Mentre lei non c'è. Capitolo 2

di
genere
etero

Il ritorno di Valentina aveva riportato la casa a una finta, asfissiante normalità. Non era una persona cattiva o severa in senso stretto, semplicemente le mancava del tutto l'empatia. Per lei, Irene era una macchina a gettoni. Valentina le lasciava liste infinite scritte su post-it gialli attaccati al frigo: "Oggi fai il forno con lo sgrassatore forte, poi le fughe del bagno degli ospiti e se avanzi tempo lucida le maniglie di ottone." Le dava il doppio del lavoro rispetto ai primi tempi.
​Irene eseguiva senza fiatare. Incassava in silenzio, ma il malcontento le spegneva lo sguardo. Io facevo l'unica cosa che potevo fare: sabotavo mia moglie. Quando Valentina era fuori, andavo da Irene e le dicevo di fermarsi. "Va bene così per oggi, non devi ammazzarti di lavoro ogni giorno. Vai pure se devi, hai già fatto un pra in più" Lei mi ringraziava con un cenno del capo, raccoglieva la sua roba e spariva.
​Tra di noi era calato il gelo. Una distanza tattica e necessaria. Dopo quel pomeriggio in camera e quella notte passata a torturarmi nel bagno della camera da letto, ci eravamo ritirati nei nostri rispettivi angoli. Ci piacevamo, la tensione era una corda di violino tesa al massimo, ma la circostanza era un fottuto campo minato. Un passo falso ed esplodeva tutto.
​La miccia si è riaccesa un martedì mattina.
Avevo bisogno di scaricare i nervi, così ero uscito all'alba per correre. Quindici chilometri tirati, al limite del fiato, cercando di sputare sull'asfalto lo stress della caserma e le immagini di Irene che mi infestavano la testa. Quando sono tornato, un'ora e mezza dopo, ero fradicio di sudore.
​Ho svoltato l'angolo del vialetto e l'ho vista. Irene era seduta sui gradini del portico, le ginocchia al petto e la borsa a tracolla.
Valentina non c'era. L'auto era sparita. Evidentemente aveva un appuntamento e non si era degnata di aspettare che la ragazza arrivasse per aprirle la porta.
Ho tirato fuori il telefono dalla tasca dei pantaloncini: tre chiamate perse da Irene. Lo avevo tenuto in silenzioso.
​"Scusa," ho ansimato, rallentando il passo fino a fermarmi davanti a lei. "Non ho sentito la suoneria. Da quanto sei qui?"
"Dieci minuti," ha risposto lei, alzandosi. Ha cercato di mantenere il tono professionale, ma la sua voce ha tremato leggermente.
" Ho chiamato anche Valentina, mi ha detto di aspettarti qui. " mi disse
​Non mi stava guardando negli occhi. Il suo sguardo era sceso sulla mia maglia tecnica nera, completamente incollata al petto e agli addominali per via del sudore. Ha fissato il tessuto bagnato per un secondo di troppo. Ho visto la sua gola muoversi mentre deglutiva, e le guance prenderle un po' di colore. Era un'occhiata diversa.
​"Entriamo," ho detto, schiarendomi la voce e aprendo la porta. "Faccio una doccia veloce nel bagno giù per non sgocciolare per tutta casa. Tu fa' come se non ci fossi."
​L'acqua fredda non è servita a un cazzo. Il modo in cui mi aveva guardato mi era rimasto appiccicato addosso.
Mi sono asciugato in fretta, ho infilato un paio di boxer puliti neri e una canotta bianca. Un abbigliamen di certo non adatto per girare con estranei in casa, ma in fondo quella era casa mia e me ne fregai.
​Sono salito al piano di sopra a piedi scalzi. La porta della nostra camera da letto era accostata. L'ho spinta piano.
Irene era lì. Stava rimboccando le lenzuola dal lato di Valentina. Quando ha sentito il cigolio della porta, si è voltata. Il suo sguardo è caduto dritto sulle mie gambe nude, poi sul petto coperto a stento dalla canotta leggera.
​È andata nel panico. Ha sistemato il cuscino in fretta.
"Oh... scusi," ha balbettato, arrossendo furiosamente. Ha fatto due passi indietro, scontrandosi quasi con il comodino. "Io pensavo si stesse vestendo giù. Vado a fare lo studio, questa stanza la finisco dopo."
