Maledetta tentazione. Capitolo 4

di
genere
tradimenti

Nei due giorni che precedettero la mia partenza, di Asia non ci fu traccia.
Lei era sempre stata così: ti portava al limite, ti faceva sentire il calore del fuoco sulla pelle e poi, un istante prima di bruciarti, spariva. Ti lasciava sospeso nel vuoto, in quel silenzio assordante che serve solo a farti venire voglia di urlare il suo nome. Aspettava che fossi tu a strisciare, ad andare da lei per implorare un’altra dose del suo veleno, solo per poterti dare il colpo di grazia con quel sorriso di chi sa di averti in pugno.
​Ma stavolta cercai di oppormi. Non mi feci trascinare in quella spirale tossica. La ignorai con la stessa ferocia con cui lei stava ignorando me. Cancellai le bozze dei messaggi mai inviati, posai il telefono lontano dal letto, mi imposi di respirare l'aria di casa mia come se potesse davvero purificarmi. Pensavo di aver vinto io, in quel silenzio. Pensavo che la distanza fisica che stavo per mettere tra noi sarebbe bastata a spegnere l'incendio.
​Mi sbagliavo. Asia non aveva bisogno di vedermi per colpirmi. Sapeva esattamente quando farlo.
​Mi scrisse solo la mattina della partenza, mentre ero già in fila al gate di Fiumicino, con il passaporto in mano e la coscienza che pesava come un bagaglio fuori quota. Il telefono vibrò nella tasca dei jeans.

​ «Fai buon viaggio, campione. E cerca di non pensare troppo a me mentre sei a letto con il tuo "vero amore". 😉»
​Fissai lo schermo per un tempo infinito. Quelle parole erano lame chirurgiche: sapevano dove tagliare. Conosceva Chloe senza averla mai vista, la disprezzava senza averci mai parlato, e usava la parola "amore" come un insulto.
​Misi il telefono in modalità aereo con le dita che tremavano leggermente. Volevo cancellare il messaggio, ma sapevo che era inutile. Ormai quelle parole erano sottopelle, pronte a rinfacciarmi ogni bacio e ogni carezza che avrei dato a Chloe una volta atterrato.
​E mentre l'aereo staccava le ruote dalla pista, capii che la sfida con Asia era appena salita di livello. Non ero io a scappare da lei; era lei che mi stava lasciando andare solo per vedere quanto tempo ci avrei messo a cedere sotto il peso della mia stessa ipocrisia.

L'aeroporto di Exeter mi accolse con la sua solita carezza gelida. Una pioggia finissima, quasi invisibile, che non bagnava davvero ma ti entrava dritta nelle ossa. Mentre trascinavo il trolley fuori dagli arrivi, con l'aria fredda del mattino che mi schiaffeggiava la faccia, mi sentivo un estraneo nella mia stessa vita.
Poi la vidi.
Era ferma oltre le porte a vetri, un faro di colore nel grigio asfissiante dell'Inghilterra. Teneva in mano un ombrello rosso acceso, e indossava un trench beige stretto in vita che la faceva sembrare ancora più esile, abbinato a un paio di jeans scuri e stivaletti di pelle. Quando mi vide, il suo viso si illuminò di una gioia così pura e incondizionata che mi mancò il respiro.
Non aspettò che mi avvicinassi. Chiuse l'ombrello di scatto, incurante della pioggia, e mi corse incontro. Si gettò tra le mie braccia con una foga tenera, aggrappandosi al mio collo come se fossi un salvagente. L'impatto col suo corpo morbido mi fece vacillare. Seppellì il viso nell'incavo della mia spalla, inspirando a fondo.
Chloe era la personificazione della luce in quel grigio inglese. I suoi capelli biondi naturale, quasi color grano, che portava quasi sempre raccolti in una coda alta e ordinata. Era una sua abitudine: diceva che le davano fastidio sul collo, ma il risultato era che quel taglio metteva in risalto ogni linea del suo viso. Senza la barriera dei capelli, i suoi lineamenti apparivano puliti, quasi aristocratici nella loro semplicità; la mascella sottile, il collo lungo e una pelle così chiara da sembrare porcellana.
Il suo corpo, però, era ciò che più mi destabilizzava ogni volta che la stringevo. Chloe non conosceva la durezza della palestra o i muscoli d’acciaio costruiti sotto i pesi. Non era "scolpita" come Asia; era fatta di una materia diversa, infinitamente più accogliente.
Era morbida. Di una morbidezza quasi commovente.
Aveva forme naturali, proporzionate, che sembravano create apposta per incastrarsi con le mie. Il suo seno non era eccessivo, ma era pieno, seducente nella sua naturalezza, con una consistenza vellutata che invitava al contatto. E il suo lato B non era grande o marmoreo, ma piccolo, tondo e incredibilmente soffice al tatto. Toccare lei era come affondare in qualcosa di sicuro, una sensazione di calore e abbandono che non aveva nulla a che fare con la tensione elettrica e nervosa a cui mi ero abituato altrove. Ogni centimetro di lei trasmetteva un senso di pace, una femminilità acqua e sapone che non aveva bisogno di gridare per farsi notare.

