Suo fratello è un toro 9
di
Forbidden Thoughts
genere
tradimenti
Quando arrivammo alla casa al mare era già buio.
La strada che portava al cancello era la stessa di sempre: stretta, piena di pini che si piegavano sopra l’asfalto come se volessero chiuderla al resto del mondo. Il rumore del mare arrivava in lontananza, basso e continuo, anche se non si vedeva ancora.
Erano passate due settimane.
Due settimane da quel pomeriggio.
Due settimane da quando avevo capito che la mia vita si era divisa in due strade parallele.
Da una parte il mio fidanzato.
Le nostre cene, i suoi libri sparsi sul tavolo, le conversazioni lunghe e tranquille.
Dall’altra parte suo fratello.
E il telefono.
All’inizio erano stati solo messaggi.
Provocazioni.
Poi qualcosa era cambiato.
Avevamo iniziato a scriverci ogni giorno.
La mattina presto.
La sera tardi.
Nei momenti in cui il mio fidanzato era distratto.
A volte bastava una parola.
Altre volte intere conversazioni che nessun altro avrebbe dovuto leggere.
E poi le foto.
Sempre meno innocenti.
Un gioco che nessuno dei due aveva davvero deciso di fermare.
Quando il mio fidanzato parcheggiò davanti alla casa le luci del portico erano già accese.
La porta si aprì quasi subito.
«Finalmente!» disse sua madre.
Entrammo tra saluti, abbracci e il solito caos di borse, giacche e chiavi appoggiate sul tavolino dell’ingresso.
Il soggiorno era illuminato dalle lampade gialle che ricordavo bene.
Il tavolo era pieno di piatti.
Il profumo di qualcosa che stava ancora cuocendo arrivava dalla cucina.
«Siete arrivati tardi» disse il padre.
«Traffico» rispose il mio fidanzato.
Io annuii distrattamente.
Perché sapevo che lui era già lì.
Lo vidi pochi secondi dopo.
Era appoggiato al bancone della cucina con un bicchiere in mano.
Camicia chiara, maniche arrotolate.
L’aria rilassata di chi è arrivato molto prima.
Quando alzò lo sguardo mi trovò subito.
Come sempre.
Non servì dire nulla.
Il suo sorriso fu appena accennato.
Quasi invisibile.
Ma bastò.
Il mio fidanzato continuava a parlare con suo padre.
Io rimasi qualche passo indietro.
Lui fece un sorso.
Senza distogliere lo sguardo.
Poi finalmente parlò.
«Allora» disse. «Ce l’avete fatta.»
«A quanto pare» risposi.
«Ti sei annoiata durante il viaggio?»
Lo fulminai con lo sguardo. «Non più di tanto, il traffico dopo un po’ scoccia...»
Ridacchiò piano.
Solo io capii perché.
Qualcuno dalla cucina lo chiamò.
Lui si voltò un attimo.
Quando tornò a guardarmi fece un piccolo gesto con la testa.
Appena accennato.
Un promemoria.
Il telefono vibrò nella tasca del mio vestito.
Lo tirai fuori con un gesto rapido.
Un messaggio.
*Ti sono piaciuti i messaggi durante il viaggio, vero?*
Alzai lo sguardo.
Lui era ancora lì.
*E ora non mi hai ancora salutato come merito.*
Il mio cuore accelerò leggermente.
Scrissi la risposta senza pensarci troppo.
*C’è tutta la tua famiglia qui. Smettila.*
Tre puntini apparvero sullo schermo.
Poi sparirono.
Poi tornarono.
*Eppure durante poco fa mi hai scritto che non vedevi l’ora di vedermi...*
Alzai gli occhi.
Lui stava già guardando verso la finestra che dava sul giardino.
Poi tornò a fissarmi.
Il suo sorriso si allargò appena.
Come se avesse appena avuto un’idea.
In quel momento il mio fidanzato mi passò un braccio intorno alle spalle.
«Andiamo fuori un attimo?» disse. «Si sente il mare.»
Annuii.
Uscimmo sul portico.
L’aria era fresca e salata.
La sera era limpida e il rumore delle onde arrivava più forte adesso.
Il mio fidanzato iniziò a raccontarmi cose che non riesco a ricordare.