​Ha abbassato la testa e ha fatto per superarmi e uscire verso il corridoio.
La porta non era larga. Mentre mi passava accanto, il profumo della sua pelle si è mischiato all'odore del bagnoschiuma. L'istinto ha preso il comando.
Ho allungato una mano e l'ho afferrata per la vita. Non forte, solo quanto bastava per bloccarla.
​Lei si è pietrificata. "Che fai..." ha sussurrato, il fiato corto.
"Non far finta di niente..." le ho detto, la voce bassa, quasi rauca.
"No... non possiamo. Ho bisogno di questo lavoro e poi... è sbagliato."
" Nessuno ti manderà via," ho ribattuto, tirandola leggermente verso di me. "E per quanto riguarda lo sbagliato... so che ci hai pensato anche tu."
​Ha alzato gli occhi. Erano umidi, spaventati, ma carichi di una tensione che la stava consumando. "Si ma... dai non possiamo"
Ho chiuso la porta della camera con un calcio, spingendola all'indietro fino a farle scontrare la schiena contro il muro, proprio accanto all'armadio. Le mie mani sono andate sul suo viso e l'ho baciata. È stato uno scontro. Le sue labbra si sono dischiuse subito, accogliendo la mia lingua con un gemito disperato che mi ha fatto impazzire.
Si è alzata in punta di piedi, aggrappandosi alle mie spalle. Le sue mani, un po' ruvide per il lavoro, sono scivolate sulla schiena nuda oltre il bordo della canotta, stringendo i muscoli con una foga che non mi aspettavo.
​"Ce ne pentiremo, lo so.." ha mormorato contro la mia bocca, il respiro spezzato.
" Io non credo " risposi
​Le mie mani sono scese lungo i suoi fianchi. Indossava dei pantaloni di cotone leggero. Senza pensarci, ho infilato una mano sotto l'elastico, superando il tessuto dello slip. Quando l'ho toccata, era già fradicia. Calda, bagnata e pulsante.
Ha tirato indietro la testa, sbattendo piano contro il muro, chiudendo gli occhi.
​"Hey, attenta," ho sussurrato, iniziando a muovere due dita dentro di lei. Lentamente all'inizio, poi con un ritmo più profondo e deciso.
​Lei ha iniziato a tremare, le ginocchia che sembravano cedere. Ma invece di lasciarsi andare, ha aperto gli occhi, lucidi di desiderio, e ha abbassato le mani. Ha afferrato l'elastico dei miei boxer e l'ha tirato giù senza tante cerimonie, liberandomi.
Ero duro come il marmo, pulsante di sangue e di un'attesa durata giorni. La sua mano si è chiusa intorno alla mia erezione. La presa era salda, perfetta.
​Siamo rimasti lì, in piedi, appoggiati al muro della stanza in cui io e mia moglie dormivamo ogni notte. Io affondavo le dita in lei, sentendola stringersi attorno al mio tocco, sempre più liquida, mentre lei mi masturbava con movimenti lunghi e veloci, il pollice che sfregava esattamente dove mi faceva perdere la testa.
Il contrasto tra il suo viso dolce, la frangetta disordinata, e l'oscenità di quello che stavamo facendo mi mandava in cortocircuito il cervello.
Le ho sfilato la maglietta e slacciato il reggiseno gettendo tutto a terra. L'ho sollevata e messa a sedere sul comodino che Valentina usava per truccarsi.
​"Più veloce," ha ansimato lei, mordendosi il labbro inferiore per non urlare. Le mie dita si muovevano rapide, cercando il suo clitoride con il pollice mentre la penetravo.
Il ritmo della sua mano su di me è diventato frenetico, disperato. Sentivo il respiro mancarmi, i muscoli delle gambe tesi allo spasimo. Eravamo due animali chiusi in gabbia che avevano appena trovato una via di fuga.
​"Sto per venire," ho ringhiato contro il suo collo, non riuscendo più a controllare la voce.
"Vieni," mi ha sussurrato all'orecchio, accelerando ancora la presa, mentre il suo bacino scattava in avanti contro la mia mano. Ho cercato di resistere il più a lungo possibile. Irene cominciò a baciarmi sul collo e li ho raggiunto il mio limite. Un secondo dopo, il mio corpo si è teso come una corda spezzata. Mi sono avvicinato il più possibile a lei, venendo sul suo ventre, con un gemito roco, svuotandomi di tutta la tensione repressa, di tutta la frustrazione, di ogni fottuto limite che mi ero imposto.