«Mi sei mancato da morire, Michael,» sussurrò, la voce che tremava leggermente contro il mio cappotto.
L'odore di Chloe mi investì. Sapeva di pulito, di vaniglia e di pioggia. Niente profumi aggressivi, niente provocazioni. Le sollevai il viso con entrambe le mani. Aveva la punta del naso arrossata per il freddo e gli occhi lucidi. Mi guardava con una devozione totale, fiduciosa. Mi chinai su di lei e la baciai. Fu un bacio intimo, lento, disarmante. Le sue labbra si schiusero dolcemente contro le mie, chiedendo solo affetto, accoglienza. Non c'erano denti, non c'era sangue, non c'era nessuna fottuta lotta per il dominio.
E fu proprio in quel momento che la colpa mi travolse, uno schianto dritto nello stomaco. Chiusi gli occhi, stringendola a me, mentre il volto di Asia, sfigurato dal piacere sui sedili dell'auto, mi balenava nella mente. Ero un mostro. Stavo stringendo la cosa più preziosa che avessi mai avuto con le stesse mani che, pochi giorni prima, avevano strappato via i vestiti a un'altra.

«Anche tu, piccola,» mentii, la voce roca.
«Andiamo a casa.»
Il bilocale di Chloe, a ridosso del centro, era lo specchio esatto della sua anima. Piccolo, luminoso, arredato con un gusto moderno e minimalista, ma incredibilmente caldo. Ogni cosa era al suo posto. I cuscini sul divano erano perfettamente allineati, c'erano candele profumate sui mobili e una pianta rigogliosa vicino alla finestra. Era un santuario di ordine e tranquillità. Entrarci mi fece sentire come un lupo rabbioso che varca la soglia di una chiesa.
Cenammo al piccolo tavolo della cucina. Aveva preparato tutto lei, con una cura che mi faceva sentire ancora più piccolo. Mangiai ascoltandola raccontare della sua settimana, del lavoro, della pioggia che non aveva mai smesso di cadere. Io annuivo, sorridevo, ma il mio cervello era un campo minato. Ogni volta che il mio telefono, muto nella tasca dei pantaloni, premeva contro la mia coscia, sentivo una scossa di terrore.
Fu quando le chiesi come fosse stata davvero, oltre le solite chiacchiere, che l'atmosfera cambiò. Chloe posò la forchetta. Abbassò lo sguardo sulle sue mani, giocherellando con il tovagliolo. Le sue spalle, di solito così dritte, si incurvarono leggermente.

«È stata... dura, a dire il vero,» ammise, la voce che si abbassava di un'ottava.
«Non amo stare da sola. Di solito vengo da te, oppure dai miei. Il silenzio mi fa pensare troppo.»

