Sotto Lo Stesso Tetto
di
Panny
genere
incesti
Mi chiamo Lucia, ho 26 anni e vivo a Ferrara in un appartamento grande e luminoso da quando facevo l’università. Finito il percorso di studi ho iniziato subito a lavorare e non me ne sono più andata da qui. È diventato casa mia.
Alla fine di giugno i miei genitori mi hanno chiesto un favore: ospitare mio fratello Simone per un anno, il tempo del suo primo anno di ingegneria. Volevano che si ambientasse in tranquillità in una città grande senza sentirsi solo. Ho accettato volentieri. Erano anni che non vivevamo sotto lo stesso tetto e l’idea di ritrovarci insieme, in fondo, mi scaldava il cuore.
È arrivato ai primi di agosto, con due valigie stracolme di vestiti. L’ho aiutato a sistemarsi nella stanza di fronte alla mia – l’unica con un bagno in comune. Era l’unica cosa che mi preoccupava davvero: riabituarmi a condividere il bagno con lui. Per cambiarmi usavo la mia camera, ma il bagno… quello restava un piccolo confine fragile.
Gli ho fatto fare il giro dell’appartamento: cucina-soggiorno spaziosa con un bel tavolo da pranzo, il bagno con vasca/doccia, le due camere e infine il terrazzino privato sul tetto, accessibile dalla sua stanza. Lì di solito mi sdraiavo nuda a prendere il sole – era talmente alto che nessuno poteva vedermi.
Era ora di pranzo, così ho ordinato pizza. Io una quattro stagioni, lui una margherita. Mentre aspettavamo mi ha chiesto di palestre e parchi attrezzi nei dintorni. Gli ho parlato della mia palestra, di alcuni posti carini, e quando mi ha chiesto se potevo accompagnarlo a vederla ho detto di sì, dopo pranzo.
Le pizze sono arrivate, ho dato la mancia, ho tagliato le fette con la rotella e abbiamo mangiato davanti a Friends, con una birra ghiacciata che avevo messo in freezer mezz’ora prima. Abbiamo spazzolato tutto. Peccato che dopo sia arrivato un abbocco tremendo: Simone si è addormentato sul divano, io mi sono infilata nel letto.
Mi sono svegliata con dei colpi leggeri alla porta.
«Avanti» ho detto.
È entrato ridendo. «Lucia, ci siamo addormentati.»
«Lo so. Se vuoi ci prepariamo e andiamo in palestra ora, tanto chiude tardi.»
Ha annuito. Ci siamo cambiati e siamo usciti a piedi – per fortuna tutto era vicino.
Mentre camminavamo mi ha chiesto se l’abbonamento fosse caro. Gli ho spiegato che presentandolo io c’era una promozione per i soci “vecchi”, e infatti ha funzionato.
Lo staff è stato gentilissimo: ci ha fatto visitare tutto – sala pesi, corsi di yoga, spinning, piscina, sauna, bagno turco. Simone era entusiasta, e vederlo così mi rendeva felice. Abbiamo fatto subito l’iscrizione: da domani potevamo allenarci insieme. E grazie al “pacchetto famiglia” hanno applicato lo sconto anche al mio abbonamento.
Tornati a casa era tardi per altro, così abbiamo preparato riso e tonno in scatola, parlato un po’ del più e del meno e organizzato la giornata dopo: spesa, riordino, palestra dopo pranzo.
Mentre riordinavamo la cucina insieme mi sono stupita: Simone aiutava spontaneamente. Era una novità bellissima. Prima di andare a dormire gli ho detto:
«Io vado in doccia. Visto che non c’è la chiave, possiamo fare così: se la porta è chiusa non si entra, ok?»
«Sì, va bene Lucia. Rispetterò i tuoi spazi, non voglio darti fastidio.»
«Non mi dai fastidio, mi fa piacere averti qui. È solo che… condividere il bagno mi mette un po’ a disagio per la privacy. Ma mi riabituerò, come quando stavamo tutti insieme a casa.»
«Mi dispiace. Cercherò di darti più privacy possibile. Anche io ne ho bisogno» ha detto imbarazzato.
Gli ho dato la buonanotte e sono andata in camera a prendere il cambio: mutandine color carne, pantaloncino corto e canotta nera di seta. In bagno mi sono spogliata, ho buttato i vestiti nella cesta e sono entrata sotto l’acqua calda. Adoro la doccia alla fine della giornata. Quando ho più tempo mi concedo un bagno con sali, vino rosso, candele e un film sull’iPad.
Sono uscita nuda, mi sono guardata allo specchio. Mi piace il mio corpo: tonico, glutei sodi e alti, seno piccolo ma alto e fermo – spesso giro senza reggiseno e i capezzoli si vedono sotto le maglie leggere. Ho lavorato anni per questo fisico.
Mentre mi asciugavo ho pensato che con Simone in casa sarebbe stato più complicato portare qualcuno a casa per una notte. Dopo tre anni di relazione avevo scelto di stare da sola, di pensare solo al mio piacere, incontri sporadici e senza impegno.
Mi sono infilata mutandine e pantaloncino, ma ho lasciato la canotta in mano. Volevo far prendere aria alla pelle umida. Era tardi, Simone di sicuro dormiva già e la sua porta sarebbe stata chiusa.
Ho spento la luce del bagno, ho lasciato la porta aperta. L’aria fresca dalla finestra della cucina mi ha accarezzato i seni, indurendomi subito i capezzoli.
Poi ho visto la sua porta spalancata.
