Sulla pelle di Eva Capitolo XXIII

di
genere
confessioni



Erano passate alcune settimane da San Valentino, il rapporto tra me e Michele era decisamente cambiato.
Michele aveva gettato la maschera e aveva iniziato a pretendere attenzioni ,che avrei dovuto concedere solo a mio marito, suo fratello ,io ,complice di quella nuova dinamica instaurata, non riuscivo a negargmi.
Aldo, ne restava all’oscuro, viveva la sua vita sereno andando avanti con i suoi mille impegni lavorativi, che spesso lo portavano fuori casa.
Ma un giorno avvenne qualcosa ci inatteso e eccitante.
Tutto cominciò con un messaggio, Michele mi chiedeva se potevo andarlo a prendere a casa di quell che definì un amico, mi parve subito strano, nonostante le sue difficoltà ,mio cognato si era sempre tranquillamente mosso con il trasporto pubblico ,quindi voleva dire solo una cosa, c’era qualche impedimento che lo costringeva a chiedere il mio intervento.
Un pò preoccupata presi l’auto di Aldo e mi recai all’indirizzo segnalato.
Ci volle quasi un ora, tra il tragitto fino alla mia meta e il traffico dell’ora di punta quando gli uffici chiudono, i migliaia di impiegati della città prendono le loro auto tornano a casa.
Il posto si trovava appena fuori città nell’hinterland, in uno dei tanti paesoni dormitorio che costellavano i limiti metropolitani.
Il perfetto manifesto del degrado urbano, di un edilizia mandata avanti senza una vera progettazione che tenga in considerazioni le persone.
Palazzi fatiscenti, mega condomini da centinaia di appartamenti, che davano l’idea di essere stati abbandonati all’incuria, poche attività commerciali per lo più chiuse anche se non erano nemmeno le sette di sera, fermate dell’autobus vandalizzate, qualche immancabile farmacia , kebabbari e bar con i video poker.
Fermai l’auto dove il navigatore mi segnalava l’arrivo a destinazione. Mi guardai attorno piena di ansia, ero prigioniera in un ferrro di cavallo di cemento dal colore pallido che andava dall’ocra della muratura e il nero delle infiltrazioni segnavano come tetastasi di un cancro. Ogni finestra e balcone aveva le sbarre ,segno che il vicinato non era dei più amichevoli ,immancabili erano le parabole per prendere il segnale di chi sa quale paese lontano.
Due ragazzi in sella ad uno scooter passarono accanto all’auto e guardarono dentro, i loro visi da delinquenti mi inquietarono, da ragazza ne avevo frequentati tanti di ragazzi cosi, ma ora l’effetto che avevano su di me era diverso.
Motore acceso, strinsi forte il volante e tenni pronto il piede sull'acceleratore, ma i due si limitarono a girare intorno al mio mezzo un paio di volte a urlarmi contro qualche insulto, per poi riprendere la loro strada. Ringraziando la mia buona stella, trassi un profondo sospiro di sollievo.
Promettendo a me stessa, che non sarei restata un minuto di più del necessario in quel posto dimenticato da Dio.
Nervosa, presi il telefono e chiamai Michele, non avevo nessuna intenzione di avventurarmi in uno di quei palazzi che c’erano nei dintorni, ci mise un pò a rispondermi, aveva un tono di voce strano, quasi spaventato, gli dissi che ero sotto casa del suo amico e lo invitai a scendere.
Michele ci mise un pò a rispondere , mi fu subito chiaro, ebbi la netta sensazione che stesse parlando con qualcun altro poi, mi rispose che preferiva che fossi io a raggiungerlo ,perchè, fu molto incerto nel tono usato, voleva presentarmi i suoi amici.
Mi guardai intorno, il sole ormai era tramontato, il posto con la luce serale sembrava ancora più inquietante, mi feci coraggio e gli dissi che lo avrei raggiunto.
Palazzina D ,Scala F ,4 piano. Non c’era nessuno in vista eppure sentivo gli occhi di mille estranei nel buio puntati su di me. Preso il dovuto coraggio, lasciai l’auto il più vicino possibile al portone d’ingresso e scesi.