«A cosa?» le chiesi, allungando una mano per sfiorare la sua. Le sue dita erano fredde, fragili.
Chloe fece un respiro profondo, alzando i suoi grandi occhi chiari su di me.
«A prima di te. Sai, al liceo, ai primi anni specialmente... io non ho mai avuto una vera compagnia. Le ragazze non mi volevano nel loro gruppo. Dicevano che me la tiravo solo perché i ragazzi mi guardavano, o perché non mi interessava fare a gara a chi avesse il vestito più costoso. Mi isolavano di proposito. Facevano battute, mi escludevano dalle uscite. Mi facevano sentire un fantasma, Michael. Mi sono sempre isolata nel mio, ma è una cosa che mi ha segnato.»
La guardai, sentendo un nodo stringermi la gola. Sapevo che era stata una ragazza solitaria, ma non avevo mai percepito quanto quell'isolamento l'avesse segnata. Lei era bellissima, di una bellezza disarmante proprio perché inconsapevole, acqua e sapone. E questo, per chi vive di invidia, era imperdonabile.
«Mi sono costruita un guscio,» continuò lei, la voce ora incrinata. Strinse la mia mano come se avesse paura che potessi sparire.
«Ho imparato a non fidarmi di nessuno, a tenermi tutti a distanza per non farmi ferire. Poi sei arrivato tu. Tu mi hai fatto sentire sicura. Ma quando te ne vai... quando sono sola ho quei momenti bui, ripenso a tutto e mi sento male, non mi va più di fare niente.»
Mi crollò il mondo addosso. Le sue parole riecheggiarono nella cucina immacolata come una sentenza di condanna. Lei mi aveva scelto perché ero il suo porto sicuro. L'unico uomo che non le avrebbe mai fatto del male.
Mi alzai di scatto, trascinando la sedia, e la presi tra le braccia. Le premetti la testa contro il petto, accarezzandole i capelli biondi con gesti meccanici, perché se mi fossi fermato a pensare a quello che stavo facendo sarei impazzito.
«Ci sono io adesso. Sono qui, Chloe,» le sussurrai nei capelli, chiudendo gli occhi con forza.

"Che cazzo hai fatto, Michael? urlava una voce nella mia testa. L'hai già tradita. Sei esattamente come le persone che l'hanno distrutta."

Lei tirò su col naso, asciugandosi una lacrima contro la mia maglietta, poi si scostò leggermente, regalandomi un sorriso timido e bellissimo, carico di gratitudine.
«Lo so. Scusa, non volevo essere pesante la tua prima sera a casa.» Si alzò, accarezzandomi la guancia con il dorso della mano.
«Aspetta qui. Ho una cosa per te.»
Andò verso il frigorifero e lo aprì. Quando si voltò, aveva tra le mani un piccolo piatto con un tortino al cioccolato dal cuore morbido. Il mio preferito. Ne aveva preso solo uno. Prese due cucchiaini dal cassetto e tornò a sedersi, avvicinando la sedia alla mia in modo che le nostre ginocchia si sfiorassero.
«Bentornato a casa,» disse dolcemente.
Affondò il cucchiaino nella pasta scura, facendo fuoriuscire la crema calda, e lo portò alla mia bocca. Mi imboccò con una naturalezza disarmante. Il sapore dolce e intenso del cioccolato mi invase il palato, un sapore domestico, caldo. Presi l'altro cucchiaino e feci lo stesso con lei, guardandola sorridere mentre assaporava il dolce.
Mangiammo così, dallo stesso piatto, un boccone a testa, in un'intimità silenziosa e perfetta. Non c'era bisogno di parole.
A un certo punto, abbassai il cucchiaino. Chloe mi guardò, ridacchiando piano.
«Ti hi sporcato,» sussurrò.
Si avvicinò. Sollevò la mano e, con il pollice, mi sfiorò il lato del labbro inferiore, raccogliendo una minuscola goccia di cioccolato. Il tocco del suo polpastrello fu leggero come una piuma. I nostri sguardi rimasero incatenati. Poi, senza staccare gli occhi dai miei, Chloe si sporse in avanti e sostituì il suo pollice con le sue labbra.
Mi baciò esattamente dove mi aveva pulito, assaggiando il cioccolato dalla mia pelle. Fu un gesto di una sensualità così dolce e innocente che mi fece bruciare gli occhi.
Se i baci di Asia erano una richiesta di sottomissione, quelli di Chloe erano un dono incondizionato. E io, seduto in quella cucina perfetta, con il sapore del mio dolce preferito sulle labbra e l'odore della ragazza che mi amava davvero nelle narici, capii di essere un uomo perso.
Il veleno mi stava uccidendo, ma la cura mi stava facendo impazzire dal senso di colpa.