​Siamo rimasti aggrappati l'uno all'altra per minuti interminabili. L'unico rumore nella stanza era il nostro respiro affannoso. Lei ha appoggiato la fronte contro la mia, lei ancora sporche di me, mentre io le accarezzavo i capelli, cercando di far scendere i battiti del cuore. Prima di ricomporci fu lei a darmi un ultimo bacio, era più leggero rispetto, scarico di quella tensione che ci teneva distanti. Il muro di ghiaccio si era sciolto. Ma guardando il letto matrimoniale perfetto alle mie spalle, ho capito che eravamo appena entrati in un fottuto inferno.

La farsa del nostro matrimonio andava in scena ogni mattina, metodica e insopportabile.
​Quel giovedì, io e Valentina eravamo nell'ingresso, vestiti di tutto punto. Lei tamburellava le unghie laccate sul quadrante del suo Apple Watch, sbuffando. Aveva un incontro importante con dei clienti facoltosi in centro e io mi ero offerto di accompagnarla per evitarle lo stress del parcheggio.
Alle 8:40 in punto, il campanello suonò. Irene apparve sulla soglia, con il fiatone, la sciarpa mezza slacciata e la sua solita borsa di tela logora che sembrava sempre sul punto di strapparsi.
​"In ritardo di dieci minuti," sentenziò Valentina, senza nemmeno dirle buongiorno. "Ho lasciato la lista sul bancone. Andiamo, Michael."
​Irene annuì a testa bassa, stringendosi nel giubbotto. "Mi scusi. C'era sciopero sulla linea gialla."
​Non dissi nulla. Feci un cenno impercettibile a Irene ed uscii dietro a mia moglie.
Il tragitto in macchina fu un monologo di Valentina su composizioni floreali e location esclusive. Quando accostai davanti al palazzo d'epoca del suo appuntamento, lei si sporse verso di me. Mi lasciò un bacio a stampo sulle labbra. Secco, rapido, privo di qualsiasi sapore. Un gesto meccanico come mettere la freccia prima di svoltare.
"Ci vediamo per le due, dovrei aver finito. Ti faccio uno squillo," disse, sbattendo la portiera.
​Guardai la sua figura sparire dietro il portone a vetri e misi in moto. Sulla strada del ritorno, il petto mi si stringeva in una morsa familiare. Quel bacio vuoto mi aveva lasciato addosso una sensazione di gelo che solo il pensiero di tornare a casa riusciva a mitigare.

​Quando rientrai, la casa era immersa in quel silenzio ovattato che Irene portava con sé. Mi tolsi la giacca in corridoio e mi avvicinai alla cucina, camminando piano per non spaventarla.
Mi fermai sullo stipite della porta.
​Irene era di spalle. Indossava i soliti pantaloni della tuta neri e una maglietta grigia. Stava passando lo straccio in microfibra sul piano a induzione, ma i suoi movimenti erano lenti, distratti. Sulla penisola di marmo bianco, proprio accanto al detergente, c'era un enorme manuale universitario aperto, un quaderno ad anelli pieno di appunti disordinati e un evidenziatore giallo.
Tra una passata di straccio e l'altra, Irene allungava il collo per leggere qualche riga, mormorando le parole a fior di labbra, cercando disperatamente di stamparsele in testa.
​Rimasi a guardarla per un minuto intero. Era bellissima nella sua caparbietà. Mentre mia moglie le chiedeva di lucidare una casa vuota, lei cercava di costruirsi un futuro rubando secondi al lavoro.
​Feci un passo avanti. I miei stivali non fecero rumore sul pavimento. Mi avvicinai alle sue spalle e abbassai lo sguardo sulle pagine fitte del libro.
"L'ambiente socio-culturale in cui il bambino è immerso agisce come impalcatura per il suo sviluppo cognitivo..." lessi ad alta voce, a pochi centimetri dal suo orecchio.
​Irene sobbalzò come se l'avessi colpita con una scossa elettrica. Si voltò di scatto, gli occhi spalancati e il respiro bloccato in gola. Quando vide che ero io, il suo viso passò dallo spavento al panico puro.
