Spa fatata

di
genere
corna

Ci eravamo concessi quella vacanza dopo quasi un anno di lavoro ininterrotto, lavorare con mia moglie era splendido e devastante al contempo.
Sette giorni di montagna, di sci e di relax ci avrebbero ritemprato e rigenerati come coppia, visto che le pratiche quotidiane si erano spesso frapposte tra noi anche tra le lenzuola.
Non avevamo risparmiato su nulla, e la spa dell’hotel era all’altezza della situazione: dopo un lungo ammollo in idromassaggio lei aveva preferito risalire in camera, mentre a me era venuta voglia di bagno turco.
Entrai nella nube di vapore caldissimo sapendo di essere solo, non avevo visto ciabatte intorno alla porta.
Dopo averla lavata in abbondanza mi accoccolai sulle piastrelle della seduta respirando le essenze di eucalipto che saturavano l’aria, con la pelle che sembrava scottare al contatto con le miriadi di goccioline vaporose.
Riuscivo a scorgere bene il pavimento, ma da un metro di altezza fino alla volta azzurra il vapore rendeva indefiniti i confini.
Avevo appena socchiuso gli occhi quando sentii aprire la porta, e vidi entrare due piedini con le unghie rosso vermiglio e due gambe esili e bianchissime.
Avanzo’ attraversando la nebbia, fino ad essere visibile in tutta la sua figura; l’avevo già vista a cena in hotel nei giorni precedenti, identificandola come una tedesca quarantenne, madre di tre figli confusionari che il marito non si curava troppo di placare.
Mi fece un saluto con la manò e sussurrò un saluto in tedesco piuttosto comune; noi eravamo l’unica famiglia di italiani in un misto di sloveni, austriaci, cechi e, appunto, tedeschi.
Era nuda, come me, e il suo volto non mostrò meraviglia che la guardassi per un attimo; nella mia prima vacanza in Alto Adige avevo pudicamente indossato il costume a ogni mio accesso in spa, per poi capire che stare nudi era molto più comodo, più salubre e naturale.
Da uomo medio avrei desiderato sfoggiare un pene a riposo di dimensioni generose e attraente, ma me ne ero fatto una ragione.
La donna era minuta, con un viso dolce e rotondo, le labbra sottili e il naso vagamente francese, due seni piccoli ma dai rosoni generosi; rimasi colpito dai suoi capelli sciolti, lunghi e completamente grigi.
Si guardò in giro, poi si sedette non troppo lontano da me, tirando i piedi sulla seduta e abbracciandosi le ginocchia.
“Tutto bene?” provai a dirle in inglese osservando il suo sguardo pensieroso.
Fece si’ con il capo, senza mostrare il fastidio per la domanda.
“Sono molto stanca” rispose in un inglese fluente, senza la rigidità fonica di altri tedeschi che avevo conosciuto.
“Stanca per la giornata di sci…” fece una pausa. “E un po’ stanca di mio marito, qualche volta non lo capisco”.
Sorrise vacua, guardandomi.
“Succede in ogni coppia” risposi sorpreso da quella confessione. “Non è sempre rosa e fiori neppure con mia moglie. Voi poi avete tre figli, sarà faticoso”
Annuì e mi guardò, cercando forse di individuare chi fosse mia moglie tra le donne viste in hotel.
“A lei non piace il bagno turco?” chiese.
“No, non ama le spa. Per il caldo, e per la timidezza”, dissi scrollando le spalle.
Aveva due occhi scuri che risaltavano sulla pelle candida, arrossata a fatica dal sole e dal calore.
“Anche io soffro il caldo, amo l’hammam ma resisto poco”.
Sorrisi, presi dal mio fianco il panno di spugna che mi ero portato e glielo mostrai.
“Il segreto è questo, è semplice, ma pochi lo sanno”.
Mi guardò incuriosita, mentre mi alzavo e andando alla fontanella bagnai abbondantemente la spugna, strizzandola poi debolmente.
“Posso farti provare?” mi sedetti al suo fianco, e lei parve apprezzarlo.
“Son curiosa, proviamo” disse sciogliendo l’abbraccio dalle ginocchia e sedendosi normalmente.
Iniziai a massaggiarle la schiena con il panno bagnato, e il freddo sulla pelle sudata la fece rabbrividire.
“Uh, che buffo” disse con voce divertita.
Continuai a massaggiarla con movimenti circolari, dalle spalle giù verso la schiena e la zona lombare, per poi risalire e scendere lungo le braccia.
Andai un paio di volte a rinfrescare il panno alla fontanella, e lei mi aspettava senza muoversi, rilassando lentamente i muscoli delle spalle.
“E’ fantastico, dove hai imparato?” mi chiese con la sua voce esile.
“All’università feci un Erasmus di sei mesi a Istambul, dove mi appassionai al mondo dell’hammam. Feci anche un corso per massaggiatore” risposi.
“Sei davvero bravo, mi sento benissimo”
Con una mano raccolse i capelli in un unico fascio, spostandoseli sul seno per scoprire le spalle; vidi il tatuaggio che le adornava il collo.
