Una Nuova Storia: Serena

di
genere
incesti



Serena era cresciuta in una casa dove il silenzio pesava più delle parole. Suo padre, Vittorio, passava le giornate seduto sulla poltrona vicino alla finestra, lo sguardo perso oltre il vetro come se il mondo fosse troppo lontano per raggiungerlo. La disabilità, conseguenza di un incidente in cantiere, lo aveva reso un uomo fragile, ma non era solo il corpo a trattenerlo: era l’ombra di sua madre, Maddalena, una presenza ingombrante che aveva schiacciato ogni sua iniziativa fin da ragazzo. Serena lo vedeva come un uomo buono, ma spezzato, incapace di difendere se stesso, figuriamoci lei.
Sua madre, invece, era una donna consumata dalla fatica e dalla frustrazione. Non lavorava, non per scelta, ma perché la vita non le aveva mai dato abbastanza spazio per farlo. La casa era sempre troppo piccola, i soldi sempre troppo pochi, e le bollette sempre troppo grandi. Quando mancava qualcosa — e mancava spesso — si stringevano i denti, si tagliava dove si poteva, e si sperava che il mese successivo sarebbe andato meglio. Non andava mai meglio.
Serena era cresciuta in mezzo a questo equilibrio instabile, oscillando tra la consapevolezza di essere una ragazza brillante e carina, e la sensazione costante di non riuscire mai a esprimere davvero ciò che aveva dentro. A scuola non era mai riuscita a trovare un ritmo: i professori la definivano “intelligente ma disordinata”, “capace ma svogliata”. Lei sapeva che non era svogliata, ma non riusciva a spiegare quel caos che le si muoveva dentro, quella fatica a restare concentrata, quella sensazione di essere sempre un passo indietro.
Quando compì sedici anni, decise che la scuola non faceva per lei. Superata l’età dell’obbligo, smise di andarci. Le sue giornate si trasformarono in un susseguirsi di pomeriggi al centro commerciale, risate con le amiche, scrollate infinite sui social. Ogni tanto trovava un lavoro — commessa, volantinaggio, barista — ma durava poco. Arrivava in ritardo, dimenticava turni, si distraeva, si perdeva. E ogni volta tornava a casa con la stessa frase sulle labbra: “Non era il posto giusto per me”.
Serena però sapeva di avere un’arma che gli altri notavano prima di lei: la bellezza. I ragazzi facevano a gara per offrirle un gelato, un drink, un passaggio in motorino. Le regalavano braccialetti, rossetti, biglietti per serate. Lei accettava, spesso con un misto di gratitudine e imbarazzo, perché dentro sentiva di non meritare niente. Era come se quel potere le scivolasse dalle mani: lo possedeva, ma non sapeva usarlo.
Quando compì diciotto anni, la situazione in casa peggiorò. Le bollette si accumulavano, il frigorifero era sempre più vuoto, e sua madre era sempre più nervosa. Fu allora che ricomparve lo zio Giulio, il fratello della madre. Un uomo che portava addosso l’odore del fumo, del gioco d’azzardo e delle notti passate in posti dove la musica era troppo alta e le luci troppo basse. Aveva mille vizi e nessuna morale, ma sapeva muoversi in ambienti dove il contante girava veloce.
“Conosco un locale dove cercano ragazze,” disse alla sorella, mentre Serena ascoltava da dietro la porta. “Pagano bene. E tua figlia… beh, tua figlia ha il fisico giusto.”
La madre non rispose subito. Ma quella notte, quando Serena tornò a casa, la trovò seduta al tavolo, le mani intrecciate, lo sguardo duro.
“Domani vai a fare un colloquio,” disse senza preamboli. “Non possiamo più permetterci di mantenerti. O lavori, o te ne vai.”
Serena non ebbe il coraggio di ribellarsi. Non aveva soldi, non aveva un diploma, non aveva un piano. Aveva solo paura.