Il cuore mi è salito in gola. Mi sono coperta i seni con un braccio. Ma lui dormiva profondamente.
Ho abbassato il braccio, ho tirato un sospiro di sollievo ed sono entrata in camera chiudendo la porta.
Tra me e me ho sentito un’ondata di calore strano, un misto di imbarazzo e… eccitazione. Non capivo bene perché.
Mi sono tolta il pantaloncino, mi sono accarezzata piano la schiena, poi il seno. Ero asciutta. Ho infilato la canotta e mi sono sdraiata.
Riflettevo su quella sensazione. L’imbarazzo di essere stata quasi vista nuda da lui si era trasformato in qualcosa di vivo, di elettrico. Mi piace guardarmi allo specchio, ma forse – ho pensato con un brivido – mi piace di più essere guardata. E l’idea che fosse proprio lui, mio fratello, a vedermi… mi aveva fatto bagnare dentro.
Mi sono addormentata con quel calore che non c’entrava con l’estate.
La mattina dopo mi svegliai con un rumore leggero in cucina. Mi infilai il pantaloncino sopra le mutandine e andai a vedere.
Simone era lì, ai fornelli, e stava preparando i pancake – proprio i miei preferiti, con sciroppo d’acero e un po’ di frutta fresca.
«Non ci credo… li hai fatti per me?» dissi con una vocina buffa, piena di sorpresa e gratitudine.
«Certo. Volevo ringraziarti per avermi ospitato. Immagino di aver un po’ sconvolto la tua tranquillità e i tuoi spazi.»
«Mi devo riabituare ad averti intorno, ma sono davvero contenta che tu sia qui. E poi mamma e papà potranno finalmente riposare un po’ da soli a casa.»
«Hai ragione. Mangia, sono caldi.»
«Grazieeee.»
Finita la colazione ci cambiammo e uscimmo a fare la spesa. Ero felice di averlo con me: non avrei dovuto trascinare le borse da sola fino all’ultimo piano.
Al supermercato ci dividemmo la lista per fare prima. Io presi creme per il corpo, detersivi, cose per la casa; lui riempì il carrello di cibo sano – verdure, proteine, riso integrale. Entrambi tenevamo al fisico, quindi scegliere cosa mangiare era semplice e veloce.
Ci ritrovammo alla cassa. Senza che me ne accorgessi, pagò lui. Rimasi di stucco.
«Ma… questo è lo stesso Simone di quando eravamo piccoli?» pensai. Era diventato gentile, premuroso, altruista. Quasi non lo riconoscevo.
Uscendo lo ringraziai.
«Voglio essere utile, sorellina. Non voglio pesarti. Quindi ogni tanto pago la spesa, aiuto in casa, cucino…»
Lo guardai sorridendo, gli diedi un bacio sulla guancia e accettai. Tutte le piccole paure che avevo sulla convivenza stavano svanendo.
A casa mi aiutò a sistemare tutto: spesa in frigo, detersivi nel mobiletto del bagno.
«Lucia, dove metto le creme e le strisce per la ceretta?»
Arrossii leggermente, anche se non ce n’era motivo.
«Nel primo cassetto del bagno, con le altre cose per la pelle. Ti ho liberato il cassetto sotto per le tue cose.»
«Non ho chissà cosa…»
«Tranquillo, se ti serve qualcosa apri pure il mio. Troverai di tutto, come a casa da mamma e papà.»
«Grazie.»
Decidemmo di andare in palestra prima di pranzo, visto che era ancora presto.
Andai in camera a preparare il borsone, lasciando la porta aperta. Mi cambiai: tolsi i pantaloni da casa, rimasi in perizoma nero senza cuciture e infilai leggings attillati neri per allenarmi.
Proprio mentre stavo abbassando i pantaloni entrò Simone.
«Hai degli asciugamani da darmi per la palestra?» chiese con la massima naturalezza.
Arrossii violentemente, il cuore mi schizzò in gola. Ero lì, in mutandine e maglietta corta, il perizoma perfettamente visibile. Lui invece era tranquillo, quasi troppo.
Gli passai due asciugamani. Non mi tolse gli occhi di dosso – non in modo volgare, ma… li teneva lì, sul mio sedere, sulle gambe.
Prese gli asciugamani, mi ringraziò e poi, distogliendo finalmente lo sguardo:
«Scusa se sono entrato. Non ci ho fatto caso che fossi in intimo. Sono ancora abituato a quando eravamo piccoli a casa… scusami.»
«Non preoccuparti. In fondo sei mio fratello.»
Finì lì. Ma mentre infilavo i leggings sentii le mutandine umide, appiccicose. Essere guardata così, sapendo che mi stava fissando il sedere, mi aveva eccitata tantissimo. A differenza della sera prima, stavolta mi aveva vista davvero – e non aveva distolto lo sguardo.
Andammo in palestra. Ci separammo negli spogliatoi.
Quando entrai in sala pesi lo trovai già lì… ma più che guardare gli attrezzi, stava guardando le ragazze in leggings e top attillati.
Sorrisi tra me. Aveva 19 anni, era normale. Gli ormoni.
Gli diedi una pacca sulla spalla per distrarlo.
Si girò di scatto, imbarazzato. «Stavo guardando il posto…»
«Siii, certo, il posto» dissi ridendo.
Allenamento di un’ora e mezza, un po’ lento perché ci alternavamo agli attrezzi. Ogni volta che toccava a me, lo beccavo a sbirciare qualcuna che passava.
