La schiava e il conte* Parte 1
di
ANNA BOLERANI
genere
corna
La prima volta che Marco lo vide, il vecchio gli sembrò solo un altro pensionato ricco e annoiato. Seduto al bancone del bar con un cappotto di cashmere troppo pesante per la stagione, l’uomo girava lentamente un bicchiere di whisky tra le dita, gli occhi fissi sul ghiaccio che si scioglieva. Non alzò lo sguardo neppure quando Marco, in piedi accanto a lui con il curriculum ancora umido di sudore nella mano, tossì per attirare la sua attenzione.
"Mi scusi," disse Marco, stringendo quel foglio che ormai sembrava più una condanna che una speranza. Il vecchio continuò a osservare il suo bicchiere, come se le parole fossero solo rumore di fondo. Poi, senza preavviso, appoggiò il palmo della mano sul bancone. Un gesto secco, quasi militare. "Siediti." Non era un invito.
Marco esitò, poi scivolò sullo sgabello accanto all'uomo, sentendo la pelle delle cosce aderire alla plastica sudaticcia del sedile. Nella tasca della giacca, il suo telefono vibrava: la terza chiamata irrisolta della banca in tre giorni.
"Ho letto il suo annuncio," disse Marco, e immediatamente si pentì di come quelle parole erano uscite, troppo veloci, troppo disperate. Il vecchio finalmente girò la testa, e per la prima volta Marco vide i suoi occhi: grigi come l'acciaio di un bisturi, senza un alone di bianco intorno alle pupille dilatate. "Davvero?" sussurrò l'uomo, e quel tono basso fece rabbrividire Marco più di un urlo. "Allora sai già che non cerco camerieri." Unghie sporche di tabacco graffiarono il bordo del bicchiere. "Cerco proprietà."
"Non camerieri?" ripeté Marco, la lingua improvvisamente pesante. Gli sembrava di aver ingoiato sabbia. Il vecchio sorrise per la prima volta, un'espressione che non raggiunse gli occhi. "Esatto, non camerieri. Ma la proprietà di una coppia giovane con lei molto bella e sensuale."
Il vecchio estrasse dalla tasca interna del cappotto un foglio di pergamena ingiallito, spiegato con cura maniacale. Marco lo fissò mentre le dita nodose lo appiattivano sul bancone macchiato di caffè. "Leggi ad alta voce," ordinò l'uomo, puntando un'indice deformato dall'artrite contro la prima riga. La scrittura era fitta, in un corsivo antiquato che sembrava scavato nella carta con un coltello.
Marco sentì la gola seccarsi mentre leggeva quelle parole incise sulla pergamena, ogni sillaba un colpo al cuore. "Il contratto prevede trasferimento di proprietà totale e irrevocabile di due individui, Marco e Giulia Lombardi, al sottoscritto, conte Ludovico D'Ambrosio." Le dita gli tremavano mentre sfioravano i caratteri inchiostrati, quasi fossero ancora umidi. "In cambio," continuò a leggere con voce strozzata, **Si garantisce una vita da signori con il soddisfacimento di ogni necessità per realizzarla oltre e vitto e alloggio nel castello di proprietà del conte, e compenso mensile di cinquemila euro netti e alla morte del conte la proprietà del castello sarebbe andata a loro.** "Se accettate, alla firma del contratto, vi spiegherò bene le vostre mansioni, soprattutto quelle di sua moglie"
Marco sentì il telefono vibrare di nuovo nella tasca, era sempre la banca che lo cercava. "Hai un giorno," disse il conte, senza guardarlo, . Marco annuì, anche se sapeva che l'uomo non lo stava guardando, e scivolò giù dallo sgabello con le gambe che cedevano.
Marco non ricordò nemmeno come fosse tornato a casa. Aveva camminato con la mente offuscata senza curarsi del mondo che lo circondava. Le scale del palazzone popolare gli si incollarono ai polpacci come sabbie mobili, ogni gradino un ostacolo tra quel bar e la porta di casa dove Giulia lo aspettava con la solita cena riscaldata. Il telefono continuava a vibrare nella tasca, ma ormai era diventato un rumore di fondo, come il ronzio di un insetto intrappolato. Quando infilò la chiave nella serratura, le dita gli scivolarono tre volte sul metallo sudato.
" Ha chiamato il proprietario di casa, pretendo l'affitto arretrato entro fine mese altrimenti ci sfratta" disse giulia mettendo a tavola la cena. Marco non riusciva a guardare Giulia negli occhi mentre mescolava il riso nel piatto, facendo rotolare i grani da una parte all'altra come se potessero nascondere la verità.
"La banca mi ha chiamato quattro volte oggi, vuole il ripianamento del conto corrente."
"Come faremo. " incalzò Giulia
"Forse c'è una soluzione," disse alla fine, la forchetta che scivolò dalle dita con un tonfo sordo sul linoleum consumato. Il silenzio che seguì fu così denso che sentirono entrambi il ticchettio del rubinetto che perdeva in cucina, goccia dopo goccia, come un conto alla rovescia.
"Ho trovato un modo per saldarci dai debiti," disse Marco, le parole che gli uscivano dalla bocca come sassi. Giulia smise di mescolare il riso, la forchetta sospesa a mezz'aria. "Un modo?" ripeté, e Marco vide il riflesso della lampadina tremolante negli occhi di lei, quell'unica luce che ancora tenevano accesa per risparmiare sulla bolletta.
"Ma ci sono delle condizioni da rispettare." aggiunse Marco.
Sentì la saliva rapprendersi in gola mentre osservava Giulia assorbire quelle parole come assorbe la terra la pioggia dopo mesi di siccità. "
"Qualsiasi condizione da sopportare mi sta ben, purché serva a farci uscire da questa situazione ormai non più sopportabile.
Marco spiegò per sommi capi di cosa si trattasse e del colloqui con in conte.
Giulia abbassò gli occhi sul piatto, dove il riso ormai freddo sembrava aver assunto la consistenza del gesso. "Cinque... mille euro al mese?" sussurrò, e Marco vide le sue dita stringersi attorno al bordo del tavolo fino a schiacciare le nocche bianche. Non era una domanda, ma l'eco di una resa. Di una proposta che non si poteva rifiutare.
La luce del sole che entrava dalla finestra sembrava una lama tagliare il silenzio tra loro. Marco fissò le crepe nel muro sopra la testa di Giulia, quelle stesse crepe che ogni notte contava mentre il soffitto scricchiolava sotto il peso dei debiti. "Non ci sono altre opzioni," disse, e la sua voce era più ruvida della carta vetrata. Giulia non alzò lo sguardo, ma le sue dita smisero di tormentare l'orlo del grembiule. Un grembiule che aveva il colore sbiadito di tutte le rinunce.
La bilancia del frigorifero era vuota da tre giorni, ma quel vuoto pesava più di qualsiasi pietra. Marco osservò Giulia mentre lei fissava il conto della luce ancora aperto sul tavolo, le cifre rosse che sembravano sanguinare attraverso la carta sottile. "Non abbiamo scelta," sussurrò lui, e le parole gli bruciarono la lingua come acido. Il silenzio che seguì fu rotto solo dal gemito della sedia quando Giulia si alzò, le ginocchia che scricchiolavano come porte di cantine abbandonate.
"Di sua proprietà," ripeté Giulia, le parole che le uscivano dalle labbra come un sasso nello stomaco. Non era una domanda, ma una constatazione, l'ultimo gradino prima del precipizio. La forchetta le scivolò di mano, rimbalzando sul pavimento con un suono metallico che sembrò risuonare per minuti. Marco annuì senza guardarla, gli occhi fissi sulla macchia di umidità a forma di Italia che da anni marciva sul soffitto. "Sì," disse, la voce più ruvida del linoleum consumato sotto i loro piedi. "Ma in cambio avremo i cinquemila euro ogni mese. Vitto, alloggio. E il castello, quando lui... quando non ci sarà più."
"E poi," aggiunse Marco con una voce che cercava di essere convincente mentre le dita gli tamburellavano nervosamente sul tavolo, "ci pagherà anche i vestiti. Tutto quello che vorrai. Cellulari nuovi, un computer, vestiti eleganti... Biancheria di seta, gioielli." Le parole gli uscivano a scatti, come se stesse elencando merce in un mercato piuttosto che descrivere una vita. "Per fare la signora, quando sarai fuori dal castello."
"Questo fuori dal castello," disse Giulia, la voce che si spezzava come un filo tirato troppo. Le mani le tremavano mentre si asciugavano le dita sul grembiule, lasciando striature umide sulla stoffa logora. "Ma nel castello... che dovrei fare?" chiese, e questa volta le parole le si incastrarono in gola come spine.
Marco non rispose subito. Il suo sguardo scivolò verso la finestra, dove il sole del tramonto tingeva i palazzi di un rosso opaco, come sangue vecchio. Giulia vide le sue labbra incrinate muoversi senza suono, poi sentì le sue dita fredde stringerle il polso con una pressione che non era né conforto né minaccia, ma semplicemente l'unico modo che conosceva per trasmettere ciò che le parole non potevano. "Quello che ti chiederà," sussurrò alla fine, e ogni sillaba sembrò costargli un frammento di anima.
"E cosa potrà chiedermi?" chiese Giulia, le labbra così secche che le sillabe si spezzarono in un bisbiglio roco. Le sue dita si aggrapparono al bordo del tavolo come naufraghi a una zattera, le nocche bianche che spiccavano contro il legno scrostato. Marco abbassò lo sguardo sul groviglio delle loro ombre proiettate dal lampadario tremolante - due figure curve che sembravano già inchinarsi davanti a un padrone invisibile.
"Tutto," disse Marco, e la parola cadde tra loro come un macigno. Non aveva bisogno di aggiungere altro. Giulia sentì il gelo salirle dalle caviglie alla nuca, un brivido che non era solo paura, ma qualcosa di più antico: il riconoscimento di un destino già scritto. Le labbra di Marco erano due linee grigie nel viso scavato, e quando si schiarì la voce, il suono fu quello di una porta di cella che cigola. "Ma soprattutto te." aggiunse, gli occhi che finalmente la incrociarono, e in quel momento Giulia capì che la risposta era sempre stata lì, sospesa tra loro come la polvere nel raggio di sole che tagliava la cucina.
"Il mio corpo sarà suo?" chiese Giulia, la voce che si incrinò sull'ultima sillaba come vetro sotto una pressa. Le dita le si aggrapparono al grembiule, striato di farina e vecchie macchie di sugo, come se quel pezzo di stoffa logora potesse ancora proteggerla. Marco non rispose subito. Il suo sguardo scivolò verso la finestra, dove le tende sfilacciate ondeggiavano nell'aria stagnante, rivelando il panorama di palazzoni che sembravano prigioni verticali. "E a te sta bene?" incalzò Giulia.
"Se per cambiare vita e fare la vita da signori, posso anche accettarlo." rispose Marco, le parole che gli uscirono a denti stretti mentre osservava la propria mano tremare sopra il tavolo.
"Vuoi che diventi la sua puttana?" chiese Giulia, e la parola rimase sospesa. Non era un'accusa, né una supplica, ma una constatazione cruda che squarciava il velo delle perifrasi. Marco sentì il sudore freddo scendergli lungo la schiena, mentre le dita gli si arricciavano attorno al bordo del tavolo come artigli.
"La sua amante, direi," rispose Marco, le parole che gli si incastrarono in gola . Giulia rimase immobile, il respiro sospeso tra le labbra socchiuse, come se quelle tre parole avessero fisicamente attraversato il suo corpo. "Non una puttana," precisò lui con voce roca, "ma la donna che soddisferà i suoi desideri quando lui lo chiederà." Il silenzio che seguì fu interrotto solo dal rumore del rubinetto che continuava a perdere, goccia dopo goccia, come un orologio che segnava il tempo rimasto.
"E fra di noi?" chiese Giulia, la voce che le tremava come una foglia d'autunno prima di staccarsi dal ramo. Le sue dita si strinsero attorno al polso di Marco con una forza che non sapeva di avere, le unghie che affondarono nella sua pelle come radici disperate. "Fra di noi nulla cambierà," rispose lui, abbassando lo sguardo sulle loro mani intrecciate, dove il suo anello nuziale luccicava opaco sotto la luce fluorescente. "Sarai sempre mia moglie. E questa cosa..." esitò, cercando le parole come si cercano monete nel buio, "...renderà più solido il nostro legame. Anche dal punto di vista sessuale."