​"Michael! Io... non avevo sentito la porta," balbettò, portandosi una mano al petto. Guardò il libro, poi me, e iniziò a chiudere il manuale con gesti frenetici. "Scusami. Giuro che non stavo perdendo tempo, ho già fatto il salotto e messo su la lavatrice. È solo che... stavo solo ripassando un concetto mentre pulivo, non voglio mancare di rispetto."
​Aveva la voce rotta. Temeva per il lavoro, temeva il mio giudizio.
Feci un passo avanti e appoggiai la mano sulla copertina del libro di Pedagogia Generale, fermandola prima che potesse nasconderlo nella borsa.
"Non ti rimprovero, tranquilla" le dissi, la voce calma ma ferma.
​Ritirai la mano e le feci un cenno verso lo sgabello della penisola.
"Siediti."
​Lei mi guardò incerta, come se si aspettasse una trappola.
"Siediti," ripetei, con un tono più dolce.
​Si arrampicò sullo sgabello, tenendo le mani incrociate in grembo. Sembrava una scolaretta in punizione. Io mi appoggiai al bancone di fronte a lei, incrociando le braccia al petto.
"Sei indietro con gli esami?"
​Lei abbassò lo sguardo, mordendosi l'interno della guancia. "Tanto. Troppo. Se non ne do almeno due alla prossima sessione, perdo la borsa di studio per il reddito. E se la perdo... devo mollare. Non posso pagarmi le tasse con quello che guadagno, e a casa mia madre ha bisogno di una mano"
Alzò gli occhi verso di me. Erano lucidi, stanchi. "Non so più come fare, Michael. Studio di notte, studio in autobus, provo a ripetere mentre lavo i pavimenti... ma la testa a un certo punto non tiene più niente."
​La guardai. In quell'istante, non provai solo desiderio. Provai una stretta allo stomaco che somigliava maledettamente all'amore. Vidi la differenza abissale tra il mio mondo di facciata e la sua lotta quotidiana per la sopravvivenza.
​Spostai lo straccio dal tavolo. Presi il libro di pedagogia e lo girai verso di lei.
"Ripetilo a me," le dissi.
​Lei sgranò gli occhi, sorpresa. "Cosa?"
"Quello che stavi leggendo. Il concetto dell'impalcatura. Spiegamelo come se dovessi farlo capire a me che faccio il militare e non ne so niente."
​" Ma... dai davvero non preoccuparti. Torno a lavoro "
"Irene," la interruppi, sfiorandole le dita incrociate sul tavolo. Il contatto la fece tremare. "Spiegamelo."
​Iniziò a parlare a bassa voce. All'inizio era insicura, inciampava sulle parole, ma poi, vedendo che l'ascoltavo per davvero, la sua voce prese forza. Le si illuminò lo sguardo. Mi parlò di come i bambini hanno bisogno di una guida, di un supporto esterno per superare i loro limiti. E mentre parlava, io guardavo le sue labbra, il modo in cui gesticolava, la luce intelligenza dietro la stanchezza.
​A un certo punto si fermò. Il silenzio calò di nuovo nella cucina.
"Non ne posso più," sussurrò all'improvviso, la voce che si spezzava. Le lacrime le salirono agli occhi, tradendo tutta l'armatura che cercava di tenersi addosso. "Sono così stanca. Marco si lamenta che non ci vediamo mai, mia madre si lamenta che non ci sono soldi, e io sento di affogare. Ogni singolo giorno."
​Non ci pensai su nemmeno un secondo.
Mi staccai dal bancone, le andai vicino e le presi il viso tra le mani. I miei pollici asciugarono la prima lacrima che le era sfuggita, scendendo calda sulla guancia.
​"Respira," le mormorai a un millimetro dal viso. "Con me non devi sentirti in competizione."
​Lei chiuse gli occhi, appoggiando la fronte contro il mio petto, lasciandosi andare in un respiro tremante. Sentii le sue mani aggrapparsi alla mia maglia, come se fossi l'unica cosa solida in una stanza che le crollava addosso.
​Le alzai il mento con delicatezza. Quando riaprì gli occhi, vidi che la paura era sparita. C'era solo una resa totale.
Mi chinai su di lei e la baciai.
