Pierpaolo si fa scopare da dei poveri migranti tunisini. Ovvero la mia prima volta con degli uomini veri.

di
genere
confessioni

Il ronzio di un vecchio ventilatore arrugginito non riusciva a smuovere l'afa stagnante del magazzino. Pierpaolo sentì una goccia di sudore scivolargli lungo la schiena nuda, resa lucida dall'umidità e dalla paura. Indossava solo una canottiera bianca che aderiva come una seconda pelle al suo petto liscio e dei pantaloncini di spugna cortissimi, che lasciavano scoperte le gambe lunghe e prive di peli, quasi di ragazza, nella luce giallastra della lampadina.


Karim lo squadrò da capo a piedi, un sorriso sghembo che gli increspava il volto bruciato dal sole. «Tu... tu essere troppo pulito per stare qui con noi,» disse con un accento arabo marcato, trascinando le consonanti. «Pelle come donna, Pierpaolo. Liscia. Tu no avere peli di uomo.» Il ragazzo cercò di arretrare, ma il bordo del tavolo gli bloccò il bacino. Il più giovane dei tre, quello rimasto alle sue spalle, allungò una mano callosa sfiorandogli appena la spalla, scendendo poi con le dita lungo il braccio magro ma tonico. «Perché tu veste così? Vuole farci arrapare?» mormorò in un italiano stentato, la voce roca di chi non parlava da ore.


«Fa caldo, io... è solo la divisa estiva...» provò a giustificarsi Pierpaolo, la voce che gli tremava leggermente. La sua figura esile, quasi adolescenziale nonostante l'età, contrastava violentemente con la fisicità massiccia e l'odore selvatico dei tre uomini che lo circondavano. «Noi avere bisogno sfogare,» riprese Karim, facendo un altro passo avanti e sovrastandolo con la sua mole. Gli afferrò il mento con due dita, costringendolo a guardarlo negli occhi. «Troppo tempo in mare. Troppa rabbia dentro. Tu essere gentile con noi ora, sì? Non fare storie. Tu aiuta migranti, no? Questa è... grande assistenza.» Gli altri due ridacchiarono, un suono gutturale che fece gelare il sangue al ragazzo. Si sentiva esposto, quasi nudo sotto quegli sguardi che lo spogliavano di ogni dignità.

Il silenzio del seminterrato fu spezzato dal respiro pesante di Karim, che non staccò gli occhi dal corpo minuto del ragazzo. «Tu essere qui per noi, vero? Ong dice che tu deve dare conforto,» disse il tunisino, e con un movimento lento e deliberato, portò la mano ruvida sotto il bordo della canottiera di Pierpaolo, risalendo sulla pelle glabra del fianco.
Il giovane volontario sussultò, la pelle d'oca che tradiva il suo piacere nonostante il caldo asfissiante di Pantelleria. Erano mesi che lavorava nell'isola, tra sbarchi e prime necessità, ma quella situazione nel locale interrato era fuori da ogni protocollo.
Il secondo uomo, quello più vicino alle sue gambe, si chinò leggermente, stringendo con forza la coscia di Pierpaolo, proprio dove finiva l’orlo dei pantaloncini succinti. «Pelle morbida... come seta,» mormorò con una smorfia che era a metà tra il desiderio e la derisione. «Noi no vedere bellezza così da tanto tempo. Ora tu sta fermo, sì?»


Senza smettere di fissarlo, l'uomo alle sue spalle gli bloccò i polsi dietro la schiena, costringendo il torace di Pierpaolo a sporgersi in avanti, verso Karim. La lampadina nuda oscillò, proiettando ombre distorte sulle pareti di tufo. «Si gentile, piccolo volontario,» sibilò Karim, mentre l'altra mano scendeva con prepotenza verso l'elastico dei pantaloncini. «Noi avere bisogno di te in altro modo adesso. Tu aiuta noi a dimenticare mare, e noi non fa male a te.» Pierpaolo chiuse gli occhi, sentendo il contatto invasivo delle loro mani su di lui, consapevole che in quel magazzino isolato dal resto del campo, la sua missione aveva preso una piega oscura e inevitabile.

