Storia di Elena e del marito cornuto (secondo episodio)

di
genere
corna


Il tintinnio dei cucchiaini nel bar era coperto dai sospiri degli uomini seduti ai tavoli vicini. Elena era appena arrivata e l'ufficio sembrava già un ricordo lontano. Indossava una minigonna che non lasciava spazio all'immaginazione e una maglietta così scollata da attirare ogni sguardo come un magnete.
«Ma perché ti sei vestita così?» le chiesi, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie.
Lei si sedette, incrociando le gambe con studiata lentezza. «Visto che il tuo capo Roberto mi vuole porca... tanto meglio mi abitui a vestirmi come vuole lui.»
«Ma allora accetti?»
«Ci sono alternative?» rispose gelida. «Abbiamo il mutuo, lo sai. Non vorrai perdere la casa.»


Mentre lei parlava, la mia mente scivolò indietro a poche ore prima, nel buio della nostra casa. Tutto era iniziato con un litigio soffocato. «Lui è impazzito!» mi aveva urlato Elena la sera prima. «Dovrei restare mezza nuda in casa? E se viene mio padre?». Io non avevo risposte, solo un debole: «Domani glielo diremo... ma sei convinta?». Lei mi aveva guardato con una serietà che mi aveva raggelato: «Non abbiamo scelta, quello è capace di rovinarci».


Poi, il silenzio della notte. Mi ero svegliato per un rumore di vetri o ceramica. Elena non era a letto. Mi ero avvicinato al bagno, la porta era socchiusa. La luce filtrava, tagliente. Elena era lì, davanti allo specchio, con la lingerie che le aveva regalato Roberto. La quarta misura esplodeva letteralmente dal pizzo, il perizoma era un filo inutile che non copriva nulla. L’avevo guardata mentre si accarezzava, mentre il suo respiro diventava affanno. Aveva raggiunto l'orgasmo da sola, guardandosi, per poi ricominciare subito, sditallinandosi con una foga che non le conoscevo. Ero tornato a letto col cuore in gola e il sesso durissimo, travolto da un’eccitazione vergognosa.


Il rumore di una sedia spostata mi riportò al bar. Ci stavamo alzando. Elena, con un movimento secco, allargò le gambe proprio mentre si tirava su. Il perizoma trasparente di Roberto balenò sotto la luce del locale. Gli uomini intorno smisero di respirare. «Visto amore come mi guardavano?» mi sussurrò fuori, con un sorriso malizioso. «Ti è piaciuto?» «Prima mi sarei vergognata... ora mi piace farmi vedere.»
Decidemmo di rientrare. Ma il vialetto di casa non era vuoto. Sulla solita panchina c'erano i due uomini marocchini della sera prima. Mi accorsi di aver scordato le chiavi in auto e tornai indietro a prenderle. Quando mi girai, Elena era ferma davanti a loro. Il più giovane la squadrava con fame, il più vecchio aveva un'espressione dura, quasi di possesso.
Raggiunsi Elena e i due si scambiarono un'occhiata. Il più grande, con un accento marcato e una voce profonda che sembrava venire dal petto, disse lentamente:
«Perché mette questi vestiti, signora? Tu sta molto meglio con meno... molto meno.»
Elena sbiancò, fece per andarsene senza rispondere. Ma mentre mi raggiungeva quasi correndo, il più giovane le sputò dietro con un sorriso beffardo:
«Ehi, stronza! Si saluta quando uno ti fa complimento, no?»
Entrammo in casa chiudendoci la porta alle spalle. Elena tremava. «Mi ha parlato come se mi conoscesse da una vita,» sussurrò. «In modo cattivo, duro. Mi ha fatto venire i brividi.» Eppure, nonostante la paura, nei suoi occhi vidi riflessa la stessa luce che c’era davanti allo specchio del bagno.


Frammenti di un'alba silenziosa
Il cellulare vibrò sulla scrivania dell'ufficio verso le dieci del mattino. Era un messaggio di Elena: «Buongiorno amore... mi sono alzata ora. Mi sento strana, ma in fondo, grazie a te, in tutto questo male ho provato del piacere».
Rilevando quelle parole, la mia mente tornò alla sagoma di Elena che riposava ancora su un fianco quando ero uscito di casa all'alba. La porta della camera era rimasta socchiusa, lasciando intravedere il disordine di una notte che aveva cambiato tutto. Roberto non si era ancora fatto vedere in corridoio, ma la sua ombra sembrava occupare ogni spazio dell'ufficio.