"Avrai la voglia di scoparmi magari dopo che mi avrà scopata lui?" chiese Giulia, e le parole le si incastrarono in gola come spine. Non aveva alzato lo sguardo dal tavolo, dove le sue dita tracciavano nervosi cerchi sul legno scrostato, seguendo le venature come fossero mappe di territori perduti.
"Certo, aspetterò con ansia che tornerai nel mio letto dopo che sarai stata con lui," sussurrò Marco, le labbra che sfiorarono l'orecchio di Giulia mentre le mani le scendevano lungo i fianchi, afferrandola con una ferocia nuova. La sentì irrigidirsi sotto le sue dita, il respiro che si fece più corto, quasi trattenuto. "Ti desidererò ancora di più," aggiunse, la voce roca mentre seppelliva il viso nel suo collo, annusando quel profumo di sapone economico che ormai conosceva a memoria. "Saprò che sei stata sua, e questo... questo mi ecciterà come niente prima e poi ti faro nuovamente mia. Ti faro godere più di quanto ti avrà fatto godere lui."
Giulia si irrigidì quando le mani di Marco le strinsero i fianchi con un’urgenza che non le aveva mai mostrato in dieci anni di matrimonio. Sentì il suo respiro diventare affannoso, caldo contro la sua nuca, mentre le sue dita le scivolavano sotto la maglietta logora, le unghie che graffiavano la pelle nuda con un possessività nuova. Marco l'aveva fatto girare con uno scatto brusco, le dita che le affondarono nei fianchi come artigli. "Marco..." sussurrò Giulia, ma la protesta le morì in gola quando sentì qualcosa di duro e caldo premere contro la sua schiena attraverso i jeans di lui. Non era solo la disperazione a farlo tremare, ma un’eccitazione viscerale che lo stava trasformando sotto le sue dita.
Il rumore della cerniera dei jeans che si apriva squarciò il silenzio della cucina. I pantaloni gli scivolarono lungo le gambe, impigliandosi alle caviglie mentre spingeva Giulia contro il tavolo, il legno che scricchiolò sotto il loro peso come un avvertimento.
Marco le alzò la gonna con un movimento brusco, Giulia sentì l'aria fredda della cucina sulla pelle nuda delle natiche un attimo prima che le mutandine di cotone sbiadito le scivolassero giù lungo le cosce, fermandosi a mezz'aria come bandiera di resa. "Aspetta—" tentò di dire, ma la voce le morì in gola quando sentì la punta del cazzo di Marco, già lubrificata di precum, scivolare tra le sue chiappe con una pressione che non chiedeva permesso.
Giulia capì che glielo avrebbe messo nel culo un attimo prima che la punta del cazzo le premesse contro quel buco stretto. Un lampo di panico le attraversò gli occhi mentre la saliva si rapprendeva in gola. Dieci anni di matrimonio e mai una volta che Marco avesse osato chiederle quello. Ma ora le dita di lui già le separavano le natiche con una decisione che non ammetteva discussioni, le unghie che affondavano nella carne morbida come uncini. Senza pensarci, Giulia si portò una mano alla bocca, infilò due dita tra le labbra e le inumidì di saliva tiepida prima di raggiungere dietro, sfiorando quel nodo di muscoli contratti. "Così..." sussurrò, più a sé stessa che a lui, mentre le dita bagnate gli preparavano la strada.
Giulia sentì il primo centimetro aprirsi dentro di lei come una firma sul contratto che ancora puzzava di whisky e disperazione. La saliva non bastava, lo capì subito dal modo in cui i muscoli le si strappavano attorno a quel cuneo di carne che non chiedeva permesso. Marco non la stava scopando, la stava marchiando—con ogni spinta, con ogni gemito strozzato che le usciva dalla gola, le rammentava che da quel momento in poi ogni buco sarebbe stato proprietà di qualcun altro.
Marco le affondò le dita nei fianchi con una forza che le lasciò lividi a forma di luna crescente. "Sarò io il primo," sussurrò contro la sua nuca, la voce rotta da un respiro che sapeva di birra economica e adrenalina. "Prima che lui ti tocchi, prima che quel vecchio posi un dito su di te, voglio che sia il mio seme a marcarti dentro." . Giulia sentì le proprie labbra vibrare—non per la paura, ma per la strana eccitazione che le serpeggiava nelle vene come un veleno a lento rilascio.
Giulia trattenne il respiro mentre sentiva il cazzo di Marco premere contro la sua entrata ancora stretta, la punta già bagnata di precum che sembrava voler sigillare il patto con il sudore più che con la saliva. "Aspetta, fai piano..." mormorò, ma la voce le si perse in un gemito quando lui le affondò dentro senza pietà, riempendola con un solo colpo secco che le fece vedere stelle.
"Va bene così?" Marco le sussurrò contro la nuca. Le sue dita le serrarono i fianchi con una forza che lascerà lividi a forma di mezzaluna, mentre il cazzo le affondava nel culo con una brutalità che non aveva mai osato in dieci anni di matrimonio. Poi in Giulia il piacere prese il sopravvento. "Si, così, scopami il culo, fallo tuo e fammi godere." Ogni parola era un colpo di frusta, una promessa velenosa che si insinuava sotto la sua pelle insieme al dolore misto a piacere. Giulia sentì le proprie unghie affondare nel legno del tavolo, lasciando solchi profondi nella vernice scrostata, mentre il corpo le si arcuava sotto quelle spinte che non chiedevano permesso ma prendevano possesso.
Giulia sentì le labbra di Marco bruciarle sulla nuca mentre il suo cazzo le devastava il culo Ogni spinta era una firma sul contratto non scritto tra loro, una promessa sporca sigillata con il dolore che le serpeggiava lungo la colonna vertebrale e l'eccitazione che le faceva tremare le ginocchia. "Così, sì, ti prendo tutta," ansimò Marco, la voce rotta da un desiderio che sapeva di vendetta e resa, le dita che le affondavano nei fianchi come artigli. "E quando tornerai nel mio letto dopo essere stata con lui, " aggiunse "con la sua puzza addosso e il suo seme ancora caldo dentro di te, il mio cazzo che ti riempirà di nuovo e tornerai ad essere ancora una volta mia."
"Si amore," ansimò Giulia mentre il corpo le si torceva sotto le spinte sempre più violente di Marco, le sue parole che si confondevano con i gemiti strozzati. "Per quando lui mi possa scopare, sarò sempre tua." Sentì le dita di Marco stringerle i fianchi con una forza che le prometteva lividi a forma di mezzaluna, mentre il suo cazzo le dilaniava il culo con una brutalità che non avrebbe mai creduto possibile. Ogni centimetro che le entrava dentro era una firma sul contratto invisibile tra loro, sigillato con dolore e un piacere così intenso che le faceva tremare le ginocchia. "Ed ora spingi più forte," gli ordinò con voce roca, girando appena la testa per cogliere il suo sguardo selvaggio. "Sborrami dentro, sto per venire anch'io."
Marco le scaricò dentro con un urlo strozzato, il cazzo che pulsava violentemente mentre fiumi di sborra calda le inondavano il culo stretto. Giulia sentì il liquido scivolarle lungo le cosce come cera sciolta, mentre il suo corpo era scosso da fremiti incontrollabili—non solo per l'orgasmo che l'aveva travolta, ma per la consapevolezza che quella sarebbe stata l'ultima volta che Marco la prendeva come sua e soltanto sua. Il tavolo scricchiolò pericolosamente sotto il loro peso, i piatti sporchi che tremavano come in una scossa tellurica, mentre il seme di lui colava sul pavimento insieme alle loro certezze.
La mattina dopo, il silenzio nella loro camera da letto era spesso come la polvere che danzava nei raggi di sole. Giulia si svegliò con il peso di Marco addosso, il suo braccio gettato sopra il suo fianco come una catena. Le lenzuola puzzavano ancora di sudore e sesso, e il dolore al culo le ricordava ogni movimento della notte precedente. Si voltò lentamente, scrutando il viso di Marco mentre dormiva: le labbra serrate, le sopracciglia aggrottate, come se anche nel sonno stesse discutendo con il destino.
Il telefono squillò alle 7:23, un suono metallico che squarciò l'aria stagnante della camera. Giulia lo afferrò prima che potesse svegliare Marco, le dita che tremavano sul vetro freddo dello schermo. Un numero sconosciuto. "Pronto?" sussurrò, la voce ancora roca dal sonno e dal pianto soffocato nella notte.
"Buongiorno, signora Lombardi, ho ricevuto il messaggio di suo marito e sono contento che abbiate deciso di accettare la mia proposta" Era lui, il conte. Le dita le si strinsero attorno al telefono mentre un brivido le correva lungo la schiena. "Alle undici verrà una macchina a prendervi. Portate solo ciò che vi sta più a cuore. Il resto verrà fornito." La chiamata si interruppe senza un arrivederci, lasciando Giulia a fissare lo schermo nero, le labbra ancora socchiuse in una domanda mai formulata.
Giulia sveglio il marito e l'avviso della telefonata. I due si prepararono in attesa che arrivasse l'auto a prenderli. Inconsciamente Giulia indosso un intimo sexy sperando di fare una buona impressione al conte.
La macchina nera e lucida si fermò davanti al loro palazzo. Giulia contò i gradini mentre scendeva, ogni scalino un distacco dal mondo che conosceva. Marco stringeva la loro valigia come uno scudo. L'autista, un uomo alto con occhi che non sorridevano, aprì la portiera senza una parola. L'interno odorava di pelle nuova e un qualcosa di antico.
La macchina scivolò lungo i viali alberati come un coltello nel burro, le ruote che frusciavano sulla ghiaia perfetta del viale privato. Giulia fissò le proprie mani intrecciate in grembo, le nocche bianche che spiccavano contro il tessuto grezzo della gonna, l'unico indumento decente che possedeva ancora. Attraverso il finestrino, il castello si ergeva all'improvviso—un mostro di pietra grigia con torri che parevano artigli pronti a ghermirli. Marco deglutì forte accanto a lei, con un suono secco .
Il cancello si aprì con un cigolio che sembrò durare un secolo. Giulia sentì le unghie affondarsi nel palmo mentre la macchina avanzava lungo il vialetto lastricato, ogni metro che li avvicinava all'imponente portone del castello le serrava un po' più la gola. L'autista scese senza una parola, aprendo la portiera con un gesto meccanico.
Giulia fissò i torrioni del castello che svettavano contro il cielo plumbeo, e per un attimo li vide già suoi—le loro lenzuola stese ad asciugare dalle finestre, i loro mobili nella sala d'armi, i loro figli (se mai ne avessero avuti) che correvano lungo quei corridoi di marmo. Un futuro intero si dispiegò nella sua mente come un arazzo prezioso: lei seduta al posto del conte nell'alcova, Marco che firmava documenti con l'inchiostro nero degli affari conclusi. E tutto questo, pensò stringendo le mani a pugno, in cambio di qualche ora di disagio ogni settimana. Quel vecchio puzzava già di morte—bastava guardargli le unghie giallastre e il tremolio delle palpebre per capire che il suo cuore batteva a prestito.
Giulia calcolò mentalmente i battiti del vecchio mentre attraversavano il salone d'ingresso, il suo passo incerto che sembrava sincronizzarsi con il ticchettio di un orologio a muro. *Se lo faccio venire due volte al giorno invece che una*, pensò osservando le vene bluastre che serpeggiavano sulle mani nodose del conte, *quanto ci metterà quel cuore a cedere?* Le labbra le si inumidirono senza volerlo, non di desiderio ma di un calcolo crudele che le serpeggiava sotto la pelle come mercurio.
Giulia strinse le labbra mentre attraversavano l'atrio a mosaico, sentendo il peso dello sguardo del conte scivolarle lungo la schiena come un ragno. Quel pensiero—quel piccolo, velenoso calcolo—le pulsava nelle tempie più del battito accelerato. Marco camminava accanto a lei, rigido come un soldato, ma era chiaro che vedeva solo il castello, i soldi, la salvezza. Non vedeva le occhiaie violacee del conte, il modo in cui la mano gli tremava nell'appoggiarsi al bastone, il respiro corto dopo pochi scalini.
Giulia incrociò le gambe sotto la gonna, sentendo la stoffa ruvida dello sgabello pizzicare la pelle nuda delle cosce. La stanza da pranzo dove conte li attendeva odorava di cera d'api.