Ci spostammo in camera da letto mentre il rumore della pioggia sui vetri diventava un ticchettio ipnotico, l'unico suono capace di filtrare attraverso i muri del suo appartamento. La stanza era inondata da una luce soffusa, calda, emanata da una piccola lampada sul comodino che proiettava ombre lunghe e morbide sulle pareti color tortora.
L'odore di Chloe era ovunque: tra le lenzuola di cotone egiziano appena cambiate, nell'aria, sulla mia pelle mentre mi spogliavo con movimenti lenti, quasi pesanti. Mi infilai sotto le coperte e lei mi seguì subito, cercando il calore del mio corpo come se avesse passato giorni interi al gelo.
Ci sistemammo entrambi su un fianco, uno di fronte all'altra. Il materasso accolse il nostro peso e il mondo fuori, con le sue complicazioni e i suoi peccati, sembrò improvvisamente lontanissimo. Ma era un'illusione, e io lo sapevo bene.
Chloe appoggiò la testa sul cuscino, a pochi centimetri dalla mia. I suoi capelli biondi erano sparsi in un disordine calcolato, incorniciandole il viso pulito. Mi guardava. Non era lo sguardo di chi vuole sfidarti o possederti; era lo sguardo di chi ti ha affidato le chiavi della propria anima e non ha paura che tu possa perderle. Era quel misto di purezza e vulnerabilità che mi aveva fatto innamorare di lei fin dal primo istante a Exeter.

«A cosa pensi?» sussurrò, la voce ridotta a un soffio. Allungò una mano e con l'indice iniziò a tracciare i contorni delle mie sopracciglia, scendendo poi lungo il ponte del naso.

«A quanto sei bella,» risposi, e non era una bugia. Era la verità più dolorosa che potessi pronunciare.
Lei sorrise, un sorriso piccolo e timido che le fece brillare gli occhi.

«Mi sei mancato così tanto che a tratti faceva male fisicamente, Michael. Certe sere mi mettevo dalla tua parte del letto solo per sentire ancora un po' il tuo odore, prima che svanisse.»
Sentii un nodo stringermi la gola. Ogni sua parola era una carezza che bruciava come acido sulla mia coscienza. Mentre lei cercava il mio odore per sopravvivere alla solitudine, io mi ero lasciato marchiare dal veleno di un'altra. Mentre lei mi aspettava come si aspetta la fine di un incubo, io stavo diventando l'incubo di qualcun altro.

«Sono qui adesso, Chloe. Non vado da nessuna parte,» mormorai, attirandola un po' più vicina.
Lei si rannicchiò contro di me, appoggiando la fronte sulla mia.

«A volte ho paura che tutto questo sia troppo bello per essere vero. Tu… con tutte quelle che avresti potuto avere, hai scelto me. Una cameriera qualunque, in un ristorante pieno di gente, una ragazza con il grembiule addosso e la testa persa tra turni infiniti e una laurea che sembrava non arrivare mai.
Dopo tutto quello che ho passato, faccio ancora fatica a crederci. Perché tu sei arrogante a volte, lo sai… hai quel modo di entrare in una stanza come se ti appartenesse. Ed è una cosa che normalmente detesto negli uomini. Ma con te è diverso.
Tu sei diventato la mia ricompensa, Michael. Il mio posto sicuro.»
Le sue parole mi tolsero l'aria. Il suo posto sicuro. Io, che portavo ancora addosso, invisibili ma pesanti come piombo, i segni di una passione brutale e tossica consumata in un'auto ai margini di Roma. La guardai negli occhi e per un istante ebbi il terrore che potesse leggere la verità riflessa nelle mie pupille. Ma Chloe non vedeva il traditore; vedeva l'eroe che l'aveva salvata dal suo isolamento. E quella sua fiducia cieca mi faceva sentire infinitamente più sporco di quanto non avessi fatto uscendo da quel campetto di periferia.
Le presi il viso tra le mani, i pollici che accarezzavano i suoi zigomi delicati. Volevo chiederle scusa. Volevo dirle tutto, vomitare la mia colpa e implorare un perdono che sapevo non avrei mai ottenuto. Ma il silenzio della stanza era troppo dolce, e la sua fragilità troppo preziosa per essere infranta così, tra le lenzuola pulite.