Una riunione complicata.
Un collega che aveva fatto un errore.
Io ascoltavo.
O almeno ci provavo.
Perché il telefono vibrò di nuovo.
*Sei bellissima stasera.*
Guardai lo schermo.
Poi girai lo sguardo verso la finestra della cucina.
Lui era ancora lì.
Mi osservava.
Come se sapesse esattamente cosa stavo provando.
Distolsi lo sguardo.
«Tutto bene?» chiese il mio fidanzato.
«Sì.»
«Sembri distratta.»
«Solo un po’ stanca.»
Lui annuì.
Poi mi attirò leggermente a sé.
«Domani mattina io devo incontrare il sindaco del paese, ricordi?» disse. «Poi al pomeriggio sono tutto per te.»
Sorrisi. Ma gli dissi: «Non ti sembra di esagerare con il lavoro? Questo weekend ci serve anche per staccare un po’…»
Il telefono vibrò ancora.
Non lo tirai fuori subito.
Lo sentivo contro la coscia.
Come una presenza costante.
Quando finalmente lo guardai c’era un nuovo messaggio.
*Lo sai già cosa succederà questo weekend, vero?*
Alzai lentamente gli occhi.
La finestra della cucina adesso era vuota.
Lui non era più lì.
Il mare continuava a muoversi nel buio davanti a noi.
Il mio fidanzato parlava ancora.
Ma nella mia testa c’era solo una certezza.
Quel weekend al mare sarebbe stato molto più complicato di quanto avessi immaginato.
~~~
Poco dopo ci sedemmo a tavola per cenare.
La cucina della casa al mare era grande, con il tavolo di legno massiccio al centro e le finestre aperte verso il giardino. Da fuori arrivava l’odore salmastro del mare mescolato a quello dei pini. Le onde si sentivano appena, un rumore basso e continuo che accompagnava le voci.
La disposizione dei posti fu quasi automatica.
Il padre del mio fidanzato si sedette a capotavola, come sempre.
Il mio fidanzato dall’altra parte, di fronte a lui.
Io mi ritrovai alla destra del mio ragazzo. Su madre di fronte a me.
E suo fratello… al mio fianco.
Quando mi sedetti lo sentii spostare appena la sedia.
Solo di pochi centimetri.
Abbastanza perché le nostre gambe si sfiorassero sotto il tavolo.
Nessuno se ne accorse.
«Allora» disse la madre portando in tavola una grande teglia. «Vi siete fermati nel traffico?»
«Un po’» rispose il mio fidanzato. «Soprattutto all’uscita della tangenziale.»
«Classico del venerdì sera» disse il padre.
Le conversazioni iniziarono a scorrere come succede sempre nelle cene di famiglia: una domanda, una battuta, un ricordo tirato fuori quasi per caso.
Io cercavo di seguire il discorso.
Ma era difficile.
Perché ogni tanto sentivo la sua mano, la mano del fratello del mio fidanzato sfiorarmi le gambe.
Movimenti minimi.
Quasi impercettibili.
Ad un certo momento si spinse a mettermela tra le cosce, sotto la tovaglia.
Non mi mossi. Dopo un po’ la tolse.
Era eccitata e spaventata. Lui sempre divertito e provocante.
Continuai a mangiare.
A parlare con sua madre.
A fare domande sul giardino, sul mare, su quanto fosse cambiato il paese negli ultimi anni.
Poi, sotto il tavolo, sentii di nuovo il contatto.
Questa volta più deciso. Prese a massaggiarmi l’interno coscia con il pollice.
Sempre ben nascosto dalla tovaglia.
Diedi un colpo di tosse. Sollevai appena lo sguardo.
Lui stava parlando con suo padre e il mio fidanzato.
Assolutamente tranquillo.
Come se non stesse succedendo nulla.
Mi passai una mano tra i capelli.
«Hai fame?» chiese la madre del mio fidanzato.
«Molto» risposi.
«Meno male. Avevo paura che arrivaste troppo stanchi per mangiare.»
«Impossibile» disse il mio ragazzo ridendo. «Con quello che hai preparato.»
Alzai lo sguardo verso di fratello.
