La schiava e il conte Parte 3
di
ANNA BOLERANI
genere
corna
PARTE TERZA
Giulia chiuse la porta della camera del Conte con un silenzio studiato, le dita che tremavano ancora contro il legno intarsiato mentre un rivolo tiepido le scendeva lungo la coscia. Attraversò il corridoio del castello come un'ombra, i tacchi che affondavano nel tappeto persiano senza lasciare traccia, mentre il rumore della propria respirazione le sembrava assordante.
Quando entrò nel soggiorno, trovò Marco piegato sul divano, la fronte corrugata mentre sfiorava lo schermo del nuovo iPhone con la cautela di un archeologo che maneggia un reperto sacro. La luce bluastra del dispositivo gli illuminava il viso, accentuando le occhiaie violacee che gli segnavano gli occhi come maschera da teatro.
"Dobbiamo uscire," disse Giulia, e la sua voce sembrò provenire da molto lontano. Marco alzò lo sguardo, e per un istante lei vide riflettersi nei suoi occhi la propria immagine: le labbra gonfie, il rossetto sbavato, i segni delle dita ancora freschi sul collo. "Mi serve un vestito per stasera," aggiunse, le unghie che si conficcavano nei palmi mentre ripeteva mentalmente gli ordini del Conte. "Mi porterà al suo club. Presentazione ufficiale."
Marco posò il telefono con un tonfo sordo sul tavolo di ebano. Le sue dita lasciarono impronte umide sul vetro lucido. "Un vestito?" ripeté, lo sguardo che scivolò sul vestito strappato che Giulia indossava ancora dalla notte precedente, la stoffa impregnata dell'odore del Conte. "Che tipo di vestito vuole il padrone per la sua... proprietà?" La voce gli si spezzò sull'ultima parola, come se l'avesse tagliata con le forbici.
Giulia sentì un brivido correrle lungo la schiena. "Qualcosa di rosso," sussurrò, ricordando le dita nodose del Conte che le avevano stretto i fianchi mentre dettava i suoi desideri. "Aderente. Con le spalle scoperte." Le parole le uscivano a scatti, come se qualcun altro le stesse muovendo la lingua. "E le scarpe con il tacco alto. Molto alto."
Marco annuì lentamente, gli occhi che si persero nella finestra dove la Bentley nera luccicava nel cortile come un sarcofago di vetro. Quando si alzò, il suo respiro era un rantolo controllato. "Allora andiamo a comprare il tuo vestito da schiava," disse, e la mano che le posò sulla schiena bruciò attraverso la stoffa sottile come un ferro rovente.
"Non lamentarti del mio ruolo, è quello che hai voluto tu, ed ora dovrai accettarlo come ho fatto io," sibilò Giulia mentre si dirigevano verso l'auto.
***
"Come mi sta?" Chiese Giulia, uscendo dal bagno dove aveva indossato il vestito appena comprato. Il vestito rosso scollato aderiva come una seconda pelle, il tessuto così fine che lasciava intravedere i segni delle dita del conte ancora freschi sulle sue cosce. Marco la osservava dall'ingresso della camera da letto, le mani strette in pugni che gli tremavano come foglie d'autunno.
"Sembri una troia." Disse marco contrariato dal fatto che non era stato invitato anche lui.
"Tu l'hai voluto." ripeté lei, voltandosi di scatto verso lo specchio, le unghie rosse che si conficcavano nel mobile dorato mentre aggiustava una spillone tra i capelli. "Mi hai spinta tra le sue braccia per salvare il tuo culo dal fallimento, e ora dovrai sopportare ne conseguenze come faccio io senza lamentarmi continuamente sopporta in silenzio come hai fatto stamattina quando il conte ti ha fatto trovare il cellulare nuovo.Perché pensi che lo abbia fatto?. Lo ha fatto per il mio bel culo non per la tua bella faccia. "
Marco chiuse la porta alle sue spalle. "Hai ragione, ma lo abbiamo voluto insieme non solo io." disse avanzando verso di lei con i muscoli della mascella che pulsavano sotto la pelle. "Ma ora che abbiamo accettato.." La voce gli si incrinò mentre i suoi occhi le scorrevano lungo il corpo della moglie, dal collo segnato dai morsi fino alle caviglie strette nelle cinghie dei tacchi a spillo. "...so che devi fare la tua parte fino in fondo."