Il giorno dopo, lo zio si presentò a casa loro, Serena ,che per l’uomo non aveva mai provato molta simpatia, per il modo che aveva di parlare con la madre per il modo che da quando il suo corpo era maturato guardava lei, la inquietava.
“Allora, non sei ancora pronta?” le chiese.
Serena non capii, si che era pronta,suo mal grado da più di un ora.
“non verrai mica cosi vestita?” le domando lui.
Serena si guardò perplessa, indossa le sneaker, i leggings neri e una canotta corta rossa a maniche lunghe, non pensava di dover indossare qualcosa di diverso per un colloquio.
“Te lo avevo detto di mettere il vestito rosso” subito la rimproverò sua madre sempre pronta a darle addosso.
“quale vestito rosso?” chiese lei.
“Quello che hai messo a capodanno” le ricordò la madre.
Serena ricordò il senso di fierezza provato guardandosi allo specchio della sua camera, mentre indossava quel miniabito D&G regalo di un vicino di casa, ammaliato dalle grazie della ragazza.
“Costa un occhio, non lo metto per un colloquio” rispose decisa Serena
“metti almeno minigonna e tacchi” propose lo zio e lei ebbe un senso di fastidio nel sentire quelle parole uscire dalla bocca dell’uomo, ma restò in silenzio.
“va di la scegli qualcosa di carino e metti un po di rosso sulle labbra che sembrano smunte” le disse la madre
Serena guardò il papà che se ne stava seduto sulla sua poltrona, indifferente a tutto, sempre perso con lo sguardo fuori dalla finestra.
Si rassegno tornò in camera e fece come gli era stato suggerito un volta pronta, si ripresentò davanti alla famiglia per avere la loro approvazione
“Oh vedi, cosi stai meglio” disse Giulio osservando la nipote.
Serena si sarebbe presentata al colloquio con un vestito che non le apparteneva davvero, ma che sopratutto non aveva scelto liberamente. Lo aveva indossato perché lo zio e sua madre, visto che lei si attardava ,erano irrotti in camera sua cogliendola mezza nuda e dopo aver rovistato a lungo in quel regno del caos che era il suo armadio, violando la sua privacy e la sua intimità, glielo avevano messo in mano con un tono che non lasciava spazio a discussioni.
“questo metti questo” le avevano imposto
“Così farai una bella figura”, aveva aggiunto la madre passandole i sabot neri con il tacco alto da abbinare, senza guardarla negli occhi.
“È un locale elegante”, aveva aggiunto lo zio, con quel sorriso che a Serena metteva sempre i brividi.
Il top nero in pizzo le aderiva al corpo come una seconda pelle, lasciando scoperte le spalle e il collo. Era un capo che parlava un linguaggio adulto, un linguaggio che Serena non aveva ancora imparato a usare bene. Ogni volta che si muoveva, le spalline sottili sembravano scivolare.
La gonna lilla, corta e vaporosa, scintillava appena sotto la luce. Un colore dolce, quasi infantile, che contrastava con la sensualità aggressiva del bustier.
Guardandosi nello specchio Serena decise che, anche se avrebbe preferito farlo da sola, forse lo Zio e la madre, non avevano scelto male.
Quel contrasto raccontava tutto di lei: una ragazza ancora sospesa tra due mondi, tra ciò che era e ciò che gli adulti pretendevano che diventasse. Mentre la sistemava con le mani, con quel gesto nervoso e istintivo, infastidita dal fatto di quanto bene sua madre e il fratello la conoscessero.
Eppure qualcosa stonava.
Il suo corpo maturo, provocante, esposto in quel completo diceva una cosa, il suo sguardo anche sotto il trucco deciso, un’altra.
Negli occhi azzurri come il mare, tra i capelli biondi che le incorniciavano un viso immaturo dai lineamenti sottili, c’era un’ombra di esitazione, come se stesse entrando in una parte che non aveva mai provato, come se temesse di essere scoperta a recitare male. Non c’era sicurezza, non c’era malizia: c’era solo una ragazza che cercava di non tremare.