Una donna , dalla volgarità infinita nell’aspetto e nei toni con cui si rivolgeva a me ,mi urlò contro dal balcone di casa sua afferrandosi alle sbarre, sbraitando, sostenendo che non potevo parcheggiare li, sembrava un gorilla in gabbia arrabbiato per aver saltato la cena, capendo che non c’era modo di parlamentare, la ignorai e proseguii oltre.
Mi muovevo rigida, pur se con passo affrettato attenta a dove mettevo i piedi, le scarpe leopardate con il plateau alto, non erano fatte per quella strada sconnessa dal cemento eroso dal tempo e dall’incuria, per i marciapiedi pieni di erbacce, spazzatura ovunque ma, per farsi notare per in contesti più eleganti di una casa popolare. Il portone del palazzo era spalancato, la serratura era stata evidentemente manomessa tante di quelle volte che i residenti, come recitava il rozzo cartello scritto a mano, appiccicato al muro, preferivano che restasse aperto.
Nell’androne del palazzo vicino a quella che una volta doveva essere la portineria, adibita a una specie di deposito di rottami, c’era un specchio a parete, mezzo rotto, ricoperto , di sporco, scritte e adesivi, in cui potevo comunque riflettermi.
Mi ero presentata così, senza pensarci troppo, di sicuro non mi aspettavo di ritrovarmi in quella situazione, ma capivo quanto stonassi con quel posto.
La giacca di pelle rossa corta mi sembrava improvvisamente troppo accesa, quasi un faro puntato addosso. la zip metallica rifletteva la poca luce come se volesse attirare attenzione, e io avrei voluto soltanto sparire o almeno passare inosservata.
Sotto avevo un body di pizzo nero a manice lunge e la trasparenza lasciava intravedere il regiseno ,nero anch’esso, che sollevava e sosteneva il peso delle mio seno.
Quella mattina dopo la doccia, l’avevo scelto con leggerezza, non perchè avessi un appuntamento particolare, semplicemente perché mi andava di indossarlo.
Ma ora mi sembrava inappropriato.
Di sicuro era più adatto ad aperitivo con amici in centro che non in mezzo a un quartiere che odorava di muffa, cemento, disperazione e rassegnazione. Il pizzo, le trasparenze, in quel contesto, in quella situazione, mi dava l’impressione di essere nuda. Ogni filo della trama di quel capo, sembrava un errore di valutazione, un’esibizione involontaria, facendomi sentire ancora più vulnerabile. come indossare una minigonna ad un funerale o entrare mezza nuda in un bar pieno di ubriachi.
I jeans a vita alta effetto push-up mi stringevano addosso, mentre camminavo sentivo il tessuto tirare sulle cosce, sui glutei, sull’inguine, come se cercasse di mettermi in allerta, e volesse ricordarmi che quello non era affatto il mio posto, ma per qualcosa che non avrei mai voluto affrontare.
Strinsi le dita sulla mia pochette cercando il coraggio di avanzare, le unghie lunghe appena rifatte smaltate di rosso scuro, gli anelli ,pezzi di gioielleria non bigiotteria in oro e pietre preziose erano decisamente fuori luogo, quasi ridicolo ed avevo l’impressione che avrebbero potuto mettermi in pericolo ma, non avevo tempo per rimuoverli.
Avanzavo, cercando di darmi coraggio, ogni passo era un equilibrio precario, un gesto che tradiva la mia estraneità e la mia insicurezza. Stringevo tra le mani la borsetta di pelle nera, come se dentro avessi un arma o qualcosa che avrebbe potuto salvarmi al vita ma dentro eccetto il mio smartphone, pochi effetti personali, un rossetto ,un mazzo di chiavi, un tampone, e un paio di slip puliti di emergenza, non c’era niente che avrei usare a tale scopo.
