12 giugno 2026
di
Fuuka
genere
confessioni
12 Giugno 2026
Fa un caldo d’inferno oggi. Di quelli che ti fanno appiccicare i vestiti addosso, ma a me va benissimo così. Più fa caldo, meno roba devo mettermi, e meno roba ho addosso, più sento gli sguardi della gente che mi scavano la pelle.
La verità? Mi fotte il cervello sapere che mi guardano. Mi eccita da morire l'idea che quegli stronzi per strada non sappiano assolutamente cosa sto per fare, finché non lo decido io.
Oggi sono uscita sul balcone. Quello che dà direttamente sulla strada principale, dove c'è sempre quel viavai di gente che torna dall'ufficio, tutti grigi, spenti, con le loro vite di merda. Io invece ero viva. Avevo addosso solo una di quelle camicie da notte di seta nera, talmente leggera che basta un filo di vento per farti vedere anche l'anima. E sotto? Niente. Nemmeno un filo di pizzo. Zero.
Mi sono appoggiata alla ringhiera di ferro, sentendola fredda contro la pancia. Sotto c’era un tipo, avrà avuto quarant’anni, camicia azzurra e borsa da lavoro. Ha alzato gli occhi per caso, forse per guardare il cielo, e ha trovato me. Ho allargato leggermente le gambe, giusto quel millimetro per far scivolare il tessuto e fargli capire tutto. L'ho visto bloccarsi. Ha smesso di camminare, il coglione. È rimasto lì, con la bocca mezza aperta, a fissarmi la boscaglia mentre io, con tutta la calma del mondo, mi passavo una mano tra i capelli e lo guardavo dritto negli occhi.
Sentivo il cuore battermi fin dentro la gola, una scarica di adrenalina pura che mi colava tra le gambe, bagnandomi tutta. Divento una cazzo di dinamo quando faccio queste cose. Io ho il controllo. Io decido chi si eccita, chi si rovina la giornata a pensare a me mentre torna a casa dalla moglie racchia.
Ho sorriso, un sorriso da stronza, e sono tornata dentro lasciandolo lì come un vegetale sul marciapiede.
Questo diario sarà il mio confessionale, o forse solo lo specchio di quanto sono perversa. Ma non me ne frega un cazzo. Domani si replica, e ho già in mente il posto perfetto.
Fa un caldo d’inferno oggi. Di quelli che ti fanno appiccicare i vestiti addosso, ma a me va benissimo così. Più fa caldo, meno roba devo mettermi, e meno roba ho addosso, più sento gli sguardi della gente che mi scavano la pelle.
La verità? Mi fotte il cervello sapere che mi guardano. Mi eccita da morire l'idea che quegli stronzi per strada non sappiano assolutamente cosa sto per fare, finché non lo decido io.
Oggi sono uscita sul balcone. Quello che dà direttamente sulla strada principale, dove c'è sempre quel viavai di gente che torna dall'ufficio, tutti grigi, spenti, con le loro vite di merda. Io invece ero viva. Avevo addosso solo una di quelle camicie da notte di seta nera, talmente leggera che basta un filo di vento per farti vedere anche l'anima. E sotto? Niente. Nemmeno un filo di pizzo. Zero.
Mi sono appoggiata alla ringhiera di ferro, sentendola fredda contro la pancia. Sotto c’era un tipo, avrà avuto quarant’anni, camicia azzurra e borsa da lavoro. Ha alzato gli occhi per caso, forse per guardare il cielo, e ha trovato me. Ho allargato leggermente le gambe, giusto quel millimetro per far scivolare il tessuto e fargli capire tutto. L'ho visto bloccarsi. Ha smesso di camminare, il coglione. È rimasto lì, con la bocca mezza aperta, a fissarmi la boscaglia mentre io, con tutta la calma del mondo, mi passavo una mano tra i capelli e lo guardavo dritto negli occhi.
Sentivo il cuore battermi fin dentro la gola, una scarica di adrenalina pura che mi colava tra le gambe, bagnandomi tutta. Divento una cazzo di dinamo quando faccio queste cose. Io ho il controllo. Io decido chi si eccita, chi si rovina la giornata a pensare a me mentre torna a casa dalla moglie racchia.
Ho sorriso, un sorriso da stronza, e sono tornata dentro lasciandolo lì come un vegetale sul marciapiede.
Questo diario sarà il mio confessionale, o forse solo lo specchio di quanto sono perversa. Ma non me ne frega un cazzo. Domani si replica, e ho già in mente il posto perfetto.
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