Serena non era una femme fatale anche se a volte si era atteggiata a tale pur sentendo quel ruolo non suo: era una ragazza che stava cercando di sopravvivere a una situazione più grande di lei. Il vestito, scelto da altri, la trasformava in qualcosa che non era, e lei lo sapeva. Ma non aveva alternative, non aveva voce, non aveva un posto dove tornare se avesse detto no.
Ci volle un ora di auto per arrivare nel luogo dell’appuntamento, un ora in cui lo Zio non le aveva staccato gli occhi di dosso, un ora in cui l’uomo mentre guidava a più riprese le aveva tenuto la mano tra le cosce lambendo piu e piu volte il bordo delle sue mutandine, pericolosamente vicino alla parte più tenera della sua natura, facendole provare un enorme disagio e brividi incoffessabili.
Fermarono davanti a un edificio anonimo, in un area industriale piena di capannoni e piccole fabbriche di ogni genere.
Un edificio basso di colore grigio, apparentemente senza finestre, con un’insegna al neon che lampeggiava anche di giorno. Il locale si chiamava “Eclipse”. Le porte erano scure, nere ,metalliche, pesanti, e sembravano inghiottire la luce, per terra rotolava sull’asfalto un tappeto rosso che aveva visto di sicuro giorni migliori.
Citofonarono per annunciarsi, gia quello parve insolito agli occhi della ragazza e l’attesa, prima che qualcuno venisse ad aprire fu per Serena interminabile.
“che volete?” disse la donna sulla sessantina, osservando la strana coppia che si era ritrovata davanti aprendo la porta.
Serena trattenne un sorriso beffardo vendendola, vecchia cariatide, troppo truccata per la sua età e con una parrucca rossa fuoco a coprirle la testa probabilmente pelata, rendendola agli occhi della ragazza un personaggio un bizzarro, la donna, che un tempo doveva essere stata bellissima ormai sembrava aver ceduto agli oltraggi del tempo , era leggermente china nella posa e il suo viso primeggiava un aria stanca, il prezzo di chi sa quanti sbagli commessi in un intera vita.
“sono qui per il signor Sergio, sono Giulio, ho un appuntamento per mia nipote, ci manda Quirino" rispose lo zio, Serena rimase sorpresa per il tono ossequioso del parente, solitamente altezzoso e arrogante e poi chi era questo Quirino di cui parlava?
“Queste è la ragazza?” chiese la donna che evidentemente, era gia stata informata
“Si lei è Serena” disse
“...non mi piace” borbottò la donna, ghiacciando il sangue nelle vene dello zio e della nipote che di certo non si aspettavano un giudizio cosi rapido
“il nome intendo, devi sceglierti un nome d’arte ,Serena è troppo banale per questo locale”
“Venite dentro, andiamo da Sergio” aggiunse facendo strada
Dentro, l’aria sapeva di profumo dolce, nicotina, e alcol. Le luci rosse e viola creavano ombre morbide sulle pareti.
Il locale era ancora chiuso: due uomini lavoravano dietro il bancone del bar, un DJ provava l’impianto dall’alto della sua postazione, e alcuni camerieri trasportavano sedie, lanciando a Serena sguardi che la fecero arrossire.
Si sentì fuori posto. Piccola. Esposta. Come se stesse entrando in un mondo che non le apparteneva e che la spaventava.
Il titolare, Sergio, li attendeva nel suo ufficio.
Sergio era un uomo sulla cinquantina, con lineamenti duri e occhi piccoli da rapace, barba lunga di alcuni giorni, collo tozzo, mascella squadrata. La camicia bianca avrebbe avuto bisogno di un lavaggio, le maniche arrotolate lasciavano intravedere braccia forti ricoperti di tatuaggi. Serena ebbe l’impressione di trovarsi davanti a un personaggio uscito da una serie sulla malavita.
“Accomodatevi,” disse senza guardarli, impegnato in una telefonata.