Giulia rise, un suono metallico che rimbalzò contro le pareti ricoperte di damasco. "Oh, la farò," disse voltandosi finalmente verso di lui, le labbra dipinte di un rosso più vivo del vestito. Avanzò con movimenti felini, i tacchi che affondavano nel tappeto persiano senza un rumore, fino a fermarsi a un soffio dal suo viso. "Lo farò perché mi piace sentirmi una puttana di lusso e mi piace essere la sua schiava" sussurrò, le dita che gli sfiorarono l'erezione già palpabile attraverso i pantaloni. "Perché questo mi fa sentire viva in un modo che non avevo mai provato prima. E poi perché so che, a giudicare dalla tua erezione, la cosa ti eccita enormemente." Disse allungando decisamente la mani e avvolgendone il membro eretto di marco a stento contenuto nei pantaloni.
Marco le afferrò il polso con un movimento brusco, le dita che le serrarono la carne come una manetta. "Aspetta," ansimò, la voce roca mentre cercava di attirarla a sé, l'erezione che gli deformava i pantaloni di lino costoso. Giulia lo bloccò con una mano sul petto, le unghie rosse che gli graffiarono la stoffa senza lasciare spazio a dubbi. "Ora no," sibilò, il rossetto perfetto che luccicava sotto la luce del lampadario a cristalli. "Il Barone mi aspetta al piano di sotto, e sai bene che non tollera ritardi."
Le labbra di Marco si contrassero in una smorfia mentre la lasciava andare, il respiro affannoso che gli appannava gli occhiali. Giulia aggiustò la scollatura davanti allo specchio, le dita che sfiorarono deliberatamente i segni violacei lasciati dalle dita del Conte sulla sua clavicola. "Ma stasera," continuò con voce improvvisamente melliflua voltandosi verso di lui, "ti racconterò tutto." Il sorriso che le increspò le labbra non raggiunse gli occhi. " di come avrò fatto la troia meglio di quanto tu potessi immaginare mentre tu mi scoperai in tutti i modi."
Marco deglutì rumorosamente, il nodo della cravatta che gli salì e scese lungo il pomo d'Adamo mentre osservava sua moglie trasformarsi davanti ai suoi occhi. Giulia raccolse la borsetta di pelle nera dal letto a baldacchino, il fruscio della seta che accompagnava ogni movimento come un applauso ironico. "Dovrai aspettare come un bravo cuckold," aggiunse allungando una mano per sistemargli la cravatta con un gesto che sapeva più di presa in giro che di affetto. "E ricordati che ogni minuto che passerai qui a segarti pensando a me, sarà un minuto in più che io passerò a farmi usare da lui o dai suoi amici."
Il Conte aspettava nell'atrio, immobile come una statua di marmo nero, quando il ticchettio dei tacchi di Giulia risuonò dalla scala a chiocciola. Le sue pupille si dilatarono mentre la donna scendeva, ogni passo un'esibizione calcolata: il vestito rosso sangue che si aderiva ai fianchi come una carezza liquida, la scollatura che incorniciava i lividi violacei lasciati dalle sue stesse dita poche ore prima. "Divina," sibilò, la lingua che gli scivolò sulle labbra raggrinzite mentre le tendeva un braccio rigido, il gesto di un padrone che sa di possedere già ogni centimetro di quella carne.
La Bentley nera li inghiottì in un silenzio ovattato, l'autista che abbassò il divisorio senza una parola non appena il Conte fece un cenno. "Stasera sei l'ospite d'onore," le sussurrò mentre le dita ossute le scivolavano lungo la coscia scoperta, le unghie giallastre che seguivano il bordo della calza fino a fermarsi sul giarrettiere di pizzo. "Il Club dei Saggi apprezzerà la mia nuova... acquisizione." Il sorriso che le rivolse era una lama nascosta nel velluto.
Il locale emergeva dalla nebbia cittadina come un relitto illuminato: un palazzo neoclassico con colonne ioniche che nascondevano porte blindate. Giulia contò dodici scalini prima che il portone d'ebano si aprisse su un foyer dove l'odore di sigari cubani e pelle conciata le riempì le narici. "Ventiquattro soci," spiegò il Conte mentre un maggiordomo in livrea prelevava il suo cappotto, "ognuno con almeno tre schiave nel proprio harem privato." La mano che le strinse il polso era un cerchio di ferro. "Ma stasera siamo in tre a giocare."
