Sulla pelle di Eva Capitolo XXII
di
passodalfiume
genere
confessioni
A sedici anni stavo appena iniziando a esplorarmi davvero, a studiare le mie emozioni, e quanto facilmente passassi dall’euforia, alla depressione.
Da sola nella privacy della mia cameretta, facevo le prime esperienze con i complessi meccanismi del mio corpo, non sempre in grado di regalarmi gioie ma, quando lo faceva era, un esplosione di energia che non sapevo, ne volevo controllare.
In maniera metodica avevo preso a studiarlo, il modo in cui reagiva anche a un semplice sollecitazione dovuta ad uno sfioramento, sfregamento cercato o involontario, di quanto piacere potesse darmi, le dita della mia mano, la punta di una penna, lo spigolo di un banco, uno slip risalito fino a fendermi l’intimo o il getto della doccia puntato tra le gambe.
E poi c’erano gli uomini, il mio rapporto con loro, fatto di potere e di una strana sudditanza che non sapevo ancora definire. Ero nel pieno del mio fervore, come un’esploratrice che mette piede su un continente sconosciuto. Cercavo di decifrare l’interesse che avevo cominciato a suscitare nei maschi da quando il mio corpo si era trasformato, mostrando i primi segni di ciò che sarebbe diventato un corpo adulto. Dai compagni di classe all’uomo seduto di fronte in metro, senza fare nulla finivo per attirare i loro sguardi, me li ritrovavo addosso di continuo.
Mi turbava e mi incuriosiva. Capivo che cercavano qualcosa, qualcosa che credevano potessi concedere solo io. Scoprivo che alcuni di loro erano disposti a sacrificare molto pur di ottenerlo e questo mi dava un potere che non avevo mai avuto, un potere che non sapevo come gestire e che forse non avrei mai imparato a farlo sul serio. Eppure ogni mio gesto, ogni mio atteggiamento, il mio modo di vestire, copiato da mia madre, mi portava a tentarli, li incoraggiava a provarci. Mi chiedevo fino a che punto sarebbero stati capaci di spingersi per un frammento della mia attenzione e come avrei potuto trasformare tutto questo in un vantaggio, un beneficio, una piccola rivincita su un mondo che fino ad allora sembrava non essersi accorto della mia esistenza.
Fu proprio allora, come il classico fulmine a ciel sereno, che mia madre decise che saremmo diventate Cristiane Millenariste, noi che in casa nostra il crocefisso era presente solo come accessorio di moda e il parroco della parrocchia di quartiere saltava durante la benedizione a pasqua e natale.
Come sempre, la sua decisione non nasceva da lei, ma dall’ennesimo uomo che irrompeva nella nostra vita. Giordano sembrava un brav’uomo, alto, il corpo asciutto di chi aveva fatto sport per anni. Fu lui a farmi prendere sul serio l’atletica leggera. Aveva un fascino innegabile, i capelli brizzolati, la barba curata con qualche filo grigio, gli occhi verdi e limpidi. Il suo sorriso era sincero, accessibile, la sua stretta di mano calda mi colpì subito.
Era vedovo da qualche anno. Il cancro si era portato via Emma, la moglie con cui aveva condiviso la vita e da cui aveva avuto due figli, Giacomo e Giuseppe, che avrei conosciuto più avanti.
Lui e mia madre si erano incontrati fuori da un supermercato, durante una delle loro predicazioni pubbliche, quei gazebo che ti fanno alzare gli occhi al cielo quando li incroci. Io, quando li vedevo, mi defilavo subito, imbarazzata, come se portassi addosso una colpa senza nome. Lo stesso valeva per mia madre, che di colpe da espiare ne aveva parecchie.