Finimmo, docce separate. Io uscii con perizoma grigio in pizzo, jeans leggeri, canotta senza maniche – capelli ancora bagnati dall’asciugatura veloce.
Lo aspettai fuori. Tornammo a casa.
Per pranzo preparò avocado, salmone affumicato, cetrioli e carote. Delizioso.
Finito di mangiare lavai i piatti e gli dissi:
«Ora lavoro da casa un paio d’ore. Mi chiudo in stanza col pc, tu fai quello che vuoi.»
«Ok, mi faccio una dormita.»
In camera mi misi comoda: tolsi i jeans, rimasi in perizoma e maglietta larga senza reggiseno. Dovevo solo sistemare codice per la ditta di informatica, niente riunioni.
Le ore volarono. Erano già le 18:00.
Spensi il pc, uscii senza pensare… e aprii la porta del bagno.
Simone era lì, in piedi, a fare pipì.
Diventai paonazza. Lui, per coprirsi di fretta, schizzò un po’ fuori dal water.
Mi girai di scatto dandogli le spalle.
«Scusami! Ero soprappensiero… avevo dimenticato che ci fossi anche tu.»
«Tranquilla, può capitare» rispose con voce tremante.
Uscii mortificata, chiusi la porta.
Mi rifugiai in camera, ancora rossa. Mentre mi rimettevo i pantaloncini bussò.
«Avanti.»
«Scusami se ti disturbo… è imbarazzante, ma dove trovo il disinfettante? Ho sporcato un po’ per terra quando sei entrata…»
«Scusami ancora» dissi, imbarazzatissima. «È nel mobile sotto il lavandino. Però pulisco io, tranquillo.»
«Figurati, ho sporcato io, ci penso io.»
«Va bene… scusami comunque.»
«Tranquilla, sorellona.»
Era davvero cambiato. Maturo, responsabile. Pensai che, continuando così, avrebbe trovato presto una ragazza.
Quando finì venne a dirmi che il bagno era a posto. Lo ringraziai e andai a fare pipì.
In cucina preparai la cena: bistecche al sangue e insalata con un filo d’olio.
Mentre cucinavo lui apparecchiava. Con la coda dell’occhio lo vedevo fissarmi il sedere. La cosa mi accendeva tantissimo.
Mi piegai apposta più volte per prendere cose basse, facendoglielo vedere bene.
Le bistecche sfrigolavano. Sentii una leggera pacca sul sedere, seguita da una piccola palpata finale.
«Pronto?» chiese con voce innocente.
Dentro di me esplose un’onda di calore. La pacca era stata quasi casuale… ma quella stretta finale mi fece venire la pelle d’oca ovunque.
«Manca ancora un minuto» risposi, cercando di non far tremare la voce.
Si mise a tavola in modo da continuarmi a vedere.
Prima di spegnere il fuoco presi i piatti dalla credenza bassa – mi piegai lentamente, il pantaloncino sottile lasciò intravedere perfettamente il perizoma.
Gli passai il piatto.
«Grazie mille. Sembra squisito.»
Mangiammo con calma. Mi chiese se il giorno dopo potevamo fermarci in sauna dopo l’allenamento. Accettai.
Lui pulì la cucina, io andai in camera. Rimasi in mutandine e maglietta larga, mi appoggiai alla testiera del letto con le gambe incrociate e aprii un libro.
Dopo una mezz’ora bussò.
«Avanti.»
«Posso avere la password del wifi?»
«Certo, me n’ero dimenticata.»
Mentre cercavo sul telefono lo vidi fissare tra le mie gambe. Non dissi niente. La cosa mi stava piacendo.
Quando uscì controllai: sull’elastico grigio delle mutandine c’era un alone evidente. Ero bagnata fradicia.
Arrossii, ma decisi che da quel momento avrei lasciato scivolare via un po’ di imbarazzo. In fondo era mio fratello. Da piccoli giravamo per casa mezzi nudi senza problemi.
La mattina dopo ci svegliammo presto per andare in palestra e approfittare della spa dopo l’allenamento. Mangiammo qualcosa di leggero – yogurt e frutta – e uscimmo già vestiti con l’abbigliamento da palestra.
L’allenamento fu intenso, un po’ più rapido del giorno prima. Ci alternammo agli attrezzi con più fluidità, ma ogni tanto lo beccavo ancora a sbirciare le ragazze in leggings attillati. Sorrisi tra me: era normale, a 19 anni gli ormoni comandano.
Finimmo sudati e soddisfatti. Ci salutammo per andare agli spogliatoi, promettendoci di ritrovarci nella zona sauna.
Nella spa fornivano costumi usa e getta, simili a quelli da estetista, da indossare per entrare in sauna e bagno turco. Entrai in uno spogliatoio minuscolo, infilai il costumino bianco. Era sottile, sgambato, quasi trasparente. Mi guardai allo specchio: si intravedeva tutto, dalla linea delle mutandine che non indossavo più alla forma dei capezzoli. Arrossii, ma mi sdraiai subito in sauna per coprirmi un po’ col telo.
Ero sola, per fortuna. Mancava solo Simone.
La porta si aprì. Mi girai e lo vidi entrare, goffo, con un asciugamano stretto in vita. Quando lo tolse capii perché: il costumino non conteneva quasi nulla. I peli pubici spuntavano dai lati, e la forma del suo membro e dei testicoli era fin troppo evidente sotto il tessuto aderente.
«Non so se l’ho messo bene» disse, visibilmente imbarazzato.
«Vieni qui, vediamo. Anche io le prime volte facevo fatica.»