L’ascensore era guasto dovetti fare le scale a piedi. I muri erano pieni di scritte e graffiti, l’odore di muffa, urina era ovunque. Incappai, in un preservativo usato lasciato su uno scalino, più avanti in quelle che sembravano feci umane. Cercando di trattenere il disgusto e il fiato ,feci di corsa il resto delle rampe che mi separavano dalla mia meta. Poco prima di essere giunta al piano, incontrai un anziano, dall’odore che si portava a dosso non doveva fare una doccia da settimane, portava a spasso il suo cane un piccolo meticcio malconcio e zoppicante, di certo più amichevole del suo padrone che nemmeno mi guardò in faccia, ma che si prese il lusso di toccarmi il culo quando mi inchinai a salutare il suo compagno a quattro zampe, prima di proseguire fischiettando.
Quando finalmente arrivai al piano mi sfuggì un’imprecazione tra i denti. Da entrambi i lati, come ai piani precedenti, si apriva un corridoio interminabile punteggiato da una fila di porte tutte uguali. Michele, ovviamente, si era dimenticato di dirmi il numero dell’interno.
Presi il telefono e lo richiamai. Nessuna risposta. Seguii allora la suoneria del suo cellulare, quel motivetto irritante che conoscevo fin troppo bene. Era inconfondibile e mi guidò fino a una porta. Solo all’ultimo mi accorsi dell’uomo enorme che era comparso dal nulla e si era piazzato davanti a me, braccia incrociate, in silenzio, fissandomi con un’espressione minacciosa.
Quasi due metri per almeno centotrenta chili, valutai in un lampo. Pelle pallida, occhi scavati come quelli di chi non dorme da giorni, capelli rasati, tatuaggi ovunque la pelle fosse visibile. Vestito completamente di nero, cosa che lo rendeva ancora più intimidatorio. Alla vita portava un marsupio rigonfio, pesante, che lasciava intuire qualcosa di solido al suo interno, forse un’arma.
Provai a sorridergli ma lui rimase immobile, con la stessa maschera di pietra con cui mi aveva accolto.
Il panico mi prese alla gola. Balbettai che ero lì per Michele, che ero sua cognata, ma l’uomo mi guardò come se non avesse capito una sola parola di ciò che avevo detto.
Si limitò a farmi un cenno, un gesto secco che mi invitava ad aprire le braccia. Capì subito che non era il caso di contraddirlo. Ne seguì una perquisizione autentica, lenta, minuziosa, quasi metodica. Il mio abbigliamento aderente avrebbe reso impossibile nascondere qualsiasi cosa, eppure lui si soffermò con particolare attenzione sulle zone più sensibili, tra le natiche, sul cavallo dei miei jeans.
Ero terrorizzata. Rimasi immobile anche quando fu evidente che il suo intento di cercare oggetti indesiderati era stato sostituito da qualcosa di più volgare, un’esplorazione aperta e deliberata del mio corpo.
Quando si ritenne soddisfatto passò alla mia borsetta. Non potei fare altro che porgergliela. Il mio viso si incendiò quando trovò il perizoma nero che tenevo di scorta. Sorrisi, feci spallucce e mormorai che era per le emergenze.
Lui rimase impassibile. Mi restituì le mie cose e bussò tre volte con il pugno alla porta alle sue spalle.
La porta si aprì e ne uscì un ragazzo magro, forse nemmeno ventenne. Biondino, pieno di tatuaggi, l’aria da maranza di periferia. Indossava una tuta bianca e oro che sembrava più costosa di tutto il resto dell’edificio messo insieme, e aveva i piedi scalzi. Mi fissò a lungo mentre svapava dalla sua sigaretta elettronica, espirando una nuvola dolciastra che mi avvolse come un giudizio. Aveva uno sguardo che mi fece sentire sporca, fuori posto, come se avesse già deciso chi ero.
Mi chiese se ero la tipa di Michele. Lo corressi, precisando che ero sua cognata. Lui fece spallucce, come se non gliene importasse nulla, e con un gesto pigro mi invitò a entrare.
L’appartamento era un bilocale minuscolo, lo specchio perfetto dello squallore del palazzo. Pochi mobili, quasi tutti vecchi o rovinati. Spazzatura ovunque. I muri erano coperti di scritte oscene, stratificate nel tempo come muffa. L’unica cosa che stonava in quel degrado era un’enorme TV LED da centotrenta pollici, con accanto una consolle di ultima generazione. Davanti, un divano di pelle a tre posti che sembrava aver assorbito ogni liquido possibile, come se fosse vivo e malato.