Il conte sorrise con un ghigno che scoprì denti gialli come avorio antico. "Nella vostra stanza, quella in fondo al corridoio accanto alla mia," disse a Giulia, il bastone d'argento puntato verso l'oscurità del vestibolo, "Ho fatto preparare dei vestiti adeguati. Alla sua misura... e al suo ruolo in questa casa. Seguitemi"
Giulia e Marco seguirono il conte lungo il corridoio, e quando la porta si aprì, il respiro le si fermò in gola. Non era la stanza tetra che si aspettava, ma un ambiente luminoso dai toni crema e oro, con grandi finestre che lasciavano entrare il sole. I mobili erano minimalisti, linee pulite e metalli lucidi, un contrasto stridente con le antiche mura del castello. "Mi piace..." mormorò senza volerlo, le dita che sfiorarono il marmo fresco del comodino.
Il conte estrasse dalla tasca interna della giacca una busta gialla. "Cinque mila euro, come pattuito," disse porgendo la busta a Marco, "Prenda la macchina, si faccia consegnare le chiavi e si faccia spiegare il funzionamento da Pasquale, il mio autista che oggi va in pensione. Vada in banca a saldare il suo debito, così avrà la mente libera da pensieri."
Marco afferrò la busta con le dita che tremavano leggermente, il peso del denaro più consistente di quanto si aspettasse. Il conte osservò il modo in cui le sue nocche si sbiancarono stringendo alla busta, come se stesse trattenendo non solo soldi ma la propria dignità in forma tangibile. "Torni per l'ora di il pranzo ," aggiunse il vecchio, e la frase suonò come un ordine più che un consiglio. "io intanto mostro a sua moglie il resto della casa."
"Le piace la sua stanza?" chiese il conte, le dita nodose che accarezzavano il pomello d'argento del bastone mentre osservava Giulia scrutare ogni dettaglio.
"È molto bella," rispose lei, la voce che echeggiò lieve tra le pareti imbottite di seta color avorio. Poi lo vide—il vestito disteso sul letto come una seconda pelle abbandonata. Di un rosso così profondo da sembrare tagliato nel velluto di un teatro dell'opera, con scollature che promettevano più di quanto coprissero. Le maniche lunghe terminavano in merletti neri che ricordavano catene stilizzate.
"Questo vestito lo indosserà stasera a cena," disse il conte, il bastone che indicava l'abito come una bacchetta magica pronta a trasformarla. Giulia sentì le labbra seccarsi mentre osservava quello straccio di stoffa che sembrava disegnato per essere strappato via. Le scollature laterali lasciavano intravedere cuciture sottili, studiate per cedere al primo strappo deciso. Senza reggiseno, ovviamente—lo capì dall'arco perfetto della parte superiore, modellato per seni nudi. Il rosso non era un colore, era una dichiarazione.
"Vuole vedere la mia stanza?" chiese il conte, il sorriso che gli increspò le labbra come un lenzuolo tirato su un cadavere. Giulia annuì senza fiato, sentendo il peso di quello sguardo che le scorreva addosso più penetrante di qualsiasi dito. Il vecchio si voltò con un cigolio di giunture malate, il bastone d'argento che batteva sul parquet come un metronomo segnando il tempo che le rimaneva da libera.
Il conte spalancò la porta con un gesto teatrale, rivelando una stanza tappezzata di un rosso così profondo che sembrava pulsare sotto la luce dei candelabri. Le pareti erano ricoperte di velluto, lo stesso tessuto che avvolgeva il letto a baldacchino—un monumento barocco di legno scolpito e drappi che ricadevano come sipari di un palcoscenico privato. Giulia sentì l'odore di sandalo e qualcosa di più acre, muschiato, che le ricordò le pagine ingiallite di un libro antico trovato in un baule.
"Posso darle del tu, mia cara?" chiese il conte con una galanteria che sapeva di vecchia aristocrazia decaduta, le labbra umide che si incurvarono in un sorriso mentre il bastone d'argento tracciava un cerchio nell'aria tra loro. Le dita nodose di lui si posarono sul polso di Giulia con una leggerezza che contrastava con l'avidità del suo sguardo. "Dopotutto," aggiunse, la voce un sussurro raschiante come cartapecora, "tra noi non ci sarà più bisogno di formalità presto."
"Si certo... lei è il mio padrone ormai. Può darmi del tu e ordinarmi ciò che vuole... o mi sbaglio?" Giulia sentì le parole uscire a fatica dalle labbra, mentre le mani le si stringevano attorno alle pieghe della gonna, le nocche bianche che spiccavano contro il tessuto rosso sangue. Il conte emise un suono gutturale, quasi un ringhio soddisfatto, prima di afferrare il suo mento tra pollice e indice, costringendola a guardarlo negli occhi acquosi.
"Ti dispiace essere la mia schiava?" sussurrò il conte con voce roca, le dita nodose che le sfioravano la clavicola come un ragno esplorante. Giulia trattenne il respiro mentre quelle unghie giallastre le scendevano lungo lo sterno, graffiando appena la pelle attraverso il tessuto della blusa. "Dimmi la verità, bambina. Voglio sentirti ammetterlo con quelle labbra carnose."
"No, non mi dispiace," sussurrò Giulia con voce roca, le labbra che tremavano come foglie d'autunno mentre il respiro del conte le sfiorava il collo. "Sono stanca della vita di stenti che ho condotto fino ad ora E so che lei mi regalerai una vita da signora." La frase le uscì di bocca con una dolcezza strana, come se fosse una formula magica che poteva trasformare la vergogna in potere.
"Anche se sei la mia schiava puoi darmi del tu, lo pretendo, pero quando siamo da soli mi dovrai chiamare padrone mi fa eccitare di piu" sibilò il conte, le labbra raggrinzite che si avvicinarono all'orecchio di Giulia mentre una mano le serrava la vita con possesso. "E pretendo che tu mi guardi negli occhi quando parli, come si fa tra amanti." Le dita gli tremavano leggermente, non per emozione ma per quella debolezza congenita che traspariva da ogni suo gesto, come se il corpo gli cedesse sotto il peso degli anni. Giulia obbedì, sollevando lo sguardo verso quegli occhi opachi che riflettevano la sua immagine deformata, come in uno specchio appannato.
"Hai qualche ordine per me, padrone?" chiese Giulia, le parole che le uscivano dalle labbra come un filo di seta tirato troppo stretto. Il conte sorrise, quel sorriso che le ricordava la crepa in un muro antico—qualcosa che sembrava sempre sul punto di crollare. Il bastone d'argento scivolò lungo la sua coscia, freddo come una lama prima del taglio. "Sì, mia cara," sibilò, la voce un raschio di foglie secche. "Voglio che ti spogli davanti a me. Lentamente. Come se fossimo al teatro e il sipario stesse per aprirsi sulla scena più importante."
Le dita di Giulia tremavano mentre si portava alla prima bottone della blusa, il tessuto grezzo che scivolava tra le sue dita come carta vetrata. Ogni bottone che si apriva era un passo più vicino all'abisso, il suono secco del metallo che scattava sembrava echeggiare nella stanza ovattata. Il conte osservava dalla poltrona di velluto, le dita nodose che tamburellavano sul pomello del bastone con il ritmo di un ticchettio d'orologio. Quando la stoffa le scivolò dalle spalle, Giulia percepì l'aria fredda del castello accarezzarle la pelle nuda, facendole rizzare i peli sulle braccia come soldati in formazione.
"Sei bellissima," sussurrò il conte, la voce un filo raschiante che le scivolò lungo la schiena come un coltello smussato. Le sue dita nodose si strinsero attorno al pomello del bastone d'argento, le nocche che diventavano bianche per lo sforzo di contenere l'eccitazione. "Togliti le mutandine. Voglio vedere il tuo culo." L'ordine cadde tra loro come un sasso in uno stagno immobile, le parole che creavano increspature di vergogna e una strana, contorta aspettativa.
"Si, padrone," disse lei, le parole che le uscirono dalla bocca come una preghiera rovesciata. Le dita di Giulia scivolarono lungo l'elastico delle mutandine di cotone, il tessuto che sembrava attaccarsi alla sua pelle come una seconda epidermide. Ogni millimetro di stoffa che scendeva rivelava un pezzo in più di quella carne che non era più sua, ma del conte—e forse, in quel momento, anche di Marco, che da qualche parte della citta contava soldi mentre lei si spogliava per un vecchio. Le mutandine le caddero ai piedi con un fruscio appena percettibile, come foglie morte in autunno.
Giulia si voltò lentamente, il movimento studiato come quello di una ballerina sul palco, sentendo lo sguardo del conte bruciarle la schiena più del sole attraverso le finestre. Con un respiro che le tremava in gola, si piegò in avanti fino a formare un angolo perfetto, le mani che afferrarono le natiche con decisione per separarle. Il suo ano, ancora arrossato dalle violenze della notte precedente, si offrì alla vista del conte come un bersaglio vivo, pulsante—un fiore carnale sbocciato apposta per lui.
Il conte emise un suono che poteva essere un gemito o un rantolo, le vene delle tempie che pulsavano sotto la pelle traslucida mentre si alzava dalla poltrona con uno scatto innaturale. Il bastone d'argento cadde con un tonfo soffice sul tappeto mentre le sue dita, secche come rami d'inverno, afferrarono i fianchi di Giulia con una forza sorprendente. "Perfetta," sibilò, il fiato caldo e acre che le scivolò tra le natiche mentre una lingua ruvida le sfiorò l'ano ancora dolente. Giulia trattenne un guaito, le unghie che si conficcarono nelle proprie cosce mentre quella bocca decrepita le succhiava la carne con voracità da vampiro.
La lingua del conte raspava contro la sua carne con una precisione chirurgica, alternando colpi rapidi a lunghi sfioramenti che facevano contorcere Giulia tra disgusto e un piacere traditore. Poi sentì il suono di una cerniera che si apriva, il fruscio di stoffa che cadeva a terra, e un sibilo d'aria quando il vecchio si liberò dei pantaloni. Giulia sbirciò tra le proprie gambe e il respiro le si strozzò in gola—eretto tra le cosce magre del conte, un membro che sembrava appartenere a un uomo di trent'anni, gonfio di vene violacee e con una curvatura innaturale che prometteva dolore e piacere. La dimensione era sproporzionata rispetto al corpo decrepito, quasi un'appendice mostruosa trapiantata da un altro corpo.
"Girati," sibilò il conte con voce strozzata, le dita che si conficcarono nei fianchi di Giulia come artigli. "Voglio sentire quella bocca da puttana che mi succhia come se avessi vent'anni." Giulia obbedì con un movimento fluido, le ginocchia che affondarono nel tappeto rosso mentre le mani tremanti si posavano sulle cosce magre del vecchio.
Giulia non ebbe tempo per pensare—le dita nodose le afferrarono i capelli con forza brutale, spingendola verso quel membro che pulsava sotto le sue narici. L'odore acre le riempì le narici, un mix di sudore antico e polvere d'ambra che le ricordò gli armadi della nonna. La prima leccata fu un atto meccanico, la lingua che sfiorò la punta violacea con la cautela di chi tocca un ferro rovente. Poi il conte emise un suono gutturale e le scosse il capo come un fantino, costringendola ad ingoiare tutta la lunghezza in un solo colpo. Giulia sentì la gola straziarsi mentre la curvatura innaturale del pene le raschiava il palato, le lacrime che le rigavano il viso prima ancora di rendersene conto.
Giulia aveva sempre pensato che succhiare fosse un dovere coniugale, un atto meccanico da compiere con le palpebre abbassate e la mente altrove. Marco era piccolo, modesto, e lei aveva imparato a gestirlo con la tecnica precisa di chi maneggia un oggetto familiare. Ma quel cazzo del conte—enorme, pulsante, con vene che sembravano corde sotto la pelle—le stravolgeva ogni precedente conoscenza. La lingua le scivolava lungo la curvatura innaturale, scoprendo un piacere perverso nel sentirla vibrare contro quelle vene gonfie, mentre la gola si allargava a fatica per accogliere quell’intruso.
Il conte emise un rantolo che sembrò venire dalle profondità di una tomba, le dita che si conficcarono nei capelli di Giulia con rinnovata violenza. "Più forte,tesoro," sibilò, il bacino che iniziò a spingere in avanti con movimenti sussultori. Giulia sentì la gola chiudersi mentre il membro le sfondava l'ugola, le lacrime che le bruciavano gli occhi mentre il riflesso del vomito le serrava lo stomaco. Un sapore metallico le riempì la bocca—sangue, probabilmente dalla gola lacerata.
