Il Colloquio che Non Dimenticherò
di
Panny
genere
confessioni
Elena bussò alla porta dell'ufficio con le mani che le tremavano un po'. Aveva ventiquattro anni, fresca di laurea, e quel colloquio per l'assistente amministrativa era l'unica opportunità decente da mesi. Indossava una gonna a tubino nera, camicetta bianca inamidata, tacchi modesti. Non si aspettava niente di strano, solo domande sul curriculum.
La porta si aprì e un uomo sui trent'anni, alto, con un completo grigio e un sorriso da predatore, la fece entrare. "Ciao, Elena. Io sono Marco, il figlio del capo. Papà è in riunione, ma mi ha chiesto di gestire io il colloquio." La fece sedere di fronte alla scrivania massiccia, l'ufficio lussuoso con vista sulla città.
Parlarono per dieci minuti di esperienze, competenze. Poi Marco si sporse in avanti, gli occhi che le squadravano le gambe accavallate. "Sai, Elena, qui cerchiamo gente disposta a tutto per l'azienda. Tu sembri... flessibile." Lei arrossì, confusa. "Cosa intende?"
Lui rise piano. "Intendo che per questo posto, dovrai dimostrarmi quanto lo vuoi. Inginocchiati e succhiami il cazzo, puttana." Le parole la colpirono come uno schiaffo. Elena sentì lo stomaco rivoltarsi, ma pensò alle bollette, all'affitto arretrato. "Io... non posso. È sbagliato." Ma la voce le uscì debole.
Marco si alzò, si slacciò la cintura. "O lo fai, o esci da qui senza lavoro. Scegli." Lei esitò, le lacrime che le pungevano gli occhi, ma si alzò piano, si inginocchiò sul tappeto morbido. Si sentiva sporca, una merda, come se stesse vendendo l'anima per un salario minimo.
Lui tirò fuori il cazzo, già semi-eretto, venoso e grosso. "Apri la bocca, troia." Elena obbedì, le labbra tremanti, prendendolo piano in bocca. Il gusto era salato, muschiato, con un velo di sudore da ufficio. Succhiò esitante, la lingua che sfiorava la cappella calda, sentendo il calore pulsare contro il palato. Marco gemette, le mani nei suoi capelli castani, spingendola più in fondo. "Brava, succhia come una brava puttana."
Lei provava disgusto misto a vergogna, la bocca piena di quel sapore estraneo, la saliva che le colava agli angoli delle labbra. Non era brava, tossiva un po' quando lui spingeva troppo, ma si lasciava guidare, gli occhi chiusi per non vedere. Lui invece sentiva un brivido di potere, il calore umido della sua bocca inesperta che lo avvolgeva, eccitandolo da morire. Spingeva i fianchi, scopandole la bocca piano, godendo della sua sottomissione.
"Dai, leccalo bene," ordinò, tirandolo fuori per farle leccare l'asta. Elena obbedì, la lingua che tracciava le vene, assaporando quel gusto amaro che le dava la nausea. Si sentiva una prostituta da quattro soldi, le guance in fiamme per l'umiliazione, ma continuava, pensando al contratto. Marco ansimava, il piacere che montava, la vista di lei in ginocchio che lo faceva sentire un re.
Dopo qualche minuto la fermò, ansimante. "Alzati, puttana. Appoggiati alla scrivania." Elena si alzò barcollante, le ginocchia rosse, il rossetto sbavato. Si chinò sulla scrivania, la gonna che le saliva sui fianchi. Marco le alzò la gonna con un gesto rude, scoprendo il tanga nero. "Guarda qui, una puttana vera. Sotto la gonna da santarellina hai il perizoma da troia. Lo sapevo che eri una zoccola."
Lei arrossì violentemente, mortificata. "Non è... non lo facevo apposta." Ma lui rise, le abbassò il tanga fino alle caviglie, esponendo la sua figa un po' pelosa, con una peluria scura e disordinata che non aveva curato, non aspettandosi niente del genere. "E guarda questa figa pelosa, sembri una selvaggia. Ti piacerà lo stesso, eh?"
