Solo un ricordo lontano
di
EmmePi
genere
confessioni
La tua illusione è svanita come quell’ombra che camminava controluce senza girarsi per raggiungere l’auto in un anonimo parcheggio, poco prima eri chinata tra le mie gambe dentro a quel l'abitacolo baciato dal sole e appartato grazie a una siepe che ci divideva dal resto del mondo.
Io sapevo già tutto, sapevo esattamente cosa volevi e come doveva terminare, anche se la regista eri tu e io una semplice comparsa, una parentesi nella tua giovane vita, oggi aggiungere uno scoglio dove ti sei aggrappata per scappare da una prigione iniziata troppo presto.
Non ti sei neppure voltata, ma lo so che alcune lacrime stavano scendendo nel tuo viso, ma era troppo caldo per bagnare la pelle o cadere a terra ed evaporare, sapevo che non sarebbe stata l’ultima volta, sapevi quanto ero egoista, o forse lo eri anche tu in quei giorni lontani.
Quel muro dove mi avevi inchiodato la prima volta oggi non c’è più, si in giorni malinconici prendevo l’auto e lei era come guidasse da sola, finiva per portarmi esattamente in quel luogo, un po’ come quando l’assassino torna nel posto del delitto, ma io ero innocente e non ero l’assassino, dettagli.
Però dai, ti do atto che per i tuoi vent’anni e poco più eri già matura, potrei non perdonarti il tuo volermi far innamorare a tutti i costi, arrivando a rinfacciarmi che ero distaccato nella nostra storia, io che per il tuo mondo ero sconosciuto e fantasma, però mi andava bene così, e oggi, beh oggi per un altro pompino potrei dimenticare e perdonare anche quello, ma lo so che sono solo parole distanti dalla realtà o era la verità, anche questi dettagli.
Non siamo stati uno sbaglio erano i tempi ad esserlo, o l’età, si ecco, forse l’età era il problema, ma di tanto in tanto, dopo più di 10 anni, ancora mi torni in mente, non sono certo che lo stesso vale per te, e questi non sono dettagli, ma il mio ego che si sgretola diventando polvere, tranquilla che non ho versato neppure per te una sola lacrima, quelle le avevo terminate molto tempo prima.
Ma sai, mi fregano queste giornate di fine inverno, la foschia e l'umidità nell’aria tipica dei nostri luoghi, quella brezza che muove i rami secchi che attendono le nuove foglie a dar loro vita, siamo figli di un inverno perso tra le pieghe di ricordi, i miei sicuramente, ora guardo il tuo numero nella rubrica del cellulare, basterebbe così poco per cancellarti e non recuperarlo mai più, ma non sei mai stata un numero, anche se ancora oggi non so cosa siamo stati esattamente.
Oggi ogni volta che mi capita di sentire la tipica parlata emiliana, quella della bassa dove il salmastro e la salsedine si mescolano con l’acqua del grande fiume, mi giro ancora di scatto a vedere a chi appartiene quella voce, ma non trovo più il tuo viso rotondo con il taglio a caschetto, ne il tuo sorriso o il calore delle tue labbra, e neppure la saliva che colava lungo il mio piacere, quanto ti piaceva vedermi godere, raccogliere il frutto del tuo impegno e poi baciarmi mettendomi la lingua in bocca o mordendomi le labbra, poi aspettavi e parlavi parlavi parlavi, c’erano solo due modi per zittirti, ma lo sapevi e lo facevi apposta, e chi ero io per levarci via quell’innocente piacere.
Poi l’ultima volta è veramente arrivata, anche se stavi già con un altro, come la prima volta che ci siamo assaggiati, ora era lui il tuo scoglio anche se il tuo mare ormai non era più in tempesta.
Mi alzo per andare a fumare una sigaretta in cucina, c’è ancora il vecchio tavolo di fronte ai fornelli, tra una aspirata e l’altra dentro a quella nuvola di fumo che si alza nella stanza riesco a vedere i tuoi occhi di quando mi guardavi il culo mentre cucinavo due spaghetti al pomodoro, era la prima volta che venivi a casa mia, quel giorno è stata tutta un’altra storia rispetto alle altre volte, che non credere ma le ricordo ancora.
Prima di mangiarli ci siamo consumati in quel tavolo, eri un piatto troppo ghiotto e avevo molta fame, e tu non da meno, ora mi sembra di vederti, di sentire l’ansimare che cresceva fino ad esplodere, sei ancora una volta mia dentro all’ennesima nuvola di fumo che sale al soffitto, poi svanisce come questo momento, e resti, restiamo solo un ricordo lontano.
