Ci vestimmo in camera da letto, ancora in un silenzio carico di promesse mai dette. Davanti allo specchio, mi sistemai i capelli. Usai le dita per ricreare esattamente la piega che avevo prima di entrare, quella che piaceva a Chloe, quella che mi faceva sembrare il bravo ragazzo di sempre. Ero un maestro nel ricostruire la mia maschera. Asia mi guardava dallo specchio, i capelli ancora umidi che le ricadevano sulle spalle, un’espressione di una vulnerabilità disarmante.
Mi avvicinai a lei per l'ultima volta. Le misi le mani sui fianchi, avvicinandola al mio corpo.
«Stai bene?» le chiesi, una domanda stupida, colma di tutto il peso di ciò che sapevo sarebbe successo il giorno dopo.
Lei mi accarezzò il viso con le dita tremanti.
«Ora sì.»
La baciai un'ultima volta, un bacio rapido, dolce, che racchiudeva tutto il rimpianto per quello che non saremmo mai stati. Mi staccai da lei, mi infilai la giacca e mi avviai verso la porta d'ingresso.
«Ci sentiamo domani,» dissi, mentendo sapendo di mentire.
Lei mi seguì fino alla porta, restando sulla soglia, bellissima e perduta. La guardai un'ultima volta, imprigionando quell'immagine nella mia mente: Asia, la vipera che avrei distrutto di lì a ventiquattro ore, la donna che avrei voluto amare per il resto della vita se solo avesse saputo essere leale.
Chiusi la porta alle mie spalle. Il click della serratura suonò come una condanna definitiva. Mi incamminai verso l'ascensore, con il cuore che pesava quanto un macigno e la consapevolezza, gelida e assoluta, che stavo per compiere l'atto più crudele della mia vita.
Credeva di aver sigillato il nostro ritorno. Credeva che l'avessi perdonata, che quell'atto di sesso selvaggio fosse la pietra miliare del nostro nuovo futuro insieme.
CONTINUA... . .
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