La sala privata rivelò un semicircolo di poltrone di pelle nera, occupate da uomini in smoking il cui silenzio si spezzò solo quando il Conte presentò Giulia con un gesto teatrale. "Diamo inizio alla Riffa," annunciò, e ventiquattro paia di occhi divorarono la donna come lupi davanti a un banchetto. Giulia capì tutto quando vide le altre due ragazze inginocchiate sul podio, i colli ornati da placche d'argento con incisi i nomi dei loro padroni. La mano del Conte le scivolò tra i capelli in un possessivo groviglio. "Vi presento la mia nuova perla -Giulia- preparate i vostri portafogli, merita tanto."
Dopo aver presentato, a turno, le altre due schiave le cui offerte si erano fermate e Tremila Euro per Jada e Settemila euro per Samuela, venne il turno di Giulia. Il cerimoniere con la marsina nera batté tre volte il martelletto d'avorio sul tavolo di quercia. "Signori, la terza perla della serata. Giulia la schiava del conte Luciani. Chi la vuole avere deve superare l'offerta di settemila Euro raggiunta da Samuela la schiava del Barone Ruffo" Le luci al tungsteno si spensero lasciando solo un fascio di spot che illuminava Giulia come un dipinto di Caravaggio. Quando si chinò in avanti con studiata lentezza, il vestito rosso le scivolò dalle spalle in un fruscio di seta, rivelando le mutandine color carne così aderenti da sembrare vernice. Il banchiere villoso emise un suono gutturale quando lei girò su se stessa, il culo che sembrava scolpito nel marmo levigato dal tempo, ancora segnato dalle dita del Conte.
"Partiamo da settemila ," Annunciò il cerimoniere, e le palette numerate cominciarono ad alzarsi. "Ottomila," batté un primo industriale con gli occhi da rettile. Un secondo industriale alzò con decisione la sua paletta col numero sette e gridò con voce fiera della sua offerta "Diecimila."
Uno dei banchiere si alzò in piedi, i peli del petto che spuntavano dal colletto inamidato come radici di un albero velenoso. "Sedicimila."
Un brusio si levò nella sala. Era l'offerta più alta mai registrata in una Riffa effettuata in quelle loro riunioni esclusive.
"Nessuno offre di più?" chiese il cerimoniere. La sala cadde nel silenzio assoluto.
Il martelletto cadde con un tonfo sordo. "Aggiudicata al Dott. Von Essen per sessanta minuti di... piacere senza limiti."
Mentre i soci ed il Conte Luciani iniziarono la loro cena, la porta dell'alcova si chiuse con un clic quasi impercettibile alle spalle di Giulia e del banchiere. Von Essen non parlò mentre slacciò la cintura di coccodrillo con movimenti metodici, gli occhi che divoravano Giulia in piedi davanti al letto a baldacchino. "Sul ventre," ordinò, la voce un basso rimbombo. Quando lei obbedì, levò via le mutandine con uno strappo secco, il suono della seta che si lacerava che si confuse con il suo respiro affannoso. I pollici le divaricarono le natiche senza preavviso, la punta della lingua che le percorse il solco con la precisione di un chirurgo. Giulia afferrò le lenzuola di lino, le dita che si contorcevano nel tessuto quando quella stessa lingua le penetrò il buco del culo in movimenti a vite.
Von Essen la sollevò per i fianchi come un trofeo, il cazzo già lubrificato di saliva che le cercò l'ingresso mentre una mano le afferrava la cervice con possessività. "Tutta," ringhiò, e glielo piantò dentro con un colpo solo che le fece urlare contro il cuscino di piume. Le sue palle sbatterono contro il clitoride di Giulia a ogni spinta, il ritmo sincopato interrotto solo quando, dopo numerose spinte, le tolse il suo poderoso cazzo dal culo e la rovesciò sulla schiena per affondarglielo in la bocca lo. "Succhia, puttana" le ordinò infilandole le palle in gola mentre le dita dell'altra mano le martoriavano il clitoride. Giulia sentì l'orgasmo avvicinarsi come un treno merci e il corpo si arcuò quando Von Essen le scaricò in gola con un ruggito, lo sperma che le colò lungo il mento mentre lui già le girava nuovamente per riprendersi nuovamente il buco el culo per completare gli ultimi spasmi del godimento.