«Non dirlo mai più,» le dissi, la voce incrinata dalla malinconia.
«Sei tu quella che merita tutto il meglio del mondo. Sei tu la cosa più bella che mi sia capitata.»
Chloe sospirò, chiudendo gli occhi mentre si godeva il contatto delle mie mani. Poi li riaprì, e quella luce limpida mi trapassò da parte a parte. Si sporse in avanti e mi baciò. Non fu un assalto, ma una fusione lenta e profonda. Il sapore di Chloe era quello della salvezza, della stabilità, dell'amore che non chiede nulla in cambio se non la tua presenza.
Le mie mani scivolarono lungo il suo collo, scendendo sulle spalle, e poi giù, lungo la schiena. La sua pelle era calda, liscia, e rispondeva ai miei tocchi con piccoli brividi che mi facevano impazzire. Non c'era fretta, non c'era quella rabbia che mi aveva consumato con Asia. Con Chloe, fare l'amore era come scrivere una promessa.
Ma mentre la spogliavo con una tenerezza che mi scaturiva dal profondo del cuore, un pensiero fisso mi martellava la mente: la stavo amando con la stessa intensità con cui la stavo distruggendo. Ogni bacio era un furto, ogni carezza una menzogna.
Eppure, quando lei si schiuse sotto di me, sussurrando il mio nome come se fosse una preghiera, non potei fare a meno di perdermi in lei. Cercai di affogare il senso di colpa nel suo calore, di usare la sua purezza per esorcizzare il demone che avevo lasciato a Roma. Ma sapevo, nel profondo, che quella bellezza mi avrebbe perseguitato.
Le mie mani scivolarono lungo i fianchi di Chloe, liberandola da quel poco che ancora la copriva. La sua pelle era calda, immacolata, morbida come seta sotto i miei polpastrelli ruvidi. Intorno a noi, le lenzuola bianche di cotone fresco profumavano di bucato, un odore di casa e di pulito che creava un contrasto feroce con quello che mi portavo dentro.
Fare l'amore con lei non era una rissa, era un rito. Ma quella lentezza, quella devozione con cui mi toccava, si stava trasformando in una tortura.
Chloe mi sfilò la maglietta bianca accarezzandomi il petto, baciando la pelle nuda sopra il cuore. Ogni suo bacio era curativo, dolcissimo, e ogni volta che le sue labbra si posavano su di me mi sentivo un impostore, un predatore che aveva violato un tempio.
Mi posizionai sopra di lei, sostenendo il mio peso sugli avambracci per non schiacciarla. Scivolai dentro il suo calore con una spinta lenta, profonda, continua. Chloe emise un sospiro lungo, intrecciando le dita alle mie e stringendole forte.
Iniziai un ritmo lento, profondo, spingendo fino in fondo e ritirandomi quasi completamente, lasciando che solo la testa del mio cazzo rimanesse all'interno delle sue labbra carnose prima di penetrarla di nuovo. Chloe emise un sospiro profondo, le sue sopracciglia che si incresparono in un'espressione di puro piacere.

«Vieni qui,» mormorò, stringendomi a sé con una forza che mi sorprese. Le sue parole colpirono il mio petto come proiettili di piombo.
« Stringimi Michael... Cosi, sii »
Il sesso con Asia era stato una tempesta, una collisione violenta; questo era un'onda che si infrangeva sulla riva, costante e travolgente. Guardai il suo viso, i suoi occhi chiusi, la bocca leggermente aperta, e sentii un nodo di colpa serrarmi lo stomaco. Lei era qui, sotto di me, offrendomi tutto il suo amore, mentre io portavo ancora addosso i segni di un tradimento.
Provai a nascondere il turbamento, seppellendo il viso nell'incavo del suo collo. Inalai il profumo di Chloe, vaniglia e sapone, cercando di cancellare l'odore dell'auto e della collina. Le mie labbra trovarono la sua pelle, baciandola, mordicchiandola dolcemente, cercando di dimostrarle con il corpo ciò che la mia coscienza stava faticando a sostenere.

«Ti amo,» dissi, ma la voce mi uscì tremante, incrinata dal peso della menzogna. Chloe non sembrò accorgersene, o forse scelse di ignorare quel fremito, interpretandolo come l'intensità del momento.