Le sfiorò le labbra gonfie con le dita, trovandola già umida nonostante tutto – il corpo traditore. Elena quasi piangeva, le lacrime che le rigavano le guance, sentendosi sporca, usata, una nullità. "Per favore... fai piano," sussurrò, ma lui ignorò, posizionando la cappella contro l'ingresso. Spinse dentro con un colpo secco, entrandole fino in fondo.
Elena gemette di dolore misto a qualcosa di indesiderato, la figa che si tendeva intorno al suo cazzo grosso, i peli che sfregavano contro la base di lui. Si sentiva invasa, violata, le pareti interne che pulsavano contro l'intruso caldo e rigido. Quasi singhiozzava, le mani aggrappate al bordo della scrivania, il legno freddo contro la pancia. "Fa male... ti prego," balbettò, ma le lacrime la facevano sentire ancora più umiliata.
Marco invece provava un'estasi pura, la figa stretta e pelosa che lo avvolgeva come un guanto caldo e bagnato, i peli che gli solleticavano le palle mentre pompava dentro e fuori. "Cazzo, sei stretta, puttana. Piangi pure, mi ecciti di più." Spingeva forte, i colpi ritmici che facevano sbattere i loro corpi, il rumore bagnato che echeggiava nell'ufficio. Godendo della sua resistenza, del modo in cui lei si lasciava scopare senza reagire, solo subendo.
Lei quasi piangeva davvero ora, ogni spinta che le mandava ondate di dolore e un piacere forzato, la figa che si bagnava contro la sua volontà, facendola sentire una traditrice del suo stesso corpo. "Basta... per favore," mormorò tra i singhiozzi, ma continuava a stare lì, piegata, per quel maledetto lavoro. Marco accelerò, le mani sui suoi fianchi, tirandola indietro contro di sé, sentendo l'orgasmo montare ma fermandosi appena in tempo.
"Tirati su, troia. Inginocchiati di nuovo." Elena obbedì piano, le gambe tremanti, la figa dolorante e gocciolante. Si inginocchiò, il viso rigato di lacrime e mascara colato. Marco le prese la testa, spingendole il cazzo in bocca, ancora bagnato dei suoi succhi. "Succhia, assaggia la tua figa pelosa sul mio cazzo."
Il gusto era un misto orrendo: salato del suo seme pre-eiaculato, misto all'acido dolce della sua eccitazione, i peli della figa che le sfregavano le labbra. Elena succhiò piano, disgustata, sentendosi la più sporca delle creature, una che si vendeva per un posto da segretaria. Le lacrime le colavano sul mento mentre lui scopava la sua bocca con colpi brevi.
Marco gemette forte, il piacere che esplodeva. "Sto per venire, puttana. Apri la bocca." Tirò fuori il cazzo all'ultimo, masturbandosi veloce. Il primo schizzo le finì in bocca, caldo e denso, salato come sperma fresco, riempiendole la lingua di quel gusto appiccicoso. Lei esitò, quasi vomitò, ma ingoiò un po', sentendosi lurida oltre ogni limite.
Gli altri schizzi le colarono sulla faccia: uno sulla guancia, bianco e cremoso che le scivolava giù, un altro sul naso, gocciolando verso le labbra. Elena chiuse gli occhi, le lacrime che si mischiavano allo sperma, provando un disgusto profondo, come se fosse marchiata per sempre. "Brava troia, ti sei sporcata bene," disse lui ridendo, pulendosi il cazzo sulla sua camicetta.
Marco si ricompose, sistemandosi i pantaloni. "Hai il posto, Elena. Inizia lunedì. E ricordati, se vuoi tenere il lavoro, potrei chiamarti di nuovo." Lei annuì piano, ancora in ginocchio, lo sperma che le colava sul viso, sentendosi spezzata, usata, ma almeno con un lavoro. Si alzò barcollante, pulendosi alla meglio con un fazzoletto dalla borsa, le gambe deboli e la figa che pulsava di dolore.