L'ora si consumò tra lenzuola strappate e liquidi corporali mescolati: sulla poltrona Louis XV con lui che le teneva le caviglie dietro la testa, contro lo specchio veneziano mentre le tirava i capelli come redini, infine sul tappeto persiano dove le ordinò di ingoiare il terzo carico mentre l'orologio da taschino segnava il cinquantesimo minuto. "Tempo," annunciò il maggiordomo bussando delicatamente, ma Von Essen aveva già l'ultima moneta da spendere: le schizzò in faccia con un gemito animale, lo sperma che le colò sugli zigomi ancora arrossati mentre fuori il martelletto batteva la fine del tempo.
Giulia si ripulì con le lenzuola stracciate, il rossetto mezz'ora prima perfetto ora sbavato come un graffito. Il vestito rosso -miracolosamente intatto- le scivolò addosso come una seconda pelle mentre in bagno rifece il trucco e ripassò un nuovo strato di rosso sangue sulle labbra gonfie. L'immagine allo specchio le sorrideva con denti ancora sporchi di seme.
La porta del salone si aprì su ventiquattro paia di occhi che la divorarono mentre avanzava, il fruscio della seta che copriva ancora i segni dei morsi sulle cosce. Von Essen alzò il bicchiere verso di lei, le mutandine strappate appese al polso come trofeo di caccia. "Sedici mila ben spesi, no navevo mai scopato un cosi bel culo accogliente." facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio contro il cristallo, mentre il conte le faceva cenno a Giulia di avvicinarsi con un dito incurvato come uncino.
La busta di pelle le scottò i palmi quando gliela porse. "I tuoi soldi," sibilò il conte soddisfatto. Giulia contò le banconote con le dita che non tremavano, il profumo di euro freschi che copriva l'odore di sesso marcio. Sedicimila per sessanta minuti. Duecento sessantasei euro al minuto. Quattro euro e quaranta al secondo. Il calcolo le bruciò la lingua come un acido mentre sorseggiava lo champagne che qualcuno le aveva messo in mano.
"Non hai mangiato," osservò il Barone Ruffo, seduto accanto a Giulia, indicando il piatto di foie gras intatto davanti a lei. Giulia scostò la forchetta d'argento con un dito, e con il sorriso sensuale: "Ho già avuto la mia cena," rispose dolcemente leccandosi le labbra con un gesto voluttuoso con la voce che sapeva di sale e sperma mentre sotto il tavolo le ginocchia del Conte le si strofinavano contro come quelle di un ragazzino eccitato.
La Bentley sfrecciava lungo il viale alberato, i fari che tagliavano la nebbia come lame attraverso l'euforia alcolica che riempiva l'abitacolo. Giulia rideva, un suono argentato che sembrava provenire da un'altra donna, mentre le dita le scorrevano lungo l'inguine del Conte con la disinvoltura di chi ha già venduto ogni vergogna. "Sei un animale, sai?" gli sussurrò contro l'orecchio, le labbra intenzionalmente bagnate che sfioravano la pelle grinzosa. "Quegli occhi da lupo mentre mi guardavi quando sono rientrata dall'alcova. e sentivi l'odore di sesso su di me." La mano le affondò tra le cosce del vecchio, trovando l'erezione che pulsava sotto il tessuto pregiato. "Mi hai fatto guadagnare più di quanto Marco guadagnava in un anno, e tutto per sessanta minuti di divertimento."
Il Conte emise un grugnito quando le dita di lei gli slacciarono la cintura con movimenti esperti, i polpastrelli che già massaggiavano la carne dura attraverso la seta degli slip. "Dovremmo fare un giro più lungo," ringhiò all'autista, la voce roca mentre la mano di Giulia lo stava già masturbando con ritmo insistente. La Bentley deviò verso i vicoli secondari, le ruote che sollevavano foglie morte mentre il motore ruggiva in sordina.