Si avvicinò, coprendosi con le mani. Gli feci cenno di toglierle, altrimenti non potevo aiutarlo. Con un gesto lento, cercando di non sfiorarlo troppo, sistemai il tessuto vicino all’inguine.
«Ecco, così va meglio. Però… dovresti sistemare un po’ la depilazione. Con questi costumi i peli che escono non sono il massimo.»
«Grazie. Hai ragione. C’è un’estetista qui?»
«Sì, ci vado ogni tanto. Ma spesso mi depilo a casa, ho tutto l’occorrente.»
«Mi puoi aiutare tu allora?»
Quelle parole mi colpirono come un fulmine. Sentii una fitta al petto, un calore che si spandeva dal basso ventre. Annuii senza parlare, con un cenno lento della testa.
Ci sdraiammo uno di fianco all’altra. Venti minuti di sauna, poi altri venti di bagno turco, avvolti dal vapore caldo. Finimmo con una doccia aromatica che mi lasciò la pelle profumata e morbida. Tornammo a casa in silenzio, come se entrambi sentissimo il peso di quella conversazione.
A casa preparai una carbonara da manuale. Simone la divorò, riempiendomi di complimenti. Era strano come ogni gesto suo – un sorriso, un grazie – mi scaldasse dentro in modi che non volevo ammettere.
Finito di mangiare misi i piatti in lavastoviglie.
«Simone, ora lavoro un paio d’ore. Se vuoi, dopo possiamo fare una passeggiata.»
«A dire il vero… mi faresti la ceretta?»
Mi ero quasi dimenticata. «Sì, certo. Appena finisco ti chiamo.»
«Grazie mille.»
In camera mi cambiai: un paio di shorts morbidi e corti, grigi, e una maglietta larga e corta che lasciava intravedere l’ombelico. Niente reggiseno, solo un perizoma nero. Mi sentivo comoda, libera, ma anche… esposta.
Le due ore di lavoro volarono. Spensi il pc e bussai alla sua porta.
«Hey, ho finito. Prendo l’attrezzatura e sono pronta.»
«Arrivo.»
Scaldai la cera in un pentolino, stesi un grande asciugamano sul divano per farlo sdraiare comodo e non sporcare. Simone uscì dalla sua stanza solo con un pantaloncino, senza maglietta. Il caldo estivo lo giustificava, ma il suo torso definito mi fece distogliere lo sguardo per un attimo.
«Sistemati qui, sdraiati. Così stiamo comodi.»
«Ok.»
«Guarda che con il pantaloncino non ti depilo mica» dissi ridendo, per spezzare la tensione.
«Hai ragione» rispose, evitando i miei occhi, timido.
«Posso restare in boxer?»
«Proviamo.»
Si tolse il pantaloncino. Gli feci cenno di abbassare un po’ i boxer per iniziare, ma lo fece appena, così presi l’iniziativa. Con un gesto deciso glieli abbassai quel tanto che serviva per lavorare.
Stesi la cera calda sulla pelle. Il silenzio in salotto era pesante, rotto solo dal rumore delle strisce che aderivano. La sagoma del suo membro si vedeva chiaramente sotto i boxer. Sentii quel calore ormai familiare risalirmi dal basso.
Per farlo rilassare gli chiesi delle serie TV che stava guardando. Mi disse che ne aveva iniziate un paio, ma aveva dimenticato il tablet a casa dei nostri. Gli offrii il mio iPad, e lui accettò con un sorriso.
Continuavo a stendere la cera, ma l’elastico dei boxer saliva di continuo. Senza chiedere, li abbassai di più – troppo. Il suo membro scivolò fuori, libero.
Silenzio.
Era… impressionante, anche a riposo. Spesso, non circonciso, proprio come piacevano a me. Il cuore mi batteva forte. Per non far pesare il momento continuai a parlare come se nulla fosse, afferrandolo dolcemente per spostarlo di lato e stendere la cera.
Lui riprese a rispondermi, ma la voce tremava. Sentivo la tensione nel suo corpo.
«Senti, abbassali del tutto i boxer. Facciamo prima e stiamo più comodi. Tanto non ci facciamo problemi, no?»
«Ok» disse, ancora più imbarazzato.
Li abbassò, rivelando tutto. Aveva davvero molti peli.
«Vuoi una ceretta completa?» chiesi.
«Non l’ho mai fatta. Di solito uso il rasoio elettrico.»
«La ceretta dura di più, rende tutto più uniforme.»
«Se me lo consigli, va bene.»
«Soprattutto per la sauna, con quei costumi minuscoli. Anche io mi depilo sempre tutta, per sentirmi pulita. A volte lascio un po’ di peluria, ma di solito sono liscia.»
«A capito.»
Mentre parlavamo, lo sentii irrigidirsi nella mia mano. Era caldo, teso. Capivo che si stava trattenendo per non far vedere quanto fosse a disagio – o eccitato. Le mie mutandine erano ormai fradice. Non riuscivo a pensare ad altro che alla sensazione di averlo tra le dita.
Finii di depilarlo. Era liscio, perfetto, testicoli compresi. Il suo membro era ancora duro. Prima di farlo alzare, con una scusa, lo presi un’ultima volta in mano.
«C’è un pezzetto di cera rimasto» mentii.
Gli abbassai leggermente la pelle, scoprendo la punta. Era bagnata.
Non resistevo più. Tolsi la mano di scatto.
«Ho finito.»
Si coprì subito con le mani, afferrò boxer e pantaloncino, mi ringraziò e disse che andava a farsi una doccia.
