Obbedire a sé: 1
di
Fuuka
genere
dominazione
La luce del pomeriggio stava morendo lentamente, tingendo la stanza di un oro sporco e malinconico. Seduta alla scrivania, sentivo il rumore del mondo fuori come un ronzio lontano, del tutto irrilevante. Il vero suono, quello che contava, era il battito sordo e pesante che sentivo proprio lì, nel profondo del mio bacino.
Era iniziato ore prima, un pizzicore sottile, quasi un’idea, che col passare dei minuti si era trasformato in una morsa calda. Ogni volta che cambiavo posizione sulla sedia, il tessuto dei miei jeans premeva contro la vulva, ricordandomi quanto fossi già bagnata. Potevo sentire la seta delle mutandine aderire tenacemente alle labbra, ormai gonfie e sensibili, impregnate di quel liquido trasparente e scivoloso che il mio corpo produceva senza sosta, anticipando il mio volere.
“Sii brava. Aspetta ancora un po’”, mi ero sussurrata mentalmente, e quel semplice comando aveva fatto correre un brivido elettrico lungo tutta la mia spina dorsale, facendomi inarcare involontariamente la schiena.
Mi alzai con movimenti lenti, quasi solenni. Ogni passo verso la camera da letto era una sfida alla mia stessa urgenza. Arrivata davanti allo specchio lungo, mi fermai. Le dita mi tremavano leggermente mentre slacciavo il bottone dei jeans. Lo sfrigolio della zip sembrò un tuono nel silenzio della stanza.
Sfilai i pantaloni lasciandoli cadere a terra, restando solo con quel piccolo pezzo di pizzo scuro, ora visibilmente inumidito al centro. La vista di me stessa, così vulnerabile e già così chiaramente eccitata, mi mozzò il fiato. Portai le mani al viso, ma non per coprirmi, solo per sentire il calore delle mie guance accaldate.
Ero io la mia stessa padrona, eppure sentivo il bisogno viscerale di obbedire a quella parte di me che esigeva disciplina. Mi imposi il primo ordine della serata: non toccarti.
Con una lentezza agonizzante, feci scivolare le dita lungo i fianchi, sfiorando appena la pelle nuda, evitando accuratamente il centro del mio desiderio. Arrivai all'elastico delle mutandine e iniziai a tirarlo giù, centimetro dopo centimetro. Man mano che il pizzo scendeva, l'aria fresca della stanza colpiva la pelle umida della vulva, creando un contrasto da brividi.
Quando finalmente le mutandine caddero, restai lì, con le gambe leggermente divaricate. Potevo vedere il riflesso dell'ingresso della mia vagina, rosato e lucido, che sembrava pulsare a ogni mio respiro. Una goccia densa scivolò lentamente lungo l'interno della coscia, tracciando un sentiero di fuoco sulla pelle chiara.
Il bisogno di infilare le dita in quel calore, di sentire le pareti che abbracciavano la mia bramosia, era quasi insopportabile. Ma la voce nella mia testa fu ferma:
“Inginocchiati. Guarda cosa succede quando sei una brava ragazza.”
Mi calai lentamente sul tappeto morbido, sentendo il peso del mio stesso corpo premere contro i talloni. La tensione nel basso ventre era diventata un dolore delizioso, un accumulo di energia che chiedeva solo di essere liberato. Ma non ancora. Prima dovevo imparare il valore dell'attesa.
Il tappeto sotto le mie ginocchia nude era morbido, un contrasto quasi irritante con la tensione elettrica che mi attraversava il bacino. Rimasi immobile per quelli che sembrarono minuti, i palmi delle mani appoggiati sulle cosce, le dita che artigliavano leggermente la pelle per frenare l'istinto di scendere più in basso. Il mio respiro, ora, era l'unico suono: un ritmo spezzato, umido, che tradiva quanto fossi vicina al limite.
“Esplorati. Ma non correre. Assapora ogni brivido come se fosse l’ultimo.”
La voce nella mia testa era ferma, un comando che non ammetteva repliche. Sollevai la mano destra. La guardai come se non mi appartenesse, osservando il leggero tremolio dei polpastrelli. Iniziai dal collo, sfiorando appena la linea della mascella con la punta dell'indice. La mia pelle era bollente. Scesi lungo la gola, sentendo la pulsazione accelerata della carotide, poi giù, verso il petto.