Era una fata, simile alla Trilli di Peter Pan ma più sensuale, con le ali argentee e gli occhi verdissimi.
Sembrava muoversi con il movimento dei muscoli del collo, che la rendevano animata e incredibilmente realistica.
“Il tuo tatuaggio è incredibile, bellissimo” le dissi mentre continuavo il massaggio ma senza staccare gli occhi dalla fata. “Come ti chiami?” aggiunsi.
“Edith, grazie, lo adoro anche io. E tu?”
“Andrea; so che da voi è un nome da ragazza, ma in Italia no”.
Iniziai a massaggiarle i fianchi, e mi spostai sulla pancia, lasciando che anche le mie dita potessero sfiorare la sua pelle.
Risalii lentamente, fino all’incavo sotto i suoi seni; non avevo voglia di fermarmi ma esitai temendo di rovinare tutto.
Se ne accorse, alzo’ la mano destra prendendo la mia, guidandola con il panno sui seni, facendoli massaggiare piano.
Gli occhi corsero alla porta, se fosse entrato qualcuno forse non ci avrebbe visto subito, ma non avremmo fatto in tempo a ricomporci. Dovetti sperare che anche a suo marito non piacesse il bagno turco.
Edith si giro’ a guardarmi, inclinando il capo di lato; le mie labbra raggiunsero in un attimo le sue, avvolgendole.
Le aspettava, desiderandole; schiuse le sue e la sua lingua raggiunse la mia, avvolgendola con un aroma di menta e cannella, curiosando tra le pieghe delle mia guance e mordicchiandomi dolcemente.
“Siamo in un sogno?” sussurrò.
“Non svegliarmi” risposi, lasciando cadere sulla seduta lo straccio e stringendole appena i seni e i capezzoli diventati durissimi.
Con un movimento rapido ed elegante si voltò verso di me, sollevò le gambe minute intrecciandole con le mie; i nostri corpi erano vicinissimi e riprendemmo a baciarci.
Avevo sempre pensato che avere una erezione in spa fosse parecchio indegno, ma mi resi conto che ormai ce l’avevo durissimo.
Lei sorrise intuendo i miei dubbi: “A mio marito non faccio questo effetto da anni, sai?”
Si avvicino’ ancora, sentii la sua mano che me lo avvolgeva e puntandolo verso il basso lo appoggiò alle sue grandi labbra.
“Prendimi” sussurrò, e si spinse in avanti lasciandomi entrare dentro di lei.
Il caldo dell’hammam mi parve nulla al confronto di ciò che sentii nel profondo del suo sesso. Scivolò dentro avvolto dal suo nettare lubrificante, facendole inarcare la schiena emettendo un gemito di piacere.
Provammo a muoverci in sincrono ma seduti in quel modo non era semplice; si sollevò appena, mise le ginocchia sulla seduta e si trovò sopra di me, ad amazzone.
Le misi le mani sotto le natiche e la sollevai, era una piuma e tremava dal piacere.
Lasciai che scendesse verso il basso, impalandosi profondamente; emise un gemito forte e mi morse sul collo.
“Che meraviglia” disse, sussurrando poi qualcosa in tedesco.
Iniziò a cavalcare sollevandosi con le gambe, aiutata dalle mie braccia che le serravano i glutei.
I suoi seni piccoli guizzavano davanti a me e continuavamo a baciarci con passione.
Rallentò per prendere fiato, massaggiandomi il glande con i muscoli pelvici in un abbraccio che mi porto’ vicinissimo al culmine.
Se ne accorse e mi sorrise, ansimando di piacere e riprendendo a cavalcare, serrandomi le braccia al collo.
“Dio, vengo, vengo” disse lasciandosi andare e gemendo libera.
Provai a staccarla da me sentendo che l’orgasmo mi travolgeva, ma lei serrò le gambe e mi tenne a sé.
“Ti voglio, godi con me” gemette sentendo che le mie dighe crollavano e fiotti caldi e prepotenti le inondavano la vagina.
“Edith, Edith..” riuscii a dire sentendo gli spasmi del mio corpo che si liberava di tutte le tensioni e i desideri repressi.
“ Dio che scopata..” sussurrai in italiano per non farla capire, ma il suo sorriso malizioso mi fece intendere che aveva intuito.
“Tu sei davvero una fata” aggiunsi prima che mi avvolgesse con un ultimo, lunghissimo bacio.
Si staccò da me, con morbida eleganza; la mia crema bianca e densa le colava lungo la coscia.
Se ne accorse, la raccolse con le dita e guardandomi maliziosamente se le leccò fino a farla sparire.
“E’ dolce…come te”. Mi allungò un ultimo bacio e fece per uscire.
Le trattenni una mano. “Vediamoci domani sera Edith, ti prego”.
Scosse il capo: “Domattina partiamo, ma sta tranquillo…”
Si accarezzo’ la pancia: “Spero di portarti sempre con me”.
Scomparve nel vapore, veloce, come la mia erezione che lasciava il posto a uno straccio umido.
Sospirai, felice e appagato.
scritto il
2026-02-03
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