Oltre al ragazzo che mi aveva aperto, ce n’erano altri due. Uno era un armadio da palestra, capelli rasati, tuta rossa, l’espressione un po’ vuota di chi non ha mai avuto un pensiero complicato in vita sua. L’altro era il suo opposto, un classico nerd con gli occhiali, jeans e una maglietta di Spiderman, seduto rigido come se avesse paura di toccare qualcosa.
E davanti a loro, in piedi, impalato come un animale finito sotto i fari, con un’espressione terrorizzata che non gli avevo mai visto, c’era Michele.
I due si voltarono verso di me e, senza perdere tempo, iniziarono a elargire quelli che per loro dovevano essere complimenti. Li ignorai, per quanto fosse possibile. In un ambiente del genere l’insulto e il poco rispetto verso le donne erano la norma, quasi un linguaggio interno. Non avevo intenzione di farmi trascinare in quel gioco.
Mi rivolsi direttamente a Michele. Gli chiesi come stava e cosa ci facesse lì. Dubitavo seriamente che qualcuno di quei tre potesse essere un suo amico. Lui rimase immobile, rigido, senza il coraggio di guardarmi. Teneva gli occhi puntati sul ragazzo biondino, come se aspettasse un cenno, un permesso per aprire bocca.
Era assurdo. Michele aveva le sue difficoltà a relazionarsi, certo, ma quei mocciosi avevano la metà dei suoi anni. La cosa mi indignò, e forse fu proprio quella indignazione a darmi la spinta per prendere l’iniziativa.
Chiesi senza giri di parole, cercando di sembrare più sicura di quanto fossi, chi fossero, come conoscessero Michele e cosa volessero da lui… o da me.
A parlare fu il biondino, quello che mi aveva aperto la porta. Non ci volle molto per capire che, tra i tre, era lui a dettare il ritmo. Si presentò come il Rospo, mentre gli altri due erano Jack e Mentina. Fatti i convenevoli, andò dritto al punto.
Ed ecco il momento che temevo. Peggio ancora, la sensazione di essere alla sbarra, come se la colpevole fossi io. Il Rospo affermò che Michele aveva parlato a lungo di me, indugiando su dettagli che avrebbero dovuto restare tra noi. Poi si spinse oltre, dicendo di aver raccontato ai suoi amici non solo i nostri incontri, ma anche particolari della mia vita più intima, della mia promiscuità, situazioni di cui era stato testimone e che nessuno avrebbe dovuto conoscere. Aggiunse che, pur essendo sposata con suo fratello, davanti alle sue pretese non mi ero tirata indietro, anzi che ero stata attivamente complice in quel tradimento. Sentii il sangue gelarsi. Il mio nome, il mio corpo, la mia intimità, tutto messo alla berlina, dato in pasto a tre estranei , tre ragazzini per giunta, che mi osservavano come se avessero già deciso chi ero, come se il giudizio fosse stato emesso prima ancora che potessi aprire bocca.
Eppure non potevo contraddirli.
Non potevo negarlo ,ormai il rapporti sessuali con mio congato erano quotidiani ,anche se continuava o fingermi vittima delle situazione ,mi impegnavo ad esaudire i suoi bisogni ,fantasie, per quanto a volte degradanti, attraverso di esse trovavo la mia soddisfazione.
Eppure non vivevo quegli amplessi con mio cognato come un tradimento verso Aldo. Mio marito mi amava davvero, e anche nei nostri incontri quel sentimento era sempre lì, tenero, premuroso, più attento ai miei bisogni che ai suoi. Con Michele era diverso. Per lui era un atto carnale e basta, puro, primitivo, essenziale. Proprio quella brutalità lo rendeva altro, lo rendeva necessario per entrambi e, in un certo modo, utile persino a mantenere vivo il mio matrimonio.
Purché Aldo non ne fosse consapevole. Questo era l’unico limite che mi ero imposta. In ogni caso ribadii chiaramente, cercando di non mostrare il minimo timore, che la mia vita privata mi apparteneva. Così come apparteneva a Michele e a mio marito, nonostante l’errore che avevamo commesso.