Rimasi lì, sola, con il cuore che martellava e un fuoco dentro che non riuscivo a spegnere.
Continua....
Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
u6753739252@gmail.com
Instagram: racconti_er_birichinis
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Alla fine di giugno i miei genitori mi hanno chiesto un favore: ospitare mio fratello Simone per un anno, il tempo del suo primo anno di ingegneria. Volevano che si ambientasse in tranquillità in una città grande senza sentirsi solo. Ho accettato volentieri. Erano anni che non vivevamo sotto lo stesso tetto e l’idea di ritrovarci insieme, in fondo, mi scaldava il cuore.
È arrivato ai primi di agosto, con due valigie stracolme di vestiti. L’ho aiutato a sistemarsi nella stanza di fronte alla mia – l’unica con un bagno in comune. Era l’unica cosa che mi preoccupava davvero: riabituarmi a condividere il bagno con lui. Per cambiarmi usavo la mia camera, ma il bagno… quello restava un piccolo confine fragile.
Gli ho fatto fare il giro dell’appartamento: cucina-soggiorno spaziosa con un bel tavolo da pranzo, il bagno con vasca/doccia, le due camere e infine il terrazzino privato sul tetto, accessibile dalla sua stanza. Lì di solito mi sdraiavo nuda a prendere il sole – era talmente alto che nessuno poteva vedermi.
Era ora di pranzo, così ho ordinato pizza. Io una quattro stagioni, lui una margherita. Mentre aspettavamo mi ha chiesto di palestre e parchi attrezzi nei dintorni. Gli ho parlato della mia palestra, di alcuni posti carini, e quando mi ha chiesto se potevo accompagnarlo a vederla ho detto di sì, dopo pranzo.
Le pizze sono arrivate, ho dato la mancia, ho tagliato le fette con la rotella e abbiamo mangiato davanti a Friends, con una birra ghiacciata che avevo messo in freezer mezz’ora prima. Abbiamo spazzolato tutto. Peccato che dopo sia arrivato un abbocco tremendo: Simone si è addormentato sul divano, io mi sono infilata nel letto.
Mi sono svegliata con dei colpi leggeri alla porta.
«Avanti» ho detto.
È entrato ridendo. «Lucia, ci siamo addormentati.»
«Lo so. Se vuoi ci prepariamo e andiamo in palestra ora, tanto chiude tardi.»
Ha annuito. Ci siamo cambiati e siamo usciti a piedi – per fortuna tutto era vicino.
Mentre camminavamo mi ha chiesto se l’abbonamento fosse caro. Gli ho spiegato che presentandolo io c’era una promozione per i soci “vecchi”, e infatti ha funzionato.
Lo staff è stato gentilissimo: ci ha fatto visitare tutto – sala pesi, corsi di yoga, spinning, piscina, sauna, bagno turco. Simone era entusiasta, e vederlo così mi rendeva felice. Abbiamo fatto subito l’iscrizione: da domani potevamo allenarci insieme. E grazie al “pacchetto famiglia” hanno applicato lo sconto anche al mio abbonamento.
Tornati a casa era tardi per altro, così abbiamo preparato riso e tonno in scatola, parlato un po’ del più e del meno e organizzato la giornata dopo: spesa, riordino, palestra dopo pranzo.
Mentre riordinavamo la cucina insieme mi sono stupita: Simone aiutava spontaneamente. Era una novità bellissima. Prima di andare a dormire gli ho detto:
«Io vado in doccia. Visto che non c’è la chiave, possiamo fare così: se la porta è chiusa non si entra, ok?»
«Sì, va bene Lucia. Rispetterò i tuoi spazi, non voglio darti fastidio.»
«Non mi dai fastidio, mi fa piacere averti qui. È solo che… condividere il bagno mi mette un po’ a disagio per la privacy. Ma mi riabituerò, come quando stavamo tutti insieme a casa.»
«Mi dispiace. Cercherò di darti più privacy possibile. Anche io ne ho bisogno» ha detto imbarazzato.
Gli ho dato la buonanotte e sono andata in camera a prendere il cambio: mutandine color carne, pantaloncino corto e canotta nera di seta. In bagno mi sono spogliata, ho buttato i vestiti nella cesta e sono entrata sotto l’acqua calda. Adoro la doccia alla fine della giornata. Quando ho più tempo mi concedo un bagno con sali, vino rosso, candele e un film sull’iPad.
Sono uscita nuda, mi sono guardata allo specchio. Mi piace il mio corpo: tonico, glutei sodi e alti, seno piccolo ma alto e fermo – spesso giro senza reggiseno e i capezzoli si vedono sotto le maglie leggere. Ho lavorato anni per questo fisico.
Mentre mi asciugavo ho pensato che con Simone in casa sarebbe stato più complicato portare qualcuno a casa per una notte. Dopo tre anni di relazione avevo scelto di stare da sola, di pensare solo al mio piacere, incontri sporadici e senza impegno.
Mi sono infilata mutandine e pantaloncino, ma ho lasciato la canotta in mano. Volevo far prendere aria alla pelle umida. Era tardi, Simone di sicuro dormiva già e la sua porta sarebbe stata chiusa.
Ho spento la luce del bagno, ho lasciato la porta aperta. L’aria fresca dalla finestra della cucina mi ha accarezzato i seni, indurendomi subito i capezzoli.
Poi ho visto la sua porta spalancata.
Il cuore mi è salito in gola. Mi sono coperta i seni con un braccio. Ma lui dormiva profondamente.