Per un attimo i nostri occhi si incrociarono.
Solo un secondo.
Poi lui tornò a guardare il piatto.
Continuando a parlare come se nulla fosse.
La conversazione scivolò presto sul programma del giorno dopo.
«Domani mattina noi usciamo» disse la madre.
«Davvero?» chiese il mio fidanzato.
«Sì. Andiamo a trovare Carlo e Teresa. Sono tornati da poco dalla Francia.»
«Quelli della casa bianca vicino alla pineta.» disse il padre.
«Certo.»
Il padre annuì.
«Andremo verso le dieci.»
Poi guardò il figlio.
«Tu invece avevi quell’incontro, giusto?»
Il mio fidanzato sospirò.
«Già.»
«Con chi?» chiese la madre.
«Il sindaco.»
Il padre sorrise.
«Sempre lavoro anche al mare.» dissi io.
«Solo mezz’ora» rispose lui. «Dice che vuole parlarmi di un progetto sul lungomare.»
«Quindi domani mattina sparisci?» disse il fratello con tono divertito.
«Solo per un po’.»
«Io dormirò.» rispose.
Risero tutti.
Io rimasi in silenzio per un momento.
Stavo ancora elaborando quella semplice informazione.
Il padre riprese la conversazione.
«Quindi ricapitoliamo.»
Si appoggiò allo schienale della sedia.
«Noi due via alle dieci.»
Indicò la moglie.
«Tu dal sindaco.»
Indicò il figlio maggiore.
Poi si voltò verso di me.
«E tu?»
Sorrisi.
«Io credo che resterò qui. Al massimo andrò a fare una passeggiata in riva al mare in attesa che torni.» dissi rivolgendomi al mio fidanzato.
Poi il padre guardò verso il fratello minore.
«E tu vedi di non fare il cafone rimanendo in stanza tutto il tempo.»
«Tranquillo Pa’, le farò compagnia da bravo ospite.» rise.
Sentii di nuovo la sua mano tra le mie gambe.
Questa volta non si spostò.
«Perfetto» disse la madre.
In quel momento capii una cosa con assoluta chiarezza.
La mattina dopo mi sarei trovata davanti a un punto di non ritorno.
La strada che portava al cancello era la stessa di sempre: stretta, piena di pini che si piegavano sopra l’asfalto come se volessero chiuderla al resto del mondo. Il rumore del mare arrivava in lontananza, basso e continuo, anche se non si vedeva ancora.
Erano passate due settimane.
Due settimane da quel pomeriggio.
Due settimane da quando avevo capito che la mia vita si era divisa in due strade parallele.
Da una parte il mio fidanzato.
Le nostre cene, i suoi libri sparsi sul tavolo, le conversazioni lunghe e tranquille.
Dall’altra parte suo fratello.
E il telefono.
All’inizio erano stati solo messaggi.
Provocazioni.
Poi qualcosa era cambiato.
Avevamo iniziato a scriverci ogni giorno.
La mattina presto.
La sera tardi.
Nei momenti in cui il mio fidanzato era distratto.
A volte bastava una parola.
Altre volte intere conversazioni che nessun altro avrebbe dovuto leggere.
E poi le foto.
Sempre meno innocenti.
Un gioco che nessuno dei due aveva davvero deciso di fermare.
Quando il mio fidanzato parcheggiò davanti alla casa le luci del portico erano già accese.
La porta si aprì quasi subito.
«Finalmente!» disse sua madre.
Entrammo tra saluti, abbracci e il solito caos di borse, giacche e chiavi appoggiate sul tavolino dell’ingresso.
Il soggiorno era illuminato dalle lampade gialle che ricordavo bene.
Il tavolo era pieno di piatti.
Il profumo di qualcosa che stava ancora cuocendo arrivava dalla cucina.
«Siete arrivati tardi» disse il padre.
«Traffico» rispose il mio fidanzato.
Io annuii distrattamente.
Perché sapevo che lui era già lì.
Lo vidi pochi secondi dopo.
Era appoggiato al bancone della cucina con un bicchiere in mano.
Camicia chiara, maniche arrotolate.
L’aria rilassata di chi è arrivato molto prima.
Quando alzò lo sguardo mi trovò subito.