Non ci fu urgenza, non ci fu rabbia. Fu un bacio profondo, struggente, carico di un sentimento che ormai non potevamo più mascherare. Le mie labbra si mossero sulle sue con una lentezza disperata, cercando di trasmetterle tutto quello che non sapevo dirle a parole. Lei schiuse la bocca, accogliendomi, e mi passò le braccia attorno al collo, tirandomi ancora più vicino.
​Il sapore delle sue lacrime si mescolò al nostro respiro. Sentii il suo cuore battere all'impazzata contro il mio petto. Le mie mani scesero dal suo viso, scivolando lungo il collo, fino ad accarezzarle la schiena, stringendola in un abbraccio che voleva essere un rifugio.
Era il punto di non ritorno. Eravamo sospesi su un precipizio, e questa volta, non avevamo nessuna intenzione di fermarci.

Non ci fu più spazio per le parole, né per il buon senso. Il bacio divenne un incendio che divampò in un istante, cancellando la cucina, Valentina, i doveri e il resto del mondo.
​Le mie mani, spinte da una fame che non riuscivo più a controllare, scivolarono sotto la sua maglietta, cercando la sua pelle calda. Lei rispose con la stessa urgenza, tirando via ogni indumento con gesti frenetici, quasi rabbiosi. I vestiti finirono sul pavimento, sparsi tra i libri di pedagogia e lo straccio ancora umido.
​In un attimo fummo nudi, uno di fronte all’altra, nel cuore della casa che improvvisamente non riconoscevo più. Irene era una visione di fragilità e forza; la luce del mattino che filtrava dalla finestra le accarezzava i fianchi, rendendola quasi irreale.
lei scivolò giù lungo il mio corpo fino a inginocchiarsi sul pavimento. Non perse tempo. Le sue labbra avvolsero la mia cappella calda e umida, la sua lingua iniziò a danzare intorno alla fenditura, leccando via il precum che già sgorgava. Sbuffai, la testa all'indietro, le piante delle mani contro il bancone della cucina per non cadere. Prese il mio cazzo in bocca, scendendo lungo l'asta, ingoiandolo centimetro dopo centimetro. La sentii contrarre la gola intorno alla mia cappella, un calore avvolgente e soffocante che mi fece gemere.
"Sì, così," sibilai, le dita intrecciate nei suoi capelli scuri, spingendola giù. " Continua, non fermarti... sei brava "
Lei obbedì, la testa che si muoveva avanti e indietro, i suoni bagnati e schioccanti che riempivano la cucina. Le sue guance erano incavate, lo sforzo visibile, i suoi occhi fissati sui miei dall'alto in basso, pieni di quella sfida maliziosa che mi mandava fuori di testa. Mi sentivo i testicoli che si stringevano, il piacere che saliva dalla base della schiena, ma non volevo finire così. Non ancora.
la sollevai. Era leggera, ma la sua presa su di me era d’acciaio. La feci sedere sul bancone di marmo della penisola. Il freddo del materiale contro la sua pelle le fece sfuggire un piccolo sussulto, un gemito che io soffocai contro il suo collo.
​"Michael... ti prego," mormorò lei, inarcando la schiena.
​Mi chinai su di lei, perdendomi nel profumo della sua pelle, baciandole il seno con una devozione che non avevo mai provato. Ogni suo sospiro era una scossa elettrica che mi risaliva lungo la spina dorsale. Volevo sentirla tutta, volevo cancellare ogni traccia di stress e di fatica dal suo corpo.
​Mi abbassai ulteriormente, inginocchiandomi tra le sue gambe aperte. Lei mi afferrò i capelli, le dita intrecciate tra le ciocche mentre la esploravo con la lingua, con una lentezza tormentosa che la fece tremare visibilmente.
Le passai un dito tra le labbra, raccogliendo l'umidità, poi portai la bocca su di lei. Leccai con decisione, partendo dal perineo e risalendo fino al clitoride, che poi succhiai tra le labbra. Irene gridò, le mani che mi afferravano la testa, spingendomi contro di lei.
"Sì... lì... non fermarti," ansimava, il bacino che si alzava per incontrare la mia lingua.
Le infilzai due dita dentro mentre continuavo a leccare, curvandole per cercare il suo punto G. Il suo corpo iniziò a tremare, le cosce a stringersi intorno alle mie orecchie. La leccai con furia, sentendo i suoi muscoli vaginali contrarsi intorno alle mie dita, ma prima che potesse raggiungere l'orgasmo, mi fermai.