Ho abbassato il braccio, ho tirato un sospiro di sollievo ed sono entrata in camera chiudendo la porta.
Tra me e me ho sentito un’ondata di calore strano, un misto di imbarazzo e… eccitazione. Non capivo bene perché.
Mi sono tolta il pantaloncino, mi sono accarezzata piano la schiena, poi il seno. Ero asciutta. Ho infilato la canotta e mi sono sdraiata.
Riflettevo su quella sensazione. L’imbarazzo di essere stata quasi vista nuda da lui si era trasformato in qualcosa di vivo, di elettrico. Mi piace guardarmi allo specchio, ma forse – ho pensato con un brivido – mi piace di più essere guardata. E l’idea che fosse proprio lui, mio fratello, a vedermi… mi aveva fatto bagnare dentro.
Mi sono addormentata con quel calore che non c’entrava con l’estate.
La mattina dopo mi svegliai con un rumore leggero in cucina. Mi infilai il pantaloncino sopra le mutandine e andai a vedere.
Simone era lì, ai fornelli, e stava preparando i pancake – proprio i miei preferiti, con sciroppo d’acero e un po’ di frutta fresca.
«Non ci credo… li hai fatti per me?» dissi con una vocina buffa, piena di sorpresa e gratitudine.
«Certo. Volevo ringraziarti per avermi ospitato. Immagino di aver un po’ sconvolto la tua tranquillità e i tuoi spazi.»
«Mi devo riabituare ad averti intorno, ma sono davvero contenta che tu sia qui. E poi mamma e papà potranno finalmente riposare un po’ da soli a casa.»
«Hai ragione. Mangia, sono caldi.»
«Grazieeee.»
Finita la colazione ci cambiammo e uscimmo a fare la spesa. Ero felice di averlo con me: non avrei dovuto trascinare le borse da sola fino all’ultimo piano.
Al supermercato ci dividemmo la lista per fare prima. Io presi creme per il corpo, detersivi, cose per la casa; lui riempì il carrello di cibo sano – verdure, proteine, riso integrale. Entrambi tenevamo al fisico, quindi scegliere cosa mangiare era semplice e veloce.
Ci ritrovammo alla cassa. Senza che me ne accorgessi, pagò lui. Rimasi di stucco.
«Ma… questo è lo stesso Simone di quando eravamo piccoli?» pensai. Era diventato gentile, premuroso, altruista. Quasi non lo riconoscevo.
Uscendo lo ringraziai.
«Voglio essere utile, sorellina. Non voglio pesarti. Quindi ogni tanto pago la spesa, aiuto in casa, cucino…»
Lo guardai sorridendo, gli diedi un bacio sulla guancia e accettai. Tutte le piccole paure che avevo sulla convivenza stavano svanendo.
A casa mi aiutò a sistemare tutto: spesa in frigo, detersivi nel mobiletto del bagno.
«Lucia, dove metto le creme e le strisce per la ceretta?»
Arrossii leggermente, anche se non ce n’era motivo.
«Nel primo cassetto del bagno, con le altre cose per la pelle. Ti ho liberato il cassetto sotto per le tue cose.»
«Non ho chissà cosa…»
«Tranquillo, se ti serve qualcosa apri pure il mio. Troverai di tutto, come a casa da mamma e papà.»
«Grazie.»
Decidemmo di andare in palestra prima di pranzo, visto che era ancora presto.
Andai in camera a preparare il borsone, lasciando la porta aperta. Mi cambiai: tolsi i pantaloni da casa, rimasi in perizoma nero senza cuciture e infilai leggings attillati neri per allenarmi.
Proprio mentre stavo abbassando i pantaloni entrò Simone.
«Hai degli asciugamani da darmi per la palestra?» chiese con la massima naturalezza.
Arrossii violentemente, il cuore mi schizzò in gola. Ero lì, in mutandine e maglietta corta, il perizoma perfettamente visibile. Lui invece era tranquillo, quasi troppo.
Gli passai due asciugamani. Non mi tolse gli occhi di dosso – non in modo volgare, ma… li teneva lì, sul mio sedere, sulle gambe.
Prese gli asciugamani, mi ringraziò e poi, distogliendo finalmente lo sguardo:
«Scusa se sono entrato. Non ci ho fatto caso che fossi in intimo. Sono ancora abituato a quando eravamo piccoli a casa… scusami.»
«Non preoccuparti. In fondo sei mio fratello.»
Finì lì. Ma mentre infilavo i leggings sentii le mutandine umide, appiccicose. Essere guardata così, sapendo che mi stava fissando il sedere, mi aveva eccitata tantissimo. A differenza della sera prima, stavolta mi aveva vista davvero – e non aveva distolto lo sguardo.
Andammo in palestra. Ci separammo negli spogliatoi.
Quando entrai in sala pesi lo trovai già lì… ma più che guardare gli attrezzi, stava guardando le ragazze in leggings e top attillati.
Sorrisi tra me. Aveva 19 anni, era normale. Gli ormoni.
Gli diedi una pacca sulla spalla per distrarlo.
Si girò di scatto, imbarazzato. «Stavo guardando il posto…»
«Siii, certo, il posto» dissi ridendo.
Allenamento di un’ora e mezza, un po’ lento perché ci alternavamo agli attrezzi. Ogni volta che toccava a me, lo beccavo a sbirciare qualcuna che passava.
Finimmo, docce separate. Io uscii con perizoma grigio in pizzo, jeans leggeri, canotta senza maniche – capelli ancora bagnati dall’asciugatura veloce.