Giulia si tolse la giarrettiera e la infilò nella tasca interna del Conte con un sorriso da gatta soddisfatta. "Per i tuoi ricordi," sussurrò prima di abbassarsi sul suo cazzo con una voracità che sapeva più di vendetta che di piacere. Il vecchio si contorse sul sedile in pelle, le dita nodose che le si attorcigliarono nei capelli mentre la bocca di lei lo divorava.
"Ecco cosa sei," ansimò il Conte mentre la Bentley svoltava bruscamente, il vetro divisorio opacizzato dalla condensa. "Una troia d'alto bordo che ha finalmente trovato il suo posto nel mondo." Le sue parole si persero in un gemito quando Giulia aumentò il ritmo, le unghie rosse che gli graffiavano le cosce attraverso i pantaloni di lino. Fuori, le luci della città lampeggiavano come monete d'oro gettate in un pozzo senza fondo.
Lo sperma del Conte colò nella gola di Giulia con la densità di un miele d'annata, il sapore che le ricordava quella del banchiere e penso alle banconot che ora pesavano nella sua borsetta. Chiuse gli occhi mentre ingoiava, e nel buio vide Marco nudo sul letto della loro stanza, le mani che si stringevano attorno al cazzo già duro, il sudore che gli imperlava il petto mentre si masturbava pensando a lei. Quel pensiero le fece contrarre i muscoli del collo, un movimento involontario che fece ridere il Conte mentre le tirava i capelli per controllare meglio l'angolo della sua testa.
"Brava ragazza," borbottò il vecchio, le vene delle tempie che pulsavano mentre osservava la sua gola lavorare. Giulia sentì l'ultima goccia scendere e si pulì le labbra con il dorso della mano, un gesto che aveva visto fare alle attrici nei film porno. Nella sua mente, Marco stava già cambiando posizione, voltandola come un animale in calore, pronto a riempirla con tutto il furore di un uomo che aveva appena visto la propria donna diventare merce di scambio.
La Bentley si fermò davanti al loro palazzo, ma il Conte non la lasciò subito scendere. "Domani non ci sarò tutta la mattinata. Ti aspetto nel mio studio alle sedici in punto," le sussurrò, le dita che le stringevano il mento con una pressione che prometteva lividi. "E indossa quelle mutandine rosse che hai comprato ieri." Giulia annuì senza alzare lo sguardo, le labbra ancora intorpidite, già immaginando come Marco carico dalla furia sessuale immagazzinata nell'attesa, le avrebbe fatto a pezzi quel vestito rosso prima ancora che potesse spiegargli quanto aveva guadagnato.
Mentre il Conte si trattenne nel suo studio, Giulia salì le scale con le gambe che tremavano non per la stanchezza, ma per l'anticipazione. La porta della loro stanza era socchiusa e vide Marco in piedi accanto a letto con, il pugno sinistro stretto attorno al cazzo e avanzò verso di lui, con il profumo del Conte ancora incollato alla sua pelle come un secondo strato.
Giulia chiuse la porta della camera del Conte con un silenzio studiato, le dita che tremavano ancora contro il legno intarsiato mentre un rivolo tiepido le scendeva lungo la coscia. Attraversò il corridoio del castello come un'ombra, i tacchi che affondavano nel tappeto persiano senza lasciare traccia, mentre il rumore della propria respirazione le sembrava assordante.
Quando entrò nel soggiorno, trovò Marco piegato sul divano, la fronte corrugata mentre sfiorava lo schermo del nuovo iPhone con la cautela di un archeologo che maneggia un reperto sacro. La luce bluastra del dispositivo gli illuminava il viso, accentuando le occhiaie violacee che gli segnavano gli occhi come maschera da teatro.
"Dobbiamo uscire," disse Giulia, e la sua voce sembrò provenire da molto lontano. Marco alzò lo sguardo, e per un istante lei vide riflettersi nei suoi occhi la propria immagine: le labbra gonfie, il rossetto sbavato, i segni delle dita ancora freschi sul collo. "Mi serve un vestito per stasera," aggiunse, le unghie che si conficcavano nei palmi mentre ripeteva mentalmente gli ordini del Conte. "Mi porterà al suo club. Presentazione ufficiale."