Eppure, quella mattina del loro primo incontro, nonostante il disagio generato dal contesto, le parole di salvezza e peccato, la sua gonna troppo corta, i tacchi troppo alti, la scollatura del body che non lasciava margine di decenza, rimase ad ascoltare quell’uomo. Ne fu affascinata. Lui, da parte sua, fu colpito dalla sua avvenenza dalla generosità delle sue forme, dal modo appariscente e succinto in cui si vestiva. Ma oltre all’attrazione che non poteva manifestare apertamente, le disse che vedeva in lei un’anima in pena, un’anima da salvare. E mia madre, che passava la vita a fingersi emancipata, davanti alla promessa di salvezza e dalle attenzioni di quello che per lei era un uomo giusto , uno dei pochi nella sua vita, si lasciò sedurre. Quando lui la invitò a una delle loro riunioni, accettò subito e aggiunse che avrebbe portato anche me, perché ero sua figlia.
Quando mi annunciò la novità provai a protestare, le dissi che poteva andarci da sola, che non c’era bisogno di trascinarmi in quella storia. Lei si arrabbiò subito, con quella rabbia che le veniva quando aveva paura. Mi confessò che mentre parlava con lui quasi se l’era fatta sotto, che sentiva gli sguardi degli altri seguaci dietro di loro, pieni di giudizio e di condanna, e che non avrebbe mai avuto il coraggio di andarci da sola.
Mi rassegnai, sapevo che non l’avrei avuta vinta.
La parte più difficile fu trovare qualcosa che lei considerasse davvero decente da indossare alla riunione. Rovistammo negli armadi come se dovessimo travestirci, come se bastasse cambiare pelle per cambiare ciò che eravamo. Anche scegliendo abiti che tentassero di esprimere modestia e limitando il trucco al minimo, il risultato non cambiava. Per la natura dei nostri corpi e del nostro aspetto finivamo comunque per apparire tutt’altro che modeste, come se quella fosse una colpa, un marchio, che non riuscivamo a toglierci di dosso.
Quando arrivammo nella sala del culto fummo accolte con un calore che non ci saremmo mai aspettate. E quel calore, rivolto proprio a noi che non eravamo abituate ad attirare quel genere di attenzione ,un calore familiare, invece di sciogliere l’imbarazzo, lo fece crescere. Mi sentivo indecente sapendo che sotto la lunga gonna verde di lana, le parigine nere, che mia madre mi aveva costretto ad indossare, vestivo un tanga a triangolo rosa, con la scritta “Slutty” sul tassello anteriore, e sapevo che mia madre, con il suo completino intimo nero in pizzo, doveva provare lo stesso disaggio. Ci ritrovammo accerchiate in un’infinita sequenza di strette di mano da parte degli uomini e di calorosi abbracci da parte delle donne. I presenti sembravano quasi fare a gara per presentarsi e manifestare il loro piacere di averci come ospiti. Fu così che scoprimmo che Giordano non si limitava a frequentare la comunità, ma faceva parte del gruppo di anziani che guidava la congregazione.
Ed era proprio di un leader che mia madre sentiva il bisogno. Sapere quel dettaglio rese Giordano ai suoi occhi ancora più attraente. Non me lo disse, ma conoscendola era facile intuire il suo desiderio. Mi bastava guardarla seduta alla mia destra, mentre lui parlava al pubblico. Rigida nella postura, come se si preparasse a fare un balzo, la schiena diritta, gli occhi sgranati, sognanti, le labbra turgide sotto un leggero rossetto appena accennato, umide, che si aprivano in un sorriso ogni volta che i loro sguardi si incrociavano, tutto quello erano segnali inequivocabili. Era cotta, fino all’osso, eccitata in un modo che non avevo mai visto, e quel suo stato fini per coinvolgere anche me, non so cosa mi prese, forse era l’ambiente rigoroso, un pò claustrofobico, pieno di gente, cominciai a fantasticare, sulle cose che mia madre avrebbe fatto a quell’uomo per sedurlo, potevo quasi sentire i suoi pensieri ed erano pieni di lascivia e carnalità.