Serena si sedette su un divanetto basso, provando un senso di disgusto al contatto, i cuscini sembravano appiccicosi. Lo zio le fece cenno di stare tranquilla mentre lui si sedeva sull’unica sedia presente nella stanza davanti alla scrivania.
Quando Sergio finalmente posò il telefono, si voltò verso di loro. I suoi occhi si posarono su Serena con un’attenzione che la fece irrigidire.
“Allora, Serena,” disse intrecciando le dita. “Tuo zio ci ha parlato di te. Dice che sei una ragazza affidabile… e vedo che sei anche una bella picciotta.”
Lei abbassò lo sguardo, sentendo il cuore batterle forte.
“Affidabilissima,” disse lo zio Giulio, rompendo il silenzio imbarazzato della nipote.
“Alzati, cara. Fatti vedere dal signore” aggiunse incalzando la ragazza
Serena si alzò con un movimento incerto, senza sapere cosa ci si aspettasse davvero da lei. Si mise in piedi rigida, le braccia lungo i fianchi, come se fosse stata chiamata a un esame che non aveva studiato.
Sergio la osservò in silenzio, tirando una boccata dalla sigaretta appena accesa.
“Girati,” disse. “Fammi vedere bene.”
Serena obbedì, lenta, come se ogni passo potesse farle cedere il pavimento sotto i piedi.
Si voltò, poi tornò a guardarlo.
Lui non sembrava convinto.
“Qui non basta essere carina,” disse, senza distogliere lo sguardo. “Serve presenza. Sicurezza. Devi saper stare in sala sotto le luci e gli sguardi dei clienti”
Poi si rivolse allo zio, ignorando Serena come se fosse un oggetto da valutare.
“Tuo zio ti ha spiegato che questo non è un lavoro da cameriera, vero?”
Serena sentì il cuore stringersi.
Non era una domanda. Era un avvertimento.
“Certo che lo sa,” si affrettò a dire Giulio, asciugandosi il sudore dalla fronte con la manica della camicia con un tono servile, quasi spaventato, tono che Serena non gli aveva mai sentito.
Lui, che a casa faceva il gradasso, lì sembrava un cane che abbassa la testa davanti al padrone.
E questo la spaventò ,fino a farle domandare chi era l’uomo che aveva davanti e che legame avesse con lo Zio.
“su allora, spogliati” le disse Sergio ma lei rimase immobile.
“La ragazza è solo timida” cercò di spiegare lo Zio
Sergio sbuffò, come se la timidezza fosse un difetto personale inaccettabile.
“Timida non serve a niente qui dentro. Se una non regge lo sguardo, non regge, le luci, il palco”
Serena abbassò gli occhi, bruciando di vergogna.
Non sapeva cosa dire. Non sapeva cosa fare.
E forse la cosa che la feriva di più era la presenza dello zio, seduto lì, a guardarla come se fosse un prodotto da vendere che non si vendeva, ed eccolo ripiombare sulle spalle della ragazza il peso di un altro fallimento, l’ennesimo della sua vita.
“Su, Serena,” disse Giulio, con un tono che voleva essere incoraggiante ma che suonava come un ordine. “Hai sentito il signore. Fatti vedere, togli almeno la gonna.”
Serena, si senti morire di vergogna, più per il fatto di doversi spogliare davanti al fratello della madre che davanti ad un estraneo.
Pensò che, se fosse rimasta vestita, forse avrebbe conservato un’ombra di dignità. Ma per quanto ancora? Se sua madre l’avesse davvero cacciata di casa, cosa le sarebbe rimasto? Nel loro quartiere la disperazione aveva un odore preciso, l’odore delle donne che si prostituivano ad ogni semaforo, la sera riempiva le strade di ragazze che cercavano di sopravvivere come potevano, offrendo se stesse al prezzo migliore. L’idea di diventare una di loro le serrò lo stomaco: non voleva finire così, non voleva dissolversi in quella rassegnazione che vedeva negli occhi di chi aspettava ai bordi del marciapiede.