«Anch'io ti amo,» rispose lei, sollevando il bacino per prendermi ancora più a fondo.
« Dio, come mi piace quando fai così.»
Il piacere cresceva, una pressione costante alla base della mia schiena. Chloe iniziò a gemere più forte, i suoi muscoli vaginali che iniziavano a contrarsi ritmicamente intorno al mio cazzo.
«Sì, Michael... così... non fermarti,» supplicò.
Fuori, la pioggia di Exeter continuava a battere contro i vetri della camera, un suono ritmico e malinconico che riempiva i silenzi. Non c'erano insulti, non c'erano sfide sussurrate a denti stretti. C'era solo il rumore dell'acqua e il suo respiro che si spezzava mentre mi muovevo dentro di lei

«Guardami,» le sussurrai, ma la verità era che ero io a fare fatica a reggere il suo sguardo.
Chloe aprì gli occhi. Erano limpidi, enormi, pieni di una luce che mi accecava. Lei non chiudeva gli occhi per perdersi nel piacere fisico, li teneva aperti per connettersi con me, per cercare la mia anima. E la mia anima, in quel momento, era una pozzanghera di fango.
Continuai a spingere con una costanza dolce, perdendomi nel profumo di vaniglia del suo collo, cercando disperatamente di ancorarmi a quel momento, alla purezza di quella ragazza che si donava a me senza riserve.
Poi, successe.
Chloe, travolta da un'onda di piacere, cambiò leggermente posizione. Si sollevò appena, inarcando la schiena verso l'alto per assecondare il mio ritmo, e contemporaneamente mi afferrò le spalle, piantandomi le unghie nella carne. Buttò la testa all'indietro e si morse il labbro inferiore, lasciandosi sfuggire un gemito roco, gutturale.
« mmh, yes, yess »
Fu una frazione di secondo. Un fottuto, minuscolo istante.
Ma il mio cervello malato andò in corto circuito. Non ero più nel letto di Exeter. L'odore di pulito sparì, sostituito dalla puzza di sudore e polvere. Il rumore della pioggia divenne lo scricchiolio dei sedili della Stelvio di mio padre. La schiena inarcata non era quella di Chloe, ma quella di Asia, con i pantaloni calati sulle ginocchia e quella bruciatura rossa e gonfia sul collo che mi sfidava.
Una secchiata di ghiaccio mi gelò il sangue. Il senso di colpa, unito a quel flashback violento, mi investì come un treno merci. Il mio corpo si paralizzò.
La mia erezione crollò all'istante, svuotandosi di colpo, come se mi avessero staccato la corrente.
Mi bloccai di netto, il respiro corto, i muscoli irrigiditi.
Chloe aprì gli occhi di scatto. Il suo sguardo passò dall'estasi alla preoccupazione in un battito di ciglia. Aveva sentito perfettamente il mio corpo cedere e ritirarsi dentro di lei.
Se ci fosse stata Asia al suo posto, mi avrebbe deriso. Mi avrebbe guardato con disprezzo chiedendomi se non fossi più in grado di reggere una donna come lei.
Ma c'era Chloe.

«Michael?» sussurrò, la voce carica di apprensione. Le sue mani scivolarono dalle mie spalle al mio viso, accarezzandomi le guance con una dolcezza che mi fece venire voglia di piangere.
«Amore, che succede? Stai bene? Ti ho fatto male in qualche modo?»
La sua preoccupazione genuina fu la coltellata finale. Mi ritrassi leggermente, scivolando fuori da lei, e mi passai una mano tremante tra i capelli, coprendomi gli occhi.

«Scusa... cazzo, piccola, scusa,» balbettai, cercando disperatamente una via d'uscita. La mente mi girava a vuoto.
«Io... è il viaggio. Lo stress, gli allenamenti degli ultimi giorni. Mi ha ceduto di colpo la testa, sono fottutamente esausto. E tu... tu sei così bella che mi hai mandato in tilt. Perdonami.»
Era una bugia patetica, ma era l'unica cosa che mi venne in mente per non sganciare la bomba nucleare che avrebbe distrutto la sua vita.
Chloe non si arrabbiò. Non fece l'offesa. Si sollevò su un gomito, si avvicinò e mi posò un bacio dolcissimo sulla tempia.