Il conte tirò indietro i fianchi con uno strappo violento, liberando la bocca di Giulia con un suono umido che le fece rabbrividire. Le dita le rimasero attorcigliate nei capelli mentre la costringeva a guardare in alto, verso il suo viso contratto dall'eccitazione. "In piedi," ordinò, la voce un sibilo roco. "Voglio vederti camminare fino al letto. Oscena come una troia ."
Giulia obbedì con movimenti fluidi, il corpo che sembrava muoversi da solo sotto lo sguardo divorante del conte. Si avvicinò al letto a baldacchino, le dita che affondarono nel velluto rosso del copriletto mentre si posizionava sulle ginocchia al bordo del materasso. Sentì la stoffa fresca contro le sue cosce nude, un contrasto stridente con il bruciore che ancora le pulsava tra le gambe dopo le violenze della notte precedente.
"Mettiti a quattro zampe e apri le cosce. Fammi vedere il buco del culo," ordinò il conte con voce strozzata, le dita che già si tendevano nell'aria come artigli pronti a ghermire. Giulia obbedì con un movimento fluido che nascondeva il tremore interno, le ginocchia che affondarono nel velluto del letto mentre le mani si posizionavano davanti a lei, le braccia tese a sostenere il peso del corpo. Sentì l'aria fredda della stanza accarezzarle le parti più intime mentre separava lentamente le cosce, offrendo allo sguardo del vecchio lo spettacolo completo della sua sottomissione.
La lingua del conte tornò a scivolare tra le sue cosce con una lentezza agonizzante, ogni scivolata umida che sembrava tracciare percorsi di fuoco sulla sua pelle già sensibile. Giulia sentì le dita del vecchio aprirle le natiche con una precisione chirurgica, l'aria fredda che le accarezzò l'ano ancora arrossato mentre un gemito le sfuggì dalle labbra serrate. "Dimmi che lo vuoi," sibilò il conte, la voce un filo roca che le scivolò lungo la schiena come un coltello smussato. "Dimmi che vuoi il cazzo del tuo padrone nel culo."
Il respiro di Giulia si fece affannoso mentre le dita del conte le divaricavano le natiche con una pressione quasi dolorosa. Sentiva il calore umido del suo alito sull'ano ancora irritato, quella lingua ruvida che già ne pregustava l'accesso. "Dimmi che lo vuoi," ripeté il vecchio, e questa volta la punta del bastone d'argento le sfiorò la coscia interna, fredda e minacciosa.
"Si, padrone," ansimò Giulia con voce roca, le labbra che tremavano mentre il desiderio e la vergogna si mescolavano in una strana ebbrezza. "Mettimelo nel culo... fammi tua." Le parole le uscirono come una litania, più sincere di quanto avesse immaginato. Non era solo sottomissione—era un bisogno viscerale di sentirsi posseduta, marchiata, trasformata in qualcosa di diverso dalla moglie perbene che era stata fino al giorno prima.
La punta del cazzo del conte sfiorò l'ano di Giulia con una precisione crudele, quel rigonfiamento violaceo che sembrava pulsare di vita propria contro la sua carne arrossata. Quando la pressione aumentò, Giulia affondò le dita nel velluto del copriletto, le unghie che strapparono il tessuto pregiato mentre un gemito le sfuggì dalle labbra serrate. Non era dolore, non proprio—era una sensazione lacerante di pienezza che le faceva contorcere la schiena in un arco perfetto, come se il suo corpo cercasse di accogliere quell'intruso mostruoso scivolando via da esso e attirandolo dentro allo stesso tempo.
Giulia aveva voglia di averlo tutto dentro, quella pulsione improvvisa che le faceva contrarre i muscoli intorno al membro del conte come un guanto di velluto stretto. Un bisogno primitivo, più forte della razionalità, che la spingeva ad arretrare con i fianchi mentre lui spingeva in avanti, creando un movimento a pistone che strappò a entrambi un gemito strozzato. Le dita del vecchio le affondarono nei fianchi come artigli, le unghie giallastre che le lasciarono lividi a forma di mezzaluna mentre la curvatura innaturale del suo pene raschiava un punto segreto dentro di lei, facendole vedere stelle bianche dietro le palpebre chiuse.
"Spingi, padrone... fammelo sentire tutto dentro," gemette Giulia con voce strozzata, le parole che le uscivano dalle labbra come un filo di bava lucida. Le dita affondarono più profondamente nel velluto del copriletto mentre il bacino arretrava incontro alla spinta del conte, in un movimento fluido che sembrava dettato da un istinto animale. Il corpo del vecchio si piegò su di lei come un albero malato sotto il vento, le ossa che scricchiolavano mentre spingeva con una forza sorprendente, ogni centimetro che guadagnava dentro di lei segnato da un suono umido e carnale.
Il suono stridulo del cellulare squarciò l'aria carica di sudore e gemiti, un'interruzione così violenta che il conte sussultò, il membro ancora conficcato nel retto di Giulia. Lo squillo persistette, metallico e insistente. Giulia riconobbe la suoneria—Marco.
"Rispondi," sibilò il conte contro la nuca di Giulia, le dita nodose che le serrarono i fianchi con forza rinnovata mentre il telefono continuava a squillare sul comodino. "Digli cosa stai facendo in questo momento." La voce del vecchio era un filo rauco, carica di un'avidità perversa che fece rabbrividire Giulia più del membro ancora conficcato nel suo retto.
Giulia allungò il braccio tremante verso il comodino, le dita che sfiorarono il cellulare mentre l'altra mano si aggrappava al bordo del letto per non crollare sotto le spinte del conte. Il dispositivo le scivolò tra le dita come un pezzo di ghiaccio, bagnato dal sudore delle sue palme, prima che riuscisse a portarlo all'orecchio. "Amore..." sussurrò, la voce che le si spezzò in un gemito quando il conte le affondò dentro con un colpo secco, le anche nodose che le battevano contro le natiche con un ritmo crudele.
"Amore... cosa stai facendo?" Marco sussultò all'altro capo del telefono, la sua voce un misto di preoccupazione e sospetto che tagliò come un coltello attraverso il gemito strozzato di Giulia.
"Amore... sto facendo il mio... dovere di schiava," sussurrò Giulia tra un respiro affannoso e l'altro, le parole che le uscivano a scatti mentre il conte le martellava il retto con colpi precisi che facevano tremare il letto a baldacchino. "Il padrone... mi sta rompendo... il culo." La frase le bruciò in gola più della vergogna stessa, mentre sentiva il telefono scivolarle dalle dita sudaticce sul velluto rosso del copriletto.
Il corpo del conte iniziò a tremare come un albero spazzato dal vento, le vene delle tempie che pulsavano sotto la pelle traslucida mentre un lungo gemito gorgogliante gli usciva dalla gola. Giulia sentì il membro pulsare dentro di lei con ritmi sempre più frenetici, poi un getto caldo che le riempiva il retto in ondate successive, ogni spruzzo accompagnato da un rantolo senile che le faceva rabbrividire la schiena. "Eccolo, il tuo padrone ti riempie per la prima volta," sibilò il conte contro la sua nuca, le dita che le serravano i fianchi con forza quasi ossessiva mentre l'ultima stilla di seme le colava dentro.
Il conte si abbatté su di lei come un albero morente, le ossa fragili che scricchiolavano sotto lo sforzo mentre il suo seme continuava a pompare dentro il retto di Giulia in spasmi irregolari. Il telefono, ancora appoggiato sul velluto del copriletto, trasmetteva ogni singhiozzo, ogni gemito soffocato, ogni schiaffo umido di carne contro carne. Dall'altro capo della linea, Marco rimase immobile, l'orecchio premuto contro lo schermo del cellulare come se quella connessione potesse trasportarlo fisicamente nella stanza, tra quel letto a baldacchino e sua moglie che si contorceva sotto un vecchio.
Lei lo sentì pulsare dentro di sé come un secondo cuore impazzito, ogni getto che le riempiva le viscere mentre un orgasmo inaspettato la travolgeva—un’onda di piacere sporco che le fece contorcere la schiena in un arco perfetto, le unghie che strapparono il velluto del copriletto in brandelli lucidi. poi con la faccia affondata sulle lenzuola accanto al telefono "Padrone... mi sta... riempiendo tutta," gemette con voce rotta, le parole che si confusero con il rantolo senile del conte che le colava sulla nuca come cera calda.
"Trattienilo dentro, padrone... sto venendo anche io!" urlò Giulia con un grido strozzato che le strappò la gola, le dita che affondarono nel velluto del copriletto come artigli mentre l'orgasmo la travolse con la forza di un treno merci. Sentì il seme del conte stillarle dentro in pulsazioni calde e irregolari, ogni spruzzo che le dilatava il retto già martoriato mentre il suo stesso corpo si contraeva intorno a quel membro ancora pulsante.
"Giulia... Giulia... stai bene chiese....arrivo da te!" La voce di Marco esplose dal telefono abbandonato sul velluto rosso, distorta dall'eco della stanza e dalle urla strozzate di Giulia. Le parole rimbalzarono contro le pareti imbottite come pallottole, mentre il conte, ancora infilzato nel retto di Giulia, sollevò il viso grinzoso con un ghigno carnivoro.
"Sto bene, amore... sono venuta anche io," ansimò Giulia tra i singhiozzi, il viso premuto contro il velluto umido del copriletto mentre il telefono le sfiorava la guancia. "Ho goduto tanto... stai tranquillo, è tutto a posto." Le parole le uscirono come un mantra contorto, più sincere di quanto avrebbe voluto ammettere. Il corpo ancora tremava per l'orgasmo che l'aveva spezzata in due, mentre il seme del conte le colava lungo le cosce in rivoli tiepidi.
Marco spinse la pesante porta del castello con uno strattone che fece vibrare le vetrate, il fiatone che gli increspava il petto mentre saliva i gradini due alla volta. Il sole filtrato dalle alte finestre a sesto acuto disegnava strisce oblique sul tavolo da pranzo, dove il conte e Giulia lo attendevano come due statue di cera. Lei indossava un vestito di seta nera così aderente che sembrava verniciato sulla pelle, lo scollo a cuore che lasciava intravedere i lividi violacei sulle clavicole. "Bentornato, schiavo," disse il conte senza alzare lo sguardo dal piatto, sei in perfetto orario, siediti la cameriera sta servendo il primo piatto. In silenzio consumarono il pranzo. Nessun cello a quanto accaduto da parte di nessuno. Alla fine quando la cameriera porto il caffe il conte disse: "Tua moglie ha appreso bene quale sono i suoi dovere di schiava e si è meritata un premio extra che aspettavo te per darle." Prese dalla tasca un pacchetto di banconote da 50 euro e glieli porse.
"Grazie padrone" disse Giulia, spero di essermele meritate.
"Certo che te le sei meritate tesoro, tu meriti molto altro" poi si alzò " io vado a riposare mi sono stancato oggi, e si diresse in camera sua.
"Svegliatemi non prima della 17 disse"
"Certo padrone disse Giulia, vuoi che ti porti il caffe quando ti verro a svegliare?"
"Si tesoro lo gradirò" e si allontanò.
"Vuoi che ti porti il caffe quando verro a svegliarti" disse marco scimmiottando le parole di giulia. "Sei gia diventata la sua puttana."
"era quello che volevi, siamo qua per questo." poi contando i soldi che il conte le aveva messo in mano. " Settecento euro... ed ho pure goduto, che vogliamo di più."
Poi li porse a Marco "Tieni così ti calmi e ti rassegni. Ora puoi comprarti il cellulare nuovo."
"Andiamo in camera," disse Marco con voce strozzata, gli occhi che bruciavano di un possesso rancoroso mentre le dita le serravano il polso come una manetta. "Abbiamo un patto—dopo che ti scopa lui, devo scoparti anch'io. Così torni ad essere mia." Giulia lo seguì senza resistenza, un sorriso ambiguo che le incurvava le labbra mentre pregustava un altro orgasmo—meno intenso, certo, ma pur sempre un piacere.
Marco la spinse sul letto con violenza, le mani che le strapparono via il vestito di seta come carta bagnata. Giulia non oppose resistenza, il corpo ancora umido del sudore del conte e della sua stessa eccitazione. "Vuoi sapere come mi ha fatto godere, vero?" sussurrò con una voce che era metà sfida e metà invito, le dita che si insinuarono tra le cosce di Marco per sentirne l'erezione già rigida.
