Oltre la Fessura: 2

di
genere
voyeur

Il vapore è una coltre densa, un sudario caldo che profuma di vaniglia e di quel peccato muschiato che ancora impregna le pareti del bagno. Entro con la scusa del cesto della biancheria, ma i miei polmoni cercano solo l’aria che lei sta espirando. Sofia è dietro il vetro satinato della doccia, una sagoma scura e flessuosa che si muove sotto il getto scrosciante. Sento lo scivolare della spugna sulla sua pelle, un suono viscido che mi fa serrare i denti.

​«Martina? Sei tu?» La sua voce è impastata dal sonno, un sussurro stanco che non ha nulla della sfacciataggine della notte scorsa.

​«Sì, prendo solo i panni sporchi,» rispondo, cercando di dare un tono normale alla mia voce, che invece mi esce roca, strozzata dal desiderio.

​Sento il clic della maniglia. Sofia apre la porta della doccia solo di pochi centimetri per far uscire un po' di calore. Mi investe una nuvola di vapore bollente. Lei appare tra le nebbie, nuda e bagnata, con un'espressione quasi vulnerabile. Si scosta i capelli biondi e fradici dal volto con un gesto pigro. Sul suo collo, il marchio di Marco spicca come una macchia scura, un succhiotto violaceo che lei sembra ignorare, come se fosse un semplice livido accidentale.

​«Dio, sono a pezzi stamattina... mi fa male tutto,» mormora, appoggiando la fronte contro il bordo del vetro.

​Resta lì, immobile, lasciando che l’acqua le scivoli lungo le curve perfette. Osservo le gocce che corrono sulle sue tette gonfie, pesanti, con i capezzoli che sembrano due ciliegie scure e turgide per lo sbalzo termico. Ma il mio sguardo scende ossessivamente più in basso, cercando i segni del disastro. Sulle sue cosce sode intravedo le ombre bluastre delle dita di Marco, impresse sulla carne ambrata proprio dove l'ha tenuta ferma mentre la spaccava in due.

​E poi lo vedo. Un rivolo biancastro, viscido, che scivola lentamente dall’interno della sua coscia, mischiandosi all’acqua tiepida. È lo sperma di lui che cola fuori dal suo crepaccio inzuppato, un residuo denso che lei non si cura di pulire subito, troppo stanca per accorgersene. Mi sento mancare. L’afrore di sesso lavato via mi sale alle narici, un odore di candeggina e vita che mi mozza il fiato. È la prova della sua invasione.

​«Marti, mi passeresti la spugna? È rimasta sul mobile... ho le braccia che pesano una tonnellata,» mi chiede con una semplicità che mi uccide. Non c'è malizia nel suo tono, solo la spossatezza di un corpo che ha dato tutto.

​Faccio un passo avanti, le gambe pesanti come piombo. Il mio sesso, sotto i jeans, è una ferita aperta, talmente bagnato che sento il tessuto incollarsi alla pelle. Prendo la spugna e gliela tendo, ma lei non la afferra. Si gira di schiena, offrendomi la sua nudità come se fosse la cosa più naturale del mondo.

​«Dammela tu una passata sulla schiena, per favore... non arrivo a sciogliere i muscoli lì sotto.»

​Il mio cuore impazzisce. La spugna, carica di bagnoschiuma, scivola sulla sua pelle calda. Le mie dita sfiorano accidentalmente le sue scapole e sento una scossa elettrica che mi arriva dritta all'utero. Sfrego piano, scendendo lungo la spina dorsale, dove vedo i graffi rossi lasciati dalle unghie di Marco durante l'estasi.

​«Ecco, proprio lì... grazie,» sospira lei, chiudendo gli occhi.

​La mia mano scende verso l'attaccatura delle natiche. Le sue chiappe sono un invito al peccato, sode e ancora arrossate. Mentre pulisco, vedo l’acqua che lava via gli ultimi resti di Marco, portando via quella poltiglia biancastra che le imbrattava le cosce e che ora finisce nello scarico insieme alla schiuma. Mi viene un conato di desiderio puro, una voglia malata di inginocchiarmi lì, sotto il getto, e toccare quell'acqua sporca, solo perché è passata attraverso il suo corpo violato.

​Sofia non dice altro. Non vanta la sua notte, non mi racconta i dettagli sporchi. Resta in silenzio, godendosi il calore, del tutto ignara che io stia morendo a pochi centimetri da lei. È questa sua inconsapevolezza, questa sua naturalezza nel farsi toccare da me dopo essere stata riempita da un altro, che mi eccita fino alla nausea.

​«Ecco, fatto,» dico bruscamente, ritraendo la mano prima di perdere il controllo.

​«Sei un tesoro, Marti. Mi sentivo un blocco di marmo,» mormora lei, richiudendo la porta della doccia.

​Esco dal bagno quasi scappando, mentre sento di nuovo il rumore dell'acqua che batte sul suo corpo. Mi appoggio alla parete del corridoio, ansimante. Ho le mani che mi tremano e l'odore di lei, quel mix di vaniglia e residuo viscido, mi ha invaso il cervello.

​Sapevo che Marco sarebbe tornato. Sapevo che la porta sarebbe rimasta di nuovo socchiusa. E io sarei stata ancora lì, al buio, a nutrirmi delle ombre di un piacere che non potrò mai avere.

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2026-03-05
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