«Shh, non chiedere scusa. Non dirlo nemmeno,» mormorò, stringendosi contro il mio fianco, la sua pelle nuda contro la mia.
«Hai fatto un viaggio lungo, sei stanco morto. Va benissimo così, davvero. Possiamo anche solo dormire.»
Volevo morire. La sua comprensione era peggio di qualsiasi insulto. Mi sentii l'essere umano più squallido del pianeta. Non potevo lasciarla così, non potevo farle credere di non desiderarla quando lei mi stava dando letteralmente tutta se stessa.

«No,» dissi, la voce che tornava più ferma, spinta da un istinto di protezione verso di lei che lottava contro il demone di Asia.
«Ti voglio. Ho solo bisogno di un secondo per staccare la spina da tutto il resto.»
Mi voltai verso di lei. Le presi il viso tra le mani e la baciai, un bacio lento, disperato, mettendo in quel gesto tutto il bene che le volevo, sperando che bastasse a coprire il male che le stavo facendo. Le accarezzai i fianchi, il seno, scendendo con la mano fino al suo centro, massaggiandola con cura finché il suo respiro non tornò a farsi irregolare.
Sotto il tocco caldo della sua pelle, costrinsi la mia mente a svuotarsi. A guardare solo l'ombrello rosso nel grigio, solo gli occhi limpidi e verdi di Chloe. Lentamente, il mio corpo rispose. Tornai duro, aggrappandomi al presente con le unghie e con i denti.
Entrai di nuovo in lei, questa volta guidando i movimenti con una tenerezza quasi disperata. Chloe si abbandonò contro di me, mormorando il mio nome, ed io la accompagnai fino alla fine, amandola e mentendole, fino a quando non ci perdemmo entrambi nell'oscurità della camera.
Ma anche mentre lei tremava contro il mio petto, appagata e felice, io sapevo che c'era un fantasma nel nostro letto. E aveva gli occhi azzurri e cattivi di Asia.
Lei venne poco prima di me, sentii il suo corpo contrarsi all'improvviso.
« Oooh Yesss, Michaell... yess...» Ansimò con gli occhi chiusi e sfilandosi da me a causa dei suoi spasmi.
Io arrivai al limite qualche secondo dopo, riversando il mio seme completamente sul suo ventre.
Il respiro di Chloe era tornato regolare, un soffio caldo contro la mia spalla. Eravamo immersi in quel silenzio post-orgasmo che di solito è fatto di pace, ma che per me era solo il preludio a una nuova ondata di pensieri. La pioggia fuori era diventata più insistente, un tamburellare sordo che sembrava voler lavare via la colpa che mi incrostava la pelle.
Chloe fu la prima a muoversi. Si allungò verso il comodino, la mano che tremava leggermente e afferrò la scatola dei fazzoletti che teneva sempre lì, pronta per ogni evenienza. Ne prese uno, poi un altro, e con una delicatezza disarmante iniziò a pulirmi. Le sue mani erano morbide, i movimenti lenti e premurosi mentre puliva il suo ventre e il mio cazzo ancora bagnato da qualche goccia di sperma.
Ci sistemammo sotto le coperte. Clhoe si rannicchiò contro di me, cercandomi come se fossi l'unica fonte di calore al mondo.

«Michael?» sussurrò.

«Dimmi, piccola.» risposi

«Mi faresti i grattini? Sulla schiena... come piace a me.»
Sorrisi amaramente nel buio. Era la sua richiesta preferita quando si sentiva vulnerabile. Si girò, Iniziai a muovere le punta delle dita con movimenti lentissimi, disegnando spirali e carezze impercettibili sulla sua pelle vellutata. Sentivo i suoi muscoli rilassarsi sotto il mio tocco, ma il suo corpo rimaneva teso, come se stesse prendendo la rincorsa per dire qualcosa.

«Sai,» iniziò lei, con un tono che cercava di sembrare leggero ma falliva miseramente.
«In questi giorni in cui non c'eri, ho pensato tanto. A noi. A quanto tutto questo sia... diverso da qualsiasi cosa io abbia mai provato. Con te non devo fingere di essere forte. Con te non mi sento isolata.»
Continuai a carezzarla, ascoltando il battito del mio cuore che accelerava. Le bugie di prima erano ancora lì, sospese nell'aria come polvere.
Lei rimase in silenzio per qualche istante, poi si voltò sul fianco per guardarmi negli occhi. La luce della lampada sul comodino era quasi spenta, ma bastava a rivelare la serietà quasi solenne del suo sguardo.

