Maledetta tentazione. Capitolo 3

di
genere
tradimenti

Mancavano due giorni al mio volo per Exeter. Due giorni per chiudere quella parentesi tossica e tornare alla mia vita ordinata, alla pioggia inglese, alla devozione di Chloe.
In palestra avevamo giocato a scacchi. Nessuno scontro diretto, solo una distanza calcolata, strategica. Io mi allenavo da una parte, lei dall'altra. Non ci guardavamo, o almeno facevamo finta di non farlo, ma l'aria tra noi era densa, pesante, come se da un momento all'altro dovesse esplodere qualcosa. Non le avevo scritto. Stavo vincendo io, o così volevo credere.
Avevo bisogno di correre davvero, di spaccare il fiato. Ero andato al campetto non distante da casa dei miei, un rettangolo di erbs sintetica comsumsta, recintato da una rete metallica arrugginita, sul campo completamente rovinato spuntavano ciuffi d'erbaccia. Era il posto dove mi sbucciavo le ginocchia da ragazzino. C'ero solo io, il pallone e il rumore secco dei miei scarpini su quel campo duro come il cemento.
Ero zuppo di sudore. La maglia tecnica d'allenamento dell'Exeter City mi si incollava al petto e alla schiena, le gambe bruciavano per i cambi di direzione continui, ma non mi fermavo. Volevo stancarmi fino a svuotare la testa.
Poi il telefono vibrò sulla panchina, accanto alla bottiglia d'acqua.
Lo schermo illuminato mostrava un solo messaggio.

Asia: «Dove sei?»
Fissai il display, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. Presi l'asciugamano, mi passai la spugna sulla faccia e digitai con i pollici umidi.

«Mi sto allenando, sono occupato.»
La risposta arrivò prima ancora che bloccassi lo schermo.

«Talmente occupato da non poter parlare due minuti?»

«Non ho tempo da perdere, se vuoi davvero parlare vieni tu, io non mi muovo. Sono al campo vicino casa mia»
Non aggiunsi altro. Lanciai il telefono nel borsone e tornai in campo, calciando il pallone contro la rete con una violenza che non c'entrava niente con l'allenamento.
Venti minuti dopo, la vidi.
Il sole stava calando dietro i palazzoni, tingendo il cielo di un arancione sporco e accecante. Mi fermai, bloccando la palla sotto la suola.
Non era vestita per fare colpo, ed era proprio quello a renderla devastante. Indossava un paio di pantaloni della tuta neri, larghi, che le scendevano pericolosamente bassi sui fianchi, e una semplice maglietta bianca di cotone, talmente sformata che le scivolava, lasciandole completamente scoperta la spalla sinistra e la spallina nera del reggiseno.
Camminò fino al centro del campo, guardandosi intorno con un'espressione disgustata, come se avesse appena pestato qualcosa di marcio.

«Sempre a sguazzare nella polvere, eh?» esordì, fermandosi a due metri da me.
«Potevi scegliere un posto meno squallido. Sei diventato anche tirchio per non affittare un campo ben messo?»

«È quello che merito, no? Il fango e la polvere,» risposi, la voce roca per lo sforzo. Non mi avvicinai. Lasciai che fosse lei a guardare come stavo: sudato, sporco, i muscoli contratti sotto la maglia bagnata.
Asia incrociò le braccia sotto il seno. I suoi occhi azzurri erano due fessure cariche di astio. Non c'era traccia della provocazione morbida dell'ultima volta. Era incazzata.

«Ti odio, Michael,» sputò fuori, le parole taglienti come vetro rotto.
«Ti odio perché torni qui dopo anni, fai la parte del professionista distaccato, del fidanzatino perfetto, e pensi di poter scombinare la mia vita come cazzo ti pare.»

«Io scombino la tua vita?» Feci una mezza risata priva di umorismo, dando un calcio al pallone per allontanarlo. «Sei tu che mi hai scritto di vederci al circolo. Sei tu che sei appena arrivata in questo campetto di merda. Nessuno ti ha obbligata, Asia.»