La sera prima il buio era stato squarciato dal campanello.
Era arrivato senza preavviso. Roberto era entrato in casa con la sicurezza di chi ne possiede già le chiavi. Non c’erano stati saluti, solo uno sguardo duro, quasi animalesco, rivolto a mia moglie. Quando le aveva afferrato i capelli per costringerla ad alzarsi, il mio istinto era stato quello di scagliarmi contro di lui, ma le sue parole mi avevano gelato: «Non muoverti, se ci tieni al tuo lavoro».
Ero rimasto immobile, spettatore della nostra stessa resa. Elena non aveva opposto resistenza, nemmeno quando lui l’aveva spinta verso il terrazzo, ordinandole di esporsi nuda alla luce dei lampioni.
«Sulla panchina ci sono i due ragazzi di prima...» aveva sussurrato lei, cercando un riparo che non esisteva.
«Appunto,» aveva risposto lui con un sorriso amaro. «Saluta. Devono sapere tutti chi sei veramente.»
Dalla strada, i due stranieri guardavano in alto. Il più vecchio aveva sollevato una mano, un gesto lento e solenne, quasi un riconoscimento. «Brava, signora... così va bene», era sembrato dire il suo sguardo nel silenzio della via. Elena aveva ricambiato il saluto, tremante, mentre il vento della notte le accarezzava la pelle scoperta.
Il ricordo si fece più confuso nel momento in cui la porta della camera si era chiusa.
Ero rimasto solo in salotto, ascoltando i suoni che filtravano dal legno: le suppliche di Elena che si trasformavano in lamenti di un piacere che non riusciva più a nascondere. Un'eccitazione paradossale mi aveva vinto, lasciandomi svuotato sul divano. Quando Roberto era uscito dalla stanza, mi aveva guardato con un disprezzo che sapeva di vittoria: «Non toccarla. Stanotte dorme così, come l'ho lasciata io».
Ero entrato in camera subito dopo la sua uscita. Elena era distesa, sfinita, con i segni di quella tempesta ancora addosso. «È un animale, amore...» mi aveva detto con un filo di voce, gli occhi ancora lucidi. «Ma mi ha fatto sentire cose che non credevo possibili. Voglio restare così, sento ancora il suo seme dentro di me... voglio che rimanga parte di me il più a lungo possibile.»
Le avevo dato un bacio sulla fronte, un gesto che sapeva di addio alla nostra vecchia vita. «Ti ci devi abituare,» aveva aggiunto lei, quasi a voler convincere se stessa oltre che me.


Tornai al presente, fissando lo schermo del telefono.
«Sei una porcellina», le risposi, mentre nell'aria dell'ufficio cominciavo a sentire l'odore del caffè e il rumore dei colleghi che arrivavano. La maschera della normalità era di nuovo al suo posto, ma sotto la pelle sapevamo entrambi che nulla sarebbe più stato lo stesso.


Dalla finestra del soggiorno, la strada sembrava un palcoscenico vuoto in attesa che calasse il sipario della decenza. Guardavo la panchina nell'ombra e pensavo a come, in pochi giorni, la mia idea di matrimonio fosse svanita. Mi sono sposato una donna che non conoscevo, mi ripetevo, mentre l'immagine di Elena nuda sul balcone diventava la nostra nuova, distorta normalità.


Tutto era accelerato nel giro di una settimana.
In ufficio, Roberto si era avvicinato alla mia scrivania con la freddezza di un predatore. «Dammi il numero di Elena», aveva ordinato tra un cliente e l'altro. Non era una richiesta, era un comando. Glielo avevo dato, sentendo il peso di quel tradimento silenzioso.
Quando ero tornato a casa, Elena mi aveva accolto con lo sguardo perso di chi ha già accettato il proprio destino.
«Mi ha scritto,» mi aveva detto, continuando a piegare i panni con una calma innaturale. «Vuole che torni sul balcone, stasera tardi. Dice che se non lo faccio, lui lo saprà.»
«E il vicino?» le avevo chiesto, ricordando il ghigno spavaldo dello zitellone del piano di sopra.
«Mi guarda, lo sento addosso. Anche oggi, mentre stendevo, i due ragazzi marocchini non hanno smesso di girare sotto le finestre. Ma cosa posso farci? Se Roberto vuole questo, lo devo fare. Altrimenti ci rovina. Cerca un altro lavoro, ti prego... nel frattempo, capiti quel che capiti.»
Quella sera stessa, la scena si era ripetuta come un rito sacrificale.
Elena era uscita sul balcone, la pelle chiara che brillava sotto la luce fredda della lampada esterna. Io, nascosto dietro la tenda, avevo visto le ombre muoversi in strada. I due ragazzi erano lì, immobili. Uno di loro aveva alzato il braccio, facendo un cenno inequivocabile verso il basso, un invito a scendere che sapeva di sfida.
Elena era rientrata tremando, ma nei suoi occhi non c'era solo paura. C'era una strana, febbrile consapevolezza.
«Mi facevano segno di scendere,» aveva sussurrato, quasi a se stessa.
Poi era arrivato sabato.
Roberto si era presentato alla porta con l'arroganza del padrone. Aveva preso Elena davanti ai miei occhi, trascinandola in una danza selvaggia che era durata fino all'alba. Sentire i loro respiri e il piacere forzato di mia moglie che diventava reale era stata la mia condanna e la mia ossessione. Prima di andarsene, mentre si aggiustava la cravatta allo specchio, Roberto aveva lasciato l'ultimo ordine, il più pesante.
«Continuerai a esporti,» aveva detto, guardando Elena rannicchiata tra le lenzuola. «E se i due ragazzi ti chiedono di scendere, stavolta lo farai. Mettiti quella minigonna nera, quella che non copre nulla, e una camicia aperta. Io guarderò tutto. Voglio vedere come ti comporti con loro.»
Tornai al presente, fissando la strada.
Elena era in bagno, si stava preparando per la sua "uscita" notturna. Sentivo il fruscio dei vestiti, il rumore leggero della cerniera della gonna che faticava a chiudersi su quel corpo che ormai non apparteneva più solo a me.
Sapevo che tra pochi minuti sarebbe uscita sul balcone e che, stavolta, non sarebbe tornata subito dentro.
Dalla strada, una voce roca si alzò nel silenzio, l'accento straniero che tagliava l'aria come un coltello:
«Ehi, bella signora... noi aspetta ancora. Tu scende stasera, o noi viene su?»
Guardai Elena uscire in corridoio. Era bellissima, vulnerabile e terribilmente pronta.


P.S.Graditi commenti e soprattutto critiche. La storia mi viene raccontata da un lettore che dice sia autobiografica. Io ho offerto solo la mia penna.
Qulottone@gmail.com
scritto il
2026-02-27
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