Scrivania dodici

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tradimenti

Il ministero occupava un edificio di cemento e vetro progettato per funzionare anche senza persone. Ogni mattina, alle 8:42 precise, Marco infilava il tesserino magnetico nella fessura, attraversava il corridoio del quarto piano e prendeva posto alla scrivania numero dodici. Il suo compito era catalogare richieste di archiviazione relative a faldoni già distrutti. Fogli inutili destinati a certificare l’inesistenza di altri fogli.
L’aria condizionata era bloccata a ventun gradi, dodici mesi all’anno. Dopo il terzo inverno, Marco aveva smesso di sentire gli odori. A volte gli sembrava che anche i suoi polmoni si fossero adattati a quell’atmosfera sterile, filtrata, priva di stagioni.
Poi, a metà maggio, arrivò Elena.
Le assegnarono la postazione di fronte alla sua. In mezzo c’era solo un pannello di plexiglass opaco che tagliava i loro corpi all’altezza del petto, isolandoli. Durante il discorso di benvenuto del capo reparto, Elena non aprì il blocco degli appunti. Teneva le mani piatte sul tavolo, le dita leggermente divaricate, e osservava la stanza con una lentezza che somigliava a un’ispezione.
Quando sollevò gli occhi verso Marco, lui avvertì la pressione di uno sguardo che non cercava un contatto, ma una misura.
Elena non sorrise.
Nei giorni successivi si limitarono ai codici di servizio. Numeri di protocollo, scadenze, deleghe di firma. Eppure, la presenza di Elena alterò il ritmo dell’ufficio.
Aveva l’abitudine di premere due volte la spillatrice, anche per un foglio singolo.
Tac.
Tac.
Un’abitudine superflua in un luogo che puniva il superfluo. Marco iniziò a calibrare il proprio lavoro su quel doppio colpo.
Il plexiglass riduceva ogni movimento di lei a un’ombra incompleta. Marco vedeva la macchia scura delle sue mani muoversi tra le cartelle, la curva del collo quando si legava i capelli, il riflesso lattiginoso della camicia contro la plastica. Una volta, mentre lei si chinava a raccogliere una penna, il tessuto della camicetta si tese contro le scapole, rivelando la forma esatta delle ossa.
Marco distolse lo sguardo con un secondo di ritardo.
Da quel momento, il ticchettio dei tasti dall’altra parte del pannello smise di essere rumore di fondo. Diventò un conteggio.
L’ufficio manteneva la sua efficienza automatica: monitor accesi, notifiche di sistema, torri di cartelle grigie allineate negli schedari di ferro. Ma sotto la superficie immobile delle cose, qualcosa aveva cominciato a cedere.
Una sera, verso le sette, la pioggia prese a battere di taglio contro le vetrate.
Fu un attimo: l’intero quartiere precipitò nel blackout.
I monitor si azzerarono.
Le plafoniere al neon vibrarono, emisero un ronzio acuto e si spensero in sequenza, da un capo all’altro del corridoio. L’ufficio sprofondò in una penombra bluastra, alimentata soltanto dai fari delle auto tre piani più in basso.
Il silenzio fu istantaneo.
Niente tastiere.
Niente ventilazione.
Niente stampanti.
Marco rimase fermo, le mani sospese sulla tastiera.
Per la prima volta riusciva a sentire la pioggia.
L’edificio sembrava aver interrotto le proprie funzioni vitali. Poi, nel vuoto della stanza, avvertì l’attrito della sedia di Elena sul linoleum.
La sagoma di lei superò la linea del plexiglass.
Nel buio, i contorni del suo viso erano cancellati. Solo gli occhi trattenevano il riflesso della strada. Fece un passo avanti, superando il confine invisibile tra le due scrivanie. Marco lasciò il mouse spento e tese lentamente le dita sul tavolo.
Elena si fermò a pochi centimetri da lui.
Aveva una linea di umidità sul collo, vicino alla clavicola, che brillava appena nel buio.
Allungò la mano e gli premette le dita sul polso.
Non un bacio.
Non una carezza.
Sembrava il controllo di un battito, come a verificare che sotto la camicia ministeriale ci fosse ancora un corpo caldo.
Sotto la pressione delle sue falangi, il cuore di Marco accelerò.
Il calore di lei arrivò come uno schiaffo dopo anni di aria condizionata.
Fu Marco a ridurre la distanza. Le posò le mani sui fianchi, stringendo il tessuto rigido della gonna d’ordinanza. Elena arretrò di un millimetro, finché la schiena non urtò il bordo metallico della scrivania con un colpo secco.
Il freddo del ferro.
Il buio.
Il respiro corto.
C’era un odore di pioggia e ozono incastrato nei suoi capelli. Si cercarono i corpi con una fretta metodica, quasi burocratica, come se stessero evadendo una pratica rimasta in sospeso troppo a lungo.
Un bottone della camicia di lei si staccò, rimbalzò sul linoleum e rotolò sotto lo schedario.
Nessuno dei due si voltò.
Fuori, i fari delle auto tagliavano il soffitto. Dentro, il tempo era saltato insieme alla corrente.
Marco pensò che l’indomani tutto sarebbe ricominciato identico: codici, faldoni, notifiche, ventun gradi costanti.
Nulla si sarebbe risolto.
Ma in quel momento, il peso del corpo di Elena rendeva il giorno dopo un pensiero tollerabile.
Poi, la luce tornò.
Il neon sopra le loro teste vibrò prima di esplodere in un bianco accecante. I computer emisero un fischio simultaneo; i ventilatori ripresero a sputare aria filtrata, ricacciando indietro l'odore della pioggia.
La stanza tornò a essere un ufficio del quarto piano.
La camicia di Elena era aperta di due bottoni. Un faldone si era piegato sotto il peso dei loro corpi. Le mani di Marco erano ancora lì, conficcate nei suoi fianchi, improvvisamente vistose, fuori posto.
Elena si staccò lentamente. C'era una frazione di secondo nei suoi occhi — un'ombra di smarrimento — che svanì subito. Con movimenti precisi si risistemò il colletto, recuperò la pinza nera dal polso e si raccolse i capelli. Non guardò a terra, dove il bottone era rimasto vicino alla ruota della sedia. Entrambi sapevano che raccoglierlo avrebbe significato portarsi quel minuto di buio dentro la luce del giorno. E il ministero non tollerava i souvenir.
Attraversò quella luce cruda, tornò dietro il plexiglass e si sedette.
Sul monitor di Marco comparve la schermata di login. Inserire password.
Dall’altra parte del divisorio opaco, la spillatrice batté due colpi.
Tac.
Pausa.
Tac.
Era un segnale. Era la prova che quello che era successo era vero, che lei ricordava, che c'era un'umanità intatta dietro la plastica opaca. Eppure, era un segnale che non portava da nessuna parte. Non c'era nessuna rivoluzione in arrivo, nessun lieto fine. C'era solo la consapevolezza condivisa di essere prigionieri dello stesso ingranaggio.
Il cursore lampeggiava sul campo vuoto.
Marco guardò la sagoma sfocata di Elena oltre il pannello, accettando l'accordo tacito. Abbassò gli occhi sulla tastiera. Le sue dita trovarono i tasti. Digitò la stringa al primo tentativo, senza sbagliare un carattere.
scritto il
2026-05-19
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