La Notte
di
EmmePi
genere
interviste
Un viaggio indietro nel tempo, una società completamente diversa, una città che era qualcosa più grande di un grosso paesotto, tra ricordi reali e qualche grammo di fantasia, quei meravigliosi anni ‘80, irripetibili, neppure così distanti nel tempo ma per il tempo di oggi abissale.
Il giorno e la notte così profondamente diversi tra loro, due mondi che correvano su un binario parallelo ma che non si incontravano mai.
Il giorno che iniziava preso, anche prima dell’alba, fantasmi assonnati tra le nebbie correvano al lavoro, la notte lenta che col buio ti cullava tra le illusioni di lampioni arrugginiti e bidoni usati come stufe.
La miseria era dignitosa e ogni storia era una specie di romanzo senza titolo, così come ogni angolo aveva un nome e qualcosa da raccontare per chi aveva voglia di ascoltare, sì perché la notte sa parlare nella sua innocenza nuda e cruda.
Eccola lì, come ogni notte nel suo angolo, Roberta una delle prime trans in città, veniva da lontano, forse era arrivata per studiare all’università ma poi per il suo essere diversa il giorno l’aveva presto esclusa, e per il suo essere poco compreso, il passo per quel destino è stato come una naturale conseguenza, tutti conoscevano Roberta, poco più alta di un metro e sessanta, le tette di silicone nuove di zecca che non passavano inosservata, i vestiti succinti di chi deve mostrare la sua preziosa mercanzia, primordiale marketing o anticipatrice dei tempi che verranno.
La sua parlata Siciliana, il capello castano chiaro e ribelle che cadeva fin sulla schiena, era uno spettacolo vederla parlare con le persone che si fermavano, chi per curiosità, altri per denigrarla, a loro tirava sempre una scarpa col tacco 15.
Quante risate e sigarette fumate insieme nel cuore di notti che non volevano finire mai, lunghe, umide o afose, solo ad Agosto Roberta se ne tornava nella sua amata Sicilia, chissà oggi cosa starà facendo, se è ancora viva.
Dall’altra parte della città che di notte attraversavi in pochi minuti, una coppia che era una macchietta, marito e moglie, lei batteva vicino a una chiesa, lui era il pappone, lo chiamavamo Elvis per via del taglio di capelli e una motocicletta che voleva vagamente assomigliare a una Harley, vederli andare via insieme era comico, lei poveretta zoppa, forse un metro e cinquanta e con addosso delle Zeppe di almeno 20 centimetri.
Lui che si fermava a qualche decina di metri, sigaretta sempre tra le labbra, un sacchetto di carta dove dentro aveva una bottiglia di vetro con qualche liquore alcolico che portava a sua moglie, specialmente nelle notti fredde e gelide di quegli inverni padani.
Le discussioni erano uno spettacolo surreale, in dialetto stretto con lei che nonostante lui volesse passare per il duro, finiva per prenderlo a borsettate in testa.
Nonostante tutto era apprensivo e ogni volta che lei saliva in auto col cliente di turno, lui discretamente la seguiva per accertarsi che non succedesse nulla alla sua dolce metà.
A suo modo un signore d’altri tempi.
In centro, poco distante dalla stazione, in quelle vie che a quei tempi erano un po’ il salotto buono della città, c’erano due donne che potevano avere sui 30, 35 anni, due belle donne, molto appariscenti ma non volgari, entrambe col fisico asciutto, curate, discrete, infatti avevano un piccolo pied terre dall’altra parte della strada dove si mettevano quasi ogni notte.
Da loro si fermavano belle macchine, nessuna contrattazione, uno si accostava e faceva salire una o l’altra, a volte anche entrambe, faceva il giro dell’isolato ed entrava dentro a un garage sotterraneo e discreto, finito lei usciva dal portoncino della palazzina sempre impeccabile.
Con loro non si poteva scherzare troppo, era “merce” di gente con pochi scrupoli e poco disponibili al dialogo, anche se non c’erano tutte le sere.
Vicino a una piazzetta dove poco più in fonde c’era una delle porte antiche della città, un'altra coppia di donne, ma molto più in là negli anni, con loro ho trascorso delle simpatiche notti nel loro dopo lavoro, mi portavano in qualche locale che viveva solo la notte e dove magari alle 5 del mattino trovavi tutti o quasi gli attori di quelle notti, una specie di zona franca dove tutti conoscevano tutti ma se capitava avrebbero giurato di non conoscere nessuno.
Una delle due, probabilmente sui 50 anni, da giovane è stata certamente una bella donna, in parte lo era anche a quel tempo, divorziata, due figli, una vita difficile che ha attraversato gli anni 60 e 70, all’altra mancavano almeno un paio di denti, grassottella, non alta, a primo acchito avresti detto che non batteva un chiodo ed invece aveva la sua clientela fatta quasi tutta di pensionati o uomini di una certa età, quando l’abito non fa il monaco, entrambe alla mano e simpatiche, era interessante ascoltarle quando raccontavano aneddoti del loro passato e della città.
E la notte era così, nuda e cruda, tra luci ingiallite di lampioni arrugginiti, tempo che correva troppo veloce e tu che l’avresti fermato, e che se solo potessi lo rivivrei, era una società diversa, povera ma con dignità, che amava parlare e raccontarsi guardandosi negli occhi, che gridava, imprecava e bestemmiava, la notte era amica, amante e puttana!
