Sonia & Tommaso - Capitolo 44: Il Prezzo dell'Ombra
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Il pomeriggio successivo, divorata dall'inquietudine, un'ansia sottile mi stringeva lo stomaco fino a farmi male.
Era bastata una sua chat, poche parole asciutte, per trascinarmi di nuovo nel suo mondo, richiamandomi nella sua tana.
Perché nulla tradisse la mia vera natura: scelsi un abito leggero, appena scollato, il tipo di indumento che qualunque ragazza perbene avrebbe indossato per un appuntamento pomeridiano.
Ma sotto quella facciata di innocenza, ero già nuda. Rovistai nell'armadio fino a ripescare un tanga di pizzo bianco, un pezzo di un candore quasi ironico, ma abbastanza audace da farmi sentire una pantera pronta alla caccia.
Il contatto di quel pizzo impalpabile sulla pelle mi regalava una sensazione di libertà assoluta.
Guardandomi allo specchio sorrisi; la maschera da brava ragazza resisteva, ma gli occhi tradivano una mente ormai pronta a cedere.
Afferrai le chiavi e uscii di fretta.
Lungo la strada verso "Il Vicolo", il sole mi colpiva in pieno viso, ma i miei pensieri erano già immersi nell'ombra. Ogni passo appariva come una preghiera silenziosa, un desiderio inconfessabile di essere presa, posseduta e umiliata ancora una volta.
Percorrendo quelle vie squallide, continuavo a guardarmi attorno con circospezione. Il degrado e il puzzo di umidità si facevano palpabili, trasmettendomi il timore che, da un momento all’altro, qualche individuo losco potesse sbarrarmi la strada.
Davanti alla vetrina sudicia del bar, impugnai il telefono con le dita che tremavano. Cercavo rassicurazione nella sua voce, volevo una conferma che mi desse il coraggio di varcare quella soglia, ma il cellulare squillò a vuoto. Gli mandai un messaggio rapido: "Sono qui".
Nessuna risposta.
Riposta la borsa sulla spalla, fissai la porta del bar sentendo un brivido salirmi lungo la schiena. A farmi vacillare le gambe non era certo il freddo, ma l'ansia.
Eppure, sotto quella paura, l'eccitazione divampava inarrestabile; la fica era già umida e il culetto, ancora deliziosamente indolenzito dai colpi del giorno prima, fremeva.
Spinsi la porta ed entrai. Un odore denso di sporco stantio, birra rovesciata e sudore acre mi colpì in pieno come uno schiaffo. La luce fioca e giallastra dei neon faceva apparire ogni cosa, e ogni persona, ancora più lurida di quanto ricordassi.
Gli sguardi degli uomini si incollarono su di me come mosche sulla carne putrida. Erano seduti al bancone e ai tavolini, con i volti segnati dalla miseria e dal vizio: vecchi lerci che mi squadravano con un desiderio intriso di disprezzo, giovani magrebini dall'aria arrogante e operai con i vestiti incrostati di fango e grasso.
Sentii il sangue affluire al volto; la paura stringere lo stomaco in una morsa gelida. Eppure, sotto quel terrore, il mio corpo rispondeva con un fremito di eccitazione inconfessabile.
Percorsi a fatica i pochi metri fino al bancone, ogni passo rappresentava un'agonia e un piacere perverso; il tacco dei miei sandali batteva sul pavimento sporco con un suono secco, un rintocco troppo elegante per quel tugurio, che attirava ancora di più l’attenzione dei presenti. Cercai Antonio tra quei volti estranei, ma non c'era. Con la gola secca e il cuore che martellava contro le costole, mi costrinsi a chiedere di lui.
Il barista, un uomo grasso con la barba unta e gli occhi piccoli, mi fissò con un sorriso beffardo.
«Scusi... Antonio...», le parole uscivano a stento, facendomi sentire nuda, come una puttana che reclama il suo protettore. Lui si asciugò le mani su uno straccio logoro, godendosi il mio imbarazzo.
«Ah, la nuova fiamma di Antonio», rispose con una punta di scherno. «Sarà al piano di sopra, credo. Ma non farti troppe illusioni, tesoro: oggi non è solo».
