Oltre la Fessura: 4

di
genere
voyeur

Il silenzio della casa, quello spazio bianco e asettico che avevo imparato a mappare con la precisione di un entomologo, è stato squarciato. Non è stato il rumore brutale di Marco a romperlo, ma qualcosa di diverso: un disordine vitale, caldo, quasi arrogante nella sua spontaneità.

​Lia.

​È arrivata con una valigia troppo grande e un borsone semichiuso da cui pendevano i lacci di un paio di scarpe da ginnastica infangate. È l’opposto di Sofia. Se mia sorellastra è una statua di marmo levigato, Lia è un incendio boschivo. Si conoscono dai tempi dell’università, un’epoca in cui io ero solo un’ombra che guardava le loro foto sui social, bramando un briciolo di quella luce.

​Lia occupa lo spazio senza chiedere permesso. Ride forte, di una risata di gola che sembra far vibrare i mobili; gesticola come se dovesse afferrare l’aria per spiegarla; lascia le sue tracce ovunque: un maglione di lana sul divano, un libro aperto sul tavolo, una tazza di caffè lasciata a metà sul ripiano della cucina. È bella in un modo che mi destabilizza: capelli biondo cenere sempre arruffati, come se avesse appena finito di correre o di fare l’amore, e un sorriso sfacciato che ti colpisce prima ancora che lei abbia deciso cosa dirti. Non ha la sensualità studiata di Sofia. Lia ha una presenza viva. Non ha bisogno che qualcuno la guardi per sentirsi reale; lei esiste e basta, con una prepotenza che mi mozza il fiato.

​L'accoglienza di Sofia è stata una scarica di calore. Dopo i gridolini e l'abbraccio interminabile con la sua amica, Sofia si è voltata verso di me. Non mi ha ignorata, né mi ha trattata come un pezzo d'arredamento. Si è avvicinata e mi ha circondato le spalle con un braccio, attirandomi a sé con quella sua solita, inebriante confidenza.

​«Lia, guarda quanto è diventata bella la mia sorellina,» ha detto Sofia, dandomi un bacio affettuoso sulla tempia. Il suo profumo mi ha invaso le narici, lo stesso profumo che poche notti prima si mescolava all'odore acre di Marco. «Martina, lei è Lia. Ti prego, non spaventarti, è un uragano ma le voglio un bene dell'anima.»

​Sofia mi stringeva a sé con una dolcezza che avrebbe dovuto rassicurarmi, ma che sotto la mia pelle bruciava come acido. Essere la sua "sorellina" era la mia condanna, il recinto dorato in cui mi teneva rinchiusa.

​Ma Lia non si è limitata a un cenno distratto. Si è fermata. Ha piantato i suoi occhi, di un verde torbido come l’acqua di uno stagno, proprio nei miei, ignorando per un istante il braccio di Sofia che mi stringeva. Mi ha studiata con una lentezza quasi sfacciata, scendendo lungo il mio collo fino alle punte delle dita che tenevo strette lungo i fianchi.

​«Ciao, Martina,» ha detto, e la sua voce era bassa, densa, con una vibrazione che sembrava scivolarmi sulla pelle nuda. «Sofia mi ha parlato tanto di te. Ma non mi aveva detto che avessi questo sguardo. Finalmente vedo chi si nasconde davvero in questa casa.»

-----------------

Lia è qui per restare, almeno per qualche giorno. Ha sbattuto la porta di casa sua dopo l'ennesima lite furibonda con il suo compagno, un tipo di cui Sofia mi ha accennato poco, ma che Lia ha liquidato con un «è un ragazzino che gioca a fare l'uomo» prima di stappare la prima birra della serata.

​Abbiamo ordinato delle pizze, ma sono rimaste quasi intatte sul tavolino basso del salotto. Quello che è sceso giù velocemente, invece, è stata l'alcol. Tre, quattro medie a testa, e l'atmosfera è diventata densa, carica di una confidenza elettrica. Siamo sedute sul tappeto, tra i cartoni della pizza e le briciole, in una penombra squarciata solo dalla luce della cucina.

​«Visto che siamo in vena di confessioni... facciamo sul serio?» ha proposto Lia, passandosi una mano tra i capelli biondi e scompigliati. «Obbligo o verità. Ma niente cavolate da ragazzine. Solo roba che scotta.»

​Sofia ha riso, quella sua risata cristallina e sfrontata che le fa vibrare il petto sotto la canottiera di seta. «Ci sto. Martina?»

​Ho annuito, sentendo il cuore martellare contro le costole. Il gioco è iniziato in modo brutale. Lia non ha perso tempo.

​«Sofia, verità: hai mai fatto anale? E non mentire, ti conosco.»

​Sofia non ha battuto ciglio. Ha preso un sorso di birra, gli occhi lucidi e maliziosi. «Sì. Con Marco, spesso. Gli piace sentirmi stretta, e a me piace come mi scopa quando è così... impaziente.» Ha descritto la sensazione con una precisione che mi ha fatto contrarre il ventre, mentre Lia annuiva con un sorriso sghembo, quasi studiasse la mia reazione.

