Sonia & Tommaso - Capitolo 46 L’Ultimo Confine della Libertà

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genere
tradimenti

Il venerdì arrivò con il peso di un verdetto. Lo sentivo nelle ossa che quella sarebbe stata l’ultima giornata di vera libertà: nel fine settimana Tommaso non avrebbe lavorato e la sua presenza costante sarebbe stata il mio guinzaglio. Antonio era diventato la mia droga; un veleno che mi trascinava in un abisso dove non volevo, ma dovevo, sprofondare.
Presi i cinquecento euro dal mio nascondiglio segreto, infilandoli in borsa come il prezzo di un riscatto. Per essere provocante, scelsi la minigonna di jeans più corta che avessi nell'armadio, un top bianco senza spalline e sandaletti bassi in cuoio. Sotto, il perizoma bianco candido che avevo lavato al mattino e messo ad asciugare al sole. Avevo fatto io il bucato per evitare che mia madre notasse le macchie sulle mie mutandine, ma non avevo saputo resistere a quelle di Chiara. Prima di immergerle nella bacinella, ne avevo aspirato l’odore salmastro, indugiando con la punta della lingua sulle tracce di umidità e urina. Sentire il sapore della sua intimità mi aveva accesa brutalmente: una perversione nuova, un souvenir velenoso di quella vacanza a Rimini.
Arrivata al bar “Il Vicolo”, questa volta entrai senza esitazione. Puntai dritta alla porta dell’appartamento di Antonio, ma questa era chiusa dall'interno. Avvampai sentendo le risatine dei clienti alle spalle e, voltami di scatto, cercai di nascondere l'imbarazzo. «Cerco Antonio,» mormorai timidamente. Due ragazzi magrebini si staccarono dal bancone, accerchiandomi. Il primo, con l'alito pesante d'alcol e tabacco, avvicinandosi pericolosamente al mio viso: «Ciao bellezza. Perché insisti con lui? Ci siamo noi per farti divertire,» disse con aria sprezzante.
L’altro invece, colpendomi il sedere con una pacca secca e saggiandone la solidità: «Soda come una mela,» commentò con un ghigno. «No... cerco Antonio, ho una cosa per lui,» riuscii appena a sussurrare. Non finii la frase: le labbra del primo si avventarono sulle mie con una violenza predatrice, mentre la mano del secondo scivolava sotto la minigonna. Sentii le sue dita premere con forza sul pube, spingendo il pizzo del perizoma tra le labbra della fica e l’ano, facendomi scoppiare il cuore in gola. «Dai, vieni puttana,» ringhiò quello che mi baciava. Poi, rivolto all’amico: «Portiamola nel cesso, questa troia».
Fui spinta in un cortiletto esterno, verso una latrina che era l'apoteosi del degrado. Una turca incrostata di macchie marroni, acqua che scorreva ininterrotta, scritte oscene sui muri e un raccapricciante tanfo di urina vecchia e rancida. Uno schifo che, con mia perversa sorpresa, mi eccitò brutalmente. Sbattuta in malo modo contro il lavandino incrostato di grasso, il primo sollevò la gonna con uno strattone, infilando la mano dentro le mutandine. Le sue dita iniziarono a scavare, penetrandomi senza alcuna grazia. «Senti questa troia! È già una palude,» gridò all'amico che aspettava fuori. Era vero. Ero già grondante.
Abbassò i pantaloni della tuta e, con una mossa brutale, quasi lacerò il mio perizoma. Spingendomi con prepotenza la lingua in bocca, in un istante mi penetrò con una forza inaudita, riempiendomi fin dentro le viscere. Il suo cazzo era grosso, lungo; e anche se quell'atto bestiale non durò molto, scatenò in me un violento orgasmo. Aggrappata disperatamente a lui, gemendo di quel piacere sporco, sentii i suoi potenti schizzi riempirmi l’utero. Quando si staccò, il fluido caldo scivolò lungo la coscia, fino oltre il ginocchio.
Uscendo per lasciar posto all'amico, quello mi strappò la borsa dalle mani. Ora toccava all'altro, che facendomi accucciare sul pavimento lurido, calò i calzoni. Subito il suo membro lungo e maleodorante scattò davanti al mio viso come una molla. Lo guardai con aria di supplica, ma lui me lo cacciò in bocca con forza. «Succhia, troia! Non fare scene inutili.» Aveva ragione, non dovevo fare scene, perché lo volevo. Volevo assaporare quel sapore acre e selvaggio. Gettata la maschera, usai la lingua e le labbra per farlo godere, finché non sentii la sua mano serrarsi sulla mia nuca. Me lo spinse in gola con un colpo secco, riempiendomi la bocca senza scampo. Temetti di soffocare mentre una lunga sborrata mi inondava la gola.
Se ne andarono lasciandomi in quella latrina puzzolente. Ritrovai la borsa a terra, poco fuori: i cinquecento euro erano spariti. In qualche modo, cercai di ripulirmi con dei fazzoletti; il viso, le gambe, la fica ancora pulsante. Sentivo il sapore dello sperma ancora vivo in bocca. Sistemai il perizoma e la gonna, cercando di ricompormi.