Quando le dita incontrarono i capezzoli, questi erano già tesi, piccoli rilievi duri che imploravano attenzione. Li accarezzai con un movimento circolare, leggerissimo, quasi un soffio di velluto. Sentii una scossa partire da lì e arrivare dritta tra le gambe, facendo contrarre involontariamente i muscoli della vagina. Un gemito basso, strozzato, mi sfuggì dalle labbra.
Ma il viaggio era solo all'inizio.
Le dita scivolarono sull'addome, disegnando spirali immaginarie sulla pelle tesa. Arrivai al monte di Venere, dove la pelle nuda e perfettamente liscia brillava sotto la luce soffusa, già imperlata di quell'umidità densa che continuava a scivolare via da me. Senza l'ostacolo dei peli, ogni millimetro di pelle sembrava esposto, vulnerabile, pronto a reagire al minimo spostamento d'aria. Le dita si divisero, esplorando l'interno delle cosce, dove la pelle è più sottile e i nervi sembrano vibrare a ogni minimo contatto.
Sospirai, chiudendo gli occhi. Con la punta del medio, iniziai a seguire il contorno delle grandi labbra, dall'alto verso il basso. Erano calde, turgide, scivolose. Il contatto diretto dei polpastrelli sulla pelle levigata rendeva tutto più intenso, quasi elettrico. Ogni volta che sfioravo quel tessuto così delicato, sentivo il mio corpo sussultare. Ero così bagnata che il rumore del mio stesso tocco, un piccolo, delizioso clic umido, riempiva il silenzio della stanza, rendendo tutto ancora più proibito.
Infine, arrivai all'ingresso.
Senza entrare, iniziai a massaggiare il vestibolo, quella zona di pelle liscia e sensibilissima che circonda l'apertura. Il lubrificante naturale che avevo prodotto era denso come miele, e lo usai per ungere bene le dita prima di risalire verso la clitoride. Ma non la toccai direttamente. Mi limitai a premere leggermente sul cappuccio, sentendo la piccola perla di piacere che pulsava selvaggiamente sotto la pelle.
“Ti prego...” sussurrai al vuoto, la voce rotta.
Sentivo il cuore battermi fin nelle grandi labbra. La sensazione di essere così esposta a me stessa, così pronta eppure così frenata dalla mia stessa disciplina, era inebriante. Inserii la punta di un solo dito, appena un centimetro, sentendo il calore soffocante e l'abbraccio immediato delle pareti vaginali che sembravano darmi il benvenuto, umide e vibranti.
Ero un fiore che sbocciava nel buio, governato da un ordine che amavo onorare.
Era iniziato ore prima, un pizzicore sottile, quasi un’idea, che col passare dei minuti si era trasformato in una morsa calda. Ogni volta che cambiavo posizione sulla sedia, il tessuto dei miei jeans premeva contro la vulva, ricordandomi quanto fossi già bagnata. Potevo sentire la seta delle mutandine aderire tenacemente alle labbra, ormai gonfie e sensibili, impregnate di quel liquido trasparente e scivoloso che il mio corpo produceva senza sosta, anticipando il mio volere.
“Sii brava. Aspetta ancora un po’”, mi ero sussurrata mentalmente, e quel semplice comando aveva fatto correre un brivido elettrico lungo tutta la mia spina dorsale, facendomi inarcare involontariamente la schiena.
Mi alzai con movimenti lenti, quasi solenni. Ogni passo verso la camera da letto era una sfida alla mia stessa urgenza. Arrivata davanti allo specchio lungo, mi fermai. Le dita mi tremavano leggermente mentre slacciavo il bottone dei jeans. Lo sfrigolio della zip sembrò un tuono nel silenzio della stanza.
Sfilai i pantaloni lasciandoli cadere a terra, restando solo con quel piccolo pezzo di pizzo scuro, ora visibilmente inumidito al centro. La vista di me stessa, così vulnerabile e già così chiaramente eccitata, mi mozzò il fiato. Portai le mani al viso, ma non per coprirmi, solo per sentire il calore delle mie guance accaldate.
Ero io la mia stessa padrona, eppure sentivo il bisogno viscerale di obbedire a quella parte di me che esigeva disciplina. Mi imposi il primo ordine della serata: non toccarti.
Con una lentezza agonizzante, feci scivolare le dita lungo i fianchi, sfiorando appena la pelle nuda, evitando accuratamente il centro del mio desiderio. Arrivai all'elastico delle mutandine e iniziai a tirarlo giù, centimetro dopo centimetro. Man mano che il pizzo scendeva, l'aria fresca della stanza colpiva la pelle umida della vulva, creando un contrasto da brividi.