Uscì dall'ufficio con la testa bassa, il sapore di lui ancora in bocca, lo sperma secco sulla pelle. Si sentiva una puttana vera, proprio come l'aveva chiamata, e le lacrime non smettevano di scorrere mentre prendeva l'ascensore. Ma lunedì sarebbe tornata, per lo stipendio, per sopravvivere.
Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
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La porta si aprì e un uomo sui trent'anni, alto, con un completo grigio e un sorriso da predatore, la fece entrare. "Ciao, Elena. Io sono Marco, il figlio del capo. Papà è in riunione, ma mi ha chiesto di gestire io il colloquio." La fece sedere di fronte alla scrivania massiccia, l'ufficio lussuoso con vista sulla città.
Parlarono per dieci minuti di esperienze, competenze. Poi Marco si sporse in avanti, gli occhi che le squadravano le gambe accavallate. "Sai, Elena, qui cerchiamo gente disposta a tutto per l'azienda. Tu sembri... flessibile." Lei arrossì, confusa. "Cosa intende?"
Lui rise piano. "Intendo che per questo posto, dovrai dimostrarmi quanto lo vuoi. Inginocchiati e succhiami il cazzo, puttana." Le parole la colpirono come uno schiaffo. Elena sentì lo stomaco rivoltarsi, ma pensò alle bollette, all'affitto arretrato. "Io... non posso. È sbagliato." Ma la voce le uscì debole.
Marco si alzò, si slacciò la cintura. "O lo fai, o esci da qui senza lavoro. Scegli." Lei esitò, le lacrime che le pungevano gli occhi, ma si alzò piano, si inginocchiò sul tappeto morbido. Si sentiva sporca, una merda, come se stesse vendendo l'anima per un salario minimo.
Lui tirò fuori il cazzo, già semi-eretto, venoso e grosso. "Apri la bocca, troia." Elena obbedì, le labbra tremanti, prendendolo piano in bocca. Il gusto era salato, muschiato, con un velo di sudore da ufficio. Succhiò esitante, la lingua che sfiorava la cappella calda, sentendo il calore pulsare contro il palato. Marco gemette, le mani nei suoi capelli castani, spingendola più in fondo. "Brava, succhia come una brava puttana."
Lei provava disgusto misto a vergogna, la bocca piena di quel sapore estraneo, la saliva che le colava agli angoli delle labbra. Non era brava, tossiva un po' quando lui spingeva troppo, ma si lasciava guidare, gli occhi chiusi per non vedere. Lui invece sentiva un brivido di potere, il calore umido della sua bocca inesperta che lo avvolgeva, eccitandolo da morire. Spingeva i fianchi, scopandole la bocca piano, godendo della sua sottomissione.
"Dai, leccalo bene," ordinò, tirandolo fuori per farle leccare l'asta. Elena obbedì, la lingua che tracciava le vene, assaporando quel gusto amaro che le dava la nausea. Si sentiva una prostituta da quattro soldi, le guance in fiamme per l'umiliazione, ma continuava, pensando al contratto. Marco ansimava, il piacere che montava, la vista di lei in ginocchio che lo faceva sentire un re.
Dopo qualche minuto la fermò, ansimante. "Alzati, puttana. Appoggiati alla scrivania." Elena si alzò barcollante, le ginocchia rosse, il rossetto sbavato. Si chinò sulla scrivania, la gonna che le saliva sui fianchi. Marco le alzò la gonna con un gesto rude, scoprendo il tanga nero. "Guarda qui, una puttana vera. Sotto la gonna da santarellina hai il perizoma da troia. Lo sapevo che eri una zoccola."
Lei arrossì violentemente, mortificata. "Non è... non lo facevo apposta." Ma lui rise, le abbassò il tanga fino alle caviglie, esponendo la sua figa un po' pelosa, con una peluria scura e disordinata che non aveva curato, non aspettandosi niente del genere. "E guarda questa figa pelosa, sembri una selvaggia. Ti piacerà lo stesso, eh?"
Le sfiorò le labbra gonfie con le dita, trovandola già umida nonostante tutto – il corpo traditore. Elena quasi piangeva, le lacrime che le rigavano le guance, sentendosi sporca, usata, una nullità. "Per favore... fai piano," sussurrò, ma lui ignorò, posizionando la cappella contro l'ingresso. Spinse dentro con un colpo secco, entrandole fino in fondo.