Marco posò il telefono con un tonfo sordo sul tavolo di ebano. Le sue dita lasciarono impronte umide sul vetro lucido. "Un vestito?" ripeté, lo sguardo che scivolò sul vestito strappato che Giulia indossava ancora dalla notte precedente, la stoffa impregnata dell'odore del Conte. "Che tipo di vestito vuole il padrone per la sua... proprietà?" La voce gli si spezzò sull'ultima parola, come se l'avesse tagliata con le forbici.
Giulia sentì un brivido correrle lungo la schiena. "Qualcosa di rosso," sussurrò, ricordando le dita nodose del Conte che le avevano stretto i fianchi mentre dettava i suoi desideri. "Aderente. Con le spalle scoperte." Le parole le uscivano a scatti, come se qualcun altro le stesse muovendo la lingua. "E le scarpe con il tacco alto. Molto alto."
Marco annuì lentamente, gli occhi che si persero nella finestra dove la Bentley nera luccicava nel cortile come un sarcofago di vetro. Quando si alzò, il suo respiro era un rantolo controllato. "Allora andiamo a comprare il tuo vestito da schiava," disse, e la mano che le posò sulla schiena bruciò attraverso la stoffa sottile come un ferro rovente.
"Non lamentarti del mio ruolo, è quello che hai voluto tu, ed ora dovrai accettarlo come ho fatto io," sibilò Giulia mentre si dirigevano verso l'auto.
***
"Come mi sta?" Chiese Giulia, uscendo dal bagno dove aveva indossato il vestito appena comprato. Il vestito rosso scollato aderiva come una seconda pelle, il tessuto così fine che lasciava intravedere i segni delle dita del conte ancora freschi sulle sue cosce. Marco la osservava dall'ingresso della camera da letto, le mani strette in pugni che gli tremavano come foglie d'autunno.
"Sembri una troia." Disse marco contrariato dal fatto che non era stato invitato anche lui.
"Tu l'hai voluto." ripeté lei, voltandosi di scatto verso lo specchio, le unghie rosse che si conficcavano nel mobile dorato mentre aggiustava una spillone tra i capelli. "Mi hai spinta tra le sue braccia per salvare il tuo culo dal fallimento, e ora dovrai sopportare ne conseguenze come faccio io senza lamentarmi continuamente sopporta in silenzio come hai fatto stamattina quando il conte ti ha fatto trovare il cellulare nuovo.Perché pensi che lo abbia fatto?. Lo ha fatto per il mio bel culo non per la tua bella faccia. "
Marco chiuse la porta alle sue spalle. "Hai ragione, ma lo abbiamo voluto insieme non solo io." disse avanzando verso di lei con i muscoli della mascella che pulsavano sotto la pelle. "Ma ora che abbiamo accettato.." La voce gli si incrinò mentre i suoi occhi le scorrevano lungo il corpo della moglie, dal collo segnato dai morsi fino alle caviglie strette nelle cinghie dei tacchi a spillo. "...so che devi fare la tua parte fino in fondo."
Giulia rise, un suono metallico che rimbalzò contro le pareti ricoperte di damasco. "Oh, la farò," disse voltandosi finalmente verso di lui, le labbra dipinte di un rosso più vivo del vestito. Avanzò con movimenti felini, i tacchi che affondavano nel tappeto persiano senza un rumore, fino a fermarsi a un soffio dal suo viso. "Lo farò perché mi piace sentirmi una puttana di lusso e mi piace essere la sua schiava" sussurrò, le dita che gli sfiorarono l'erezione già palpabile attraverso i pantaloni. "Perché questo mi fa sentire viva in un modo che non avevo mai provato prima. E poi perché so che, a giudicare dalla tua erezione, la cosa ti eccita enormemente." Disse allungando decisamente la mani e avvolgendone il membro eretto di marco a stento contenuto nei pantaloni.
Marco le afferrò il polso con un movimento brusco, le dita che le serrarono la carne come una manetta. "Aspetta," ansimò, la voce roca mentre cercava di attirarla a sé, l'erezione che gli deformava i pantaloni di lino costoso. Giulia lo bloccò con una mano sul petto, le unghie rosse che gli graffiarono la stoffa senza lasciare spazio a dubbi. "Ora no," sibilò, il rossetto perfetto che luccicava sotto la luce del lampadario a cristalli. "Il Barone mi aspetta al piano di sotto, e sai bene che non tollera ritardi."