Lo aspettai fuori. Tornammo a casa.
Per pranzo preparò avocado, salmone affumicato, cetrioli e carote. Delizioso.
Finito di mangiare lavai i piatti e gli dissi:
«Ora lavoro da casa un paio d’ore. Mi chiudo in stanza col pc, tu fai quello che vuoi.»
«Ok, mi faccio una dormita.»
In camera mi misi comoda: tolsi i jeans, rimasi in perizoma e maglietta larga senza reggiseno. Dovevo solo sistemare codice per la ditta di informatica, niente riunioni.
Le ore volarono. Erano già le 18:00.
Spensi il pc, uscii senza pensare… e aprii la porta del bagno.
Simone era lì, in piedi, a fare pipì.
Diventai paonazza. Lui, per coprirsi di fretta, schizzò un po’ fuori dal water.
Mi girai di scatto dandogli le spalle.
«Scusami! Ero soprappensiero… avevo dimenticato che ci fossi anche tu.»
«Tranquilla, può capitare» rispose con voce tremante.
Uscii mortificata, chiusi la porta.
Mi rifugiai in camera, ancora rossa. Mentre mi rimettevo i pantaloncini bussò.
«Avanti.»
«Scusami se ti disturbo… è imbarazzante, ma dove trovo il disinfettante? Ho sporcato un po’ per terra quando sei entrata…»
«Scusami ancora» dissi, imbarazzatissima. «È nel mobile sotto il lavandino. Però pulisco io, tranquillo.»
«Figurati, ho sporcato io, ci penso io.»
«Va bene… scusami comunque.»
«Tranquilla, sorellona.»
Era davvero cambiato. Maturo, responsabile. Pensai che, continuando così, avrebbe trovato presto una ragazza.
Quando finì venne a dirmi che il bagno era a posto. Lo ringraziai e andai a fare pipì.
In cucina preparai la cena: bistecche al sangue e insalata con un filo d’olio.
Mentre cucinavo lui apparecchiava. Con la coda dell’occhio lo vedevo fissarmi il sedere. La cosa mi accendeva tantissimo.
Mi piegai apposta più volte per prendere cose basse, facendoglielo vedere bene.
Le bistecche sfrigolavano. Sentii una leggera pacca sul sedere, seguita da una piccola palpata finale.
«Pronto?» chiese con voce innocente.
Dentro di me esplose un’onda di calore. La pacca era stata quasi casuale… ma quella stretta finale mi fece venire la pelle d’oca ovunque.
«Manca ancora un minuto» risposi, cercando di non far tremare la voce.
Si mise a tavola in modo da continuarmi a vedere.
Prima di spegnere il fuoco presi i piatti dalla credenza bassa – mi piegai lentamente, il pantaloncino sottile lasciò intravedere perfettamente il perizoma.
Gli passai il piatto.
«Grazie mille. Sembra squisito.»
Mangiammo con calma. Mi chiese se il giorno dopo potevamo fermarci in sauna dopo l’allenamento. Accettai.
Lui pulì la cucina, io andai in camera. Rimasi in mutandine e maglietta larga, mi appoggiai alla testiera del letto con le gambe incrociate e aprii un libro.
Dopo una mezz’ora bussò.
«Avanti.»
«Posso avere la password del wifi?»
«Certo, me n’ero dimenticata.»
Mentre cercavo sul telefono lo vidi fissare tra le mie gambe. Non dissi niente. La cosa mi stava piacendo.
Quando uscì controllai: sull’elastico grigio delle mutandine c’era un alone evidente. Ero bagnata fradicia.
Arrossii, ma decisi che da quel momento avrei lasciato scivolare via un po’ di imbarazzo. In fondo era mio fratello. Da piccoli giravamo per casa mezzi nudi senza problemi.
La mattina dopo ci svegliammo presto per andare in palestra e approfittare della spa dopo l’allenamento. Mangiammo qualcosa di leggero – yogurt e frutta – e uscimmo già vestiti con l’abbigliamento da palestra.
L’allenamento fu intenso, un po’ più rapido del giorno prima. Ci alternammo agli attrezzi con più fluidità, ma ogni tanto lo beccavo ancora a sbirciare le ragazze in leggings attillati. Sorrisi tra me: era normale, a 19 anni gli ormoni comandano.
Finimmo sudati e soddisfatti. Ci salutammo per andare agli spogliatoi, promettendoci di ritrovarci nella zona sauna.
Nella spa fornivano costumi usa e getta, simili a quelli da estetista, da indossare per entrare in sauna e bagno turco. Entrai in uno spogliatoio minuscolo, infilai il costumino bianco. Era sottile, sgambato, quasi trasparente. Mi guardai allo specchio: si intravedeva tutto, dalla linea delle mutandine che non indossavo più alla forma dei capezzoli. Arrossii, ma mi sdraiai subito in sauna per coprirmi un po’ col telo.
Ero sola, per fortuna. Mancava solo Simone.
La porta si aprì. Mi girai e lo vidi entrare, goffo, con un asciugamano stretto in vita. Quando lo tolse capii perché: il costumino non conteneva quasi nulla. I peli pubici spuntavano dai lati, e la forma del suo membro e dei testicoli era fin troppo evidente sotto il tessuto aderente.
«Non so se l’ho messo bene» disse, visibilmente imbarazzato.
«Vieni qui, vediamo. Anche io le prime volte facevo fatica.»
Si avvicinò, coprendosi con le mani. Gli feci cenno di toglierle, altrimenti non potevo aiutarlo. Con un gesto lento, cercando di non sfiorarlo troppo, sistemai il tessuto vicino all’inguine.