« Devi dirmi qualcosa? Hey... ti ascolto» dissi per rompere quel silenzio.

«Si, proprio perché mi sento così... sento di dover essere onesta. Fino in fondo.» Fece un respiro profondo, uno di quelli che si fanno prima di saltare nel vuoto.
«Voglio che tu sappia tutto di me, Michael. Anche le cose che potrebbero farti cambiare idea.»
Inarcai le sopracciglia, confuso.

«Cambiare idea su cosa? Chloe, di che parli?»
Lei distolse lo sguardo, fissando un punto imprecisato sulle lenzuola. Le sue dita iniziarono ad attorcigliarsi nervosamente a un lembo del piumone.
«Ho fatto degli esami, tempo fa. Prima che ci conoscessimo. C'erano dei problemi... delle complicazioni che mi portavo dietro da anni e che non avevo mai approfondito.» Si fermò, la voce che le tremava appena.
«Il medico è stato molto chiaro. Io... io non posso avere figli, Michael. Mai. La possibilità è praticamente nulla.»
Il movimento delle mie dita sulla sua schiena si arrestò di colpo. Fu come se l'aria nella stanza si fosse improvvisamente congelata. Rimasi immobile, a fissarla, mentre le sue parole entravano nel mio cervello come schegge di ghiaccio.

«Perché me lo dici ora?» chiesi, la voce ridotta a un filo.
«Perché ti amo,» rispose lei, e una lacrima solitaria le rigò la guancia.
«E so che sei un uomo che dà importanza alla famiglia. So che potresti volere dei figli, un giorno. Non volevo aspettare che fosse troppo tardi. È meglio che le cose vengano fuori subito, Michael... piuttosto che tra due o cinque anni, in un momento in cui dirtelo farebbe solo più male a entrambi. Se questo per te è un limite... se non è la vita che sognavi... preferisco che tu me lo dica adesso.»
Fu un colpo basso. Una mazzata dritta in pieno petto che mi tolse il respiro.
Non era il fatto dei figli in sé — non ci avevo ancora pensato davvero, ero troppo impegnato a cercare di non affogare nel mio presente e cercsre di dare un senso alla mia carriera— ma era la sua onestà. La sua fottuta, cristallina, devastante onestà.
Chloe stava mettendo a nudo la sua fragilità più grande, rischiando di perdermi pur di non costruirci sopra una bugia. Mi stava consegnando il suo segreto più doloroso su un piatto d'argento, fidandosi di me, convinta che io fossi l'uomo onesto e integro che meritava quella verità.
Mentre io, avevo distrutto ogni concetto di fedeltà e rispetto.
Mentre io le nascondevo un tradimento che profumava ancora di sudore e cattiveria.
La sua purezza mi stava schiacciando. In quel momento, il contrasto tra noi divenne insopportabile. Lei era disposta a rinunciare alla sua felicità per non mentirmi; io stavo distruggendo la sua felicità proprio perché non smettevo di farlo.
«Chloe...» mormorai, attirandola a me con una forza quasi violenta, disperata.
La stringevo forte, nascondendo il mio viso nell'incavo del suo collo perché non volevo che vedesse l'orrore nei miei occhi. Lei ricambiò l'abbraccio, piangendo silenziosamente contro il mio petto, convinta che il mio turbamento fosse dovuto alla notizia che mi aveva appena dato. Convinta che io stessi soffrendo per lei.
Non sapeva che stavo soffrendo per me. Per l'uomo schifoso che ero diventato.
Ero tornato a Exeter per scappare da Asia, ma Asia era ancora lì, tra noi, un fantasma che rideva della mia rovina mentre stringevo tra le braccia una ragazza troppo buona per il mondo, e infinitamente troppo buona per me.

«Non cambia niente,» dissi, mentre una lacrima, per la prima volta, bagnava anche il mio viso.
«Non cambia assolutamente niente.»
Ma sapevo che era l'ultima, grandissima bugia. Tutto era cambiato. E io ero ufficialmente all'inferno.

CONTINUA... . .

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Sarà un piacere leggere i vostri pensieri e lasciarmi ispirare.
scritto il
2026-05-13
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