Quelle parole mi trafissero come una lama. Sentii le guance andare a fuoco, mentre una fitta di gelosia si mescolava a un’ansia febbrile. Rimasi lì, immobile in mezzo a quel tugurio, incapace di andarmene. Subivo i fischi dei ragazzi al tavolo e le occhiate viscide dei vecchi, fingendo di guardare il telefono per nascondere il tremito delle dita.
Ero scossa, smarrita, finché un uomo robusto e trasandato, con i capelli lunghi e incolti, non si avvicinò fino a invadere il mio spazio.
«Se vuoi, ci penso io a tenerti compagnia mentre aspetti», mormorò con un alito che sapeva di vino scadente. Prima che potessi reagire, la sua mano si posò pesante sul mio fianco.
Sgranai gli occhi, incredula per tanta audacia; ma non ebbi la forza di scostarlo. Quando le sue dita iniziarono a palpare il mio sedere sopra il tessuto leggero dell'abito, restai paralizzata, lasciandomi toccare davanti a tutti.
Interpretando il mio silenzio come un invito, lui allungò l'altra mano, afferrandomi il seno sinistro con una morsa decisa.
«Portala nei cessi quella puttanella, non vedi che ci sta?», gridò una voce roca dal fondo del bar, scatenando una risata collettiva. L’uomo, tenendomi stretta, mi spinse in avanti, esibendomi come un trofeo.
«Andiamo, troietta, vieni che ti faccio divertire», ringhiò spingendomi verso il corridoio.
Mossi un passo, vinta dall'inerzia e dalla vergogna, quando una porta in fondo si aprì. Antonio comparve sulla soglia, la solita aria sfrontata e sicura. Per un attimo mi parve una salvezza, finché, subito dietro di lui, non apparve una biondina sorridente che si sistemava maliziosamente la scollatura.
Lo guardai perplessa, ferma tra le grinfie di quel porco, mentre Antonio scoppiava a ridere guardando la scena. Anche la biondina si unì a lui, una risata stridula che mi trafisse come uno spillo. «Antonio!», esclamai cercando di ritrovare un briciolo di dignità, «ma non dovevamo vederci?». Lui parve non sentirmi neppure. Si mise a scherzare con l’uomo che mi teneva bloccata, come se io fossi un oggetto di cui discutere tra vecchi commilitoni.
«Luigi! Sei sempre il solito... Ma guarda che questa costa cara», disse ammiccando. «Perché? Non dirmi che è ancora vergine!», ribatté l’altro ridacchiando, stringendo la presa sul mio sedere.
Antonio, con un sorriso sfacciato, scosse il capo: «See... forse nelle orecchie».
Rimasi basita, stordita da tanta crudeltà, ma lui afferrandomi per un braccio, mi trascinò verso di sé con uno strattone deciso.
«Vieni». Prima di portarmi via, salutò la biondina con un bacio sulla bocca e una pacca sonora sul sedere.
«Dimmi quando devo tornare», mormorò lei sculettando verso l'uscita.
Mi lasciai trascinare dietro quella porta lurida, che Antonio richiuse alle nostre spalle con un colpo secco. Lo seguii su per le scale senza dire una parola, alimentando una rabbia che faticava a restare sommersa.
Arrivati nella sua tana, lo spettacolo che si parò davanti confermò ogni mio timore: due materassi buttati a terra, lenzuola aggrovigliate che sapevano ancora di sesso recente, fazzoletti appallottolati e un paio di mutandine di pizzo lacerate abbandonate in un angolo.
Lo fissai, attendendo una spiegazione che non arrivava. Lui si limitò a sorridermi con quella sua insopportabile faccia da schiaffi e mi attirò a sé. Cercai di scansarmi, di negargli il mio viso, ma la sua stretta sul mio mento divenne ferrea, costringendomi all'immobilità. Le mie labbra rimasero serrate sotto il suo bacio, un muro di ghiaccio contro il suo calore.
«Che c’è? Fai i capricci?», chiese lui, divertito dalla mia resistenza.
«Chi è quella?», sbottai con la voce che tremava per la furia.
«Quella? È Irina, una mia amica. Perché? Non dirmi che sei gelosa!».