«Ecco, così va meglio. Però… dovresti sistemare un po’ la depilazione. Con questi costumi i peli che escono non sono il massimo.»
«Grazie. Hai ragione. C’è un’estetista qui?»
«Sì, ci vado ogni tanto. Ma spesso mi depilo a casa, ho tutto l’occorrente.»
«Mi puoi aiutare tu allora?»
Quelle parole mi colpirono come un fulmine. Sentii una fitta al petto, un calore che si spandeva dal basso ventre. Annuii senza parlare, con un cenno lento della testa.
Ci sdraiammo uno di fianco all’altra. Venti minuti di sauna, poi altri venti di bagno turco, avvolti dal vapore caldo. Finimmo con una doccia aromatica che mi lasciò la pelle profumata e morbida. Tornammo a casa in silenzio, come se entrambi sentissimo il peso di quella conversazione.
A casa preparai una carbonara da manuale. Simone la divorò, riempiendomi di complimenti. Era strano come ogni gesto suo – un sorriso, un grazie – mi scaldasse dentro in modi che non volevo ammettere.
Finito di mangiare misi i piatti in lavastoviglie.
«Simone, ora lavoro un paio d’ore. Se vuoi, dopo possiamo fare una passeggiata.»
«A dire il vero… mi faresti la ceretta?»
Mi ero quasi dimenticata. «Sì, certo. Appena finisco ti chiamo.»
«Grazie mille.»
In camera mi cambiai: un paio di shorts morbidi e corti, grigi, e una maglietta larga e corta che lasciava intravedere l’ombelico. Niente reggiseno, solo un perizoma nero. Mi sentivo comoda, libera, ma anche… esposta.
Le due ore di lavoro volarono. Spensi il pc e bussai alla sua porta.
«Hey, ho finito. Prendo l’attrezzatura e sono pronta.»
«Arrivo.»
Scaldai la cera in un pentolino, stesi un grande asciugamano sul divano per farlo sdraiare comodo e non sporcare. Simone uscì dalla sua stanza solo con un pantaloncino, senza maglietta. Il caldo estivo lo giustificava, ma il suo torso definito mi fece distogliere lo sguardo per un attimo.
«Sistemati qui, sdraiati. Così stiamo comodi.»
«Ok.»
«Guarda che con il pantaloncino non ti depilo mica» dissi ridendo, per spezzare la tensione.
«Hai ragione» rispose, evitando i miei occhi, timido.
«Posso restare in boxer?»
«Proviamo.»
Si tolse il pantaloncino. Gli feci cenno di abbassare un po’ i boxer per iniziare, ma lo fece appena, così presi l’iniziativa. Con un gesto deciso glieli abbassai quel tanto che serviva per lavorare.
Stesi la cera calda sulla pelle. Il silenzio in salotto era pesante, rotto solo dal rumore delle strisce che aderivano. La sagoma del suo membro si vedeva chiaramente sotto i boxer. Sentii quel calore ormai familiare risalirmi dal basso.
Per farlo rilassare gli chiesi delle serie TV che stava guardando. Mi disse che ne aveva iniziate un paio, ma aveva dimenticato il tablet a casa dei nostri. Gli offrii il mio iPad, e lui accettò con un sorriso.
Continuavo a stendere la cera, ma l’elastico dei boxer saliva di continuo. Senza chiedere, li abbassai di più – troppo. Il suo membro scivolò fuori, libero.
Silenzio.
Era… impressionante, anche a riposo. Spesso, non circonciso, proprio come piacevano a me. Il cuore mi batteva forte. Per non far pesare il momento continuai a parlare come se nulla fosse, afferrandolo dolcemente per spostarlo di lato e stendere la cera.
Lui riprese a rispondermi, ma la voce tremava. Sentivo la tensione nel suo corpo.
«Senti, abbassali del tutto i boxer. Facciamo prima e stiamo più comodi. Tanto non ci facciamo problemi, no?»
«Ok» disse, ancora più imbarazzato.
Li abbassò, rivelando tutto. Aveva davvero molti peli.
«Vuoi una ceretta completa?» chiesi.
«Non l’ho mai fatta. Di solito uso il rasoio elettrico.»
«La ceretta dura di più, rende tutto più uniforme.»
«Se me lo consigli, va bene.»
«Soprattutto per la sauna, con quei costumi minuscoli. Anche io mi depilo sempre tutta, per sentirmi pulita. A volte lascio un po’ di peluria, ma di solito sono liscia.»
«A capito.»
Mentre parlavamo, lo sentii irrigidirsi nella mia mano. Era caldo, teso. Capivo che si stava trattenendo per non far vedere quanto fosse a disagio – o eccitato. Le mie mutandine erano ormai fradice. Non riuscivo a pensare ad altro che alla sensazione di averlo tra le dita.
Finii di depilarlo. Era liscio, perfetto, testicoli compresi. Il suo membro era ancora duro. Prima di farlo alzare, con una scusa, lo presi un’ultima volta in mano.
«C’è un pezzetto di cera rimasto» mentii.
Gli abbassai leggermente la pelle, scoprendo la punta. Era bagnata.
Non resistevo più. Tolsi la mano di scatto.
«Ho finito.»
Si coprì subito con le mani, afferrò boxer e pantaloncino, mi ringraziò e disse che andava a farsi una doccia.
Rimasi lì, sola, con il cuore che martellava e un fuoco dentro che non riuscivo a spegnere.
Continua....
Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
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