Mentre le mani callose dei tre tunisini violavano il suo corpo innocente, Pierpaolo sentiva un calore traditore divampare sotto la pelle. Si vergognava da morire — dei suoi capezzoli gonfi e caldi che gonfiavano la canottiera, dei suoi pantaloncini troppo corti che lo facevano sembrare una troia, ma soprattutto di quel brivido di attrazione che non riusciva a spegnere.
Non aveva mai avuto rapporti con uomini, il sesso per lui era sempre stato un pensiero astratto, pulito, lontano. E ora eccolo lì: tre uomini carichi di una mascolinità ruvida e aggressiva che lo trattavano come un oggetto.
«Guarda come trema, come un uccellino,» rise il terzo uomo, stringendo i polsi di Pierpaolo ancora più forte, mentre Karim gli sollevava la canottiera per esporre il ventre liscio e bianco. L'odore di sudore forte dei tre lo disgustava, ma dentro di sé, Pierpaolo cercava disperatamente di giustificare il suo desiderio di essere violato.
Hanno sofferto troppo, pensava con una sorta di devozione masochistica. Vengono dal deserto, dal mare, dalla prigione. È normale che siano così feroci. Hanno diritto a questo pezzo di me.
«Tu piace questo, vero?» sibilò Karim, accorgendosi dello sguardo perso e sottomesso del ragazzo. Con un gesto brusco e sprezzante, gli infilò una mano dentro i pantaloncini di spugna, afferrandogli una natica con una forza che non aveva nulla di tenero. «Tu vole essere nostro piccolo regalo di Pantelleria.»


Pierpaolo chinò il capo, i capelli biondi che gli coprivano gli occhi lucidi. La loro ingratitudine, il modo in cui lo usavano senza nemmeno chiedergli il nome, alimentava il suo senso di colpa e, allo stesso tempo, quella strana, oscura attrazione. Si sentiva sporco e santo insieme, una vittima consenziente che trovava eccitazione nel proprio annullamento.

«Vi prego... non fate così...» sussurrò Pierpaolo, ma le sue parole erano deboli, prive di una reale volontà di opporsi. Quella supplica sussurrata, pronunciata con gli occhi bassi e il corpo che tremava sotto le loro mani, ebbe l'unico effetto di eccitare ancora di più i tre tunisini. Karim emise un grugnito di scherno e, con uno strattone violento, gli strappò la canottiera bianca, lasciando il suo torso latteo completamente esposto alla luce cruda della lampadina. Gli altri due lo spinsero contro il muro di tufo, le pietre ruvide che graffiavano la schiena liscia del ragazzo. La loro aggressività era diventata frenetica, un misto di rabbia repressa e desiderio brutale che non lasciava spazio alla gentilezza.


Pierpaolo si lasciò andare. Chiuse gli occhi e smise di opporre anche quella minima resistenza formale, abbandonandosi totalmente al loro volere. In quel momento, sentì l'elastico dei suoi pantaloncini cedere definitivamente. E si ritrovò nudo alla loro mercé. Quando riaprì gli occhi, la vergogna fu vinta dallo stupore. Davanti a lui, i tre uomini si erano liberati dei vestiti logori con gesti rapidi. Pierpaolo, che non aveva mai visto un uomo eccitato da vicino in quel modo, rimase stupito dalla loro virilità sorprendente: una possenza scura e intimidatoria che contrastava con la sua fragilità quasi infantile. Erano corpi forgiati dalla fatica e dal sole, imponenti e spaventosi nella loro nudità.
«Ora tu vede cosa essere uomo vero,» sibilò Karim, afferrandogli i capelli per costringerlo a guardare ancora più da vicino. Il magazzino interrato di Pantelleria divenne il teatro di un atto di sottomissione totale. Pierpaolo, nel suo delirio di colpa e attrazione, sentì che ogni briciolo della sua identità di volontario stava scomparendo, sostituita dal piacere oscuro di essere usato da chi, ai suoi occhi, aveva il diritto di prendersi tutto.

L'aria si fece ancora più rarefatta, saturata dall'odore del sesso dei tunisini e della polvere. La dinamica era cambiata: non era più solo un atto di dominio, ma una pretesa assoluta. I tre tunisini volevano essere soddisfatti, volevano che quel ragazzo si adoperasse per placare la loro fame, ma l'inesperienza di Pierpaolo divenne presto motivo di frustrazione.