Fu quella paura, più di ogni altra cosa, a spingerla a compiere il gesto successivo. Le dita le tremavano mentre scioglieva la cintura della gonna, lasciandola scivolare a terra, un attimo dopo anche il bustier conobbe lo stesso destino finendo sul pavimento. Rimase immobile, vulnerabile, consapevole di aver oltrepassato una soglia da cui non sarebbe più tornata indietro.
L’uomo davanti a lei la osservava con un’attenzione diversa, non solo per ciò che mostrava, ma per ciò che quel gesto significava: una decisione, un passo, un abbandono. E accanto a lui, l’altro sembrava trattenere il fiato, come se la scena avesse improvvisamente assunto un peso che nessuno dei due aveva seriamente previsto, e che lui da quando la nipote aveva compiuto l’età adatta e un corpo maturo, aveva gia segretamente assaggiato spiandola ripetutamente.
Mentre Giulio la osservava, meravigliandosi per la vicinanza di quelle forme che aveva gia visto mille volte, scopri che la nipote aveva un piccolo tatuaggio monocromatico poco più grande di una moneta da due euro in alto sulla natica destra, una scimmia dall’aria felice con in mano una banana.
“quando hai fatto il tatuaggio?” le chiese ma la nipote non ebbe il tempo di rispondergli.
“sai ballare?” le chiese Sergio, Serena rimase in silenzio un attimo. Ballare, sì domando tra se e se, quello lo sapeva fare. In discoteca era sempre stato il suo terreno: luci che la accarezzavano, musica che la attraversava, e gli sguardi ,tanti, inevitabili , di ammirazione, di desiderio, di invidia e giudizio, tutti sguardi che la facevano sentire viva, desiderata, presente. Le piaceva quel gioco: muoversi e sapere di attirare attenzione, ma alle sue condizioni, con il suo ritmo, con la sua libertà.
Ma lì, nell’ufficio di Sergio, tra i muri di cemento verniciato, i scaffali pieni di faldoni e casse di liquore sul pavimento, era diverso. Lì non avrebbe ballato per essere ammirata, per divertirsi a farlo venire duro a qualche ragazzino arrapato, ma per essere valutata. Ogni gesto sarebbe stato calcolato, ogni movimento giudicato diverso da quello che poteva essere espresso in una discoteca tra coetanei che volevano solo divertirsi e avere la chance di infilarle il cazzo tra le cosce.
«Sì» rispose infine, anche se dentro sentiva qualcosa irrigidirsi.
«Bene. Vediamo» disse Sergio prese il suo iPhone e attraverso le casse bluetooth presenti sulla scrivania, fece partire della musica.
All’inizio Serena rimase immobile, mentre le note di Teardrop dei Massive Attack presero ad riempirle le orecchie, come se il primo battito della musica dovesse attraversarla per darle il permesso di muoversi. Poi, quasi senza accorgersene, lasciò che il corpo seguisse un ritmo. Non era la sicurezza sfacciata delle notti in discoteca, ma qualcosa di più timido, più trattenuto, come se stesse cercando di ricordare a se stessa chi era.
I suoi movimenti erano morbidi, misurati, eppure c’era in loro una naturalezza che non poteva essere finta. Ogni gesto sembrava nascere da un istinto che lei non controllava del tutto: un modo di muoversi che aveva imparato senza mai studiarlo, semplicemente vivendo, osservando, respirando musica, seguendo un richiamo a cui nemmeno lei sapeva dare un origine.
Per un attimo si percepì goffa, fuori posto. Ma poi la musica la prese per mano, e Serena smise di pensare. Le spalle si sciolsero, il respiro si fece più profondo, e il suo corpo trovò un equilibrio tra esitazione e audacia. Non stava più cercando di imitare la ragazza che era in discoteca, né di compiacere chi la guardava: stava semplicemente lasciando emergere una parte di sé che sapeva di avere.
Sergio la osservava con attenzione, non per giudicare ogni movimento, ma per cogliere quel momento preciso in cui la timidezza si trasformava in presenza. E accanto a lui, lo zio che di locali notturni ne aveva frequentati tanti e tante erano state le ragazze che aveva visto esibirsi, sembrava percepire la stessa cosa: che quella ragazza, pur inesperta, aveva qualcosa che non si poteva insegnare.
