Le Cronache del Drago. Capitolo 2. Il freddo della Magia.
di
Fuuka
genere
saffico
L'aria fuori dalla Guglia d'Onice era pungente, un sollievo necessario dopo l'oppressione profumata delle stanze di Lady Lyra. Fuuka si diresse verso le scuderie reali, situata ai piedi della rocca, dove aveva lasciato il suo mulo e i suoi bauli da viaggio. Aveva bisogno delle sue scorte: radici di ginseng essiccate, veleno di scorpione cristallizzato, balsami di tigre. Erano la sua unica armatura in quella terra straniera.
Le scuderie erano un antro cavernoso che puzzava di paglia marcia, cuoio ingrassato e sterco fumante. Era un odore onesto, terreno, che Fuuka inspirò a pieni polmoni.
Mentre stava assicurando una cinghia intorno a una cassa di legno laccato, un’ombra imponente oscurò la luce che filtrava dal portone.
«Non dovresti essere qui da sola.»
La voce era profonda, vibrante di una preoccupazione ruvida.
Fuuka si voltò. Il Capitano Valerius si stagliava contro la luce del pomeriggio, le spalle larghe che bloccavano l'uscita. Non indossava l'elmo. I suoi capelli biondo scuro erano scompigliati, e una patina di sudore gli lucidava la fronte e il collo, scomparendo sotto il colletto della corazza di cuoio bollito e acciaio.
«Capitano,» disse Fuuka, facendo un piccolo inchino formale. «Sto solo recuperando le mie cose per... il trasferimento.»
Valerius avanzò. I suoi stivali pesanti schiacciavano la paglia con un suono ritmico. Crunch. Crunch.
In pochi passi, invase lo spazio personale di Fuuka, costringendola a indietreggiare fino a premere la schiena contro la staccionata di legno grezzo di uno stallo.
«Il trasferimento,» ripeté lui con disprezzo, sputando la parola come se fosse veleno. «Ti ha presa, vero? Ti ha portata nella sua torre.»
Valerius allungò le mani. Erano enormi, avvolte in guanti di pelle usurata che lasciavano scoperte le dita callose. Afferrò le braccia di Fuuka, proprio sopra i gomiti. La presa era ferma, possessiva, ma non dolorosa.
Fuuka sentì il calore irradiarsi dal corpo dell’uomo. Era una fornace di muscoli e sangue caldo, un contrasto scioccante con il ricordo delle dita gelide dell'elfa.
«Quella donna... Lyra... non è come noi, Fuuka,» sussurrò Valerius, chinandosi verso di lei. I suoi occhi azzurri erano febbricitanti. «Lei consuma le persone. Ho visto uomini forti entrare nella Guglia e uscirne gusci vuoti, con lo sguardo perso nel vuoto. Lei si nutre di vitalità.»
Fuuka alzò lo sguardo verso di lui. Poteva vedere i pori della sua pelle, la barba corta e ispida che gli copriva la mascella squadrata, una piccola cicatrice bianca sul labbro superiore. Odorava di sapone al pino e di ferro. Era l'odore della sicurezza, della forza bruta che protegge.
«So badare a me stessa, Capitano,» rispose lei, anche se il cuore le batteva forte per la vicinanza di quel corpo massiccio che la sovrastava.
«Sei un'erborista, non una guerriera,» ribatté lui.
Valerius spostò una mano, risalendo dal braccio fino al collo di Fuuka, il pollice ruvido che sfiorava la linea della sua mandibola. Fu un tocco intimo, quasi sfacciato.
Per un istante, il tempo si fermò. Valerius fissò le labbra di Fuuka, socchiuse e rosse. Si sporse in avanti. Fuuka sentì il suo respiro caldo sul viso. Avrebbe potuto baciarla, marchiarla con la sua umanità per salvarla dalla magia.
La tentazione di arrendersi a quella protezione semplice e maschia fu forte. Ma Fuuka era figlia dell'Oriente.
Scivolò via dalla sua presa con un movimento fluido, liquido, come acqua che scorre tra le rocce.
«I miei veleni uccidono più velocemente della vostra spada, Valerius,» disse lei, mettendo una cassa tra loro. «Grazie per l'avvertimento. Ma devo andare.»
Lui rimase lì, a mani vuote, a guardarla con un misto di desiderio frustrato e paura per il suo destino.
La stanza che le era stata assegnata nella Guglia d'Onice era una gabbia dorata.