Io sapevo già tutto, sapevo esattamente cosa volevi e come doveva terminare, anche se la regista eri tu e io una semplice comparsa, una parentesi nella tua giovane vita, oggi aggiungere uno scoglio dove ti sei aggrappata per scappare da una prigione iniziata troppo presto.
Non ti sei neppure voltata, ma lo so che alcune lacrime stavano scendendo nel tuo viso, ma era troppo caldo per bagnare la pelle o cadere a terra ed evaporare, sapevo che non sarebbe stata l’ultima volta, sapevi quanto ero egoista, o forse lo eri anche tu in quei giorni lontani.
Quel muro dove mi avevi inchiodato la prima volta oggi non c’è più, si in giorni malinconici prendevo l’auto e lei era come guidasse da sola, finiva per portarmi esattamente in quel luogo, un po’ come quando l’assassino torna nel posto del delitto, ma io ero innocente e non ero l’assassino, dettagli.
Però dai, ti do atto che per i tuoi vent’anni e poco più eri già matura, potrei non perdonarti il tuo volermi far innamorare a tutti i costi, arrivando a rinfacciarmi che ero distaccato nella nostra storia, io che per il tuo mondo ero sconosciuto e fantasma, però mi andava bene così, e oggi, beh oggi per un altro pompino potrei dimenticare e perdonare anche quello, ma lo so che sono solo parole distanti dalla realtà o era la verità, anche questi dettagli.
Non siamo stati uno sbaglio erano i tempi ad esserlo, o l’età, si ecco, forse l’età era il problema, ma di tanto in tanto, dopo più di 10 anni, ancora mi torni in mente, non sono certo che lo stesso vale per te, e questi non sono dettagli, ma il mio ego che si sgretola diventando polvere, tranquilla che non ho versato neppure per te una sola lacrima, quelle le avevo terminate molto tempo prima.
Ma sai, mi fregano queste giornate di fine inverno, la foschia e l'umidità nell’aria tipica dei nostri luoghi, quella brezza che muove i rami secchi che attendono le nuove foglie a dar loro vita, siamo figli di un inverno perso tra le pieghe di ricordi, i miei sicuramente, ora guardo il tuo numero nella rubrica del cellulare, basterebbe così poco per cancellarti e non recuperarlo mai più, ma non sei mai stata un numero, anche se ancora oggi non so cosa siamo stati esattamente.
Oggi ogni volta che mi capita di sentire la tipica parlata emiliana, quella della bassa dove il salmastro e la salsedine si mescolano con l’acqua del grande fiume, mi giro ancora di scatto a vedere a chi appartiene quella voce, ma non trovo più il tuo viso rotondo con il taglio a caschetto, ne il tuo sorriso o il calore delle tue labbra, e neppure la saliva che colava lungo il mio piacere, quanto ti piaceva vedermi godere, raccogliere il frutto del tuo impegno e poi baciarmi mettendomi la lingua in bocca o mordendomi le labbra, poi aspettavi e parlavi parlavi parlavi, c’erano solo due modi per zittirti, ma lo sapevi e lo facevi apposta, e chi ero io per levarci via quell’innocente piacere.
Poi l’ultima volta è veramente arrivata, anche se stavi già con un altro, come la prima volta che ci siamo assaggiati, ora era lui il tuo scoglio anche se il tuo mare ormai non era più in tempesta.
Mi alzo per andare a fumare una sigaretta in cucina, c’è ancora il vecchio tavolo di fronte ai fornelli, tra una aspirata e l’altra dentro a quella nuvola di fumo che si alza nella stanza riesco a vedere i tuoi occhi di quando mi guardavi il culo mentre cucinavo due spaghetti al pomodoro, era la prima volta che venivi a casa mia, quel giorno è stata tutta un’altra storia rispetto alle altre volte, che non credere ma le ricordo ancora.
Prima di mangiarli ci siamo consumati in quel tavolo, eri un piatto troppo ghiotto e avevo molta fame, e tu non da meno, ora mi sembra di vederti, di sentire l’ansimare che cresceva fino ad esplodere, sei ancora una volta mia dentro all’ennesima nuvola di fumo che sale al soffitto, poi svanisce come questo momento, e resti, restiamo solo un ricordo lontano.
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