Come sempre.
Non servì dire nulla.
Il suo sorriso fu appena accennato.
Quasi invisibile.
Ma bastò.
Il mio fidanzato continuava a parlare con suo padre.
Io rimasi qualche passo indietro.
Lui fece un sorso.
Senza distogliere lo sguardo.
Poi finalmente parlò.
«Allora» disse. «Ce l’avete fatta.»
«A quanto pare» risposi.
«Ti sei annoiata durante il viaggio?»
Lo fulminai con lo sguardo. «Non più di tanto, il traffico dopo un po’ scoccia...»
Ridacchiò piano.
Solo io capii perché.
Qualcuno dalla cucina lo chiamò.
Lui si voltò un attimo.
Quando tornò a guardarmi fece un piccolo gesto con la testa.
Appena accennato.
Un promemoria.
Il telefono vibrò nella tasca del mio vestito.
Lo tirai fuori con un gesto rapido.
Un messaggio.
*Ti sono piaciuti i messaggi durante il viaggio, vero?*
Alzai lo sguardo.
Lui era ancora lì.
*E ora non mi hai ancora salutato come merito.*
Il mio cuore accelerò leggermente.
Scrissi la risposta senza pensarci troppo.
*C’è tutta la tua famiglia qui. Smettila.*
Tre puntini apparvero sullo schermo.
Poi sparirono.
Poi tornarono.
*Eppure durante poco fa mi hai scritto che non vedevi l’ora di vedermi...*
Alzai gli occhi.
Lui stava già guardando verso la finestra che dava sul giardino.
Poi tornò a fissarmi.
Il suo sorriso si allargò appena.
Come se avesse appena avuto un’idea.
In quel momento il mio fidanzato mi passò un braccio intorno alle spalle.
«Andiamo fuori un attimo?» disse. «Si sente il mare.»
Annuii.
Uscimmo sul portico.
L’aria era fresca e salata.
La sera era limpida e il rumore delle onde arrivava più forte adesso.
Il mio fidanzato iniziò a raccontarmi cose che non riesco a ricordare.
Una riunione complicata.
Un collega che aveva fatto un errore.
Io ascoltavo.
O almeno ci provavo.
Perché il telefono vibrò di nuovo.
*Sei bellissima stasera.*
Guardai lo schermo.
Poi girai lo sguardo verso la finestra della cucina.
Lui era ancora lì.
Mi osservava.
Come se sapesse esattamente cosa stavo provando.
Distolsi lo sguardo.
«Tutto bene?» chiese il mio fidanzato.
«Sì.»
«Sembri distratta.»
«Solo un po’ stanca.»
Lui annuì.
Poi mi attirò leggermente a sé.
«Domani mattina io devo incontrare il sindaco del paese, ricordi?» disse. «Poi al pomeriggio sono tutto per te.»
Sorrisi. Ma gli dissi: «Non ti sembra di esagerare con il lavoro? Questo weekend ci serve anche per staccare un po’…»
Il telefono vibrò ancora.
Non lo tirai fuori subito.
Lo sentivo contro la coscia.
Come una presenza costante.
Quando finalmente lo guardai c’era un nuovo messaggio.
*Lo sai già cosa succederà questo weekend, vero?*
Alzai lentamente gli occhi.
La finestra della cucina adesso era vuota.
Lui non era più lì.
Il mare continuava a muoversi nel buio davanti a noi.
Il mio fidanzato parlava ancora.
Ma nella mia testa c’era solo una certezza.
Quel weekend al mare sarebbe stato molto più complicato di quanto avessi immaginato.
~~~
Poco dopo ci sedemmo a tavola per cenare.
La cucina della casa al mare era grande, con il tavolo di legno massiccio al centro e le finestre aperte verso il giardino. Da fuori arrivava l’odore salmastro del mare mescolato a quello dei pini. Le onde si sentivano appena, un rumore basso e continuo che accompagnava le voci.
La disposizione dei posti fu quasi automatica.
Il padre del mio fidanzato si sedette a capotavola, come sempre.
Il mio fidanzato dall’altra parte, di fronte a lui.
Io mi ritrovai alla destra del mio ragazzo. Su madre di fronte a me.