«Ma cosa fai? Non sai fare nulla?» ringhiò Karim, dandogli uno schiaffo leggero ma umiliante sulla guancia per destarlo. «Tu legge libri, tu sta in ufficio, ma qui... qui tu vale niente.» Pierpaolo, con la pelle arrossata e il corpo scosso dai brividi, cercava disperatamente di compiacere la loro virilità sorprendente, ma i suoi gesti erano incerti, impacciati. La sua mancanza di esperienza, che nel suo mondo sarebbe stata vista come innocenza, lì era solo un'altra colpa da punire.


«Guarda questo stronzo,» disse il più giovane con un ghigno di disprezzo, afferrandolo per i capelli e forzandolo a un contatto più brutale. «Pelle di seta e mani di bambino. Devi imparare come si serve un uomo vero, Pierpaolo. Merda!» L'irruenza dei tre aumentò proporzionalmente alla loro rabbia. Lo spingevano da uno all'altro come un peso morto, obbligandolo a posizioni che gli facevano male, mentre le loro voci diventavano un coro di insulti in arabo e italiano stentato. Lo chiamavano con epiteti denigratori, ridendo del modo in cui i suoi occhi si riempivano di lacrime ed i conati di vomito quando cercava di ingoiare i loro cazzi duri. Eppure, in quel turbine di violenza verbale e fisica, Pierpaolo persisteva nel suo autoinganno. È perché sono frustrati, pensava mentre veniva strattonato senza grazia. Hanno bisogno di sentirsi potenti perché il mondo li ha resi impotenti. Se mi lascio trattare così, li sto aiutando a riprendersi la loro dignità di maschi.


Si convinceva che ogni loro spinta irruenta, ogni parola offensiva fosse un peso che lui toglieva dalle loro spalle per caricarlo sulle proprie. Si sentiva come un martire laico di Pantelleria, un contenitore per la loro rabbia.

Il gioco psicologico dei tre tunisini si esaurì bruscamente, lasciando spazio a una determinazione più cupa e animalesca. Si erano stancati di deriderlo e di aspettare che la sua bocca inesperta capisse come muoversi. Ora volevano solo prendersi ciò che quel corpo sembrava offrire nella sua totale passività.


«Basta parlare,» sentenziò Karim con voce piatta, afferrando Pierpaolo per i fianchi e voltandolo con una forza che gli mozzò il respiro. «Tu ora serve a noi come serve una donna quando non c'è.» L’umiliazione definitiva arrivò con la sistematicità di un rito brutale. A turno, senza alcuna concessione alla tenerezza o al piacere del ragazzo, lo possedettero tra le ombre del seminterrato. Per loro, Pierpaolo era diventato solo un contenitore di sperma, un simulacro di carne bianca e liscia su cui scaricare i mesi di astinenza e la rabbia accumulata nei centri di detenzione libici.
Pierpaolo premeva il viso contro il cemento freddo, sentendo il peso di quei corpi massicci che lo schiacciavano a turno, uno dopo l'altro. Il dolore fisico era lancinante, ma era la sua mente a compiere il lavoro più faticoso: continuava a ripetersi che quello era l’atto supremo del suo volontariato a Pantelleria. Si illudeva che, offrendo il proprio corpo in quel modo, stesse assorbendo la loro violenza per evitare che la sfogassero altrove.


È il mio compito, pensava mentre le lacrime rigavano il pavimento polveroso. Sono un porto sicuro. Devo accoglierli del tutto. Mentre veniva usato con quella violenza offensiva, la sua vergogna si mescolava a una sorta di estasi martiristica. Vedeva la loro virilità come una forza della natura a cui era impossibile, e quasi ingiusto, opporsi. Si sentiva svuotato di ogni dignità umana, ridotto a puro oggetto, ma in quel vuoto trovava la giustificazione per il suo desiderio inespresso.


Quando l'ultimo dei tre ebbe finito, si rialzarono sistemandosi i vestiti con gesti rapidi e indifferenti, come se avessero appena terminato un lavoro faticoso ma necessario. Pierpaolo rimase a terra, nudo, il corpo violato e pieno di sborra, che ancora tremava per l'invasione subita. Invece di andarsene, i tre rimasero lì, torreggianti sopra di lui mentre riprendevano fiato. Karim, con un sorrisetto sprezzante, afferrò Pierpaolo per i capelli e lo costrinse a rialzarsi. Il ragazzo barcollò sulle gambe tremanti, nudo e segnato, cercando disperatamente di coprirsi con le mani, ma loro lo scostarono rudemente.
«Guarda come sta dritto ora,» disse uno di loro, dandogli una pacca umiliante sul fianco liscio. «Tu non fare vittima, Pierpaolo. Noi visto i tuoi occhi. Tu voleva questo, no? Tu piace essere usato da uomini veri.» Le risate riempirono il locale interrato, più taglienti della violenza fisica. Lo sfottevano per la sua pelle bianca, per quella canottiera che ora giaceva strappata in un angolo, e per il modo in cui era rimasto passivo sotto di loro. «Ong ti manda qui per aiutare, e tu aiuta bene,» ironizzò il più giovane. «Ma ora finito gioco. Prima tu era troppo imbranato. Ora tu impara bene.»
Karim si risedette sulla panca di legno e fece un cenno imperioso. «Non basta che noi prende. Tu deve dare, ora. Con con bocca. Come si fa a casa nostra quando uno vuole essere gentile.»