Marco la guardò con uno sguardo che mescolava disgusto e desiderio, le dita che le affondavano nei fianchi dove le unghie del conte avevano lasciato lividi violacei. "Dimmi tutto," sibilò, la voce un misto di rabbia ed eccitazione che gli faceva tremare le labbra. "Voglio sapere come quel vecchio bastardo ti ha fatto venire."
FINE PRIMA PARTE
"Mi scusi," disse Marco, stringendo quel foglio che ormai sembrava più una condanna che una speranza. Il vecchio continuò a osservare il suo bicchiere, come se le parole fossero solo rumore di fondo. Poi, senza preavviso, appoggiò il palmo della mano sul bancone. Un gesto secco, quasi militare. "Siediti." Non era un invito.
Marco esitò, poi scivolò sullo sgabello accanto all'uomo, sentendo la pelle delle cosce aderire alla plastica sudaticcia del sedile. Nella tasca della giacca, il suo telefono vibrava: la terza chiamata irrisolta della banca in tre giorni.
"Ho letto il suo annuncio," disse Marco, e immediatamente si pentì di come quelle parole erano uscite, troppo veloci, troppo disperate. Il vecchio finalmente girò la testa, e per la prima volta Marco vide i suoi occhi: grigi come l'acciaio di un bisturi, senza un alone di bianco intorno alle pupille dilatate. "Davvero?" sussurrò l'uomo, e quel tono basso fece rabbrividire Marco più di un urlo. "Allora sai già che non cerco camerieri." Unghie sporche di tabacco graffiarono il bordo del bicchiere. "Cerco proprietà."
"Non camerieri?" ripeté Marco, la lingua improvvisamente pesante. Gli sembrava di aver ingoiato sabbia. Il vecchio sorrise per la prima volta, un'espressione che non raggiunse gli occhi. "Esatto, non camerieri. Ma la proprietà di una coppia giovane con lei molto bella e sensuale."
Il vecchio estrasse dalla tasca interna del cappotto un foglio di pergamena ingiallito, spiegato con cura maniacale. Marco lo fissò mentre le dita nodose lo appiattivano sul bancone macchiato di caffè. "Leggi ad alta voce," ordinò l'uomo, puntando un'indice deformato dall'artrite contro la prima riga. La scrittura era fitta, in un corsivo antiquato che sembrava scavato nella carta con un coltello.
Marco sentì la gola seccarsi mentre leggeva quelle parole incise sulla pergamena, ogni sillaba un colpo al cuore. "Il contratto prevede trasferimento di proprietà totale e irrevocabile di due individui, Marco e Giulia Lombardi, al sottoscritto, conte Ludovico D'Ambrosio." Le dita gli tremavano mentre sfioravano i caratteri inchiostrati, quasi fossero ancora umidi. "In cambio," continuò a leggere con voce strozzata, **Si garantisce una vita da signori con il soddisfacimento di ogni necessità per realizzarla oltre e vitto e alloggio nel castello di proprietà del conte, e compenso mensile di cinquemila euro netti e alla morte del conte la proprietà del castello sarebbe andata a loro.** "Se accettate, alla firma del contratto, vi spiegherò bene le vostre mansioni, soprattutto quelle di sua moglie"
Marco sentì il telefono vibrare di nuovo nella tasca, era sempre la banca che lo cercava. "Hai un giorno," disse il conte, senza guardarlo, . Marco annuì, anche se sapeva che l'uomo non lo stava guardando, e scivolò giù dallo sgabello con le gambe che cedevano.
Marco non ricordò nemmeno come fosse tornato a casa. Aveva camminato con la mente offuscata senza curarsi del mondo che lo circondava. Le scale del palazzone popolare gli si incollarono ai polpacci come sabbie mobili, ogni gradino un ostacolo tra quel bar e la porta di casa dove Giulia lo aspettava con la solita cena riscaldata. Il telefono continuava a vibrare nella tasca, ma ormai era diventato un rumore di fondo, come il ronzio di un insetto intrappolato. Quando infilò la chiave nella serratura, le dita gli scivolarono tre volte sul metallo sudato.
" Ha chiamato il proprietario di casa, pretendo l'affitto arretrato entro fine mese altrimenti ci sfratta" disse giulia mettendo a tavola la cena. Marco non riusciva a guardare Giulia negli occhi mentre mescolava il riso nel piatto, facendo rotolare i grani da una parte all'altra come se potessero nascondere la verità.
"La banca mi ha chiamato quattro volte oggi, vuole il ripianamento del conto corrente."
"Come faremo. " incalzò Giulia
"Forse c'è una soluzione," disse alla fine, la forchetta che scivolò dalle dita con un tonfo sordo sul linoleum consumato. Il silenzio che seguì fu così denso che sentirono entrambi il ticchettio del rubinetto che perdeva in cucina, goccia dopo goccia, come un conto alla rovescia.
"Ho trovato un modo per saldarci dai debiti," disse Marco, le parole che gli uscivano dalla bocca come sassi. Giulia smise di mescolare il riso, la forchetta sospesa a mezz'aria. "Un modo?" ripeté, e Marco vide il riflesso della lampadina tremolante negli occhi di lei, quell'unica luce che ancora tenevano accesa per risparmiare sulla bolletta.
"Ma ci sono delle condizioni da rispettare." aggiunse Marco.
Sentì la saliva rapprendersi in gola mentre osservava Giulia assorbire quelle parole come assorbe la terra la pioggia dopo mesi di siccità. "
"Qualsiasi condizione da sopportare mi sta ben, purché serva a farci uscire da questa situazione ormai non più sopportabile.
Marco spiegò per sommi capi di cosa si trattasse e del colloqui con in conte.
Giulia abbassò gli occhi sul piatto, dove il riso ormai freddo sembrava aver assunto la consistenza del gesso. "Cinque... mille euro al mese?" sussurrò, e Marco vide le sue dita stringersi attorno al bordo del tavolo fino a schiacciare le nocche bianche. Non era una domanda, ma l'eco di una resa. Di una proposta che non si poteva rifiutare.
La luce del sole che entrava dalla finestra sembrava una lama tagliare il silenzio tra loro. Marco fissò le crepe nel muro sopra la testa di Giulia, quelle stesse crepe che ogni notte contava mentre il soffitto scricchiolava sotto il peso dei debiti. "Non ci sono altre opzioni," disse, e la sua voce era più ruvida della carta vetrata. Giulia non alzò lo sguardo, ma le sue dita smisero di tormentare l'orlo del grembiule. Un grembiule che aveva il colore sbiadito di tutte le rinunce.
La bilancia del frigorifero era vuota da tre giorni, ma quel vuoto pesava più di qualsiasi pietra. Marco osservò Giulia mentre lei fissava il conto della luce ancora aperto sul tavolo, le cifre rosse che sembravano sanguinare attraverso la carta sottile. "Non abbiamo scelta," sussurrò lui, e le parole gli bruciarono la lingua come acido. Il silenzio che seguì fu rotto solo dal gemito della sedia quando Giulia si alzò, le ginocchia che scricchiolavano come porte di cantine abbandonate.
"Di sua proprietà," ripeté Giulia, le parole che le uscivano dalle labbra come un sasso nello stomaco. Non era una domanda, ma una constatazione, l'ultimo gradino prima del precipizio. La forchetta le scivolò di mano, rimbalzando sul pavimento con un suono metallico che sembrò risuonare per minuti. Marco annuì senza guardarla, gli occhi fissi sulla macchia di umidità a forma di Italia che da anni marciva sul soffitto. "Sì," disse, la voce più ruvida del linoleum consumato sotto i loro piedi. "Ma in cambio avremo i cinquemila euro ogni mese. Vitto, alloggio. E il castello, quando lui... quando non ci sarà più."
"E poi," aggiunse Marco con una voce che cercava di essere convincente mentre le dita gli tamburellavano nervosamente sul tavolo, "ci pagherà anche i vestiti. Tutto quello che vorrai. Cellulari nuovi, un computer, vestiti eleganti... Biancheria di seta, gioielli." Le parole gli uscivano a scatti, come se stesse elencando merce in un mercato piuttosto che descrivere una vita. "Per fare la signora, quando sarai fuori dal castello."
"Questo fuori dal castello," disse Giulia, la voce che si spezzava come un filo tirato troppo. Le mani le tremavano mentre si asciugavano le dita sul grembiule, lasciando striature umide sulla stoffa logora. "Ma nel castello... che dovrei fare?" chiese, e questa volta le parole le si incastrarono in gola come spine.
Marco non rispose subito. Il suo sguardo scivolò verso la finestra, dove il sole del tramonto tingeva i palazzi di un rosso opaco, come sangue vecchio. Giulia vide le sue labbra incrinate muoversi senza suono, poi sentì le sue dita fredde stringerle il polso con una pressione che non era né conforto né minaccia, ma semplicemente l'unico modo che conosceva per trasmettere ciò che le parole non potevano. "Quello che ti chiederà," sussurrò alla fine, e ogni sillaba sembrò costargli un frammento di anima.
"E cosa potrà chiedermi?" chiese Giulia, le labbra così secche che le sillabe si spezzarono in un bisbiglio roco. Le sue dita si aggrapparono al bordo del tavolo come naufraghi a una zattera, le nocche bianche che spiccavano contro il legno scrostato. Marco abbassò lo sguardo sul groviglio delle loro ombre proiettate dal lampadario tremolante - due figure curve che sembravano già inchinarsi davanti a un padrone invisibile.
"Tutto," disse Marco, e la parola cadde tra loro come un macigno. Non aveva bisogno di aggiungere altro. Giulia sentì il gelo salirle dalle caviglie alla nuca, un brivido che non era solo paura, ma qualcosa di più antico: il riconoscimento di un destino già scritto. Le labbra di Marco erano due linee grigie nel viso scavato, e quando si schiarì la voce, il suono fu quello di una porta di cella che cigola. "Ma soprattutto te." aggiunse, gli occhi che finalmente la incrociarono, e in quel momento Giulia capì che la risposta era sempre stata lì, sospesa tra loro come la polvere nel raggio di sole che tagliava la cucina.
"Il mio corpo sarà suo?" chiese Giulia, la voce che si incrinò sull'ultima sillaba come vetro sotto una pressa. Le dita le si aggrapparono al grembiule, striato di farina e vecchie macchie di sugo, come se quel pezzo di stoffa logora potesse ancora proteggerla. Marco non rispose subito. Il suo sguardo scivolò verso la finestra, dove le tende sfilacciate ondeggiavano nell'aria stagnante, rivelando il panorama di palazzoni che sembravano prigioni verticali. "E a te sta bene?" incalzò Giulia.
"Se per cambiare vita e fare la vita da signori, posso anche accettarlo." rispose Marco, le parole che gli uscirono a denti stretti mentre osservava la propria mano tremare sopra il tavolo.
"Vuoi che diventi la sua puttana?" chiese Giulia, e la parola rimase sospesa. Non era un'accusa, né una supplica, ma una constatazione cruda che squarciava il velo delle perifrasi. Marco sentì il sudore freddo scendergli lungo la schiena, mentre le dita gli si arricciavano attorno al bordo del tavolo come artigli.
"La sua amante, direi," rispose Marco, le parole che gli si incastrarono in gola . Giulia rimase immobile, il respiro sospeso tra le labbra socchiuse, come se quelle tre parole avessero fisicamente attraversato il suo corpo. "Non una puttana," precisò lui con voce roca, "ma la donna che soddisferà i suoi desideri quando lui lo chiederà." Il silenzio che seguì fu interrotto solo dal rumore del rubinetto che continuava a perdere, goccia dopo goccia, come un orologio che segnava il tempo rimasto.
"E fra di noi?" chiese Giulia, la voce che le tremava come una foglia d'autunno prima di staccarsi dal ramo. Le sue dita si strinsero attorno al polso di Marco con una forza che non sapeva di avere, le unghie che affondarono nella sua pelle come radici disperate. "Fra di noi nulla cambierà," rispose lui, abbassando lo sguardo sulle loro mani intrecciate, dove il suo anello nuziale luccicava opaco sotto la luce fluorescente. "Sarai sempre mia moglie. E questa cosa..." esitò, cercando le parole come si cercano monete nel buio, "...renderà più solido il nostro legame. Anche dal punto di vista sessuale."
"Avrai la voglia di scoparmi magari dopo che mi avrà scopata lui?" chiese Giulia, e le parole le si incastrarono in gola come spine. Non aveva alzato lo sguardo dal tavolo, dove le sue dita tracciavano nervosi cerchi sul legno scrostato, seguendo le venature come fossero mappe di territori perduti.