Non so se fosse per il fascino di Giordano, per le intenzioni di mia madre che potevo percepire come se fossero dichiarate a voce alta, o per il fatto che da giorni non mi prendevo cura dei miei bisogni, ma l’eccitazione era salita in fretta, il mio sesso pretendeva un attenzione che visto il contesto non potevo dargli, ma questo, proprio il fatto di essere in un luogo pubblico pieno di gente, in un luogo di culto, anzichè sminuire il mio stato, lo acentuò rendendomi in fretta irrequieta.
Mia madre si accorse che mi muovevo in continuazione ,come se la sedia su cui ero seduta, fosse scomoda, o meglio, rovente e lo era diventata sul serio. Mi rimproverò con un semplice sguardo invitandomi a stare composta al mio posto.
Mi ricomposi, pur sapendo di non poter resistere a borbottante invito del mio sesso, i minuti parvero interminabili, avrei voluto correre a casa chiudermi nella mia cameretta ,tuffarmi nel mio letto e vivere quell’impellente necessità, ma ero in trappola ,non potevo far nulla di tutto ciò, cosi decisi che avrei cercarto un modo di alleviare la sofferenza.
Avrei potuto alzarmi cercare un bagno e dar sfogo all'istinto ,ma averi attirato troppo l’attenzione dei presenti.
Disperata , spinta dall’urgenza, cercai una soluzione.
La gonna di lana che indossavo vestiva decisamente comoda lasciandomi ampli spazi per il movimento ,aveva delle tasche sui lati, larghe, molto capienti che mi consentivano un accesso diretto al mio inguine.
Quel capo di abbigliamento che avevo cosi odiato indossandolo, sembrava offrirmi l’opportunità che stavo cercando.
Mi guardai intorno, per valutare la situazione sul campo, ci volle un minuto prima che mia madre mi riprendesse ancora stringendo la sua mano sulla mia fino quasi a farmi male, ma fu abbastanza per capire il contesto.
La sala era piena, tutte le sedie erano occupate avevo altre due file dietro di me cosi come lo erano le altre tre davanti, una dozzina di uomini restavano in piedi, sparsi in giro, uno in particolare era praticamente ad un paio di metri da me, in piedi vicino alla parete.
Lo avevo gia notato, nonostante fosse rimasto a debita distanza, tradendo il suo interesse per me, era stato tra tutti quello che più aveva passato il tempo ad osservarmi, come se mi stesse studiando o ammirando.
Un uomo sulla sessantina, fortemente stempiato, dall’aria bonaria a cui non avrebbe fatto male saltare qualche pasto, visto che la giacca del suo completo grigio faticava a restare chiusa e a contenere l'addome gonfio.
Sembrava ignaro della mia presenza e delle mie intenzioni, teneva le mani dietro la schiena con aria tranquilla e beata, intento ad ascoltare il sermone. Tutti erano attirati come falene dalle parole che uscivano dalla bocca seducente di Giordano, li ammaliava e attirava a se, quella loro condizione mi avrebbe garantito la privacy che mi serviva. Cercando di non destare alcuna attenzione, sopratutto da parte di mia madre, mi spostai in avanti sulla sedia, divaricai le gambe abbastanza perchè il mio pube fosse tranquillamente accessibile a ciò che avevo intenzione di fare.
Per garantire una maggiore protezione a eventuali sguardi indesiderati misi sulle ginocchia il il piumino nero che avevo indossato fino a poco prima, mia madre lo notò ma non disse nulla, la sala era grande e la temperatura al suo interno era bassa.
Lentamente come farebbe un borseggiatore sulla metro feci scivolare una mano dentro la tasca destra, ragiunto il mio sesso, presi a muovere le dita su di esso come avevo imparato con la pratica per darmi piacere.
Non potevo toccarmi direttamente, il cotone della tasca me lo impediva, ma la sensazione restava comunque viva.
spostati a fatica di lato gli slip, ormai umidi, mossi le dita prima verticalmente seguendo la fessura della mia passerina, poi con movimento circolare a sollecitare le labbra paffute.