Pierpaolo sentì il sangue salirgli al viso per la vergogna, ma nel profondo del suo delirio di colpa, continuava a giustificarli. Hanno ragione, pensava stordito, sono stato goffo, li ho delusi. Se voglio davvero aiutarli, devo essere perfetto per loro. Si sentiva costretto dalle circostanze, ma quella "costrizione" era il velo sottile dietro cui nascondeva la sua attrazione per quella mascolinità così prepotente.


«In ginocchio, piccolo volontario,» ordinò Karim, slacciandosi di nuovo i pantaloni con un gesto lento e deliberato. «Oggi tu impara cosa significa servire davvero. Niente libri, niente chiacchiere. Solo tu e noi.» Pierpaolo obbedì, sprofondando nuovamente in quel ruolo di sottomissione totale. Mentre si avvicinava a loro, con il corpo martoriato che appariva ancora più fragile accanto alla loro imponenza, si convinse che quella fosse la lezione più importante del suo tirocinio a Pantelleria: annullarsi completamente per il piacere di chi non avrebbe mai detto "grazie".

«Ti sei divertito, eh?» ringhiò Karim, afferrandogli il mento e costringendolo a guardare la propria virilità sorprendente che non accennava a placarsi. «Noi visto come trema tuo corpo. Tu non è vittima, tu è un porco che fa finta di essere buono.»
Le risate degli altri due tunisini risuonarono crudeli contro le pareti di tufo del seminterrato di Pantelleria. «Noi essere in arretrato di mesi, Pierpaolo,» continuò il più giovane, stringendogli la spalla fino a fargli male. «Mare toglie tutto. Ora tu restituisce. E visto che a te piace così tanto... noi ha bisogno di essere soddisfatti almeno un altro paio di volte a testa.»
Pierpaolo sentì un brivido di terrore mescolato a quella vergognosa, inconfessabile attrazione. Hanno ragione loro, pensava mentre le gambe gli cedevano di nuovo. Hanno passato l'inferno, io sono solo un ragazzo fortunato che non sa niente della vita. Se questo è il prezzo per calmarli, io devo pagarlo. Si convinceva, con una logica distorta, che subire quell'ulteriore ondata di irruenza offensiva fosse un atto di carità cristiana o di solidarietà estrema.


«Forza, muoviti,» ordinò il terzo uomo, spingendolo rudemente verso il centro della stanza. «Usa quella bocca del cazzo. E non fare errori come prima, o stavolta ci arrabbiamo davvero.» I tre tunisini iniziarono così un secondo round di abusi, ancora più espliciti e denigranti. Non c'era più spazio per l'incertezza: Pierpaolo, nudo e ridotto a un puro oggetto di sfogo, accettava ogni ordine, ogni insulto, sforzandosi di imparare in fretta come compiacere quella mascolinità primitiva e arrogante. Si sentiva come se il suo ruolo di volontario della ONG fosse diventato quello di un servo muto, un corpo sacrificabile sull'altare di un bisogno che lui stesso, nella sua vergogna, alimentava.


Il seminterrato divenne un ciclo infinito di pretese e sottomissione, dove il tempo sembrava essersi fermato tra il sudore, l'odore di cazzo nero e la pelle chiara del ragazzo che veniva costantemente violata.