"Certo, aspetterò con ansia che tornerai nel mio letto dopo che sarai stata con lui," sussurrò Marco, le labbra che sfiorarono l'orecchio di Giulia mentre le mani le scendevano lungo i fianchi, afferrandola con una ferocia nuova. La sentì irrigidirsi sotto le sue dita, il respiro che si fece più corto, quasi trattenuto. "Ti desidererò ancora di più," aggiunse, la voce roca mentre seppelliva il viso nel suo collo, annusando quel profumo di sapone economico che ormai conosceva a memoria. "Saprò che sei stata sua, e questo... questo mi ecciterà come niente prima e poi ti faro nuovamente mia. Ti faro godere più di quanto ti avrà fatto godere lui."
Giulia si irrigidì quando le mani di Marco le strinsero i fianchi con un’urgenza che non le aveva mai mostrato in dieci anni di matrimonio. Sentì il suo respiro diventare affannoso, caldo contro la sua nuca, mentre le sue dita le scivolavano sotto la maglietta logora, le unghie che graffiavano la pelle nuda con un possessività nuova. Marco l'aveva fatto girare con uno scatto brusco, le dita che le affondarono nei fianchi come artigli. "Marco..." sussurrò Giulia, ma la protesta le morì in gola quando sentì qualcosa di duro e caldo premere contro la sua schiena attraverso i jeans di lui. Non era solo la disperazione a farlo tremare, ma un’eccitazione viscerale che lo stava trasformando sotto le sue dita.
Il rumore della cerniera dei jeans che si apriva squarciò il silenzio della cucina. I pantaloni gli scivolarono lungo le gambe, impigliandosi alle caviglie mentre spingeva Giulia contro il tavolo, il legno che scricchiolò sotto il loro peso come un avvertimento.
Marco le alzò la gonna con un movimento brusco, Giulia sentì l'aria fredda della cucina sulla pelle nuda delle natiche un attimo prima che le mutandine di cotone sbiadito le scivolassero giù lungo le cosce, fermandosi a mezz'aria come bandiera di resa. "Aspetta—" tentò di dire, ma la voce le morì in gola quando sentì la punta del cazzo di Marco, già lubrificata di precum, scivolare tra le sue chiappe con una pressione che non chiedeva permesso.
Giulia capì che glielo avrebbe messo nel culo un attimo prima che la punta del cazzo le premesse contro quel buco stretto. Un lampo di panico le attraversò gli occhi mentre la saliva si rapprendeva in gola. Dieci anni di matrimonio e mai una volta che Marco avesse osato chiederle quello. Ma ora le dita di lui già le separavano le natiche con una decisione che non ammetteva discussioni, le unghie che affondavano nella carne morbida come uncini. Senza pensarci, Giulia si portò una mano alla bocca, infilò due dita tra le labbra e le inumidì di saliva tiepida prima di raggiungere dietro, sfiorando quel nodo di muscoli contratti. "Così..." sussurrò, più a sé stessa che a lui, mentre le dita bagnate gli preparavano la strada.
Giulia sentì il primo centimetro aprirsi dentro di lei come una firma sul contratto che ancora puzzava di whisky e disperazione. La saliva non bastava, lo capì subito dal modo in cui i muscoli le si strappavano attorno a quel cuneo di carne che non chiedeva permesso. Marco non la stava scopando, la stava marchiando—con ogni spinta, con ogni gemito strozzato che le usciva dalla gola, le rammentava che da quel momento in poi ogni buco sarebbe stato proprietà di qualcun altro.
Marco le affondò le dita nei fianchi con una forza che le lasciò lividi a forma di luna crescente. "Sarò io il primo," sussurrò contro la sua nuca, la voce rotta da un respiro che sapeva di birra economica e adrenalina. "Prima che lui ti tocchi, prima che quel vecchio posi un dito su di te, voglio che sia il mio seme a marcarti dentro." . Giulia sentì le proprie labbra vibrare—non per la paura, ma per la strana eccitazione che le serpeggiava nelle vene come un veleno a lento rilascio.
Giulia trattenne il respiro mentre sentiva il cazzo di Marco premere contro la sua entrata ancora stretta, la punta già bagnata di precum che sembrava voler sigillare il patto con il sudore più che con la saliva. "Aspetta, fai piano..." mormorò, ma la voce le si perse in un gemito quando lui le affondò dentro senza pietà, riempendola con un solo colpo secco che le fece vedere stelle.
"Va bene così?" Marco le sussurrò contro la nuca. Le sue dita le serrarono i fianchi con una forza che lascerà lividi a forma di mezzaluna, mentre il cazzo le affondava nel culo con una brutalità che non aveva mai osato in dieci anni di matrimonio. Poi in Giulia il piacere prese il sopravvento. "Si, così, scopami il culo, fallo tuo e fammi godere." Ogni parola era un colpo di frusta, una promessa velenosa che si insinuava sotto la sua pelle insieme al dolore misto a piacere. Giulia sentì le proprie unghie affondare nel legno del tavolo, lasciando solchi profondi nella vernice scrostata, mentre il corpo le si arcuava sotto quelle spinte che non chiedevano permesso ma prendevano possesso.
Giulia sentì le labbra di Marco bruciarle sulla nuca mentre il suo cazzo le devastava il culo Ogni spinta era una firma sul contratto non scritto tra loro, una promessa sporca sigillata con il dolore che le serpeggiava lungo la colonna vertebrale e l'eccitazione che le faceva tremare le ginocchia. "Così, sì, ti prendo tutta," ansimò Marco, la voce rotta da un desiderio che sapeva di vendetta e resa, le dita che le affondavano nei fianchi come artigli. "E quando tornerai nel mio letto dopo essere stata con lui, " aggiunse "con la sua puzza addosso e il suo seme ancora caldo dentro di te, il mio cazzo che ti riempirà di nuovo e tornerai ad essere ancora una volta mia."
"Si amore," ansimò Giulia mentre il corpo le si torceva sotto le spinte sempre più violente di Marco, le sue parole che si confondevano con i gemiti strozzati. "Per quando lui mi possa scopare, sarò sempre tua." Sentì le dita di Marco stringerle i fianchi con una forza che le prometteva lividi a forma di mezzaluna, mentre il suo cazzo le dilaniava il culo con una brutalità che non avrebbe mai creduto possibile. Ogni centimetro che le entrava dentro era una firma sul contratto invisibile tra loro, sigillato con dolore e un piacere così intenso che le faceva tremare le ginocchia. "Ed ora spingi più forte," gli ordinò con voce roca, girando appena la testa per cogliere il suo sguardo selvaggio. "Sborrami dentro, sto per venire anch'io."
Marco le scaricò dentro con un urlo strozzato, il cazzo che pulsava violentemente mentre fiumi di sborra calda le inondavano il culo stretto. Giulia sentì il liquido scivolarle lungo le cosce come cera sciolta, mentre il suo corpo era scosso da fremiti incontrollabili—non solo per l'orgasmo che l'aveva travolta, ma per la consapevolezza che quella sarebbe stata l'ultima volta che Marco la prendeva come sua e soltanto sua. Il tavolo scricchiolò pericolosamente sotto il loro peso, i piatti sporchi che tremavano come in una scossa tellurica, mentre il seme di lui colava sul pavimento insieme alle loro certezze.
La mattina dopo, il silenzio nella loro camera da letto era spesso come la polvere che danzava nei raggi di sole. Giulia si svegliò con il peso di Marco addosso, il suo braccio gettato sopra il suo fianco come una catena. Le lenzuola puzzavano ancora di sudore e sesso, e il dolore al culo le ricordava ogni movimento della notte precedente. Si voltò lentamente, scrutando il viso di Marco mentre dormiva: le labbra serrate, le sopracciglia aggrottate, come se anche nel sonno stesse discutendo con il destino.
Il telefono squillò alle 7:23, un suono metallico che squarciò l'aria stagnante della camera. Giulia lo afferrò prima che potesse svegliare Marco, le dita che tremavano sul vetro freddo dello schermo. Un numero sconosciuto. "Pronto?" sussurrò, la voce ancora roca dal sonno e dal pianto soffocato nella notte.
"Buongiorno, signora Lombardi, ho ricevuto il messaggio di suo marito e sono contento che abbiate deciso di accettare la mia proposta" Era lui, il conte. Le dita le si strinsero attorno al telefono mentre un brivido le correva lungo la schiena. "Alle undici verrà una macchina a prendervi. Portate solo ciò che vi sta più a cuore. Il resto verrà fornito." La chiamata si interruppe senza un arrivederci, lasciando Giulia a fissare lo schermo nero, le labbra ancora socchiuse in una domanda mai formulata.
Giulia sveglio il marito e l'avviso della telefonata. I due si prepararono in attesa che arrivasse l'auto a prenderli. Inconsciamente Giulia indosso un intimo sexy sperando di fare una buona impressione al conte.
La macchina nera e lucida si fermò davanti al loro palazzo. Giulia contò i gradini mentre scendeva, ogni scalino un distacco dal mondo che conosceva. Marco stringeva la loro valigia come uno scudo. L'autista, un uomo alto con occhi che non sorridevano, aprì la portiera senza una parola. L'interno odorava di pelle nuova e un qualcosa di antico.
La macchina scivolò lungo i viali alberati come un coltello nel burro, le ruote che frusciavano sulla ghiaia perfetta del viale privato. Giulia fissò le proprie mani intrecciate in grembo, le nocche bianche che spiccavano contro il tessuto grezzo della gonna, l'unico indumento decente che possedeva ancora. Attraverso il finestrino, il castello si ergeva all'improvviso—un mostro di pietra grigia con torri che parevano artigli pronti a ghermirli. Marco deglutì forte accanto a lei, con un suono secco .
Il cancello si aprì con un cigolio che sembrò durare un secolo. Giulia sentì le unghie affondarsi nel palmo mentre la macchina avanzava lungo il vialetto lastricato, ogni metro che li avvicinava all'imponente portone del castello le serrava un po' più la gola. L'autista scese senza una parola, aprendo la portiera con un gesto meccanico.
Giulia fissò i torrioni del castello che svettavano contro il cielo plumbeo, e per un attimo li vide già suoi—le loro lenzuola stese ad asciugare dalle finestre, i loro mobili nella sala d'armi, i loro figli (se mai ne avessero avuti) che correvano lungo quei corridoi di marmo. Un futuro intero si dispiegò nella sua mente come un arazzo prezioso: lei seduta al posto del conte nell'alcova, Marco che firmava documenti con l'inchiostro nero degli affari conclusi. E tutto questo, pensò stringendo le mani a pugno, in cambio di qualche ora di disagio ogni settimana. Quel vecchio puzzava già di morte—bastava guardargli le unghie giallastre e il tremolio delle palpebre per capire che il suo cuore batteva a prestito.
Giulia calcolò mentalmente i battiti del vecchio mentre attraversavano il salone d'ingresso, il suo passo incerto che sembrava sincronizzarsi con il ticchettio di un orologio a muro. *Se lo faccio venire due volte al giorno invece che una*, pensò osservando le vene bluastre che serpeggiavano sulle mani nodose del conte, *quanto ci metterà quel cuore a cedere?* Le labbra le si inumidirono senza volerlo, non di desiderio ma di un calcolo crudele che le serpeggiava sotto la pelle come mercurio.
Giulia strinse le labbra mentre attraversavano l'atrio a mosaico, sentendo il peso dello sguardo del conte scivolarle lungo la schiena come un ragno. Quel pensiero—quel piccolo, velenoso calcolo—le pulsava nelle tempie più del battito accelerato. Marco camminava accanto a lei, rigido come un soldato, ma era chiaro che vedeva solo il castello, i soldi, la salvezza. Non vedeva le occhiaie violacee del conte, il modo in cui la mano gli tremava nell'appoggiarsi al bastone, il respiro corto dopo pochi scalini.
Giulia incrociò le gambe sotto la gonna, sentendo la stoffa ruvida dello sgabello pizzicare la pelle nuda delle cosce. La stanza da pranzo dove conte li attendeva odorava di cera d'api.
Il conte sorrise con un ghigno che scoprì denti gialli come avorio antico. "Nella vostra stanza, quella in fondo al corridoio accanto alla mia," disse a Giulia, il bastone d'argento puntato verso l'oscurità del vestibolo, "Ho fatto preparare dei vestiti adeguati. Alla sua misura... e al suo ruolo in questa casa. Seguitemi"
Giulia e Marco seguirono il conte lungo il corridoio, e quando la porta si aprì, il respiro le si fermò in gola. Non era la stanza tetra che si aspettava, ma un ambiente luminoso dai toni crema e oro, con grandi finestre che lasciavano entrare il sole. I mobili erano minimalisti, linee pulite e metalli lucidi, un contrasto stridente con le antiche mura del castello. "Mi piace..." mormorò senza volerlo, le dita che sfiorarono il marmo fresco del comodino.