«Non sono gelosa, ma non voglio essere presa in giro!». Ma più mi mostravo furiosa, più lui sembrava godere della mia umiliazione.
«Non ti ho presa in giro, è solo che si è fatto un po’ tardi. Sai, Irina ci sa fare parecchio...», ammise con una naturalezza disarmante.
«E allora perché mi hai fatto venire? Non potevi restare con lei?».
Antonio, squadrandomi con scherno: «Ma sentila... la fedele fidanzata di Tommaso. Ti ricordo che è lui il tuo uomo, no?».
Voltai lo sguardo, incapace di ribattere, restando con le braccia incrociate e il broncio per lunghi minuti. Lui mi osservava in silenzio, con quel sorriso provocante che piano piano iniziava a sgretolare le mie difese.
Difatti, bastò il suo abbraccio e un bacio sulla testa, perché la risolutezza si sciogliesse come neve al sole. Alzai il viso, incontrando i suoi occhi, e con una smorfia di rassegnazione mi abbandonai alle sue labbra.
Di lì a poco eravamo nudi, distesi su quello stesso giaciglio dove, pochi istanti prima, lui aveva posseduto un'altra. L'eccitazione aveva ormai cancellato ogni traccia di orgoglio.
Antonio mi scopò con ferocia, facendomi godere come una pazza; il suo membro era diventato una droga di cui non potevo più fare a meno. Fui io a supplicare che m'inculasse, ignorando il dolore residuo che ancora mordeva l’ano.
Pensai a Tommaso, alla sua ingenuità, al suo "cazzetto" che ormai appariva ridicolo in confronto alla potenza di Antonio.
Se mai avessi concesso il culo al mio fidanzato, sarebbe stato solo per noia; dopotutto, se era passato uno stallone come Antonio, lo spazio per il mio ragazzo non sarebbe certo mancato.
«Spingi, amore... voglio sentirti esplodere dentro!», urlai mentre sentivo l'orgasmo travolgermi.
Lui assecondò il mio grido, schizzando nel mio intestino con una violenza sublime. Rimanemmo accasciati su quel lurido materasso, esausti, con lui ancora piantato dentro di me.
In quel silenzio, con la coda dell’occhio, vidi un’ombra muoversi nel cucinino.
«Antonio!», sussurrai terrorizzata, «c’è qualcuno!».
Lui si sollevò con calma, scivolando fuori da me con un suono umido. «Ah, Giorgio, sei tornato...».
Rannicchiandomi freneticamente, cercai di coprire la nudità con un lembo di lenzuolo sporco.
«Non avere paura, è Giorgio; abita qui con me», disse lui per tranquillizzarmi, come se fosse la cosa più normale del mondo. Il tizio, un giovane dall'aria emaciata e lo sguardo perso di un tossico, si fece avanti sorridendomi.
Ero lì, esposta, con lo sperma di Antonio che mi colava ancora tra le natiche, e tutto ciò che riuscii a fare fu un cenno del capo, un saluto muto nato dalla vergogna e da una strana, perversa sottomissione.
«Esco subito, non vi disturbo, piccioncini», mormorò lui prendendo qualcosa dal tavolo prima di sparire di nuovo dietro la porta. Restammo distesi su quel surrogato di letto, momentaneamente appagati, con il mio capo abbandonato sul suo petto. In quel silenzio rotto solo dai rumori che salivano dalla strada, iniziai ad accarezzargli i peli del petto e quelli pubici; mi piaceva quel contatto morbido, quasi domestico, in mezzo a tanto squallore.
«Antonio?», mormorai rompendo l'incantesimo, «io di te non so nulla. Di cosa vivi? Non hai mai parlato di un lavoro».
«Difatti non ce l’ho», rispose lui con una franchezza che mi spiazzò. «E come campi?».
«Arrangiandomi come posso...».
«Cioè?».
«Che curiosa che sei!», esclamò ridendo, ma era una risata che non arrivava agli occhi.
Non insistei. Qualcosa dentro di me suggeriva che la verità non mi sarebbe piaciuta e preferii lasciar perdere, proteggendo la mia ignoranza.