Quando finalmente le mutandine caddero, restai lì, con le gambe leggermente divaricate. Potevo vedere il riflesso dell'ingresso della mia vagina, rosato e lucido, che sembrava pulsare a ogni mio respiro. Una goccia densa scivolò lentamente lungo l'interno della coscia, tracciando un sentiero di fuoco sulla pelle chiara.
Il bisogno di infilare le dita in quel calore, di sentire le pareti che abbracciavano la mia bramosia, era quasi insopportabile. Ma la voce nella mia testa fu ferma:
“Inginocchiati. Guarda cosa succede quando sei una brava ragazza.”
Mi calai lentamente sul tappeto morbido, sentendo il peso del mio stesso corpo premere contro i talloni. La tensione nel basso ventre era diventata un dolore delizioso, un accumulo di energia che chiedeva solo di essere liberato. Ma non ancora. Prima dovevo imparare il valore dell'attesa.
Il tappeto sotto le mie ginocchia nude era morbido, un contrasto quasi irritante con la tensione elettrica che mi attraversava il bacino. Rimasi immobile per quelli che sembrarono minuti, i palmi delle mani appoggiati sulle cosce, le dita che artigliavano leggermente la pelle per frenare l'istinto di scendere più in basso. Il mio respiro, ora, era l'unico suono: un ritmo spezzato, umido, che tradiva quanto fossi vicina al limite.
“Esplorati. Ma non correre. Assapora ogni brivido come se fosse l’ultimo.”
La voce nella mia testa era ferma, un comando che non ammetteva repliche. Sollevai la mano destra. La guardai come se non mi appartenesse, osservando il leggero tremolio dei polpastrelli. Iniziai dal collo, sfiorando appena la linea della mascella con la punta dell'indice. La mia pelle era bollente. Scesi lungo la gola, sentendo la pulsazione accelerata della carotide, poi giù, verso il petto.
Quando le dita incontrarono i capezzoli, questi erano già tesi, piccoli rilievi duri che imploravano attenzione. Li accarezzai con un movimento circolare, leggerissimo, quasi un soffio di velluto. Sentii una scossa partire da lì e arrivare dritta tra le gambe, facendo contrarre involontariamente i muscoli della vagina. Un gemito basso, strozzato, mi sfuggì dalle labbra.
Ma il viaggio era solo all'inizio.
Le dita scivolarono sull'addome, disegnando spirali immaginarie sulla pelle tesa. Arrivai al monte di Venere, dove la pelle nuda e perfettamente liscia brillava sotto la luce soffusa, già imperlata di quell'umidità densa che continuava a scivolare via da me. Senza l'ostacolo dei peli, ogni millimetro di pelle sembrava esposto, vulnerabile, pronto a reagire al minimo spostamento d'aria. Le dita si divisero, esplorando l'interno delle cosce, dove la pelle è più sottile e i nervi sembrano vibrare a ogni minimo contatto.
Sospirai, chiudendo gli occhi. Con la punta del medio, iniziai a seguire il contorno delle grandi labbra, dall'alto verso il basso. Erano calde, turgide, scivolose. Il contatto diretto dei polpastrelli sulla pelle levigata rendeva tutto più intenso, quasi elettrico. Ogni volta che sfioravo quel tessuto così delicato, sentivo il mio corpo sussultare. Ero così bagnata che il rumore del mio stesso tocco, un piccolo, delizioso clic umido, riempiva il silenzio della stanza, rendendo tutto ancora più proibito.
Infine, arrivai all'ingresso.
Senza entrare, iniziai a massaggiare il vestibolo, quella zona di pelle liscia e sensibilissima che circonda l'apertura. Il lubrificante naturale che avevo prodotto era denso come miele, e lo usai per ungere bene le dita prima di risalire verso la clitoride. Ma non la toccai direttamente. Mi limitai a premere leggermente sul cappuccio, sentendo la piccola perla di piacere che pulsava selvaggiamente sotto la pelle.
“Ti prego...” sussurrai al vuoto, la voce rotta.
Sentivo il cuore battermi fin nelle grandi labbra. La sensazione di essere così esposta a me stessa, così pronta eppure così frenata dalla mia stessa disciplina, era inebriante. Inserii la punta di un solo dito, appena un centimetro, sentendo il calore soffocante e l'abbraccio immediato delle pareti vaginali che sembravano darmi il benvenuto, umide e vibranti.
Ero un fiore che sbocciava nel buio, governato da un ordine che amavo onorare.
5
voti
voti
valutazione
4.4
4.4
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Oltre la Fessura: 3
Commenti dei lettori al racconto erotico