Elena gemette di dolore misto a qualcosa di indesiderato, la figa che si tendeva intorno al suo cazzo grosso, i peli che sfregavano contro la base di lui. Si sentiva invasa, violata, le pareti interne che pulsavano contro l'intruso caldo e rigido. Quasi singhiozzava, le mani aggrappate al bordo della scrivania, il legno freddo contro la pancia. "Fa male... ti prego," balbettò, ma le lacrime la facevano sentire ancora più umiliata.
Marco invece provava un'estasi pura, la figa stretta e pelosa che lo avvolgeva come un guanto caldo e bagnato, i peli che gli solleticavano le palle mentre pompava dentro e fuori. "Cazzo, sei stretta, puttana. Piangi pure, mi ecciti di più." Spingeva forte, i colpi ritmici che facevano sbattere i loro corpi, il rumore bagnato che echeggiava nell'ufficio. Godendo della sua resistenza, del modo in cui lei si lasciava scopare senza reagire, solo subendo.
Lei quasi piangeva davvero ora, ogni spinta che le mandava ondate di dolore e un piacere forzato, la figa che si bagnava contro la sua volontà, facendola sentire una traditrice del suo stesso corpo. "Basta... per favore," mormorò tra i singhiozzi, ma continuava a stare lì, piegata, per quel maledetto lavoro. Marco accelerò, le mani sui suoi fianchi, tirandola indietro contro di sé, sentendo l'orgasmo montare ma fermandosi appena in tempo.
"Tirati su, troia. Inginocchiati di nuovo." Elena obbedì piano, le gambe tremanti, la figa dolorante e gocciolante. Si inginocchiò, il viso rigato di lacrime e mascara colato. Marco le prese la testa, spingendole il cazzo in bocca, ancora bagnato dei suoi succhi. "Succhia, assaggia la tua figa pelosa sul mio cazzo."
Il gusto era un misto orrendo: salato del suo seme pre-eiaculato, misto all'acido dolce della sua eccitazione, i peli della figa che le sfregavano le labbra. Elena succhiò piano, disgustata, sentendosi la più sporca delle creature, una che si vendeva per un posto da segretaria. Le lacrime le colavano sul mento mentre lui scopava la sua bocca con colpi brevi.
Marco gemette forte, il piacere che esplodeva. "Sto per venire, puttana. Apri la bocca." Tirò fuori il cazzo all'ultimo, masturbandosi veloce. Il primo schizzo le finì in bocca, caldo e denso, salato come sperma fresco, riempiendole la lingua di quel gusto appiccicoso. Lei esitò, quasi vomitò, ma ingoiò un po', sentendosi lurida oltre ogni limite.
Gli altri schizzi le colarono sulla faccia: uno sulla guancia, bianco e cremoso che le scivolava giù, un altro sul naso, gocciolando verso le labbra. Elena chiuse gli occhi, le lacrime che si mischiavano allo sperma, provando un disgusto profondo, come se fosse marchiata per sempre. "Brava troia, ti sei sporcata bene," disse lui ridendo, pulendosi il cazzo sulla sua camicetta.
Marco si ricompose, sistemandosi i pantaloni. "Hai il posto, Elena. Inizia lunedì. E ricordati, se vuoi tenere il lavoro, potrei chiamarti di nuovo." Lei annuì piano, ancora in ginocchio, lo sperma che le colava sul viso, sentendosi spezzata, usata, ma almeno con un lavoro. Si alzò barcollante, pulendosi alla meglio con un fazzoletto dalla borsa, le gambe deboli e la figa che pulsava di dolore.
Uscì dall'ufficio con la testa bassa, il sapore di lui ancora in bocca, lo sperma secco sulla pelle. Si sentiva una puttana vera, proprio come l'aveva chiamata, e le lacrime non smettevano di scorrere mentre prendeva l'ascensore. Ma lunedì sarebbe tornata, per lo stipendio, per sopravvivere.
Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
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