In fondo, lui non era il mio fidanzato; quello lo avevo già, ed era un bravo ragazzo con la testa sulle spalle. Per un istante, fui presa da un senso di colpa: cosa ci facevo in quella topaia, su un materasso sudicio che portava i segni di innumerevoli scopate?
Eppure, la perversione di Antonio e il modo in cui sapeva usare il suo corpo erano una droga troppo potente.
Come a voler dare forma ai miei sospetti, lui si voltò verso di me. «Sonia, avrei una cosa da chiederti...».
Il tono era cambiato, diventando viscido. Già quelle poche parole facevano presagire il peggio. «Devo dei soldi a brutta gente», proseguì, «e per il momento non sono in grado di restituirli».
Lo fissai negli occhi, attendendo che arrivasse al punto. «Quanto ti serve?», chiesi infine. «Parecchi... ma per ora basterebbero cinquecento euro. Poi te li rendo con gli interessi, promesso».
Sapevo perfettamente che quei soldi non sarebbero mai tornati indietro, ma non importava. A casa, nascosti, custodivo i risparmi delle marchette fatte durante la vacanza; era denaro nato dal sesso, e pareva quasi naturale che servisse a nutrire quel legame malato.
Feci cenno di sì con la testa e lui, sorridendo, mi strinse a sé con un vigore che sapeva di trionfo.
Rimasi ancora un po’ rannicchiata contro di lui, poi, lentamente, mi rivestii. Si era fatto tardi: non volevo allarmare i genitori con un ulteriore rientro sospetto.
Chiesi ad Antonio di accompagnarmi fuori; il pensiero di affrontare di nuovo, da sola, quegli avvoltoi al bancone del bar mi terrorizzava.
Ci salutammo sulla strada con un ultimo, lungo bacio. Ripercorsi le vie squallide della zona vecchia mentre l'imbrunire iniziava a inghiottire i profili dei palazzi fatiscenti.
Le gambe tremavano leggermente: un po’ per la fatica delle contorsioni estreme a cui ero stata sottoposta, molto per gli orgasmi violenti che mi avevano squassata in quelle poche ore.
Ero svuotata, marchiata e, per qualche assurda ragione, pericolosamente felice.
Era bastata una sua chat, poche parole asciutte, per trascinarmi di nuovo nel suo mondo, richiamandomi nella sua tana.
Perché nulla tradisse la mia vera natura: scelsi un abito leggero, appena scollato, il tipo di indumento che qualunque ragazza perbene avrebbe indossato per un appuntamento pomeridiano.
Ma sotto quella facciata di innocenza, ero già nuda. Rovistai nell'armadio fino a ripescare un tanga di pizzo bianco, un pezzo di un candore quasi ironico, ma abbastanza audace da farmi sentire una pantera pronta alla caccia.
Il contatto di quel pizzo impalpabile sulla pelle mi regalava una sensazione di libertà assoluta.
Guardandomi allo specchio sorrisi; la maschera da brava ragazza resisteva, ma gli occhi tradivano una mente ormai pronta a cedere.
Afferrai le chiavi e uscii di fretta.
Lungo la strada verso "Il Vicolo", il sole mi colpiva in pieno viso, ma i miei pensieri erano già immersi nell'ombra. Ogni passo appariva come una preghiera silenziosa, un desiderio inconfessabile di essere presa, posseduta e umiliata ancora una volta.
Percorrendo quelle vie squallide, continuavo a guardarmi attorno con circospezione. Il degrado e il puzzo di umidità si facevano palpabili, trasmettendomi il timore che, da un momento all’altro, qualche individuo losco potesse sbarrarmi la strada.
Davanti alla vetrina sudicia del bar, impugnai il telefono con le dita che tremavano. Cercavo rassicurazione nella sua voce, volevo una conferma che mi desse il coraggio di varcare quella soglia, ma il cellulare squillò a vuoto. Gli mandai un messaggio rapido: "Sono qui".
Nessuna risposta.
Riposta la borsa sulla spalla, fissai la porta del bar sentendo un brivido salirmi lungo la schiena. A farmi vacillare le gambe non era certo il freddo, ma l'ansia.