Le pareti erano di pietra nera levigata, curve, senza angoli dove le ombre potessero nascondersi. Il letto era enorme, coperto di pellicce bianche e lenzuola di seta nera. Non c'era una serratura alla porta, ma quando Fuuka provò ad aprirla, sentì un formicolio statico sulle dita. Magia.
Stava sistemando le sue ampolle sul tavolo di ebano quando l'aria nella stanza cambiò pressione. Le candele tremolarono e divennero di fiamma viola.
Una voce echeggiò direttamente nella sua testa, melodiosa e imperiosa.
Vieni alle terme, piccola erborista. Ho bisogno delle tue mani.
Fuuka seguì il richiamo, scendendo una scala a chiocciola che sembrava scavata nel ghiaccio.
La sala da bagno privata di Lady Lyra era un tempio di vapore e decadenza. L'aria era densa, umida, profumata di orchidea nera e ozono, un odore che faceva girare la testa come vino forte.
Al centro della stanza, una vasca circolare di marmo bianco era riempita di acqua che brillava di una luminescenza azzurrina.
Lyra era lì.
Immersa fino alla vita, dava le spalle a Fuuka. I capelli platino erano raccolti in una crocchia elaborata, tenuta insieme da spilloni d'osso, lasciando scoperto il collo lungo e la schiena pallida, attraversata dalla linea perfetta della colonna vertebrale.
«I miei canali di mana sono infiammati,» disse Lyra senza girarsi. «La magia ha un prezzo, Fuuka. Brucia i nervi.»
Fuuka si avvicinò al bordo della vasca. Il calore dell'acqua le arrossò le guance.
«Cosa volete che faccia, mia signora?»
Lyra si girò lentamente.
L'acqua scivolò via dal suo corpo come se la sua pelle fosse impermeabile. Fuuka trattenne il respiro.
L'elfa era nuda. La sua bellezza era aliena, dolorosa. I suoi seni erano alti, sodi, con capezzoli di un rosa così pallido da sembrare quasi inesistenti, circondati da aureole piccole e perfette. La sua vita era stretta in modo innaturale, i fianchi si allargavano in una curva sinuosa. Tra le gambe, il pelo era una striscia curata di color argento metallico.
Lyra si alzò in piedi nella vasca bassa, l'acqua che le arrivava alle cosce.
«Spogliati delle vesti pesanti. Tieni la tunica leggera se ti fa sentire protetta,» ordinò Lyra con un sorriso pigro. «Prendi l'olio di zenzero che hai portato. Scaldalo tra le mani. E toccami.»
Fuuka obbedì, le dita che tremavano mentre svitava l'ampolla. Versò l'olio ambrato sui palmi e iniziò a sfregarli finché non diventarono bollenti.
Si inginocchiò sul bordo di marmo. Lyra si appoggiò al bordo della vasca, offrendo la schiena e le spalle.
Fuuka posò le mani sulla pelle dell'elfa.
Fu come toccare marmo vivente. La pelle di Lyra era fredda, liscia in modo assurdo, priva di pori o imperfezioni.
«Ahhh...» Lyra gemette quando il calore dell'olio e delle mani di Fuuka penetrò il gelo della sua carne.
Fuuka iniziò a impastare i muscoli del trapezio, sciogliendo la tensione.
Improvvisamente, Lyra mormorò una parola in una lingua arcana.
Fuuka sentì una scossa elettrica risalire dalle sue dita fino alle spalle.
«Un incantesimo di sensibilità condivisa,» spiegò Lyra, la voce roca. «Quello che sento io... lo sentirai anche tu.»
Era vero. Ogni volta che Fuuka premeva il pollice su un nodo muscolare di Lyra, sentiva un'eco di piacere fiorire nel proprio ventre. Era una sensazione stordente. Massaggiare Lyra divenne un atto di autoerotismo indiretto.
«Più giù,» ordinò l'elfa.
Fuuka fece scivolare le mani oleose lungo la spina dorsale, fino alla curva dei reni, e poi sui fianchi bagnati. L'olio si mescolava all'acqua magica sulla pelle di Lyra, rendendo tutto scivoloso e lucido.
Lyra si girò di scatto, afferrando i polsi di Fuuka.
I suoi occhi viola brillavano di lussuria predatoria.
«Il cuore, Fuuka. Il dolore è qui.»
Lyra guidò le mani di Fuuka sul proprio petto.
Fuuka si ritrovò a massaggiare i seni dell'elfa. Erano pesanti, freschi, ma i capezzoli si indurirono istantaneamente sotto i suoi palmi caldi, diventando punte di diamante.
A causa dell'incantesimo, Fuuka sentì la sensazione come se qualcuno stesse toccando i suoi seni. Un gemito le sfuggì dalle labbra.