E suo fratello… al mio fianco.
Quando mi sedetti lo sentii spostare appena la sedia.
Solo di pochi centimetri.
Abbastanza perché le nostre gambe si sfiorassero sotto il tavolo.
Nessuno se ne accorse.
«Allora» disse la madre portando in tavola una grande teglia. «Vi siete fermati nel traffico?»
«Un po’» rispose il mio fidanzato. «Soprattutto all’uscita della tangenziale.»
«Classico del venerdì sera» disse il padre.
Le conversazioni iniziarono a scorrere come succede sempre nelle cene di famiglia: una domanda, una battuta, un ricordo tirato fuori quasi per caso.
Io cercavo di seguire il discorso.
Ma era difficile.
Perché ogni tanto sentivo la sua mano, la mano del fratello del mio fidanzato sfiorarmi le gambe.
Movimenti minimi.
Quasi impercettibili.
Ad un certo momento si spinse a mettermela tra le cosce, sotto la tovaglia.
Non mi mossi. Dopo un po’ la tolse.
Era eccitata e spaventata. Lui sempre divertito e provocante.
Continuai a mangiare.
A parlare con sua madre.
A fare domande sul giardino, sul mare, su quanto fosse cambiato il paese negli ultimi anni.
Poi, sotto il tavolo, sentii di nuovo il contatto.
Questa volta più deciso. Prese a massaggiarmi l’interno coscia con il pollice.
Sempre ben nascosto dalla tovaglia.
Diedi un colpo di tosse. Sollevai appena lo sguardo.
Lui stava parlando con suo padre e il mio fidanzato.
Assolutamente tranquillo.
Come se non stesse succedendo nulla.
Mi passai una mano tra i capelli.
«Hai fame?» chiese la madre del mio fidanzato.
«Molto» risposi.
«Meno male. Avevo paura che arrivaste troppo stanchi per mangiare.»
«Impossibile» disse il mio ragazzo ridendo. «Con quello che hai preparato.»
Alzai lo sguardo verso di fratello.
Per un attimo i nostri occhi si incrociarono.
Solo un secondo.
Poi lui tornò a guardare il piatto.
Continuando a parlare come se nulla fosse.
La conversazione scivolò presto sul programma del giorno dopo.
«Domani mattina noi usciamo» disse la madre.
«Davvero?» chiese il mio fidanzato.
«Sì. Andiamo a trovare Carlo e Teresa. Sono tornati da poco dalla Francia.»
«Quelli della casa bianca vicino alla pineta.» disse il padre.
«Certo.»
Il padre annuì.
«Andremo verso le dieci.»
Poi guardò il figlio.
«Tu invece avevi quell’incontro, giusto?»
Il mio fidanzato sospirò.
«Già.»
«Con chi?» chiese la madre.
«Il sindaco.»
Il padre sorrise.
«Sempre lavoro anche al mare.» dissi io.
«Solo mezz’ora» rispose lui. «Dice che vuole parlarmi di un progetto sul lungomare.»
«Quindi domani mattina sparisci?» disse il fratello con tono divertito.
«Solo per un po’.»
«Io dormirò.» rispose.
Risero tutti.
Io rimasi in silenzio per un momento.
Stavo ancora elaborando quella semplice informazione.
Il padre riprese la conversazione.
«Quindi ricapitoliamo.»
Si appoggiò allo schienale della sedia.
«Noi due via alle dieci.»
Indicò la moglie.
«Tu dal sindaco.»
Indicò il figlio maggiore.
Poi si voltò verso di me.
«E tu?»
Sorrisi.
«Io credo che resterò qui. Al massimo andrò a fare una passeggiata in riva al mare in attesa che torni.» dissi rivolgendomi al mio fidanzato.
Poi il padre guardò verso il fratello minore.
«E tu vedi di non fare il cafone rimanendo in stanza tutto il tempo.»
«Tranquillo Pa’, le farò compagnia da bravo ospite.» rise.
Sentii di nuovo la sua mano tra le mie gambe.
Questa volta non si spostò.
«Perfetto» disse la madre.
In quel momento capii una cosa con assoluta chiarezza.
La mattina dopo mi sarei trovata davanti a un punto di non ritorno.
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