«Non l'ho fatto di certo perché mi manchi,» ribatté subito, alzando il mento con la solita fottuta arroganza di chi deve avere sempre l'ultima parola.
«Sei uno sbaglio. Un fottuto errore che non mi posso permettere. Francesco mi dà tutto quello che mi serve. Sa come prendermi, mi fa fare la vita che voglio. E io non rinuncio a un cazzo di tutto questo per un ragazzino che fa avanti e indietro dall'Inghilterra.»

«E allora che ci fai qui?» la sfidai, facendo finalmente un passo verso di lei.
Asia non indietreggiò. Mi fissò con una cattiveria che mi fece ribollire il sangue. Portò la mano vicino ai capelli, li spostò, lasciando scoperta la base del collo.
Mi bloccai.
Lì dove due giorni prima avevo affondato i denti per lasciarle un livido, non c'era più nessun segno scuro. C'era una bruciatura.
Una piaga rettangolare, rossa e gonfia, la pelle increspata in un'escoriazione che stonava con la perfezione del suo corpo. Era un segno netto, violento.

«Ma che cazzo hai fatto?» mormorai, lo stomaco che si stringeva in una morsa.
Lei fece un sorriso sghembo, freddo.

«Niente, solo un incidente con la piastra. Ho detto a Fra che mi è scivolata mentre mi preparavo. Mi guardava come se fossi una stupida ragazzina sbadata.»
Fece una pausa, godendosi lo shock sul mio viso.
«L'ho fatto io. Da sola. Sulla mia pelle. Hai capito adesso quanto non me ne frega un cazzo di te? Ho preferito bruciarmi la carne piuttosto che farmi rovinare i piani dal tuo fottuto succhiotto. Io non perdo quello che ho costruito per una debolezza del cazzo.»

Era folle. Completamente, irrimediabilmente tossica. Aveva usato il dolore fisico per cancellare il mio segno, per riprendere il controllo. Era la cosa più malata che avessi mai visto.
E la cosa peggiore era che quell'atto di puro egoismo, quella determinazione spietata a non rinunciare a niente... mi eccitava da morire.

«Sei malata, Asia. Completamente fuori di testa» le dissi a denti stretti, azzerando del tutto la distanza. Sentivo il calore del suo corpo mischiarsi al mio. Il mio odore aspro di fatica contro la dolcezza finta del suo profumo.

«Sono stronza, Michael. Lo sono sempre stata. Me lo hai detto tu, no? E tu sei ancora qui a sbavare,» sussurrò lei, sfidandomi con lo sguardo.
«Tu mi odi, ed è questo che ti fa impazzire. Dimmelo»

«Ti odio da fare schifo,» ringhiai.
E poi la baciai.
Non ci fu niente di preparatorio. Mi avventai sulla sua bocca come un animale affamato. Le mie labbra si scontrarono contro le sue con una forza che le fece sbattere la testa contro la rete metallica alle sue spalle. Asia emise un suono gutturale, ma non mi respinse. Anzi, schiuse la bocca aggredendo la mia lingua con la stessa disperazione rabbiosa.
Infilai entrambe le mani dietro la sua schiena, scivolando sui pantaloni della tuta, e le afferrai il fondoschiena con forza, stringendo quei muscoli perfetti, sollevandola appena da terra per spiaccicarla contro il mio bacino duro come la pietra.
Le mie mani erano sporche di terra, bagnate di sudore, e gliele stavo imprimendo addosso. Sentivo la stoffa cedere sotto le mie dita, sentivo il modo in cui il suo bacino si muoveva contro il mio, cercando istintivamente l'attrito.
Mi morse il labbro inferiore, tirandolo fino a farmi sentire il sapore metallico del sangue, poi si staccò con uno strattone, ansimando. Aveva i capelli scompigliati e il petto che si alzava a un ritmo folle.

«Non illuderti,» sibilò a un centimetro dalla mia faccia, gli occhi che brillavano di pura lussuria e cattiveria. «Non c'è niente dopo questo. Io mi tengo la mia vita, e tu te ne torni a Exeter a fare il cagnolino fedele alla tua perfettina inglese. Siamo intesi?»

«Non mi frega un cazzo della tua vita, Asia,» le risposi, il respiro pesante.