Il conte estrasse dalla tasca interna della giacca una busta gialla. "Cinque mila euro, come pattuito," disse porgendo la busta a Marco, "Prenda la macchina, si faccia consegnare le chiavi e si faccia spiegare il funzionamento da Pasquale, il mio autista che oggi va in pensione. Vada in banca a saldare il suo debito, così avrà la mente libera da pensieri."
Marco afferrò la busta con le dita che tremavano leggermente, il peso del denaro più consistente di quanto si aspettasse. Il conte osservò il modo in cui le sue nocche si sbiancarono stringendo alla busta, come se stesse trattenendo non solo soldi ma la propria dignità in forma tangibile. "Torni per l'ora di il pranzo ," aggiunse il vecchio, e la frase suonò come un ordine più che un consiglio. "io intanto mostro a sua moglie il resto della casa."
"Le piace la sua stanza?" chiese il conte, le dita nodose che accarezzavano il pomello d'argento del bastone mentre osservava Giulia scrutare ogni dettaglio.
"È molto bella," rispose lei, la voce che echeggiò lieve tra le pareti imbottite di seta color avorio. Poi lo vide—il vestito disteso sul letto come una seconda pelle abbandonata. Di un rosso così profondo da sembrare tagliato nel velluto di un teatro dell'opera, con scollature che promettevano più di quanto coprissero. Le maniche lunghe terminavano in merletti neri che ricordavano catene stilizzate.
"Questo vestito lo indosserà stasera a cena," disse il conte, il bastone che indicava l'abito come una bacchetta magica pronta a trasformarla. Giulia sentì le labbra seccarsi mentre osservava quello straccio di stoffa che sembrava disegnato per essere strappato via. Le scollature laterali lasciavano intravedere cuciture sottili, studiate per cedere al primo strappo deciso. Senza reggiseno, ovviamente—lo capì dall'arco perfetto della parte superiore, modellato per seni nudi. Il rosso non era un colore, era una dichiarazione.
"Vuole vedere la mia stanza?" chiese il conte, il sorriso che gli increspò le labbra come un lenzuolo tirato su un cadavere. Giulia annuì senza fiato, sentendo il peso di quello sguardo che le scorreva addosso più penetrante di qualsiasi dito. Il vecchio si voltò con un cigolio di giunture malate, il bastone d'argento che batteva sul parquet come un metronomo segnando il tempo che le rimaneva da libera.
Il conte spalancò la porta con un gesto teatrale, rivelando una stanza tappezzata di un rosso così profondo che sembrava pulsare sotto la luce dei candelabri. Le pareti erano ricoperte di velluto, lo stesso tessuto che avvolgeva il letto a baldacchino—un monumento barocco di legno scolpito e drappi che ricadevano come sipari di un palcoscenico privato. Giulia sentì l'odore di sandalo e qualcosa di più acre, muschiato, che le ricordò le pagine ingiallite di un libro antico trovato in un baule.
"Posso darle del tu, mia cara?" chiese il conte con una galanteria che sapeva di vecchia aristocrazia decaduta, le labbra umide che si incurvarono in un sorriso mentre il bastone d'argento tracciava un cerchio nell'aria tra loro. Le dita nodose di lui si posarono sul polso di Giulia con una leggerezza che contrastava con l'avidità del suo sguardo. "Dopotutto," aggiunse, la voce un sussurro raschiante come cartapecora, "tra noi non ci sarà più bisogno di formalità presto."
"Si certo... lei è il mio padrone ormai. Può darmi del tu e ordinarmi ciò che vuole... o mi sbaglio?" Giulia sentì le parole uscire a fatica dalle labbra, mentre le mani le si stringevano attorno alle pieghe della gonna, le nocche bianche che spiccavano contro il tessuto rosso sangue. Il conte emise un suono gutturale, quasi un ringhio soddisfatto, prima di afferrare il suo mento tra pollice e indice, costringendola a guardarlo negli occhi acquosi.
"Ti dispiace essere la mia schiava?" sussurrò il conte con voce roca, le dita nodose che le sfioravano la clavicola come un ragno esplorante. Giulia trattenne il respiro mentre quelle unghie giallastre le scendevano lungo lo sterno, graffiando appena la pelle attraverso il tessuto della blusa. "Dimmi la verità, bambina. Voglio sentirti ammetterlo con quelle labbra carnose."
"No, non mi dispiace," sussurrò Giulia con voce roca, le labbra che tremavano come foglie d'autunno mentre il respiro del conte le sfiorava il collo. "Sono stanca della vita di stenti che ho condotto fino ad ora E so che lei mi regalerai una vita da signora." La frase le uscì di bocca con una dolcezza strana, come se fosse una formula magica che poteva trasformare la vergogna in potere.
"Anche se sei la mia schiava puoi darmi del tu, lo pretendo, pero quando siamo da soli mi dovrai chiamare padrone mi fa eccitare di piu" sibilò il conte, le labbra raggrinzite che si avvicinarono all'orecchio di Giulia mentre una mano le serrava la vita con possesso. "E pretendo che tu mi guardi negli occhi quando parli, come si fa tra amanti." Le dita gli tremavano leggermente, non per emozione ma per quella debolezza congenita che traspariva da ogni suo gesto, come se il corpo gli cedesse sotto il peso degli anni. Giulia obbedì, sollevando lo sguardo verso quegli occhi opachi che riflettevano la sua immagine deformata, come in uno specchio appannato.
"Hai qualche ordine per me, padrone?" chiese Giulia, le parole che le uscivano dalle labbra come un filo di seta tirato troppo stretto. Il conte sorrise, quel sorriso che le ricordava la crepa in un muro antico—qualcosa che sembrava sempre sul punto di crollare. Il bastone d'argento scivolò lungo la sua coscia, freddo come una lama prima del taglio. "Sì, mia cara," sibilò, la voce un raschio di foglie secche. "Voglio che ti spogli davanti a me. Lentamente. Come se fossimo al teatro e il sipario stesse per aprirsi sulla scena più importante."
Le dita di Giulia tremavano mentre si portava alla prima bottone della blusa, il tessuto grezzo che scivolava tra le sue dita come carta vetrata. Ogni bottone che si apriva era un passo più vicino all'abisso, il suono secco del metallo che scattava sembrava echeggiare nella stanza ovattata. Il conte osservava dalla poltrona di velluto, le dita nodose che tamburellavano sul pomello del bastone con il ritmo di un ticchettio d'orologio. Quando la stoffa le scivolò dalle spalle, Giulia percepì l'aria fredda del castello accarezzarle la pelle nuda, facendole rizzare i peli sulle braccia come soldati in formazione.
"Sei bellissima," sussurrò il conte, la voce un filo raschiante che le scivolò lungo la schiena come un coltello smussato. Le sue dita nodose si strinsero attorno al pomello del bastone d'argento, le nocche che diventavano bianche per lo sforzo di contenere l'eccitazione. "Togliti le mutandine. Voglio vedere il tuo culo." L'ordine cadde tra loro come un sasso in uno stagno immobile, le parole che creavano increspature di vergogna e una strana, contorta aspettativa.
"Si, padrone," disse lei, le parole che le uscirono dalla bocca come una preghiera rovesciata. Le dita di Giulia scivolarono lungo l'elastico delle mutandine di cotone, il tessuto che sembrava attaccarsi alla sua pelle come una seconda epidermide. Ogni millimetro di stoffa che scendeva rivelava un pezzo in più di quella carne che non era più sua, ma del conte—e forse, in quel momento, anche di Marco, che da qualche parte della citta contava soldi mentre lei si spogliava per un vecchio. Le mutandine le caddero ai piedi con un fruscio appena percettibile, come foglie morte in autunno.
Giulia si voltò lentamente, il movimento studiato come quello di una ballerina sul palco, sentendo lo sguardo del conte bruciarle la schiena più del sole attraverso le finestre. Con un respiro che le tremava in gola, si piegò in avanti fino a formare un angolo perfetto, le mani che afferrarono le natiche con decisione per separarle. Il suo ano, ancora arrossato dalle violenze della notte precedente, si offrì alla vista del conte come un bersaglio vivo, pulsante—un fiore carnale sbocciato apposta per lui.
Il conte emise un suono che poteva essere un gemito o un rantolo, le vene delle tempie che pulsavano sotto la pelle traslucida mentre si alzava dalla poltrona con uno scatto innaturale. Il bastone d'argento cadde con un tonfo soffice sul tappeto mentre le sue dita, secche come rami d'inverno, afferrarono i fianchi di Giulia con una forza sorprendente. "Perfetta," sibilò, il fiato caldo e acre che le scivolò tra le natiche mentre una lingua ruvida le sfiorò l'ano ancora dolente. Giulia trattenne un guaito, le unghie che si conficcarono nelle proprie cosce mentre quella bocca decrepita le succhiava la carne con voracità da vampiro.
La lingua del conte raspava contro la sua carne con una precisione chirurgica, alternando colpi rapidi a lunghi sfioramenti che facevano contorcere Giulia tra disgusto e un piacere traditore. Poi sentì il suono di una cerniera che si apriva, il fruscio di stoffa che cadeva a terra, e un sibilo d'aria quando il vecchio si liberò dei pantaloni. Giulia sbirciò tra le proprie gambe e il respiro le si strozzò in gola—eretto tra le cosce magre del conte, un membro che sembrava appartenere a un uomo di trent'anni, gonfio di vene violacee e con una curvatura innaturale che prometteva dolore e piacere. La dimensione era sproporzionata rispetto al corpo decrepito, quasi un'appendice mostruosa trapiantata da un altro corpo.
"Girati," sibilò il conte con voce strozzata, le dita che si conficcarono nei fianchi di Giulia come artigli. "Voglio sentire quella bocca da puttana che mi succhia come se avessi vent'anni." Giulia obbedì con un movimento fluido, le ginocchia che affondarono nel tappeto rosso mentre le mani tremanti si posavano sulle cosce magre del vecchio.
Giulia non ebbe tempo per pensare—le dita nodose le afferrarono i capelli con forza brutale, spingendola verso quel membro che pulsava sotto le sue narici. L'odore acre le riempì le narici, un mix di sudore antico e polvere d'ambra che le ricordò gli armadi della nonna. La prima leccata fu un atto meccanico, la lingua che sfiorò la punta violacea con la cautela di chi tocca un ferro rovente. Poi il conte emise un suono gutturale e le scosse il capo come un fantino, costringendola ad ingoiare tutta la lunghezza in un solo colpo. Giulia sentì la gola straziarsi mentre la curvatura innaturale del pene le raschiava il palato, le lacrime che le rigavano il viso prima ancora di rendersene conto.
Giulia aveva sempre pensato che succhiare fosse un dovere coniugale, un atto meccanico da compiere con le palpebre abbassate e la mente altrove. Marco era piccolo, modesto, e lei aveva imparato a gestirlo con la tecnica precisa di chi maneggia un oggetto familiare. Ma quel cazzo del conte—enorme, pulsante, con vene che sembravano corde sotto la pelle—le stravolgeva ogni precedente conoscenza. La lingua le scivolava lungo la curvatura innaturale, scoprendo un piacere perverso nel sentirla vibrare contro quelle vene gonfie, mentre la gola si allargava a fatica per accogliere quell’intruso.
Il conte emise un rantolo che sembrò venire dalle profondità di una tomba, le dita che si conficcarono nei capelli di Giulia con rinnovata violenza. "Più forte,tesoro," sibilò, il bacino che iniziò a spingere in avanti con movimenti sussultori. Giulia sentì la gola chiudersi mentre il membro le sfondava l'ugola, le lacrime che le bruciavano gli occhi mentre il riflesso del vomito le serrava lo stomaco. Un sapore metallico le riempì la bocca—sangue, probabilmente dalla gola lacerata.
Il conte tirò indietro i fianchi con uno strappo violento, liberando la bocca di Giulia con un suono umido che le fece rabbrividire. Le dita le rimasero attorcigliate nei capelli mentre la costringeva a guardare in alto, verso il suo viso contratto dall'eccitazione. "In piedi," ordinò, la voce un sibilo roco. "Voglio vederti camminare fino al letto. Oscena come una troia ."