​"Entra... ti voglio dentro di me, adesso," ansimò lei, sporgendosi in avanti per cercarmi. "Non posso più aspettare."
​La feci scendere dal bancone, ma non la lasciai andare. La feci girare, appoggiando le sue mani sul marmo freddo. Irene si piegò in avanti, sollevando leggermente una gamba per accogliermi meglio.
​Mi posi dietro di lei, le presi i fianchi e entrai lentamente, il mondo sembrò fermarsi. Fu un incastro perfetto, un’unione che andava oltre la carne. Iniziai a muovermi con un ritmo lento, quasi solenne, guardando la sua schiena nuda e i suoi capelli che le ricadevano sul viso.
​"Sei bellissima," le sussurrai all'orecchio, stringendole i fianchi con forza.
" È così diverso con te," rispose lei con un filo di voce, voltando la testa per cercare di nuovo le mie labbra.
" Spingi di più"
Lei era stretta, calda, incredibilmente bagnata. Iniziai a scoparla con più foga, ogni colpo un tentativo di sfogare lo stress, la colpa, il desiderio. Il suono delle mie cosce che sbattevano contro il suo culo riempiva la stanza, un ritmo ritmico e primitivo.
​Non c'era solo lussuria. C'era un’intimità cruda, una connessione che ci faceva sentire nudi nell'anima prima ancora che nel corpo. Ogni affondo era una promessa, ogni gemito di lei era una conferma che eravamo fatti per trovarci in quel caos.
​Il desiderio però mutò presto in qualcosa di più travolgente. Ci spostammo verso il tavolo da pranzo, quel tavolo dove di solito Valentina sedeva con la sua compostezza gelida. Mi sedetti su una delle sedie di design e attirai Irene a me.
" Ora tocca a te " dissi, affondando la schiena contro lo schienale. Lei salì a cavalcioni, avvolgendomi con le gambe, il suo petto contro il mio. Irene iniziò a muoversi su e giù, in una danza frenetica e scoordinata. Irene mi palpeggiava il petto, le sue unghie che graffiavano leggermente la mia pelle, mentre io la tenevo per la vita, cercando di non lasciarla cadere.
​"Guardami negli occhi," le ordinai dolcemente.
Lo fece. Le sue iridi erano scure, dilatate, piene di una verità che mi spaventava e mi affascinava allo stesso tempo. Le afferrai il seno sentendo i capezzoli duri contro i palmi delle mani. Li pizzicai, li strinsi, lei gemette, la testa all'indietro, i capelli che mi sfioravano il viso.
" pensi ancora che sia uno sbaglio? " le domandai
" Si, ma è uno sbaglio bellissimo "
Si muoveva più velocemente ora, il ritmo che si faceva frenetico. La sentii contrarsi intorno a me, il suo orgasmo che si avvicinava. Io non potevo trattenermi molto più a lungo. La sensazione di calore, di attrito, la vista di lei che mi cavalcava con abbandono totale, fu troppo.
"Sto per venire," sibilai.
Lei scese subito, afferrando il mio cazzo con la mano e iniziando a masturbarlo vigorosamente, puntando la testa verso il suo seno. Io gemsi, il corpo che si arcuò, e l'orgasmo mi travolse come un treno. Schizzai getti caldi e densi di sborra sul suo petto, coprendole la pelle e la camicetta di bianco. Lei continuò a pompare, strizzando ogni goccia finché non fui esausto.
​Quando tutto finì, il silenzio della cucina tornò a farsi sentire, ma era un silenzio diverso. Più denso.
Irene si appoggiò al mio petto, ancora ansimante, la pelle lucida di sudore. Le accarezzai i capelli, baciandole la fronte. I suoi libri di pedagogia erano ancora lì, a pochi centimetri da noi, testimoni silenziosi del crollo definitivo di ogni nostra difesa.
​Il capitolo del "vorrei ma non posso" era ufficialmente bruciato. Ora eravamo in territorio ignoto, e non c'era mappa che potesse guidarci fuori da lì.

CONTINUA...
scritto il
2026-04-13
1 7 2
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Mentre lei non c'è. Capitolo 1

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.