«Bene,» disse lei, la voce che si abbassava di un'ottava, roca e imperativa. Le sue mani scesero sul mio petto bagnato, afferrando il tessuto della mia maglia.
«Allora prima che te ne vai... scopami. Non ho intenzione di aspettare un minuto di più. Fallo e basta.»
Era un ordine. Un fottuto ordine da parte della ragazza che mi stava distruggendo la mente.
Non risposi. Le presi il polso, strattonandola via dalla rete, e la trascinai verso il marciapiede fuori dal campo.
La Stelvio era parcheggiata sotto un pino marittimo. Sbloccai le portiere con la chiave, a malapena lucido. Asia salì sul sedile del passeggero sbattendo lo sportello. Caricai il borsone nel portabagagli poi salii in macchina di fretta.
Misi in moto. Il rombo del motore coprì il silenzio soffocante che riempì l'abitacolo. Le mie mani stringevano il volante di pelle mentre impostavo la marcia.

«Andiamo da un altra parte» dissi solo, la voce che non sembrava nemmeno la mia.
«C'è una strada chiusa non lontano da qui. Lì non ci passa nessuno.»
Lei non guardò fuori dal finestrino. Guardò in basso, verso il cavallo dei miei pantaloncini da allenamento, dove l'erezione era una tenda innegabile contro la stoffa tecnica. Si passò la lingua sulle labbra.
Guidai come un pazzo, il sangue che pompava nelle orecchie, sapendo che stavamo correndo verso il punto di non ritorno, e che nessuno dei due avrebbe frenato.

Guidai come un pazzo, col sangue che mi martellava nelle tempie e la mascella contratta. Mi infilai in una stradina sterrata, un buco cieco nascosto da una fila di pini marittimi e rovi alti. Spensi il motore. I fari si spensero, inghiottendoci in una penombra interrotta solo dalla luce malata di quel tramonto.
Il silenzio piombò nell'abitacolo della Stelvio, rotto solo dal ticchettio metallico della marmitta che si raffreddava e dai nostri respiri irregolari.
Non ci guardammo. Tirai indietro il sedile. Abbassai lo schienale fino a sdraiarmi quasi del tutto. C'era spazio, ma l'aria lì dentro era già finita.
Asia si slacciò la cintura con uno scatto secco. Senza dire una parola, scavalcò il tunnel centrale. I sedili scricchiolarono sotto il suo peso mentre si metteva a cavalcioni su di me, le ginocchia piantate ai lati dei miei fianchi. La maglietta bianca, sformata, le scivolò ancora di più sulla spalla. Nel buio dell'abitacolo, quella bruciatura rossa sul collo sembrava pulsare di vita propria, un marchio di pura follia.
Io ero un disastro. Avevo addosso l'odore acido del sudore, la maglia tecnica dell'Exeter incollata al petto, le mani sporche della polvere del campetto. Lei, invece, odorava di quel profumo dolce e costoso, la pelle liscia, intatta, se non fosse stato per quello scempio autoinflitto. Il contrasto era totale. E mi faceva impazzire.

«Guardami,» sussurrò, la voce che vibrava di una tensione oscura.
Non aspettai un secondo di più. Le afferrai la nuca, intrecciando le dita sporche tra i suoi capelli neri, e la tirai giù, schiantando la mia bocca sulla sua. Non c'era niente di romantico. Fu un morso, un assalto. Le nostre lingue si scontrarono, intrecciando il sapore metallico del mio sudore con quello di menta del suo respiro. Asia rispose con la stessa violenza, artigliandomi le spalle attraverso la stoffa bagnata, inarcando la schiena per premere il suo bacino contro il mio.
Il contatto mi fece mancare il fiato. Sentivo l'erezione, dura da fare male, intrappolata nei pantaloncini d'allenamento, premere esattamente contro la sua intimità attraverso la stoffa nera della tuta. Lei lo sapeva. Iniziò a strusciarsi lentamente, un movimento circolare, calcolato e crudele, che mi strappò un gemito a denti stretti.

«Guardami ho detto, negli occhi,» ansimò contro la mia bocca, le labbra gonfie.