Tornata nel bar, dei due nessuna traccia. Tutti mi fissavano in silenzio, con un sorriso beffardo stampato sui volti che diceva solo una cosa: Sei una puttana e hai avuto ciò che meriti.
Proprio in quel momento, la porta che dava all’appartamento di Antonio si spalancò. Comparve lui, seguito dalla biondina del giorno prima; guardandomi con un’indifferenza tale da farmi ribollire. Avrei voluto prenderlo a schiaffi, urlargli contro tutta la mia rabbia, e feci per andarmene con il sangue che pulsava nelle tempie. Ma lui fu più rapido: afferrandomi per un polso con una morsa di ferro, trascinandomi con sé. Salutò appena la ragazza e richiuse la porta con un colpo secco, isolandoci dal resto del mondo.
Salimmo le scale nel silenzio più assoluto. Una volta di sopra, nel chiuso della sua tana, chiese cosa fosse successo. Gli raccontai tutto con voce tremante, lasciando che la furia prendesse il sopravvento. «Ma non dovevamo vederci?» gli gridai, sentendo le lacrime pungere agli angoli degli occhi. «Se tu avessi aperto subito, questo non sarebbe successo! Sono stata usata come una pezza da piedi!» Lui mi fissò serio, quasi gelido. Non una parola di conforto, non un gesto di protezione. L’unica cosa che fu capace di chiedermi, con raggelante piattezza, fu se avessi portato i soldi. «Li avevo in borsa, ma me li hanno rubati quegli animali! È solo questo che ti preoccupa?»
La risposta fu un ceffone violentissimo. Il colpo mi fece barcollare: la testa rimbalzò di lato mentre la guancia andava in fiamme. Restai immobile, incredula, con la mano premuta sulla pelle che scottava.
Antonio era furioso. Prima che potessi anche solo respirare, con la stessa ferocia, venni colpita da un secondo schiaffo. Indietreggiai spaventata, con le lacrime che ormai rigavano il trucco.
Balzandomi addosso, le sue dita mi artigliarono i capelli; costringendomi in ginocchio, con la testa tirata all'indietro in una posa di totale sottomissione. Restò dietro di me, una presenza minacciosa e brutale. Con la mano libera sollevò bruscamente la minigonna e scansò il perizoma, lasciando la mia nudità esposta al freddo della stanza e alla sua rabbia. Udii il rumore inconfondibile della zip, uno strappo metallico che mise fine a ogni speranza di tenerezza.
Trattenuta per impedirmi di fuggire, in un sol colpo e senza alcuna preparazione, il suo grosso membro si fiondò nel mio culo. Piegata in avanti per il dolore acuto, un grido strozzato mi morì in gola. Fu una sodomia violenta, punitiva, fatta con l’unica intenzione di farmi male. Ci volle tempo perché il bruciore atroce si attenuasse; Antonio continuava senza pietà, incurante delle mie suppliche e del mio strazio.
Per cercare di confondere quel tormento, o forse per assecondare la perversione che ormai mi dominava, iniziai a massaggiarmi freneticamente la fica e il clitoride. Antonio, svuotato dal pomeriggio con Irina, durò a lungo, trasformando quel dolore in un piacere oscuro e martellante. Alla fine, la resistenza cedette e venni un paio di volte, scossa da spasmi che non riuscivo a controllare. Un rantolo, quasi un grido di rabbia pura, uscì dalla sua gola quando lo sentii esplodere violentemente dentro di me.
Appena ripreso, si ritrasse con un movimento brusco, ordinandomi di andarmene. «Antonio, amore... che colpa ne ho io?» provai a sussurrare tra i singhiozzi, mentre cercavo di ritrovare un briciolo di dignità. Ma lui era diventato di ghiaccio. Si sistemò i pantaloni e andò verso il cucinino a prendersi da bere, ignorandomi completamente. Rialzata a fatica, senza nemmeno ricompormi, cercai di avvicinarmi a lui, ma venni respinta con un gesto di fastidio.
«È per i soldi?» chiesi con un filo di voce. Lui fece cenno di no con il capo, ma lo sguardo rimaneva scuro. «Te ne porterò altri, te lo prometto.» Allora, guardandomi pensieroso: «Ti aspetto domani. Con i soldi.» «Ma Antonio... domani è sabato, sono con Tommaso, non posso mancare...» «Cazzi tuoi! Ora vattene.»
Lo guardai come se lo vedessi per la prima volta: un mascalzone senza cuore che mi stava distruggendo. Eppure, mentre sistemavo il perizoma e la gonna con le mani che tremavano, sentivo che non avrei potuto fare a meno di tornare. Scesi di corsa la scala ripida, attraversai il bar senza guardare in faccia nessuno, precipitandomi in strada.
Camminando a passi veloci verso casa, sentivo il suo sperma scivolare caldo lungo la coscia. Provavo una rabbia immensa verso me stessa, un odio profondo che però, inspiegabilmente, si mescolava a un brivido di piacere oscuro, denso e inarrestabile.
scritto il
2026-01-16
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