Eppure, sotto quella paura, l'eccitazione divampava inarrestabile; la fica era già umida e il culetto, ancora deliziosamente indolenzito dai colpi del giorno prima, fremeva.
Spinsi la porta ed entrai. Un odore denso di sporco stantio, birra rovesciata e sudore acre mi colpì in pieno come uno schiaffo. La luce fioca e giallastra dei neon faceva apparire ogni cosa, e ogni persona, ancora più lurida di quanto ricordassi.
Gli sguardi degli uomini si incollarono su di me come mosche sulla carne putrida. Erano seduti al bancone e ai tavolini, con i volti segnati dalla miseria e dal vizio: vecchi lerci che mi squadravano con un desiderio intriso di disprezzo, giovani magrebini dall'aria arrogante e operai con i vestiti incrostati di fango e grasso.
Sentii il sangue affluire al volto; la paura stringere lo stomaco in una morsa gelida. Eppure, sotto quel terrore, il mio corpo rispondeva con un fremito di eccitazione inconfessabile.
Percorsi a fatica i pochi metri fino al bancone, ogni passo rappresentava un'agonia e un piacere perverso; il tacco dei miei sandali batteva sul pavimento sporco con un suono secco, un rintocco troppo elegante per quel tugurio, che attirava ancora di più l’attenzione dei presenti. Cercai Antonio tra quei volti estranei, ma non c'era. Con la gola secca e il cuore che martellava contro le costole, mi costrinsi a chiedere di lui.
Il barista, un uomo grasso con la barba unta e gli occhi piccoli, mi fissò con un sorriso beffardo.
«Scusi... Antonio...», le parole uscivano a stento, facendomi sentire nuda, come una puttana che reclama il suo protettore. Lui si asciugò le mani su uno straccio logoro, godendosi il mio imbarazzo.
«Ah, la nuova fiamma di Antonio», rispose con una punta di scherno. «Sarà al piano di sopra, credo. Ma non farti troppe illusioni, tesoro: oggi non è solo».
Quelle parole mi trafissero come una lama. Sentii le guance andare a fuoco, mentre una fitta di gelosia si mescolava a un’ansia febbrile. Rimasi lì, immobile in mezzo a quel tugurio, incapace di andarmene. Subivo i fischi dei ragazzi al tavolo e le occhiate viscide dei vecchi, fingendo di guardare il telefono per nascondere il tremito delle dita.
Ero scossa, smarrita, finché un uomo robusto e trasandato, con i capelli lunghi e incolti, non si avvicinò fino a invadere il mio spazio.
«Se vuoi, ci penso io a tenerti compagnia mentre aspetti», mormorò con un alito che sapeva di vino scadente. Prima che potessi reagire, la sua mano si posò pesante sul mio fianco.
Sgranai gli occhi, incredula per tanta audacia; ma non ebbi la forza di scostarlo. Quando le sue dita iniziarono a palpare il mio sedere sopra il tessuto leggero dell'abito, restai paralizzata, lasciandomi toccare davanti a tutti.
Interpretando il mio silenzio come un invito, lui allungò l'altra mano, afferrandomi il seno sinistro con una morsa decisa.
«Portala nei cessi quella puttanella, non vedi che ci sta?», gridò una voce roca dal fondo del bar, scatenando una risata collettiva. L’uomo, tenendomi stretta, mi spinse in avanti, esibendomi come un trofeo.
«Andiamo, troietta, vieni che ti faccio divertire», ringhiò spingendomi verso il corridoio.
Mossi un passo, vinta dall'inerzia e dalla vergogna, quando una porta in fondo si aprì. Antonio comparve sulla soglia, la solita aria sfrontata e sicura. Per un attimo mi parve una salvezza, finché, subito dietro di lui, non apparve una biondina sorridente che si sistemava maliziosamente la scollatura.
Lo guardai perplessa, ferma tra le grinfie di quel porco, mentre Antonio scoppiava a ridere guardando la scena. Anche la biondina si unì a lui, una risata stridula che mi trafisse come uno spillo. «Antonio!», esclamai cercando di ritrovare un briciolo di dignità, «ma non dovevamo vederci?». Lui parve non sentirmi neppure. Si mise a scherzare con l’uomo che mi teneva bloccata, come se io fossi un oggetto di cui discutere tra vecchi commilitoni.
