Maria e i 920

di
genere
orge

Il progetto di Maria non era più una questione di soldi, e nemmeno di cinema. Era diventata una sfida mistica, un’impresa titanica che avrebbe inciso il suo nome nelle leggende metropolitane della Calabria per i secoli a venire.
920 uomini.
Uno per ogni chilometro che separa Arcavacata da Milano, o forse uno per ogni anima persa che vagava tra i cubi dell'Università nelle notti di nebbia.
Affittò un vecchio capannone agricolo ai piedi della collina, lo svuotò di tutto e lo riempì solo di materassi disposti in fila, come un ospedale da campo della libidine.
La voce girò come un incendio boschivo.
Arrivarono da tutta la provincia: studenti che avevano saltato gli esami, operai del porto di Gioia Tauro, professionisti in giacca e cravatta che avevano lasciato l'auto a un chilometro di distanza per non farsi riconoscere.
C'era un contatore digitale all'ingresso, collegato a un sensore sulla porta.

L'Inizio (Uomo 1 a 200):
Maria era una macchina.
Si muoveva tra le braccia degli uomini con una fluidità sovrumana. Spalancava le gambe con la precisione di un compasso, accogliendo il flusso ininterrotto di carne.
La pelle ha iniziato a brillare di un sudore misto, un olio di battaglia che rendeva ogni movimento un fruscio di attrito perfetto.

Il Ritmo (Uomo 201 a 600):
Il sole era tramontato e risorto, ma Maria non si fermava.
Si mise a pecora al centro del cerchio di materassi, una posizione che mantenne per ore mentre la fila fuori si allungava a perdita d'occhio.
Il rumore dei corpi era diventato un ronzio ipnotico, un battito cardiaco collettivo che faceva tremare le lamiere del magazzino.
Superato l'ottocentesimo uomo, Maria era in trance.
Il dolore si era trasformato in un'estasi bianca, un calore che le bruciava nelle vene.
Non sentiva più i singoli volti, sentiva solo l'energia di un intero popolo che le passava attraverso.
"Avanti il prossimo," sussurrava con la gola secca, mentre le sue dita artigliavano i bordi del materasso ormai inzuppato.
Quando il contatore segnò 919, nel capannone scese un silenzio irreale. L'ultimo uomo era un ragazzo giovanissimo, tremante, un simbolo della nuova generazione di Arcavacata.
Maria si inginocchiò davanti a lui, sfinita ma trionfante.
Il finale non fu solo un atto, fu una consacrazione.
Maria accolse l'ultimo tributo con la dignità di una sacerdotessa. Quando lui le sborrò in bocca, Maria non chiuse gli occhi; li tenne fissi sulla folla che assisteva, inghiottendo il sigillo finale del suo record.
Si alzò in piedi, barcollando, il corpo segnato da mille mani, la pelle una mappa di umori e vittorie. Guardò il contatore: 920.
Aveva vinto.
Maria non era più una prostituta, non era più una pornostar.
Era un mito di carne che aveva domato un'intera città in una sola, infinita sessione di piacere e resistenza.
Il capannone non era più un magazzino; era diventato una cattedrale di sudore, fumo e grida. Quando il contatore scattò sul numero **920**, esplose un boato che sembrò far tremare le fondamenta stesse di Arcavacata.
Non era solo un applauso, era un ruggito primordiale.
Gli uomini rimasti all’interno, quelli che avevano già partecipato e quelli che avevano solo assistito, iniziarono a urlare il nome di Maria come se fosse una divinità pagana. Maria ancora in ginocchio, coperta da una colata densa e lucida che le segnava il viso, il petto e le cosce, venne sollevata di peso.
Dieci uomini la issarono sulle spalle, portandola in processione tra le file di materassi sporchi. Lei restava nuda, il corpo vibrante e martoriato, ma con la testa alta. La luce dei faretti la colpiva rendendo quel velo di sperma che la ricopriva simile a un’armatura d’argento.
Mentre passava, gli uomini cercavano di toccarla, non più con lussuria, ma come si tocca una reliquia.
Maria rideva, una risata roca e potente, mentre continuava a **leccarsi le labbra** sporche, assaporando il gusto della sua vittoria totale.
Qualcuno stappò decine di bottiglie di spumante economico, inondando Maria e la folla.
Il vino si mescolava agli umori dei 920 uomini, creando una poltiglia appiccicosa e inebriante sul pavimento di cemento.
“Oggi Arcavacata è mia!” gridò Maria, mentre le svuotavano una bottiglia tra le gambe ancora spalancate, lavando via parte di quel seme collettivo in un brindisi blasfemo.
Fuori dal capannone, qualcuno accese dei fumogeni rossi che illuminarono la collina dell’Università.
Gli studenti rimasti fuori iniziarono a ballare intorno ai falò, trasformando la zona industriale in un baccanale a cielo aperto.
Maria venne riportata sul tavolo centrale, dove si sdraiò a pecora un’ultima volta, non per un cliente, ma per godersi il fresco dello spumante versato sulla schiena bollente, mentre la folla continuava a osannarla.
Quella notte, ad Arcavacata, nessuno dormì.
Maria era diventata leggenda, la donna che aveva bevuto il desiderio di un intero popolo e ne era uscita regina.

scritto il
2026-02-09
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