Il ragazzo annuì, ma aggiunse che da quando Michele aveva contratto un debito con loro, un debito acceso per comprarmi il regalo di San Valentino, i nostri fatti erano diventati anche i loro.
Lo guardai senza riuscire a nascondere lo shock. Michele mi aveva mentito. Mi aveva detto di aver messo da parte i soldi per quel regalo, il braccialetto d’oro bianco che portavo al polso proprio in quel momento. Se avessi saputo che era il frutto di un prestito a interessi con dei delinquenti, non l’avrei mai accettato.
Michele abbassò lo sguardo, incapace di sostenere il mio, pieno di rabbia e delusione.
Ma i miei sentimenti traditi andavano messi da parte. Non era il momento di cedere, era il momento di trovare una soluzione. Se si trattava solo di soldi, sarebbe stato semplice: i soldi non erano un problema. Chiesi la cifra, pronta ad andare al bancomat più vicino e chiudere la faccenda. Ma dai loro sguardi capii subito che non era quello che cercavano. O meglio, i soldi non sarebbero bastati.
Il Rospo fece un cenno al palestrato, che prese il telecomando e accese la TV. Mi sentii bruciare il viso quando comparve uno dei video che Michele aveva registrato durante i nostri incontri. Avevo sempre detestato quell’abitudine, ma alla fine avevo ceduto, fidandomi della sua promessa di non mostrarli a nessuno. Ora la mia fiducia era lì, proiettata su uno schermo enorme, davanti a tre sconosciuti.
Chiesi se volevano ricattarmi. Il Rospo rispose che era una possibilità. Disse che avevano fatto qualche ricerca e che, se avessero caricato quel video sulla homepage dell’azienda di Aldo, mio marito non l’avrebbe presa bene. Sentii il cuore in gola. Non era solo rabbia. Era paura. La consapevolezza improvvisa di quanto fosse fragile tutto ciò che avevo: Aldo, la vita che mi ero costruita, la mia reputazione. Tutto appeso a un file.
Vedendo la mia reazione, il ragazzo si alzò. Quando mi fu vicino, mi prese il mento con un gesto sorprendentemente delicato, costringendomi a sollevare lo sguardo. I suoi occhi verdi si piantarono nei miei. Era un ragazzino, arrogante e immaturo, mi irritava solo guardarlo, eppure emanava una sicurezza feroce, una forza interiore forgiata forse da una vita difficile gia in giovane età. Mi colpì con uno schiaffo, un buffetto leggero, un gesto di enorme confidenza, confidenza che non gli avevo concesso. Lo fissai pronta a rispondergli, ma mi trattenni, la sua era il tipo di sicurezza che rende pericolosi certi uomini, e in un modo che detestavo riconoscere, anche affascinanti.
Scacciai quel pensiero che mi fece fremere , in maniera sbagliata, ma non arretrai. Lui se ne accorse e lo scambiò per una mia resa ,pensando di avere il controllo passò all’azione. Non servivano gesti espliciti: bastava il modo in cui si muoveva, lento, misurato, facendo scivolare le mani sul mio corpo esplorando ogni mia curva , ogni piega e rotondità, come se stesse perlustrando un territorio che già considerava suo. Ogni centimetro che percorreva sul mio corpo tra noi era una dichiarazione di potere. Ogni suo gesto era un promemoria del fatto che, senza condizioni, in quella stanza, ero io la parte vulnerabile e lui il Boss.
Gli chiesi cosa voleva, anche se era ormai evidente e quando la sua mano si infilò nei miei pantaloni fu chiaro che ciò che pretendeva come riscatto era tra le mie gambe.
Mi sorrise, annusandosi la mano che aveva tenuto sul mio inguine e mi rispose che voleva verificare una teoria e che cercava un pò di compagnia per se e per i suoi ragazzi.
Disfatta la giacca di pelle, lasciata la mia borsetta su un tavolino, rimasi immobile davanti a loro, mi fu chiesto di togliere anche i jeans .