Giulia obbedì con movimenti fluidi, il corpo che sembrava muoversi da solo sotto lo sguardo divorante del conte. Si avvicinò al letto a baldacchino, le dita che affondarono nel velluto rosso del copriletto mentre si posizionava sulle ginocchia al bordo del materasso. Sentì la stoffa fresca contro le sue cosce nude, un contrasto stridente con il bruciore che ancora le pulsava tra le gambe dopo le violenze della notte precedente.
"Mettiti a quattro zampe e apri le cosce. Fammi vedere il buco del culo," ordinò il conte con voce strozzata, le dita che già si tendevano nell'aria come artigli pronti a ghermire. Giulia obbedì con un movimento fluido che nascondeva il tremore interno, le ginocchia che affondarono nel velluto del letto mentre le mani si posizionavano davanti a lei, le braccia tese a sostenere il peso del corpo. Sentì l'aria fredda della stanza accarezzarle le parti più intime mentre separava lentamente le cosce, offrendo allo sguardo del vecchio lo spettacolo completo della sua sottomissione.
La lingua del conte tornò a scivolare tra le sue cosce con una lentezza agonizzante, ogni scivolata umida che sembrava tracciare percorsi di fuoco sulla sua pelle già sensibile. Giulia sentì le dita del vecchio aprirle le natiche con una precisione chirurgica, l'aria fredda che le accarezzò l'ano ancora arrossato mentre un gemito le sfuggì dalle labbra serrate. "Dimmi che lo vuoi," sibilò il conte, la voce un filo roca che le scivolò lungo la schiena come un coltello smussato. "Dimmi che vuoi il cazzo del tuo padrone nel culo."
Il respiro di Giulia si fece affannoso mentre le dita del conte le divaricavano le natiche con una pressione quasi dolorosa. Sentiva il calore umido del suo alito sull'ano ancora irritato, quella lingua ruvida che già ne pregustava l'accesso. "Dimmi che lo vuoi," ripeté il vecchio, e questa volta la punta del bastone d'argento le sfiorò la coscia interna, fredda e minacciosa.
"Si, padrone," ansimò Giulia con voce roca, le labbra che tremavano mentre il desiderio e la vergogna si mescolavano in una strana ebbrezza. "Mettimelo nel culo... fammi tua." Le parole le uscirono come una litania, più sincere di quanto avesse immaginato. Non era solo sottomissione—era un bisogno viscerale di sentirsi posseduta, marchiata, trasformata in qualcosa di diverso dalla moglie perbene che era stata fino al giorno prima.
La punta del cazzo del conte sfiorò l'ano di Giulia con una precisione crudele, quel rigonfiamento violaceo che sembrava pulsare di vita propria contro la sua carne arrossata. Quando la pressione aumentò, Giulia affondò le dita nel velluto del copriletto, le unghie che strapparono il tessuto pregiato mentre un gemito le sfuggì dalle labbra serrate. Non era dolore, non proprio—era una sensazione lacerante di pienezza che le faceva contorcere la schiena in un arco perfetto, come se il suo corpo cercasse di accogliere quell'intruso mostruoso scivolando via da esso e attirandolo dentro allo stesso tempo.
Giulia aveva voglia di averlo tutto dentro, quella pulsione improvvisa che le faceva contrarre i muscoli intorno al membro del conte come un guanto di velluto stretto. Un bisogno primitivo, più forte della razionalità, che la spingeva ad arretrare con i fianchi mentre lui spingeva in avanti, creando un movimento a pistone che strappò a entrambi un gemito strozzato. Le dita del vecchio le affondarono nei fianchi come artigli, le unghie giallastre che le lasciarono lividi a forma di mezzaluna mentre la curvatura innaturale del suo pene raschiava un punto segreto dentro di lei, facendole vedere stelle bianche dietro le palpebre chiuse.
"Spingi, padrone... fammelo sentire tutto dentro," gemette Giulia con voce strozzata, le parole che le uscivano dalle labbra come un filo di bava lucida. Le dita affondarono più profondamente nel velluto del copriletto mentre il bacino arretrava incontro alla spinta del conte, in un movimento fluido che sembrava dettato da un istinto animale. Il corpo del vecchio si piegò su di lei come un albero malato sotto il vento, le ossa che scricchiolavano mentre spingeva con una forza sorprendente, ogni centimetro che guadagnava dentro di lei segnato da un suono umido e carnale.
Il suono stridulo del cellulare squarciò l'aria carica di sudore e gemiti, un'interruzione così violenta che il conte sussultò, il membro ancora conficcato nel retto di Giulia. Lo squillo persistette, metallico e insistente. Giulia riconobbe la suoneria—Marco.
"Rispondi," sibilò il conte contro la nuca di Giulia, le dita nodose che le serrarono i fianchi con forza rinnovata mentre il telefono continuava a squillare sul comodino. "Digli cosa stai facendo in questo momento." La voce del vecchio era un filo rauco, carica di un'avidità perversa che fece rabbrividire Giulia più del membro ancora conficcato nel suo retto.
Giulia allungò il braccio tremante verso il comodino, le dita che sfiorarono il cellulare mentre l'altra mano si aggrappava al bordo del letto per non crollare sotto le spinte del conte. Il dispositivo le scivolò tra le dita come un pezzo di ghiaccio, bagnato dal sudore delle sue palme, prima che riuscisse a portarlo all'orecchio. "Amore..." sussurrò, la voce che le si spezzò in un gemito quando il conte le affondò dentro con un colpo secco, le anche nodose che le battevano contro le natiche con un ritmo crudele.
"Amore... cosa stai facendo?" Marco sussultò all'altro capo del telefono, la sua voce un misto di preoccupazione e sospetto che tagliò come un coltello attraverso il gemito strozzato di Giulia.
"Amore... sto facendo il mio... dovere di schiava," sussurrò Giulia tra un respiro affannoso e l'altro, le parole che le uscivano a scatti mentre il conte le martellava il retto con colpi precisi che facevano tremare il letto a baldacchino. "Il padrone... mi sta rompendo... il culo." La frase le bruciò in gola più della vergogna stessa, mentre sentiva il telefono scivolarle dalle dita sudaticce sul velluto rosso del copriletto.
Il corpo del conte iniziò a tremare come un albero spazzato dal vento, le vene delle tempie che pulsavano sotto la pelle traslucida mentre un lungo gemito gorgogliante gli usciva dalla gola. Giulia sentì il membro pulsare dentro di lei con ritmi sempre più frenetici, poi un getto caldo che le riempiva il retto in ondate successive, ogni spruzzo accompagnato da un rantolo senile che le faceva rabbrividire la schiena. "Eccolo, il tuo padrone ti riempie per la prima volta," sibilò il conte contro la sua nuca, le dita che le serravano i fianchi con forza quasi ossessiva mentre l'ultima stilla di seme le colava dentro.
Il conte si abbatté su di lei come un albero morente, le ossa fragili che scricchiolavano sotto lo sforzo mentre il suo seme continuava a pompare dentro il retto di Giulia in spasmi irregolari. Il telefono, ancora appoggiato sul velluto del copriletto, trasmetteva ogni singhiozzo, ogni gemito soffocato, ogni schiaffo umido di carne contro carne. Dall'altro capo della linea, Marco rimase immobile, l'orecchio premuto contro lo schermo del cellulare come se quella connessione potesse trasportarlo fisicamente nella stanza, tra quel letto a baldacchino e sua moglie che si contorceva sotto un vecchio.
Lei lo sentì pulsare dentro di sé come un secondo cuore impazzito, ogni getto che le riempiva le viscere mentre un orgasmo inaspettato la travolgeva—un’onda di piacere sporco che le fece contorcere la schiena in un arco perfetto, le unghie che strapparono il velluto del copriletto in brandelli lucidi. poi con la faccia affondata sulle lenzuola accanto al telefono "Padrone... mi sta... riempiendo tutta," gemette con voce rotta, le parole che si confusero con il rantolo senile del conte che le colava sulla nuca come cera calda.
"Trattienilo dentro, padrone... sto venendo anche io!" urlò Giulia con un grido strozzato che le strappò la gola, le dita che affondarono nel velluto del copriletto come artigli mentre l'orgasmo la travolse con la forza di un treno merci. Sentì il seme del conte stillarle dentro in pulsazioni calde e irregolari, ogni spruzzo che le dilatava il retto già martoriato mentre il suo stesso corpo si contraeva intorno a quel membro ancora pulsante.
"Giulia... Giulia... stai bene chiese....arrivo da te!" La voce di Marco esplose dal telefono abbandonato sul velluto rosso, distorta dall'eco della stanza e dalle urla strozzate di Giulia. Le parole rimbalzarono contro le pareti imbottite come pallottole, mentre il conte, ancora infilzato nel retto di Giulia, sollevò il viso grinzoso con un ghigno carnivoro.
"Sto bene, amore... sono venuta anche io," ansimò Giulia tra i singhiozzi, il viso premuto contro il velluto umido del copriletto mentre il telefono le sfiorava la guancia. "Ho goduto tanto... stai tranquillo, è tutto a posto." Le parole le uscirono come un mantra contorto, più sincere di quanto avrebbe voluto ammettere. Il corpo ancora tremava per l'orgasmo che l'aveva spezzata in due, mentre il seme del conte le colava lungo le cosce in rivoli tiepidi.
Marco spinse la pesante porta del castello con uno strattone che fece vibrare le vetrate, il fiatone che gli increspava il petto mentre saliva i gradini due alla volta. Il sole filtrato dalle alte finestre a sesto acuto disegnava strisce oblique sul tavolo da pranzo, dove il conte e Giulia lo attendevano come due statue di cera. Lei indossava un vestito di seta nera così aderente che sembrava verniciato sulla pelle, lo scollo a cuore che lasciava intravedere i lividi violacei sulle clavicole. "Bentornato, schiavo," disse il conte senza alzare lo sguardo dal piatto, sei in perfetto orario, siediti la cameriera sta servendo il primo piatto. In silenzio consumarono il pranzo. Nessun cello a quanto accaduto da parte di nessuno. Alla fine quando la cameriera porto il caffe il conte disse: "Tua moglie ha appreso bene quale sono i suoi dovere di schiava e si è meritata un premio extra che aspettavo te per darle." Prese dalla tasca un pacchetto di banconote da 50 euro e glieli porse.
"Grazie padrone" disse Giulia, spero di essermele meritate.
"Certo che te le sei meritate tesoro, tu meriti molto altro" poi si alzò " io vado a riposare mi sono stancato oggi, e si diresse in camera sua.
"Svegliatemi non prima della 17 disse"
"Certo padrone disse Giulia, vuoi che ti porti il caffe quando ti verro a svegliare?"
"Si tesoro lo gradirò" e si allontanò.
"Vuoi che ti porti il caffe quando verro a svegliarti" disse marco scimmiottando le parole di giulia. "Sei gia diventata la sua puttana."
"era quello che volevi, siamo qua per questo." poi contando i soldi che il conte le aveva messo in mano. " Settecento euro... ed ho pure goduto, che vogliamo di più."
Poi li porse a Marco "Tieni così ti calmi e ti rassegni. Ora puoi comprarti il cellulare nuovo."
"Andiamo in camera," disse Marco con voce strozzata, gli occhi che bruciavano di un possesso rancoroso mentre le dita le serravano il polso come una manetta. "Abbiamo un patto—dopo che ti scopa lui, devo scoparti anch'io. Così torni ad essere mia." Giulia lo seguì senza resistenza, un sorriso ambiguo che le incurvava le labbra mentre pregustava un altro orgasmo—meno intenso, certo, ma pur sempre un piacere.
Marco la spinse sul letto con violenza, le mani che le strapparono via il vestito di seta come carta bagnata. Giulia non oppose resistenza, il corpo ancora umido del sudore del conte e della sua stessa eccitazione. "Vuoi sapere come mi ha fatto godere, vero?" sussurrò con una voce che era metà sfida e metà invito, le dita che si insinuarono tra le cosce di Marco per sentirne l'erezione già rigida.
Marco la guardò con uno sguardo che mescolava disgusto e desiderio, le dita che le affondavano nei fianchi dove le unghie del conte avevano lasciato lividi violacei. "Dimmi tutto," sibilò, la voce un misto di rabbia ed eccitazione che gli faceva tremare le labbra. "Voglio sapere come quel vecchio bastardo ti ha fatto venire."
FINE PRIMA PARTE
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