«Molto bene» sorrise Sergio. «Ora però vediamo la… Lap Dance.»
Serena sentì un brivido attraversarle la schiena. Sapeva perfettamente di cosa parlava: l’aveva vista nei video che guardava con le amiche, e una volta, per scherzo, l’aveva improvvisata al compleanno di un amico per i suoi diciotto anni. Una danza intima, eseguita a distanza minima, dove il gioco era proprio quello: sfiorarsi senza mai toccarsi davvero.
Per un istante si domandò se quello sarebbe stato il suo futuro. L’idea la turbava, ma allo stesso tempo sapeva che, tra tutte le possibilità che aveva davanti, quella era la meno minacciosa. Non aveva scelta: doveva superare quell’esame.
Inspirò profondamente e mosse un passo verso Sergio.
«No.» La voce dell’uomo la fermò, calma ma ferma. «non tocco mai le mie ragazze»
Quella frase la colpì più di quanto si aspettasse. Non era un divieto, sembrava quasi una regola, un confine preciso. E in quel confine, paradossalmente, Serena avvertì un inatteso senso di controllo, come se la scena che stava per vivere non fosse più una resa, ma un terreno in cui poteva ancora decidere qualcosa, ma presto scoprii che non sarebbe stato cosi.
«E allora con chi…» La domanda le morì sulle labbra. Bastò voltare appena la testa per capire la risposta: l’unico altro uomo nella stanza era alle sue spalle. Zio Giulio.
Un’ondata di rifiuto le salì allo stomaco, e si trasformò quasi in un conato. Avrebbe preferito qualunque altra cosa, piuttosto che esporsi davanti a lui. e il fatto che lo zio sembrava fin troppo pronto, quasi divertito dall’idea, lo rendeva ancora più umiliante per entrambi.
«Puoi scegliere di non farlo, cara.» La voce di Sergio era calma, quasi comprensiva spegnendo la sigaretta nel posacenere. «Se decidi di rinunciare, io non ti biasimerò»
Serena lo guardò, senza rendersi conto di quanto quella frase fosse calibrata. Non un invito, non un ordine: una trappola gentile. Sergio senza che lei se ne rendesse conto, come aveva gia fatto mille altre volte con altrettante giovani donne, la stava manipolando per portarla a fare ciò che voleva.
Poi guardò suo zio “allora Giulio, che dici per te va bene?” gli chiese Sergio
“Certo!” rispose lui ,facendo nascere un ombra di disprezzo sul volto della nipote.
Serena, riflette sapendo di non aver molto tempo, Le tornò alla mente quel compleanno di Mirko: un gioco sciocco, un’esibizione fatta ridendo, senza conseguenze. Non c’era intimità, non c’era rischio. Solo la sensazione di avere il controllo, di dettare lei le regole.
Se Zio Giulio fosse rimasto ligio alle regole, rispettoso nei suoi confronti, immobile, come aveva fatto il suo amico tenendo le mani dietro la schiena ,tutto si fosse ridotto a un ruolo da interpretare fatto senza troppa malizia o intenzione, il risultato sarebbe stato lo stesso di quella sera.
Un gioco divertente per tutti.
Inspirò lentamente.
“Sì” Decise ,si era qualcosa che, mettendo da parte l’imbarazzo, poteva affrontare.
Ma l’uomo che chi sa da quanto tempo sperava di cogliere un occasione simile, incapace di resistere al desiderio urgente, dimenticò i vincoli familiari, si mostrò poco disposto a mostrare rispetto per lei, in quanto sua nipote, figlia della sorella, come apriante ballerina e donna.