Dopo l'ultima, estenuante ondata di scopate, il locale interrato ripiombò in un silenzio spettrale, rotto solo dal respiro affannato di Pierpaolo. Il ragazzo giaceva a terra, il corpo coperto di segni e sborrate, mentre i tre tunisini si ricomponevano con una calma glaciale e indifferente. Karim si chinò su di lui, afferrandolo per i capelli per sollevargli il viso pallido. «Ascolta bene, piccolo volontario,» sibilò con un accento che non ammetteva repliche. «Ora tu pulisce questo schifo e torna dai tuoi amici della Ong con bel sorriso. Se tu apre bocca, noi dice a tutti la verità.»
Il più giovane scoppiò in una risata di scherno, finendo di allacciarsi i pantaloni. «Diremo che sei stato tu a portarci qui. Che ci hai supplicato perché volevi sentire uomini veri tra le tue gambe. Diremo che ci hai offerto sigarette e telefoni pur di stare con noi.»


Pierpaolo sentì il cuore mancare un battito. La minaccia era atroce perché toccava il suo punto più debole: la vergogna di sapere che, dentro di sé, aveva davvero desiderato quella prevaricazione. L'idea che il coordinatore del campo o i suoi colleghi potessero pensare che avesse "comprato" quell'attenzione brutale lo terrorizzava più della violenza stessa.


«Hai capito?» insistette Karim, stringendo la presa. «Tu sei solo una troia con la maglietta arancione. Se parli, la tua carriera di santino finisce oggi.» «Ho... ho capito,» mormorò Pierpaolo con un filo di voce, mentre le lacrime tornavano a bagnargli le guance lisce. Si convinse ancora una volta che il suo silenzio fosse parte del sacrificio: proteggere la loro permanenza sull'isola, evitare loro problemi legali, anche a costo di portarsi dentro quel segreto devastante.


I tre si avviarono verso la scala, lasciandolo nudo e tremante tra i resti dei pasti e la polvere. Prima di uscire, l'ultimo dei tre si voltò e gli lanciò contro la canottiera strappata con un gesto di profondo disprezzo. «Copriti, bambolina. Domani vogliamo vederti ancora qui. E vedi di aver imparato la lezione.» Rimasto solo, Pierpaolo iniziò a raccogliere i suoi stracci, cercando di ricomporsi. Ogni movimento gli ricordava la virilità sorprendente dei tre e l'umiliazione subita, ma mentre si rivestiva, una parte oscura del suo animo già contava le ore che lo separavano dal turno successivo.


SECONDO TEMPO

Karim emise un grugnito di soddisfazione vedendo Pierpaolo così ridotto, schiacciato sotto il suo peso. Con un gesto lento e deliberato, si sfilò i sandali logori, liberando i piedi nudi, larghi e incrostati della polvere nerastra del porto. La pelle dei suoi piedi era callosa, segnata dal lavoro e dal sale, con le unghie ingiallite e i talloni spaccati dal calore.
«Tu guarda questi,» disse Karim, la voce che scendeva di un'ottava, carica di un'autorità brutale. «Questi piedi ha camminato su deserto e su ponti di barche che tu neanche immagina. Sono piedi di uomo vero, non come tuoi piedi da signorina.»
Mosse le dita nodose, sporche di terra e grasso, proprio davanti al viso di Pierpaolo, costringendolo a respirare l'odore acre e pungente della pelle nuda e sudata. «Ieri tu ha pianto perché noi ha preso tua dignità. Oggi, tu bacia questa polvere. Tu deve ringraziare ogni passo che io fa sopra di te.»
Il secondo tunisino si avvicinò, imitando il gesto del capo. Anche lui restò a piedi nudi, piantando le piante dei piedi sporche e calde sul telone, vicinissimo alle mani tremanti di Pierpaolo. «Lavora, santino,» sibilò con l'accento gutturale che faceva vibrare l'aria. «Pulisce ogni dito. Usa tua lingua, usa tuo orgoglio per fare splendere pelle di noi. Questa è tua preghiera da oggi.»
Pierpaolo, con gli occhi sbarrati e il respiro affannoso, sentì il contatto ruvido della pianta del piede di Karim che gli premeva contro lo zigomo, costringendolo a terra. L'umiliazione fisica era totale: trovarsi nudo nell'animo davanti alla sporcizia di quegli uomini che lo schiavizzavano con così profondo disprezzo. Eppure, mentre chinava il capo verso quei piedi nudi e dominanti, un brivido di assoluta rinuncia lo attraversò, accettando il fango e il sudore come il suo nuovo, unico mondo.