Il giorno e la notte così profondamente diversi tra loro, due mondi che correvano su un binario parallelo ma che non si incontravano mai.
Il giorno che iniziava preso, anche prima dell’alba, fantasmi assonnati tra le nebbie correvano al lavoro, la notte lenta che col buio ti cullava tra le illusioni di lampioni arrugginiti e bidoni usati come stufe.
La miseria era dignitosa e ogni storia era una specie di romanzo senza titolo, così come ogni angolo aveva un nome e qualcosa da raccontare per chi aveva voglia di ascoltare, sì perché la notte sa parlare nella sua innocenza nuda e cruda.
Eccola lì, come ogni notte nel suo angolo, Roberta una delle prime trans in città, veniva da lontano, forse era arrivata per studiare all’università ma poi per il suo essere diversa il giorno l’aveva presto esclusa, e per il suo essere poco compreso, il passo per quel destino è stato come una naturale conseguenza, tutti conoscevano Roberta, poco più alta di un metro e sessanta, le tette di silicone nuove di zecca che non passavano inosservata, i vestiti succinti di chi deve mostrare la sua preziosa mercanzia, primordiale marketing o anticipatrice dei tempi che verranno.
La sua parlata Siciliana, il capello castano chiaro e ribelle che cadeva fin sulla schiena, era uno spettacolo vederla parlare con le persone che si fermavano, chi per curiosità, altri per denigrarla, a loro tirava sempre una scarpa col tacco 15.
Quante risate e sigarette fumate insieme nel cuore di notti che non volevano finire mai, lunghe, umide o afose, solo ad Agosto Roberta se ne tornava nella sua amata Sicilia, chissà oggi cosa starà facendo, se è ancora viva.
Dall’altra parte della città che di notte attraversavi in pochi minuti, una coppia che era una macchietta, marito e moglie, lei batteva vicino a una chiesa, lui era il pappone, lo chiamavamo Elvis per via del taglio di capelli e una motocicletta che voleva vagamente assomigliare a una Harley, vederli andare via insieme era comico, lei poveretta zoppa, forse un metro e cinquanta e con addosso delle Zeppe di almeno 20 centimetri.
Lui che si fermava a qualche decina di metri, sigaretta sempre tra le labbra, un sacchetto di carta dove dentro aveva una bottiglia di vetro con qualche liquore alcolico che portava a sua moglie, specialmente nelle notti fredde e gelide di quegli inverni padani.
Le discussioni erano uno spettacolo surreale, in dialetto stretto con lei che nonostante lui volesse passare per il duro, finiva per prenderlo a borsettate in testa.
Nonostante tutto era apprensivo e ogni volta che lei saliva in auto col cliente di turno, lui discretamente la seguiva per accertarsi che non succedesse nulla alla sua dolce metà.
A suo modo un signore d’altri tempi.
In centro, poco distante dalla stazione, in quelle vie che a quei tempi erano un po’ il salotto buono della città, c’erano due donne che potevano avere sui 30, 35 anni, due belle donne, molto appariscenti ma non volgari, entrambe col fisico asciutto, curate, discrete, infatti avevano un piccolo pied terre dall’altra parte della strada dove si mettevano quasi ogni notte.
Da loro si fermavano belle macchine, nessuna contrattazione, uno si accostava e faceva salire una o l’altra, a volte anche entrambe, faceva il giro dell’isolato ed entrava dentro a un garage sotterraneo e discreto, finito lei usciva dal portoncino della palazzina sempre impeccabile.
Con loro non si poteva scherzare troppo, era “merce” di gente con pochi scrupoli e poco disponibili al dialogo, anche se non c’erano tutte le sere.
Vicino a una piazzetta dove poco più in fonde c’era una delle porte antiche della città, un'altra coppia di donne, ma molto più in là negli anni, con loro ho trascorso delle simpatiche notti nel loro dopo lavoro, mi portavano in qualche locale che viveva solo la notte e dove magari alle 5 del mattino trovavi tutti o quasi gli attori di quelle notti, una specie di zona franca dove tutti conoscevano tutti ma se capitava avrebbero giurato di non conoscere nessuno.
Una delle due, probabilmente sui 50 anni, da giovane è stata certamente una bella donna, in parte lo era anche a quel tempo, divorziata, due figli, una vita difficile che ha attraversato gli anni 60 e 70, all’altra mancavano almeno un paio di denti, grassottella, non alta, a primo acchito avresti detto che non batteva un chiodo ed invece aveva la sua clientela fatta quasi tutta di pensionati o uomini di una certa età, quando l’abito non fa il monaco, entrambe alla mano e simpatiche, era interessante ascoltarle quando raccontavano aneddoti del loro passato e della città.
E la notte era così, nuda e cruda, tra luci ingiallite di lampioni arrugginiti, tempo che correva troppo veloce e tu che l’avresti fermato, e che se solo potessi lo rivivrei, era una società diversa, povera ma con dignità, che amava parlare e raccontarsi guardandosi negli occhi, che gridava, imprecava e bestemmiava, la notte era amica, amante e puttana!
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