Lyra sorrise, trionfante.
Si sporse in avanti, uscendo parzialmente dall'acqua, bagnando la tunica di Fuuka. Premette il viso umido contro il collo della ragazza.
«Senti come rispondi?» sussurrò Lyra, leccando la pelle salata del collo di Fuuka con una lingua lunga e agile. «Il tuo corpo capisce la magia meglio della tua mente.»
Lyra morse delicatamente la pelle sensibile sotto l'orecchio di Fuuka, mentre premeva il proprio seno nudo e oleoso contro la mano della ragazza, strofinandosi come un gatto in calore.
Fuuka era paralizzata dal piacere e dalla paura. Sentiva l'odore di Lyra, ozono e fiori notturni, invaderle il cervello, cancellando la razionalità.
«Basta così,» disse improvvisamente Lyra, staccandosi e rompendo l'incantesimo.
La perdita di contatto fu come uno schiaffo gelido. Fuuka cadde seduta sui talloni, ansimante, le mani ancora sporche d'olio, il corpo che pulsava di un desiderio inappagato e confuso.
«Puoi andare,» disse l'elfa, immergendosi di nuovo nell'acqua e dandole le spalle come se nulla fosse successo.
Fuuka tornò nella sua stanza come in trance. Si chiuse la porta alle spalle e si appoggiò al legno freddo, cercando di regolarizzare il respiro. Si guardò le mani, ancora lucide, e si sentì sporca ed eccitata allo stesso tempo.
Si avvicinò alla finestra per cercare aria.
Giù, nel cortile della caserma illuminato dalle torce, vide una figura solitaria.
Era Valerius.
Si stava allenando a torso nudo contro un manichino di legno. La sua pelle brillava di sudore alla luce del fuoco. Brandiva uno spadone a due mani con violenza, colpendo il legno con ruggiti di sforzo. Thud. Crack.
Era pura forza fisica. Calore. Rabbia.
Fuuka lo guardò, affascinata dalla brutalità semplice di quell'uomo, così diversa dalla tortura sensoriale e fredda di Lyra.
Si portò una mano al braccio, dove Lyra l'aveva afferrata prima. La pelle bruciava.
Abbassò lo sguardo.
Sulla pelle pallida del suo avambraccio interno, un piccolo simbolo argenteo stava brillando debolmente. Una runa a forma di occhio stilizzato.
Il sangue di Fuuka si gelò.
Non era un livido.
Lyra l'aveva marchiata.
Non era più un'ospite nella Guglia. Ora, agli occhi della magia, apparteneva all'elfa.
Le scuderie erano un antro cavernoso che puzzava di paglia marcia, cuoio ingrassato e sterco fumante. Era un odore onesto, terreno, che Fuuka inspirò a pieni polmoni.
Mentre stava assicurando una cinghia intorno a una cassa di legno laccato, un’ombra imponente oscurò la luce che filtrava dal portone.
«Non dovresti essere qui da sola.»
La voce era profonda, vibrante di una preoccupazione ruvida.
Fuuka si voltò. Il Capitano Valerius si stagliava contro la luce del pomeriggio, le spalle larghe che bloccavano l'uscita. Non indossava l'elmo. I suoi capelli biondo scuro erano scompigliati, e una patina di sudore gli lucidava la fronte e il collo, scomparendo sotto il colletto della corazza di cuoio bollito e acciaio.
«Capitano,» disse Fuuka, facendo un piccolo inchino formale. «Sto solo recuperando le mie cose per... il trasferimento.»
Valerius avanzò. I suoi stivali pesanti schiacciavano la paglia con un suono ritmico. Crunch. Crunch.
In pochi passi, invase lo spazio personale di Fuuka, costringendola a indietreggiare fino a premere la schiena contro la staccionata di legno grezzo di uno stallo.
«Il trasferimento,» ripeté lui con disprezzo, sputando la parola come se fosse veleno. «Ti ha presa, vero? Ti ha portata nella sua torre.»
Valerius allungò le mani. Erano enormi, avvolte in guanti di pelle usurata che lasciavano scoperte le dita callose. Afferrò le braccia di Fuuka, proprio sopra i gomiti. La presa era ferma, possessiva, ma non dolorosa.
Fuuka sentì il calore irradiarsi dal corpo dell’uomo. Era una fornace di muscoli e sangue caldo, un contrasto scioccante con il ricordo delle dita gelide dell'elfa.