Cosi feci senza esitare, chiedendo però di poter rimettere le scarpe , proprio non mi andava di stare scalza su quel pavimento lurido e stranamente appiccicoso che avevo sotto i piedi. Mi ritrovai seduta sul divano, circondata dai tre ragazzi e Michele in un angolo della stanza a guardarci, rassegnata al mio destino eppure, l’intera situazione accendeva le mie fantasie e il mio corpo si preparava a quello che mi aspettava.
Le calze autoreggenti a micro‑rete nere mi sembravano una scelta stupida, quasi infantile, mentre salivo le scale del loro palazzo. Mi stringevano le cosce e mi facevano sudare le mani, come se ogni nodo della rete amplificasse il battito del mio cuore. Non avrei mai pensato di doverle mostrare a qualcuno, tantomeno a tre ragazzini che giocavano a fare i duri con la stessa leggerezza con cui altri alla loro età giocavano alla PlayStation. Eppure ero lì, e sapevo benissimo perché, cosa pretendevano da me e con quale vile ricatto me lo stavano estorcendo.
Mentre li guardavo, mentre sentivo le loro mani su di me, mi resi conto, che non erano uomini fatti, erano poco più che bambini cresciuti troppo in fretta, ne avevo conosciuti molti durante il mio volontariato, ma questi mi sembravano diversi, più cinici, più amaramente adulti, forse persino ,irrecuperabili. Avevano quell’aria da maranza appena maggiorenni, convinti che il mondo dovesse piegarsi alla loro voce, e che un debito non pagato fosse un’occasione per dimostrare chi comandava. Paradossalmente ero arrabbiata più con Michele che con loro ,Mio cognato aveva sbagliato, sì, ma io avevo sbagliato a credere che sarei riuscita a tenermi fuori da tutto questo semplicemente con il denaro. E invece eccomi, con il fiato corto e la rete che mi graffiava la pelle a ogni movimento.
Il nodo allo stomaco si fece più intenso, Non era solo paura. Era la consapevolezza che, in qualche modo, avevo contribuito a rendere possibile quella scena. Anche se ignara di quello che mi aspettava, avevo accettato di venire, avevo accettato di parlare con loro, e avevo accettato di togliermi i pantaloni e di usare il mio corpo come leva, una nausea improvvisa mi aveva riempito la gola.
Mi chiesero di aprire le gambe e mostrare loro il mio pube celato sotto il sottile tassello leggero del mio body
La rete si tendeva appena mentre mi muovevo, e quella sensazione mi faceva sentire esposta prima ancora di compiere a pieno quel gesto. Loro mi guardavano , senza chiedermi il permesso mi toccavano, con quella curiosità sporca e immatura che hanno i ragazzi che non hanno ancora capito il peso delle conseguenze o di come funziona il corpo di una donna. Io tremavo, ma non solo per loro, non solo per la situazione senza via di scampo in cui ero finita ,situazione che era iniziata molto tempo prima ,quando non avevo avuto la forza di reprimere gli istinti di mio cognato e il suo desiderio verso di me. Tremavo perché una parte di me sapeva che stavo entrando in un territorio non di certo a me sconosciuto, quello in cui la paura e il bisogno, la vergogna e la ragione, ancora una volta, si confondono fino a diventare la stessa cosa.
Mi chiesero di aprire il tassello sul mio intimo ,la cui privacy era garantita da due piccoli bottoni invisibili a pressione per mostrare loro la mia vagina.
Quella cosa mi sorprese, nel chiederlo , senza pretenderlo, cercavano di rendermi complice attiva del loro capriccio, di quel loro abuso, mi sorprese meno la mia disponibilità ad assecondarlo.
Cosce aperte, inguine esposto. non ci volle il loro appunto, per sapere che la mia fica era visibilmente umida.
Le reazioni del mio corpo, ancora una volta, mi mettevano a disagio ancora prima di riconoscerle. Era come se la ragione fosse messa da parte, come se qualcosa si muovesse sotto la pelle senza aspettare il mio consenso. Sentivo il calore salire tra le cosce, un calore che non avevo chiesto, che anzi cercavo di soffocare. Eppure, ostinata, più cercavo di ignorarlo, più diventava evidente, come un errore che non riuscivo a cancellare.