Mentre Serena si muoveva a ritmo di un nuovo brano, sinuosa su di lui, le mani dello zio erano fuori controllo, nonostante i continui inviti a tenerle a bada si muovevano sul corpo della nipote cercando di coglierne ogni dettaglio con il tatto. Soppesando i seni, saggiando la reattività dei capezzoli messi a nudo che si ergevano gonfi, irti e prepotenti , lasciando scivolare le mani tra le sue cosce fino a trovare il sesso della ragazza sotto al tessuto bagnato dei suoi slip.
La situazione in cui si era cacciata, eccitava la ragazza più di quanto sarebbe stato ammissibile ammettere.
Serena era piena di vergogna, ma innegabilmente eccitata, stava vivendo una situazione al limite della decenza, non c’era più nulla di innocente, di appena accennato, l’uomo nonostante il legame di sangue le mostrava un entusiasmo che era quello di un amante avvolto tra le spire del desiderio e lei non era da meno, cosi quando si volto verso di lui, in ginocchio tra le sue gambe e il pene dello zio fuori dai pantaloni le sventolò in faccia, lei che non aveva molta esperienza ma comunque abbastanza da capire che l’unica cosa da fare era proseguire, non esitò troppo per, abbassare il suo volto sul sesso dell’uomo e accoglierlo tra le sue labbra.
Giulio, tenendo con entrambe le mani il volto della nipote, prese a scoparle la bocca, Serena subiva docile e complice, poi quando l’uomo decise che era arrivato il momento di andare oltre, si lasciò accompagnare sul divanetto ,mentre lo zio sedeva sotto di lei, disfatte le mutandine, spalancate le cosce e cercando un equilibrio in quella posizione umiliante, afferrò il suo cazzo e lo guidò all’uscio umido della sua fica.
Si lasciò scopare, sorpresa dal piacere che stava ricevendo da quell’uomo che aveva sempre disprezzato, per il suo modo di guardarla, per il suo modo di parlarle, per le confidenze che si prendeva.
ma in quel momento, su quel divano ,mentre Sergio restava impassibile e attento alla scena li osservava non c’erano più una nipote e suo zio ma un uomo e una giovane donna che si concedevano l’un l’altra.
Giulio, venne e nel farlo appagò una fantasia che conservava da molto troppo tempo, la supplicò di mettersi ginocchia a terra ed esporre il viso, dipingendo il volto e il seno nella ragazza con il suo sperma.
Serena l’accolse, come atto dovuto e gradevole, non era la prima volta ,anche se non c’e ne erano state molte, che seguiva un simile epilogo, poi si ritrovarono distesi l’uno accanto all’altra, esausti e felici.
“molto bello” disse Sergio mentre i due si riprendevano e si rivestivano “ma non posso darti il lavoro” aggiunse
“cosa!?” chiesero entrambi Zio e nipote
“qui le ragazze ballano, certo a volte vanno un pò più in la e non ho nulla da dire se qualcuna di loro si porta… del lavoro a casa, ma se tu non riesci a resistere a tuo Zio, come puoi resistere ad un cliente pagante”
Giulio e Serena provarono a giustificarsi, spiegando che erano stati travolti dall’emozione, dall’enfasi del momento, ma Sergio fu irremovibile.
“mi dispiace questa e una azienda a conduzione familiare e non ammetto questo genere di cose” disse in fine
Serena fu colta da uno sconforto immenso, Giulio sentiva di aver perso l’occasione di tirare su parecchi soldi con la nipote se avesse cominciato a lavorare nel locale dell’uomo e invece non era stato abbastanza forte e aveva rovinato tutto
Disperati stavano per lasciare l’ufficio di Sergio
"aspettate" li fermò lui, entrambi si voltarono speranzosi
“questo posto fa più al vostro caso” disse loro porgendo un biglietto da visita
“Cosimo-Film” lesse Serena ad alta voce
“fanno film per adulti, forse li tua nipote potrà iniziare una vera e propria carriera e diventare una star” disse sergio congedandosi, chiudendo la porta del suo ufficio dietro di se.
“una porno star” aggiunse mormorando Giulio, raggionando che forse non tutto era perduto.






scritto il
2026-04-05
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