Karim e i suoi compagni non avevano ancora finito di divertirsi. Con una precisione crudele, usarono delle corde di canapa ruvida, recuperate dagli ormeggi del porto, per immobilizzare Pierpaolo. Lo trascinarono verso un pilastro di cemento al centro del magazzino e, tra risate gutturali e insulti, lo costrinsero a gambe larghe, legando i polsi e le caviglie con nodi stretti che gli segnavano la pelle.
«Così ti piace, eh?» sibilò Karim, l'accento tunisino carico di scherno mentre gli stringeva l'ultimo nodo. «Così sei pronto per accogliere i tuoi fratelli. Tu voleva aiutare migranti? Ora tu aiuta davvero.»
Proprio in quel momento, la porta metallica del magazzino cigolò. Un gruppo di una decina di ragazzi, giovani migranti appena arrivati dal molo, entrò nell'ombra. Erano eccitati, nervosi, con gli occhi spalancati davanti alla scena. Karim si rivolse a loro in arabo, gesticolando verso Pierpaolo come se stesse presentando una merce preziosa o un trofeo di guerra.
«Guardate cosa ha preparato Karim per voi!» esclamò poi in italiano, affinché anche Pierpaolo capisse ogni singola parola della sua condanna. «Il santino con la maglietta arancione è qui solo per i vostri bisogni. Non abbiate paura, lui non parla. Lui è qui per servire uomini veri.»
I nuovi arrivati iniziarono a circondarlo. L'aria nel magazzino divenne improvvisamente satura di un'energia brutale. Le risate si mescolavano a commenti volgari in diverse lingue, mentre Pierpaolo, incapace di chiudere le gambe o di nascondere la propria nudità morale, sentiva il calore di quei corpi che si stringevano intorno a lui.
Karim si fece da parte, incrociando le braccia muscolose sul petto, godendosi lo spettacolo del ragazzo che, ormai ridotto a un oggetto inerte, aspettava tremante l'inizio della sua più estrema e devastante prova di "dedizione".

Karim immerse le dita nel barattolo, prelevando una generosa manciata di quel grasso industriale giallastro e denso, usandolo con perizia brutale solo dove serviva per annullare ogni attrito e rendere il corpo di Pierpaolo un varco senza resistenza. Il ragazzo sussultò al contatto freddo e viscido, ma le corde alle caviglie non gli permettevano neppure di rannicchiarsi.
«Vieni, avanti il primo!» ordinò Karim, facendo cenno al gruppo.
L'aria nel magazzino si fece densa, satura di un odore mascolino e selvaggio. Ogni ragazzo che si avvicinava portava con sé un’impronta diversa di quel viaggio disperato: l’odore acre del sale marino incrostato sulla pelle, il sentore pungente di sudore vecchio rimasto prigioniero dei tessuti poveri per giorni, e l’aroma dolciastro e pesante del tabacco trinciato che molti di loro fumavano per ingannare la fame.
La loro virilità si presentava prepotente, esaltata da mesi di astinenza e dal potere improvviso che Karim aveva concesso loro su quel "santino". Erano giovani, dai corpi asciutti e nervosi, che si avventavano su di lui con una foga animalesca. Pierpaolo sentiva il calore dei loro petti nudi premere contro il suo, il contrasto tra la propria pelle liscia e quella ruvida, segnata da cicatrici e peli ispidi, di quegli sconosciuti.
Uno dopo l’altro, con una rapidità che non lasciava spazio al respiro, lo possedevano con spinte rudi e senza sosta. C’era chi emanava un odore ferroso, di chi ha lavorato nelle stive, e chi sapeva di spezie lontane e polvere di strada. Il grasso favoriva quegli amplessi veloci e feroci, trasformando il dolore iniziale di Pierpaolo in una sensazione di invasione totale e inarrestabile.
Karim restava a guardare, godendosi il contrasto tra la "purezza" della maglietta arancione, ormai macchiata di quel nero lubrificante, e la marea di carne scura e possente che si alternava sopra di lui. «Senti come spingono?» rideva Karim, inalando l'odore del sesso e della polvere. «Loro hanno fame, e tu sei il loro pane.»
Pierpaolo, con la vista appannata e le narici piene di quegli odori forti e viscerali, smise di lottare. In quel vortice di corpi e sospiri gutturali in arabo, sentiva la sua vecchia vita sprofondare definitivamente sotto il peso di quella virilità collettiva e spietata.