«Sì,» ringhiai, scivolando con le mani sui suoi fianchi.
«Ti piace eh, ti piace fare la zoccola.»
Afferrai l'elastico spesso dei suoi pantaloni. Non le chiesi il permesso. Tirai verso il basso con uno scatto secco, facendole sollevare il bacino per un istante, e glieli feci scivolare fino alle ginocchia. Sotto indossava delle mutandine nere di pizzo. La sua pelle calda e nuda che andò a scontrarsi contro le mie dita. Era bagnata fradicia. Pronta.
Scostai l'elastico del suo intimo e Infilai due dita dentro di lei, senza preavviso.
Asia buttò la testa all'indietro, i capelli che sfiorarono il tetto dell'auto, e cacciò un urlo strozzato che le morì in gola. Il suo corpo tremò sotto il mio tocco, i fianchi che scattarono in avanti alla ricerca di un contatto più profondo.
Ma prima che potessi liberarmi dai miei vestiti per prenderla davvero, si bloccò.
Mi afferrò il polso con una forza che non credevo avesse, piantandomi le unghie nella carne. Abbassò lo sguardo su di me, gli occhi azzurri che brillavano nel buio come lame. Il respiro le spezzava il petto.

«Ce l'hai un preservativo?» sibilò, la voce roca e imperativa.
«Perché se non ce l'hai, te lo scordi di entrare. Ti dovrai accontentare di un lavoro di bocca. E non te lo farò nemmeno bene.»
Era la solita, fottuta Asia. Anche con le gambe aperte, mezza nuda in una macchina, doveva dettare lei le regole. Poneva l'ultimatum.
Non risposi. Con la mano libera mi allungai verso il cassetto portaoggetti, lo spalancai e frugai alla cieca tra le scartoffie finché non trovai il mio portafoglio, ne avevo sempre uno di scorta. Lo tirai fuori. Asia me lo strappò dalle mani, lo aprì in fretta. Io mi tirai giù i pantaloncini, mentre lei si sollevò leggermente afferrando il mio cazzo e infilandomi il preservativo con maestria. L'aria nell'abitacolo era diventata rovente, i vetri stavano già iniziando ad appannarsi, isolandoci in quella scatola di pelle e metallo.
Le afferrai i fianchi, stringendo la carne morbida, e la guidai verso il basso.
Asia scese su di me. Lentamente, millimetro dopo millimetro, accogliendomi tutto.
L'attrito perfetto, il calore estremo, la sensazione di riempirla completamente mi fece rovesciare la testa all'indietro contro il poggiatesta. Cacciai un gemito gutturale, animale.
«Asia...Sii..»
Lei si appoggiò con le mani sul mio petto, le unghie laccate che graffiavano la pelle attraverso la maglia. Iniziò a muoversi. Prima lentamente, poi con un ritmo sempre più serrato. I sedili della Stelvio scricchiolavano sotto il nostro peso, il rumore dei nostri corpi che si scontravano riempiva lo spazio angusto.
La guardavo dall'alto in basso, il viso contratto in una smorfia di puro piacere.
Il nostro sesso parlava la lingua che avevamo imparato in quegli anni: rancore e possesso.

«Di' che mi odi,» la provocai, spingendo il bacino verso l'alto per penetrarla più a fondo.

«Ti odio... ti odio da morire,» ansimò lei, la voce rotta, aumentando il ritmo delle spinte.

«Cazzate.. tu mi vuoi, mi vuoi più di quanto io voglio te.» ringhiai, afferrandole i capelli per tirarla verso di me. La sua fronte era appiccicata alla mia mentre i nostri respiri ansimanti si mescolavano tra loro
«Sei venuta fino a quel cazzo di campetto per questo. Non sei venuta per parlare, volevi scopare. E adesso sei mia. Almeno qui dentro, sei mia.»