«Quella donna... Lyra... non è come noi, Fuuka,» sussurrò Valerius, chinandosi verso di lei. I suoi occhi azzurri erano febbricitanti. «Lei consuma le persone. Ho visto uomini forti entrare nella Guglia e uscirne gusci vuoti, con lo sguardo perso nel vuoto. Lei si nutre di vitalità.»
Fuuka alzò lo sguardo verso di lui. Poteva vedere i pori della sua pelle, la barba corta e ispida che gli copriva la mascella squadrata, una piccola cicatrice bianca sul labbro superiore. Odorava di sapone al pino e di ferro. Era l'odore della sicurezza, della forza bruta che protegge.
«So badare a me stessa, Capitano,» rispose lei, anche se il cuore le batteva forte per la vicinanza di quel corpo massiccio che la sovrastava.
«Sei un'erborista, non una guerriera,» ribatté lui.
Valerius spostò una mano, risalendo dal braccio fino al collo di Fuuka, il pollice ruvido che sfiorava la linea della sua mandibola. Fu un tocco intimo, quasi sfacciato.
Per un istante, il tempo si fermò. Valerius fissò le labbra di Fuuka, socchiuse e rosse. Si sporse in avanti. Fuuka sentì il suo respiro caldo sul viso. Avrebbe potuto baciarla, marchiarla con la sua umanità per salvarla dalla magia.
La tentazione di arrendersi a quella protezione semplice e maschia fu forte. Ma Fuuka era figlia dell'Oriente.
Scivolò via dalla sua presa con un movimento fluido, liquido, come acqua che scorre tra le rocce.
«I miei veleni uccidono più velocemente della vostra spada, Valerius,» disse lei, mettendo una cassa tra loro. «Grazie per l'avvertimento. Ma devo andare.»
Lui rimase lì, a mani vuote, a guardarla con un misto di desiderio frustrato e paura per il suo destino.
La stanza che le era stata assegnata nella Guglia d'Onice era una gabbia dorata.
Le pareti erano di pietra nera levigata, curve, senza angoli dove le ombre potessero nascondersi. Il letto era enorme, coperto di pellicce bianche e lenzuola di seta nera. Non c'era una serratura alla porta, ma quando Fuuka provò ad aprirla, sentì un formicolio statico sulle dita. Magia.
Stava sistemando le sue ampolle sul tavolo di ebano quando l'aria nella stanza cambiò pressione. Le candele tremolarono e divennero di fiamma viola.
Una voce echeggiò direttamente nella sua testa, melodiosa e imperiosa.
Vieni alle terme, piccola erborista. Ho bisogno delle tue mani.
Fuuka seguì il richiamo, scendendo una scala a chiocciola che sembrava scavata nel ghiaccio.
La sala da bagno privata di Lady Lyra era un tempio di vapore e decadenza. L'aria era densa, umida, profumata di orchidea nera e ozono, un odore che faceva girare la testa come vino forte.
Al centro della stanza, una vasca circolare di marmo bianco era riempita di acqua che brillava di una luminescenza azzurrina.
Lyra era lì.
Immersa fino alla vita, dava le spalle a Fuuka. I capelli platino erano raccolti in una crocchia elaborata, tenuta insieme da spilloni d'osso, lasciando scoperto il collo lungo e la schiena pallida, attraversata dalla linea perfetta della colonna vertebrale.
«I miei canali di mana sono infiammati,» disse Lyra senza girarsi. «La magia ha un prezzo, Fuuka. Brucia i nervi.»
Fuuka si avvicinò al bordo della vasca. Il calore dell'acqua le arrossò le guance.
«Cosa volete che faccia, mia signora?»
Lyra si girò lentamente.
L'acqua scivolò via dal suo corpo come se la sua pelle fosse impermeabile. Fuuka trattenne il respiro.
L'elfa era nuda. La sua bellezza era aliena, dolorosa. I suoi seni erano alti, sodi, con capezzoli di un rosa così pallido da sembrare quasi inesistenti, circondati da aureole piccole e perfette. La sua vita era stretta in modo innaturale, i fianchi si allargavano in una curva sinuosa. Tra le gambe, il pelo era una striscia curata di color argento metallico.
Lyra si alzò in piedi nella vasca bassa, l'acqua che le arrivava alle cosce.
«Spogliati delle vesti pesanti. Tieni la tunica leggera se ti fa sentire protetta,» ordinò Lyra con un sorriso pigro. «Prendi l'olio di zenzero che hai portato. Scaldalo tra le mani. E toccami.»
Fuuka obbedì, le dita che tremavano mentre svitava l'ampolla. Versò l'olio ambrato sui palmi e iniziò a sfregarli finché non diventarono bollenti.