La mia fica si schiuse rivelando il suo interno, concedendomi un accesso che anelavo, rossa in viso cercando di trattenere i sospiri, presi ad esplorarla, rammaricata di non poter accompagnare anche la mano sinistra a quel gesto, avevo imparato che perlustrare la zona del perineo e solleticare fino a forzare il mio ano con una o due dita, aggiungeva piacere al piacere e mi garantiva una soddisfazione estrema.
Proprio mentre ero in prossimità del mio apice, mi resi conto che l’uomo al mio fianco sembrava essersi accorto di qualcosa, incapace di fermarmi, mentre la mia mano si muoveva frenetica tra le mie cosce, provai a sorridergli ma l'espressione del mio viso tradiva le mie emozioni.
Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, lui era il mio pubblico e quel punto non mi importava se fossi stata scoperta, il mio sguardo era legato al suo, sentivo che non mi avrebbe tradita, mentre le mie dita scavavano dentro la mia carne grondante di umori.
Venni nel palmo della mia mano, mordendomi forte il labbro, senza emettere un fiato, socchiudendo gli occhi.
Sembrava che nessuno ,eccetto il mio ospite, si fosse accorto di me, trassi la mano dalla tasca mi ricomposi e, quasi grata, tornando verso di lui con lo sguardo, gli sorrisi. l’uomo mi fissò a lungo, nel suo volto c’era confusione, forse cerava di capire se ciò che aveva assistito non fosse altro che il frutto di un equivoco, della sua immaginazione, di una sua errata valutazione.
Fu l’invito di Giordano ad alzarci per l’ultima preghiera che avrebbe chiuso la funzione a riportarlo alla realtà.
Mia madre volle fermarsi, nel tentativo di ottenere altra attenzione dalla sua possibile preda, passammo quasi un ora a parlare o meglio loro due non fecero altro io intanto ripensavo a ciò che avevo fatto ,sentendomi al contempo, sporca e coraggiosa, malata e fiera, ma tutto ciò che lei ottenne fu un invito a ritornare in quella sala per una nuova funzione.
Ci salutammo, in uno slancio, postumo dell’eccitazione che ancora mi scorreva nelle vene, lo abbracciai Giordano. Aveva un buon odore, il suo torace le sue braccia erano forti, davano sicurezza, mia madre imbarazzata e forse un pò gelosa, mi riprese ma lui ,quasi paterno,ricambiando il mio gesto, trattenendomi a se, la invitò a perdonarmi, il mio era per lui lo slancio di chi viene accolto in una famiglia. Giordano ignorava, che quella sera stessa, pensando a lui e ad alcune varianti di ciò che era accaduto nella sua chiesa, mi sarei data ancora piacere.
Uscendo passando accanto all’uomo stempiato, non potei resistere da lanciargli uno sguardo complice ,accompagnato con un sorriso pieno di promesse, lui reagì come se corresse il rischio di vedermi sparire per sempre, mi prese per un braccio e mi tenne a se. Ero terrorizzata, immaginando il peggio, la sala era ancora piena, se avesse riferito a tutti quello che avevo fatto nella loro chiesa, durante una funzione religiosa, saremmo state bandite e umiliate, mia madre non me lo avrebbe mai perdonato.
L’uomo mi guardò come se avesse un oceano di parole da esprimere ma senza il coraggio di lasciarle uscire, titubante, confuso, incerto, combattuto internamente da chi sa quali demoni.
Giordano assistendo alla scenetta, vedendo il mio disaggio chiese all’uomo cosa succedeva, lui cercando di ricomporsi disse che voleva solo salutarmi esprimermi il suo piacere per aver partecipato insieme a mia madre, alla funzione e che sperava di riverdermi.
Sorrisi, lo abbracciai ,e in un orecchio gli sussurrai che non sarebbe mancata l’occasione.
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