Mi chiesero di schiudere l’interno se in esso cercassero un indizio, una prova di colpevolezza.
Le piccole labbra si gonfiavano appena, un rigonfiamento che nessuno avrebbe notato, ma che potevo sentire sotto le dita, un segnale che cercava di mettermi in allerta ma che finii per ignorare. Ogni pulsazione era un rimprovero, un richiamo a qualcosa che non volevo affrontare. Il clitoride si ergeva, cominciando a mostrarsi al mio pubblico, diventava più sensibile, troppo sensibile, come se ogni fibra nervosa si fosse accesa contro la mia volontà. Bastava il contatto per farmi irrigidire, e gli sguardi fissi su di me di quei ragazzi, non mi aiutavano a mantenere il controllo, lo stato della mia vagina mi faceva sentire colpevole, come se stessi tradendo me stessa.
Dentro era peggio. La lubrificazione arrivava sempre troppo presto, troppo facilmente, come una risposta automatica che non riuscivo a controllare e cominciava a manifestare i suoi segni all’esterno. Era una sensazione umida, densa, calda, che mi faceva vergognare. Mi sembrava di essere complice del mio stesso disagio. Le pareti interne si distendevano, si aprivano appena, un movimento involontario che percepivo come un cedimento. E ogni volta che mi ritrovava in situazioni eccitanti, mi chiedevo perché, perché proprio adesso, perché proprio così.
Il Rospo visto il mio impegno, venne a darmi una mano, e senza chiedere il permesso introdusse in dito indice dentro di me.
Fu come se una barriera invisibile si dissolvesse definitivamente.
Le labbra si serrarono attorno al suo dito, le contrazioni del pavimento pelvico arrivavano a ondate, piccole, quasi impercettibili, ma abbastanza forti da farmi perdere il fiato per un istante. Cercavo di trattenerle, di bloccarle, ma più le contrastavo ad ogni suo affondo, mentre cercava di farsi strada dentro di me, più si facevano sentire. Era come se il mio corpo avesse una memoria che io non volevo riconoscere, una memoria che si attivava nei momenti peggiori, nei momenti in cui le mie difese avrebbero dovuto essere più invalicabili.
Presi ad ansimare.
I ragazzi ridevano delle miei reazioni mentre il loro amico mi profanava, e aggiungeva prima una poi due alla sua intrusione, io non potevo che restare immobile, non volevo far altro, che essere parte di quel gioco.
La cosa che mi faceva più paura era la contraddizione. Potevo essere nervosa, spaventata, arrabbiata, e il mio corpo reagiva comunque. Come se non gli importasse nulla delle mie intenzioni, delle mie paure, delle mie scelte. Come se avesse un linguaggio tutto suo, un linguaggio che mi metteva a nudo palesando la mia innegabile natura.
Cercai Michele con lo sguardo, se ne stava nel suo angolo osservando la scena, nel suo viso ,la paura , l’ansia , il senso di colpevolezza, era stata sostituita da qualcosa che riconoscevo bene ,eccitazione.
Quando il Rospo seguì il mio sguardo, senza badare ai miei interessi, invitò Michele ad avvicinarsi, lui non se lo fece ripetere due volte.
Il cavallo dei pantaloni era rigonfio della sua erezione, la cosa fu palese a tutti , e dopo il biasimo per entrambi, il Rospo lo invitò a fare gli onori di casa.
Michele non esitò nemmeno un attimo, tirato fuori il cazzo dai pantaloni lo appoggio all’ingresso della mia vagina e senza alcuna remora, per ciò che la sua scelleratezza mi aveva costretta a subire, mi penetrò con decisione.
Protestai ma senza convinzione ,solo per dare forza al ruolo che ero chiamata ad interpretare.
Con la forza i tre ragazzi mi tenevano ferma sul divano, uno dietro di me, per le spalle gli altri due facevano si che le mie cosce fossero sollevate e ben spalancate, mentre il cazzo di mio cognato , agevolato dalla mia condizione, spinta dopo spinta, si faceva varco dentro di me fino in fondo.