«Non sono di nessuno!» gridò lei, staccandosi dal mio viso. Il suo sesso si strinse intorno a me come una morsa, spingendomi sull'orlo del baratro.
Il ritmo che impose fu brutale. Non era un ballo, era una rissa. Lei si alzava e si abbassava con una forza che mi faceva male alle anche, usando i muscoli delle gambe per tenermi saldo contro il sedile. Ogni discesa era un colpo secco, profondo, che mi spingeva contro il edile. La Stelvio scricchiolava sotto di noi, le sospensioni gemendo sotto lo stress del nostro sesso selvaggio.
Io la guardai da sotto, ammirando il modo in cui il suo corpo, snello e atletico, si contorceva sopra di me. Il seno era piccolo, ma mi eccitava da morire. E poi c'era il suo culo... Dio, quel culo era un'opera d'arte. Grande, perfetto, sodo. Ogni volta che scendeva, le sue anache rimbalzavano contro le mie cosce con un tonfo sordo e bagnato che mi faceva impazzire.
Il finestrino accanto a me si stava appannando rapidamente a causa del calore dei nostri corpi e della respirazione affannosa. Asia, persa nel vortice del piacere, allungò una mano verso il vetro per sostenersi mentre aumentava il ritmo, quasi una cavallerizza impazzita. Le sue dita scivolarono sul vetro condensato, lasciando cinque tracce chiare e profonde che tagliavano la nebbia bianca come graffi su una tela. Quell'immagine, la sua mano stampata contro il vetro mentre mi cavalcava, fu la cosa più erotica che avessi mai visto.
Lei si chinò in avanti, mordendo il mio lobo dell'orecchio, poi il collo. I suoi denti affondarono nella pelle, un dolore acuto che si fuse istantaneamente con il piacere che stava montando alla base della mia schiena. Lei strinse i muscoli vaginali intorno a me, una serie di spasmi ritmici che mi strinsero il cazzo come se volesse staccarmelo.

« Non ti azzardare » le urlai, staccandola dal mio collo.
« Vuoi segnarmi come ho fatto io con te? Non te lo permetto » presi il suo viso e la baciai di nuovo, con una mano le toccai la bruciatura. Lei si staccò
« Stronzo, mi hai fatto male » disse con un tono arrabbiato. Mettendo le sue mani sul mio petto e spingendomi contro lo schienale del sedile

« stai zitta e fammi finire » risposi.

La tensione era insopportabile. Era una corsa all'ultimo respiro, uno scontro frontale a trecento all'ora. Sentivo i muscoli delle gambe tremare per lo sforzo, il sudore che mi colava dalla fronte.
Volevo distruggerla, e volevo che lei distruggesse me.
«Vieni... cazzo, Asia, vienii» le intimai, la voce che era ormai un ringhio disperato.
Lei chiuse gli occhi con forza, i denti affondati nel labbro inferiore.
Con gli occhi chiusi allungai una mano per prendere la giacca che avevo lasciato nel sedile posteriore. La presi e sollevandomi con tutta la forza che mi era rimasta la misi sotto di noi per non sporcare il sedile della macchina di mio padre.
Sentii le pareti del suo corpo contrarsi violentemente intorno a me in una serie di spasmi incontrollabili. Emise un gemito lungo, acuto, che le rimbombò nel petto, crollando in avanti, schiacciandosi contro di me.
Quella reazione mi fece esplodere. Spinsi un'ultima volta, affondando fino alla base, e mi svuotai dentro di lei, protetto dal lattice ma fottutamente perso nella sensazione di averla finalmente mia.
Il silenzio tornò, rotto solo dal nostro respiro affannato. I vetri della Stelvio erano opachi per la condensa.
Asia era accasciata sul mio petto sudato, il viso affondato nell'incavo del mio collo. Sentivo il battito furioso del suo cuore contro le mie costole. Non si muoveva.
I muscoli, fino a un momento prima tesi come corde di violino, si rilassarono. L'adrenalina iniziò a scendere, lasciando spazio a una lucidità strana, ovattata.
Alzai una mano, lentamente. Non per spingerla via, non per rivestirmi.
La posai sulla sua schiena nuda. La mia pelle ruvida e sporca scivolò lungo la sua spina dorsale. Le sfiorai i capelli, e poi, senza nemmeno rendermene conto, feci scivolare le dita sulla sua guancia.
Asia sussultò. Si irrigidì, come se si aspettasse un colpo. Ma non si ritrasse.
Per una frazione di secondo, voltò appena il viso, premendo la guancia contro il mio palmo sporco e sudato. Chiuse gli occhi. Un gesto minuscolo. Una fessura microscopica nell'armatura d'acciaio che indossava ogni giorno. In quel respiro sospeso, nel silenzio di quell'auto appannata, non eravamo più il "ragazzino tradito" e la "stronza manipolatrice". Eravamo solo due persone rotte, aggrappate l'una all'altra per non annegare.
Sentii una fitta allo stomaco che non aveva niente a che fare col sesso.
Ero andato lì per pareggiare i conti e poter tornare in Inghilterra più sicuro e con una vendetta compiuta. Ma in quel mezzo secondo in cui Asia si appoggiò alla mia mano, capii la verità.
Era l'inizio della fine.
Lei sembrò accorgersene nello stesso istante. Aprì gli occhi di scatto, la vulnerabilità cancellata via come vapore sul vetro. Si sollevò bruscamente, tirandosi su i pantaloni e sistemandosi la maglietta, evitando il mio sguardo.
«Non abituartici,» sibilò fredda, tornando a sedersi sul sedile del passeggero.
Ma le sue mani, mentre si allacciava la cintura, tremavano. E io lo vidi.
«Vale lo stesso per te... chi troppo vuole...»
L'accompagnai vicino casa sua, facendola scendere in un punto tranquillo e tornai a casa.