​Il giro è continuato, tra domande su posizioni preferite e fantasie mai realizzate, finché Lia non ha puntato i suoi occhi verdi, penetranti, direttamente nei miei.

​«Martina, tocca a te. Verità: a chi pensi quando ti tocchi?»

​Il gelo. Il sangue mi è svanito dal volto per poi tornarvi con una violenza tale da farmi bruciare le guance. Non potevo dirlo. Non potevo dire che ogni singola volta che infilo le dita dentro di me, l'unica immagine che vedo è il viso di Sofia o il sapore del suo profumo sulla mia lingua. Se avessi pronunciato il suo nome, il mio intero mondo sarebbe crollato.

​«Io... no, cambia domanda,» ho balbettato, cercando disperatamente una via d'uscita.

​«Niente scuse, Marti. O rispondi o accetti l'obbligo,» ha incalzato Lia, sporgendosi in avanti. La sua maglietta è scivolata di lato, rivelando la curva del seno, ma i suoi occhi non si sono staccati dai miei. Sapeva. Sapeva che stavo nascondendo un mostro.

​«Obbligo,» ho sputato fuori, preferendo qualsiasi prova fisica all'ammissione del mio peccato.

​Lia ha sorriso. Un sorriso lento, predatore, che mi ha fatto rizzare i peli sulle braccia. Ha guardato Sofia, che ci osservava divertita, ignara della tempesta che stava per scatenarsi.

​«Bene,» ha sussurrato Lia. «Martina, l'obbligo è questo: bacia tua sorella. Ma non sulla guancia. Voglio un bacio vero, sulla bocca. Con la lingua.»

​Il silenzio che è seguito è stato così assoluto che ho sentito il ronzio del frigorifero in cucina. Sofia ha sgranato gli occhi, poi ha emesso una risata nervosa. «Lia, sei pazza! È mia sorella...»

​«È un obbligo, Sofi. E Martina ha scelto di non parlare. Allora, Marti? Hai paura di un bacetto?»

​Sofia mi ha guardata. Nei suoi occhi non c'era malizia, solo quel maledetto affetto protettivo. «Vabbè, dai... se proprio dobbiamo farlo per gioco... vieni qui, piccolina.»

​Mi sono avvicinata a lei come se stessi andando al patibolo. Sofia si è tesa verso di me, le sue mani si sono posate delicatamente sulle mie guance. La sua pelle era calda, profumava di vaniglia e di birra. I miei leggings sembravano improvvisamente troppo stretti; sentivo l'umidità scendere tra le gambe, una pulsazione ritmica, violenta, che mi faceva mancare il respiro.

​Quando le nostre labbra si sono toccate, il mondo è sparito.

​All'inizio è stato un contatto leggero, quasi timido. Ma poi ho sentito il calore della sua bocca dischiudersi. Sofia voleva solo scherzare, ma per me era l'ossigeno dopo anni di apnea. Ho premuto le mie labbra contro le sue con una forza che l'ha fatta sussultare. Ho osato. Ho spinto la punta della mia lingua contro la sua, cercando il sapore di quella bocca che avevo visto subire Marco per ore.

​Sofia ha emesso un piccolo "oh" di sorpresa, ma invece di ritrarsi, ha risposto. Forse era l'alcol, forse era la sfida di Lia, ma la sua lingua ha intrecciato la mia in una danza pigra e calda. Sentire la sua consistenza, la morbidezza delle sue mucose, è stato come ricevere una scarica elettrica direttamente al cuore. Le mie dita sono affondate nel tappeto, artigliando la lana per non saltarle addosso e buttarla a terra davanti a Lia.

​Era proibito. Era sporco. Era la cosa più bella che avessi mai provato.

​Il bacio è durato troppo a lungo per essere solo un "obbligo". La tensione nella stanza è diventata palpabile, quasi solida. Sentivo il respiro di Sofia farsi più corto, il battito del suo cuore accelerare contro il mio petto mentre la stringevo, dimenticando per un istante che eravamo sorelle, dimenticando Marco, dimenticando tutto tranne il sapore di lei.

​Quando ci siamo staccate, eravamo entrambe ansimanti. Sofia aveva le labbra lucide, arrossate, e uno sguardo confuso, come se si fosse appena svegliata da un sogno strano.

​«Wow,» ha mormorato Lia, rompendo l'incantesimo con un tono che non ammetteva repliche. «Direi che Martina ha preso l'obbligo molto seriamente.»

​Sofia ha cercato di ridere, ma il suono è uscito forzato. Si è passata una mano sulle labbra, guardandomi con una luce nuova, incerta. «Sì... beh... Martina ha sempre preso tutto sul serio.»

​Io non ho detto nulla. Sono rimasta lì, col sapore di Sofia ancora vivo sulla lingua e un eccitamento così violento che tremavo visibilmente. Non potevo guardare Lia. Avevo paura che, se lo avessi fatto, lei avrebbe visto il trionfo e la disperazione nei miei occhi.
di
scritto il
2026-03-09
6 9
visite
2
voti
valutazione
5.5
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Obbedire a sé: 1

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.