Si inginocchiò sul bordo di marmo. Lyra si appoggiò al bordo della vasca, offrendo la schiena e le spalle.
Fuuka posò le mani sulla pelle dell'elfa.
Fu come toccare marmo vivente. La pelle di Lyra era fredda, liscia in modo assurdo, priva di pori o imperfezioni.
«Ahhh...» Lyra gemette quando il calore dell'olio e delle mani di Fuuka penetrò il gelo della sua carne.
Fuuka iniziò a impastare i muscoli del trapezio, sciogliendo la tensione.
Improvvisamente, Lyra mormorò una parola in una lingua arcana.
Fuuka sentì una scossa elettrica risalire dalle sue dita fino alle spalle.
«Un incantesimo di sensibilità condivisa,» spiegò Lyra, la voce roca. «Quello che sento io... lo sentirai anche tu.»
Era vero. Ogni volta che Fuuka premeva il pollice su un nodo muscolare di Lyra, sentiva un'eco di piacere fiorire nel proprio ventre. Era una sensazione stordente. Massaggiare Lyra divenne un atto di autoerotismo indiretto.
«Più giù,» ordinò l'elfa.
Fuuka fece scivolare le mani oleose lungo la spina dorsale, fino alla curva dei reni, e poi sui fianchi bagnati. L'olio si mescolava all'acqua magica sulla pelle di Lyra, rendendo tutto scivoloso e lucido.
Lyra si girò di scatto, afferrando i polsi di Fuuka.
I suoi occhi viola brillavano di lussuria predatoria.
«Il cuore, Fuuka. Il dolore è qui.»
Lyra guidò le mani di Fuuka sul proprio petto.
Fuuka si ritrovò a massaggiare i seni dell'elfa. Erano pesanti, freschi, ma i capezzoli si indurirono istantaneamente sotto i suoi palmi caldi, diventando punte di diamante.
A causa dell'incantesimo, Fuuka sentì la sensazione come se qualcuno stesse toccando i suoi seni. Un gemito le sfuggì dalle labbra.
Lyra sorrise, trionfante.
Si sporse in avanti, uscendo parzialmente dall'acqua, bagnando la tunica di Fuuka. Premette il viso umido contro il collo della ragazza.
«Senti come rispondi?» sussurrò Lyra, leccando la pelle salata del collo di Fuuka con una lingua lunga e agile. «Il tuo corpo capisce la magia meglio della tua mente.»
Lyra morse delicatamente la pelle sensibile sotto l'orecchio di Fuuka, mentre premeva il proprio seno nudo e oleoso contro la mano della ragazza, strofinandosi come un gatto in calore.
Fuuka era paralizzata dal piacere e dalla paura. Sentiva l'odore di Lyra, ozono e fiori notturni, invaderle il cervello, cancellando la razionalità.
«Basta così,» disse improvvisamente Lyra, staccandosi e rompendo l'incantesimo.
La perdita di contatto fu come uno schiaffo gelido. Fuuka cadde seduta sui talloni, ansimante, le mani ancora sporche d'olio, il corpo che pulsava di un desiderio inappagato e confuso.
«Puoi andare,» disse l'elfa, immergendosi di nuovo nell'acqua e dandole le spalle come se nulla fosse successo.
Fuuka tornò nella sua stanza come in trance. Si chiuse la porta alle spalle e si appoggiò al legno freddo, cercando di regolarizzare il respiro. Si guardò le mani, ancora lucide, e si sentì sporca ed eccitata allo stesso tempo.
Si avvicinò alla finestra per cercare aria.
Giù, nel cortile della caserma illuminato dalle torce, vide una figura solitaria.
Era Valerius.
Si stava allenando a torso nudo contro un manichino di legno. La sua pelle brillava di sudore alla luce del fuoco. Brandiva uno spadone a due mani con violenza, colpendo il legno con ruggiti di sforzo. Thud. Crack.
Era pura forza fisica. Calore. Rabbia.
Fuuka lo guardò, affascinata dalla brutalità semplice di quell'uomo, così diversa dalla tortura sensoriale e fredda di Lyra.
Si portò una mano al braccio, dove Lyra l'aveva afferrata prima. La pelle bruciava.
Abbassò lo sguardo.
Sulla pelle pallida del suo avambraccio interno, un piccolo simbolo argenteo stava brillando debolmente. Una runa a forma di occhio stilizzato.
Il sangue di Fuuka si gelò.
Non era un livido.
Lyra l'aveva marchiata.
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