Chiusi la porta di casa alle mie spalle. I muscoli che ancora mi tremavano per l'adrenalina e il fiato corto. L'aria dell'ingresso sapeva di pulito, di detersivo per i pavimenti. Un odore familiare, rassicurante, che in quel momento mi diede la nausea. Mi sentivo un estraneo a casa mia. Avevo addosso lo sporco del campetto, l'odore acre del mio sudore mischiato al profumo dolce e persistente di Asia.
Mi diressi verso la cucina. Volevo solo bere un litro d'acqua gelata e chiudermi sotto la doccia per lavarmi via quella sensazione di onnipotenza e schifo che mi scorreva nelle vene.
Non ero solo.
Marta era seduta al tavolo della penisola. Indossava una maglietta extralarge, gli occhiali da vista sul naso e sfogliava distrattamente qualcosa sull'iPad, con una tazza mezza vuota accanto. Alzò lo sguardo quando entrai.

«Ciao comunque eh, manco se saluta più quando si rientra?» mi squadrò, aggrottando le sopracciglia.
«Sei uno straccio. Vatte a fa na doccia, va.»

«Mo ci vado, grazie del consiglio. Non ci avevo pensato,» tagliai corto, la voce roca. Evitai il suo sguardo, sfilandomi il borsone dalla spalla e buttandolo a terra vicino alla porta.
Poggiai il telefono sul tavolo, a pochi centimetri dalla sua tazza, e andai dritto verso il frigorifero. L'aria fredda mi schiaffeggiò il viso sudato. Afferrai la bottiglia d'acqua e iniziai a bere a canna, cercando di spegnere il fuoco che avevo ancora nello stomaco.
Il mio telefono vibrò. Una, due volte. Lo schermo si illuminò, squarciando la penombra.
Dalla mia posizione, vidi Marta abbassare lo sguardo per puro riflesso. Non voleva spiare, era l'istinto di chiunque si trovi davanti uno schermo che si accende. Ma il suo movimento si congelò. Vidi la sua schiena irrigidirsi, gli occhi che si sgranavano dietro le lenti.

«Dimmi che sto leggendo male, Michael,» mormorò. La sua voce era cambiata. Niente più tono da sorella maggiore che ti prende in giro. Era un sussurro freddo, tagliente.
Mi bloccai, la bottiglia ancora a mezz'aria.

«Fatte i cazzi tua, Marta. Dammi il telefono.»
Feci un passo verso il tavolo, ma lei fu più veloce. Afferrò il mio Samsung e lo tenne fuori dalla mia portata, gli occhi incollati alle notifiche sulla schermata di blocco.

«Asia?» scandì il nome come se avesse appena sputato del veleno.
«Hai ripreso a sentirti con Asia?»

«T'ho dette che me devi da il telefono,» ringhiai, la pazienza già esaurita. Allungai la mano, ma lei fece un passo indietro, leggendo ad alta voce, incapace di fermarsi.