«Luigi! Sei sempre il solito... Ma guarda che questa costa cara», disse ammiccando. «Perché? Non dirmi che è ancora vergine!», ribatté l’altro ridacchiando, stringendo la presa sul mio sedere.
Antonio, con un sorriso sfacciato, scosse il capo: «See... forse nelle orecchie».
Rimasi basita, stordita da tanta crudeltà, ma lui afferrandomi per un braccio, mi trascinò verso di sé con uno strattone deciso.
«Vieni». Prima di portarmi via, salutò la biondina con un bacio sulla bocca e una pacca sonora sul sedere.
«Dimmi quando devo tornare», mormorò lei sculettando verso l'uscita.
Mi lasciai trascinare dietro quella porta lurida, che Antonio richiuse alle nostre spalle con un colpo secco. Lo seguii su per le scale senza dire una parola, alimentando una rabbia che faticava a restare sommersa.
Arrivati nella sua tana, lo spettacolo che si parò davanti confermò ogni mio timore: due materassi buttati a terra, lenzuola aggrovigliate che sapevano ancora di sesso recente, fazzoletti appallottolati e un paio di mutandine di pizzo lacerate abbandonate in un angolo.
Lo fissai, attendendo una spiegazione che non arrivava. Lui si limitò a sorridermi con quella sua insopportabile faccia da schiaffi e mi attirò a sé. Cercai di scansarmi, di negargli il mio viso, ma la sua stretta sul mio mento divenne ferrea, costringendomi all'immobilità. Le mie labbra rimasero serrate sotto il suo bacio, un muro di ghiaccio contro il suo calore.
«Che c’è? Fai i capricci?», chiese lui, divertito dalla mia resistenza.
«Chi è quella?», sbottai con la voce che tremava per la furia.
«Quella? È Irina, una mia amica. Perché? Non dirmi che sei gelosa!».
«Non sono gelosa, ma non voglio essere presa in giro!». Ma più mi mostravo furiosa, più lui sembrava godere della mia umiliazione.
«Non ti ho presa in giro, è solo che si è fatto un po’ tardi. Sai, Irina ci sa fare parecchio...», ammise con una naturalezza disarmante.
«E allora perché mi hai fatto venire? Non potevi restare con lei?».
Antonio, squadrandomi con scherno: «Ma sentila... la fedele fidanzata di Tommaso. Ti ricordo che è lui il tuo uomo, no?».
Voltai lo sguardo, incapace di ribattere, restando con le braccia incrociate e il broncio per lunghi minuti. Lui mi osservava in silenzio, con quel sorriso provocante che piano piano iniziava a sgretolare le mie difese.
Difatti, bastò il suo abbraccio e un bacio sulla testa, perché la risolutezza si sciogliesse come neve al sole. Alzai il viso, incontrando i suoi occhi, e con una smorfia di rassegnazione mi abbandonai alle sue labbra.
Di lì a poco eravamo nudi, distesi su quello stesso giaciglio dove, pochi istanti prima, lui aveva posseduto un'altra. L'eccitazione aveva ormai cancellato ogni traccia di orgoglio.
Antonio mi scopò con ferocia, facendomi godere come una pazza; il suo membro era diventato una droga di cui non potevo più fare a meno. Fui io a supplicare che m'inculasse, ignorando il dolore residuo che ancora mordeva l’ano.
Pensai a Tommaso, alla sua ingenuità, al suo "cazzetto" che ormai appariva ridicolo in confronto alla potenza di Antonio.
Se mai avessi concesso il culo al mio fidanzato, sarebbe stato solo per noia; dopotutto, se era passato uno stallone come Antonio, lo spazio per il mio ragazzo non sarebbe certo mancato.
«Spingi, amore... voglio sentirti esplodere dentro!», urlai mentre sentivo l'orgasmo travolgermi.
Lui assecondò il mio grido, schizzando nel mio intestino con una violenza sublime. Rimanemmo accasciati su quel lurido materasso, esausti, con lui ancora piantato dentro di me.