Quando l'ultimo dei ragazzi si fece da parte, ansimante e sudato, il silenzio che cadde nel magazzino fu rotto solo dal respiro spezzato di Pierpaolo. Il ragazzo sollevò lentamente il capo, i capelli incollati alla fronte dal sudore e la pelle segnata dai lacci, ma nei suoi occhi non c'era più la luce della vittima.
Mentre il gruppo di migranti si allontanava verso l'uscita sotto lo sguardo di Karim, Pierpaolo fissò il suo carceriere. Notò per la prima volta, con una chiarezza elettrica, il contrasto tra la pelle ambrata di Karim e i suoi occhi chiari, quasi trasparenti, che brillavano di una crudeltà magnetica. Lo sguardo di Pierpaolo scivolò poi più in basso, indugiando sulla virilità imponente dell'uomo, che spiccava con prepotenza attraverso i pantaloni logori, una promessa di un dominio ancora più assoluto di quello appena subito.
«Karim...» mormorò Pierpaolo, la voce che non tremava più per la paura, ma per una brama oscura. «Prendimi tu. Ti prego... voglio te. Ti desidero.»
Karim rimase un istante immobile, sorpreso da quella sottomissione che si era mutata in invito. Poi, un sorriso feroce gli attraversò il viso. Con un gesto rapido, si liberò dei vestiti, rivelando un corpo scolpito dal deserto e dal sale, la pelle bruna che profumava di tabacco e di una forza ancestrale.
Si avventò su di lui con una foga devastante, senza slegarlo, sfruttando il grasso ancora fresco per possederlo con spinte che facevano tremare l'intera struttura del pilastro. Pierpaolo inarcò la schiena, emettendo un gemito che era un misto di dolore e godimento puro.
In quel momento di massima brutalità, Karim gli afferrò il volto con le mani grandi e callose, costringendolo a guardarlo in quegli occhi chiari e gelidi, prima di suggellare quel patto di sangue e fango con un bacio intenso e violento. Le loro lingue si cercarono con rabbia, un sapore di tabacco e disperazione che annullava ogni morale. Pierpaolo rispose al bacio con dedizione assoluta, accettando quella forza che lo annientava come l'unica verità possibile, mentre il piacere esplodeva dentro di lui, legandolo per sempre al suo carnefice.

Karim osservò Pierpaolo con un misto di trionfo e possesso, vedendo il ragazzo ormai completamente soggiogato. Con un coltello a serramanico che fece scattare con un suono metallico, tagliò le corde di canapa che gli stringevano i polsi e le caviglie. Pierpaolo crollò quasi a terra, le membra intorpidite, ma Karim lo afferrò brutalmente per le braccia, impedendogli di cadere.
«Ora tu fa come dico io,» sibilò Karim, l'accento arabo che si faceva più profondo e gutturale mentre si sedeva su una vecchia cassa di legno, le gambe divaricate e i piedi nudi piantati saldamente nel fango del magazzino.
Con una forza indiscutibile, afferrò Pierpaolo per i fianchi e lo sollevò, costringendolo a posizionarsi sopra di lui, a sedersi sul suo sesso imponente e già pronto. Il ragazzo emise un gemito strozzato quando sentì la virilità di Karim invaderlo completamente, facilitata dal grasso industriale che ancora gli imbrattava la pelle.
«Muoviti,» ordinò Karim, stringendo le mani callose sulla vita di Pierpaolo fino a lasciargli i segni delle dita. «Io vuole vedere come tu lavora per me. Tu è mia donna ora, dimostra quanto ti piace.»
Pierpaolo iniziò a muoversi ritmicamente, assecondando il peso e la potenza dell'uomo sotto di lui. Il magazzino era avvolto in un silenzio rotto solo dai loro respiri affannosi e dallo scricchiolio della cassa. Gli occhi chiari di Karim erano fissi in quelli di Pierpaolo, gelidi e magnetici, mentre il ragazzo cercava disperatamente le labbra del tunisino per un altro bacio.
Il piacere saliva, denso e inarrestabile. Pierpaolo sentiva la virilità di Karim come un marchio che lo definiva dall'interno. Quando l'uomo sentì l'imminenza del culmine, aumentò la presa, spingendo verso l'alto con una forza bruta che tolse il fiato al ragazzo. Con un grido soffocato in arabo, Karim raggiunse il piacere, riversando tutta la sua dominazione dentro Pierpaolo, che si accasciò contro il suo petto sudato, tremante e finalmente svuotato di ogni residuo di dignità.



scritto il
2026-02-27
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