Michele andò avanti finché poteva poi esausto, cercando di evitare il mio sguardo, raggiunto il suo limite, saturò con il suo liquido seminale, il mio utero, con una abbondanza che non aveva mai fatto prima.
Non era la fine del mio lascivo supplizio, ma solo l’aperitivo, a turno uno dopo l’altro e poi ancora e ancora il gruppetto si diede il cambio.
In quell’amplesso condiviso, non rimasi a lungo inerte, anzi ne fui guida attiva ,pur recitando la parte della martire, li portavo a fare ciò che volevo e quando arrivò la pretesa da parte loro ,compreso mio cognato di ottenere la mia attenzione in contemporanea mi resi disponibile.
Il mio corpo cambiò forma, lo adattai per fa si che potesse accoglierli in contemporanea, senza escludere nessuno di loro.
La mia bocca, il mio ano e la mia fica, si prodigano al fine di soddisfarli e attraverso di loro di soddisfare me stessa, travolta dal fuoco che mi bruciava dentro, lasciai che ogni cavità del mio corpo , piu e piu volte, fosse ricolmata del loro sperma.
Due ore dopo, soddisfatto il mio debito, assicuratami che avrebbero cancellato il video in loro possesso, lasciai l’appartamento ,a stento mi reggevo sulle gambe non solo per il dolore che affliggeva ogni fibra del mio corpo ,ormai stremato, ma per il piacere che ad ondate ancora lo sconvolgeva, Michele mi seguiva a distanza, restando in silenzio.
Ogni centimentro della mia palle e del mio intimo ormai a brandelli, era stato trasformato ricettacolo di umori e liquidi corporei.
Per fortuna non incontrammo nessuno che potesse essere testimone della mia condizione.
Salimmo in macchina, ripresi il fiato, cercai nel possibile di ridarmi una sistemata, asciugandomi lo sperma che ancora mi colava dalle labbra con il torso della mano e sistemandosi i capelli resi appiccicosi dagli eventi.
Mi appoggiai al volante cercando di rimettere assieme i pezzi di me.
Poi, senza neanche guardarlo, chiesi a Michele come aveva conosciuto quei ragazzi, mi confessò che uno di loro ,Mentina, era il cugino di uno dei ragazzi che frequentava la sua stessa comunità , si era reso disponibile a fargli un piccolo prestito per il mio regalo.
Non avevo voglia di rimproverarlo, non ne avevo la forza e in parte mi sentivo colpevole, mio cognato non era del tutto capace di fare le scelte giuste ,sentivo, ancora una volta, di aver mancato nel mio dovere di tutelarlo.
Improvviso, si fece presente un bisogno impellente, la mia vagina e il mio utero erano pieni di aria e sperma che chiedeva di essere liberata, L’urgenza era tale da non poter essere posticipata, senza perdere tempo aprii la portiera del SUV , abbassai i pantaloni ,spostai di lato il body, mi accovacciai sull’asfalto e lasciai andare la vescica.
Michele vedendomi esposta ,indifesa, non perse l’occasione, scese dall’auto fece il giro per raggiungermi, non feci in tempo a comprendere il suo intento, che mi ritrovai il suo uccello in bocca e tenendomi per le orecchie prese a scoparmi la faccia.
Era incredibile che , a differenza di me stremata, lui non sembrava ancora sazio, aveva ancora la forza per un altro incontro. Realizzai in fretta, che il sesso orale non gli sarebbe bastato, inevitabilmente mi ritrovai piegata sui sediolino del conducente mentre lui mi chiavava da dietro tenendomi saldamente per i fianchi, spingendo e pompando, fino a all’ultimo e riempiendomi di nuovo l’utero che ,a fatica ,avevo appena svuotato.
Era stato l’istinto a guidarlo e a dargli la forza e io non potevo ,ne volevo ,oppormi.
Ripreso un minimo di forze tornai sul SUV avviai il motore, aspettai che lui salisse e restando in silenzio tornammo verso casa.
scritto il
2026-02-07
2 5
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Sulla pelle di Eva Capitolo XXII

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.