In quel silenzio, con la coda dell’occhio, vidi un’ombra muoversi nel cucinino.
«Antonio!», sussurrai terrorizzata, «c’è qualcuno!».
Lui si sollevò con calma, scivolando fuori da me con un suono umido. «Ah, Giorgio, sei tornato...».
Rannicchiandomi freneticamente, cercai di coprire la nudità con un lembo di lenzuolo sporco.
«Non avere paura, è Giorgio; abita qui con me», disse lui per tranquillizzarmi, come se fosse la cosa più normale del mondo. Il tizio, un giovane dall'aria emaciata e lo sguardo perso di un tossico, si fece avanti sorridendomi.
Ero lì, esposta, con lo sperma di Antonio che mi colava ancora tra le natiche, e tutto ciò che riuscii a fare fu un cenno del capo, un saluto muto nato dalla vergogna e da una strana, perversa sottomissione.
«Esco subito, non vi disturbo, piccioncini», mormorò lui prendendo qualcosa dal tavolo prima di sparire di nuovo dietro la porta. Restammo distesi su quel surrogato di letto, momentaneamente appagati, con il mio capo abbandonato sul suo petto. In quel silenzio rotto solo dai rumori che salivano dalla strada, iniziai ad accarezzargli i peli del petto e quelli pubici; mi piaceva quel contatto morbido, quasi domestico, in mezzo a tanto squallore.
«Antonio?», mormorai rompendo l'incantesimo, «io di te non so nulla. Di cosa vivi? Non hai mai parlato di un lavoro».
«Difatti non ce l’ho», rispose lui con una franchezza che mi spiazzò. «E come campi?».
«Arrangiandomi come posso...».
«Cioè?».
«Che curiosa che sei!», esclamò ridendo, ma era una risata che non arrivava agli occhi.
Non insistei. Qualcosa dentro di me suggeriva che la verità non mi sarebbe piaciuta e preferii lasciar perdere, proteggendo la mia ignoranza.
In fondo, lui non era il mio fidanzato; quello lo avevo già, ed era un bravo ragazzo con la testa sulle spalle. Per un istante, fui presa da un senso di colpa: cosa ci facevo in quella topaia, su un materasso sudicio che portava i segni di innumerevoli scopate?
Eppure, la perversione di Antonio e il modo in cui sapeva usare il suo corpo erano una droga troppo potente.
Come a voler dare forma ai miei sospetti, lui si voltò verso di me. «Sonia, avrei una cosa da chiederti...».
Il tono era cambiato, diventando viscido. Già quelle poche parole facevano presagire il peggio. «Devo dei soldi a brutta gente», proseguì, «e per il momento non sono in grado di restituirli».
Lo fissai negli occhi, attendendo che arrivasse al punto. «Quanto ti serve?», chiesi infine. «Parecchi... ma per ora basterebbero cinquecento euro. Poi te li rendo con gli interessi, promesso».
Sapevo perfettamente che quei soldi non sarebbero mai tornati indietro, ma non importava. A casa, nascosti, custodivo i risparmi delle marchette fatte durante la vacanza; era denaro nato dal sesso, e pareva quasi naturale che servisse a nutrire quel legame malato.
Feci cenno di sì con la testa e lui, sorridendo, mi strinse a sé con un vigore che sapeva di trionfo.
Rimasi ancora un po’ rannicchiata contro di lui, poi, lentamente, mi rivestii. Si era fatto tardi: non volevo allarmare i genitori con un ulteriore rientro sospetto.
Chiesi ad Antonio di accompagnarmi fuori; il pensiero di affrontare di nuovo, da sola, quegli avvoltoi al bancone del bar mi terrorizzava.
Ci salutammo sulla strada con un ultimo, lungo bacio. Ripercorsi le vie squallide della zona vecchia mentre l'imbrunire iniziava a inghiottire i profili dei palazzi fatiscenti.
Le gambe tremavano leggermente: un po’ per la fatica delle contorsioni estreme a cui ero stata sottoposta, molto per gli orgasmi violenti che mi avevano squassata in quelle poche ore.
Ero svuotata, marchiata e, per qualche assurda ragione, pericolosamente felice.
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