«Lavati bene, il sudore non mi piace.» Rilesse il primo messaggio. Poi scese al secondo, e la sua espressione si trasformò in una maschera di puro disgusto.
«E vedi di sembrare credibile quando la chiami per la buonanotte.»

Il silenzio che calò in cucina fu assordante. Marta abbassò lentamente il braccio, stringendo il telefono fino a farsi sbiancare le nocche. Mi guardò, ed era come se mi stesse vedendo per la prima volta in vita sua.

«Che cos'hai fatto, Michael?» mi chiese. Non stava urlando, ed era quello a farmi più paura.

«Non è come pensi. Non fare film che n'esistono, dammi il telefono e finiamola qui,» sbottai, rubandole l'apparecchio dalle mani. Lo infilai nella tasca dei pantaloncini, sentendomi come un ladro colto in flagrante.

«Non è come penso?» sbottò lei, la voce che finalmente iniziava a tremare per la rabbia.
«Ma che cazzo ti dice il cervello? Dopo tutto quello che ti ha fatto passare?»

«Smettila! Tu non sai niente, non sai come stanno le cose tra me e lei!» alzai la voce, un istinto di protezione feroce, assurdo, che mi scattò dentro. Ero pronto a difendere la donna che mi stava rovinando la vita pur di non ammettere la mia debolezza.

«Io non so niente?!» Marta fece un passo avanti, piantandosi a un palmo dal mio viso. Era più bassa di me, ma in quel momento sembrava gigantesca.
«Non sono io quella che passava le notti sveglia, che soffriva per una stronza del cazzo. Te ne sei andato anche per fuggire da quella tossicità di merda, e tu che fai? Torni a Roma e ci ricaschi?»

«Ho detto che tu non sai niente!» urlai, sbattendo un pugno sul piano della cucina. Il tonfo sordo fece tremare le tazzine sullo scolapiatti.
«Io so quello che faccio! Non sono la sua fottuta vittima, è chiaro?!»

«No, sei di peggio! Sei il suo complice!» ribatté Marta, dura come la pietra. I suoi occhi mi scavavano dentro senza pietà.
«Lascia stare quella troia, Michael. Te lo dico da sorella. Quella è una puttanella che si avvicina solo per convenienza.»

«Non chiamarla così!» le ringhiai contro, accecato. Il sangue mi ribolliva nelle tempie.
«Non ti permetto di parlarle in questo modo!»
Marta mi guardò, e l'ira sul suo viso lasciò improvvisamente il posto a qualcosa di molto più doloroso da sopportare: la pena.
Scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli.

« Vergognati, hai proprio perso la testa per lei...» mormorò, la voce carica di una tristezza matura, rassegnata.
«Non l'hai mai superata. Hai Chloe, una ragazza fantastica, pulita, che ti ama per quello che sei... e tu la stai prendendo per il culo perché non riesci a staccarti da una che ti usa come passatempo. Tu non ti rendi conto, Michael. La stai tradendo per cosa? Per scoparti il tuo sogno erotico? Non lamentarti se ti farà soffrire di nuovo, perché stavolta te lo meriti.»
Le sue parole furono come coltellate, precise e chirurgiche. Sapevo che aveva ragione. Ogni singola sillaba era la cazzo di verità, ma il veleno di Asia era così radicato dentro di me che l'idea di non vederla più mi faceva mancare l'aria. L'avevo avuta in macchina, l'avevo spogliata, scopata, eppure era lei ad avere me.
«Fatti una doccia,» concluse Marta, voltandomi le spalle. Si diresse verso il corridoio, ma prima di sparire nel buio si fermò un istante.
«E poi chiamala. Chiama Chloe. E cerca di guardarla negli occhi quando le mentirai.»
La porta della sua camera si chiuse con un clic secco.
Rimasi solo nella cucina silenziosa, il rumore del frigorifero in sottofondo. Infilai la mano in tasca e strinsi il telefono. Ero sporco, ero un bugiardo e stavo mandando a puttane la mia storia con Clhoe.
E la cosa più terrorizzante di tutte era che, se in quel momento Asia mi avesse scritto di tornare indietro, io l'avrei fatto.

CONTINUA... . .

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scritto il
2026-05-12
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