Le labbra di Marco si contrassero in una smorfia mentre la lasciava andare, il respiro affannoso che gli appannava gli occhiali. Giulia aggiustò la scollatura davanti allo specchio, le dita che sfiorarono deliberatamente i segni violacei lasciati dalle dita del Conte sulla sua clavicola. "Ma stasera," continuò con voce improvvisamente melliflua voltandosi verso di lui, "ti racconterò tutto." Il sorriso che le increspò le labbra non raggiunse gli occhi. " di come avrò fatto la troia meglio di quanto tu potessi immaginare mentre tu mi scoperai in tutti i modi."
Marco deglutì rumorosamente, il nodo della cravatta che gli salì e scese lungo il pomo d'Adamo mentre osservava sua moglie trasformarsi davanti ai suoi occhi. Giulia raccolse la borsetta di pelle nera dal letto a baldacchino, il fruscio della seta che accompagnava ogni movimento come un applauso ironico. "Dovrai aspettare come un bravo cuckold," aggiunse allungando una mano per sistemargli la cravatta con un gesto che sapeva più di presa in giro che di affetto. "E ricordati che ogni minuto che passerai qui a segarti pensando a me, sarà un minuto in più che io passerò a farmi usare da lui o dai suoi amici."
Il Conte aspettava nell'atrio, immobile come una statua di marmo nero, quando il ticchettio dei tacchi di Giulia risuonò dalla scala a chiocciola. Le sue pupille si dilatarono mentre la donna scendeva, ogni passo un'esibizione calcolata: il vestito rosso sangue che si aderiva ai fianchi come una carezza liquida, la scollatura che incorniciava i lividi violacei lasciati dalle sue stesse dita poche ore prima. "Divina," sibilò, la lingua che gli scivolò sulle labbra raggrinzite mentre le tendeva un braccio rigido, il gesto di un padrone che sa di possedere già ogni centimetro di quella carne.
La Bentley nera li inghiottì in un silenzio ovattato, l'autista che abbassò il divisorio senza una parola non appena il Conte fece un cenno. "Stasera sei l'ospite d'onore," le sussurrò mentre le dita ossute le scivolavano lungo la coscia scoperta, le unghie giallastre che seguivano il bordo della calza fino a fermarsi sul giarrettiere di pizzo. "Il Club dei Saggi apprezzerà la mia nuova... acquisizione." Il sorriso che le rivolse era una lama nascosta nel velluto.
Il locale emergeva dalla nebbia cittadina come un relitto illuminato: un palazzo neoclassico con colonne ioniche che nascondevano porte blindate. Giulia contò dodici scalini prima che il portone d'ebano si aprisse su un foyer dove l'odore di sigari cubani e pelle conciata le riempì le narici. "Ventiquattro soci," spiegò il Conte mentre un maggiordomo in livrea prelevava il suo cappotto, "ognuno con almeno tre schiave nel proprio harem privato." La mano che le strinse il polso era un cerchio di ferro. "Ma stasera siamo in tre a giocare."
La sala privata rivelò un semicircolo di poltrone di pelle nera, occupate da uomini in smoking il cui silenzio si spezzò solo quando il Conte presentò Giulia con un gesto teatrale. "Diamo inizio alla Riffa," annunciò, e ventiquattro paia di occhi divorarono la donna come lupi davanti a un banchetto. Giulia capì tutto quando vide le altre due ragazze inginocchiate sul podio, i colli ornati da placche d'argento con incisi i nomi dei loro padroni. La mano del Conte le scivolò tra i capelli in un possessivo groviglio. "Vi presento la mia nuova perla -Giulia- preparate i vostri portafogli, merita tanto."
Dopo aver presentato, a turno, le altre due schiave le cui offerte si erano fermate e Tremila Euro per Jada e Settemila euro per Samuela, venne il turno di Giulia. Il cerimoniere con la marsina nera batté tre volte il martelletto d'avorio sul tavolo di quercia. "Signori, la terza perla della serata. Giulia la schiava del conte Luciani. Chi la vuole avere deve superare l'offerta di settemila Euro raggiunta da Samuela la schiava del Barone Ruffo" Le luci al tungsteno si spensero lasciando solo un fascio di spot che illuminava Giulia come un dipinto di Caravaggio. Quando si chinò in avanti con studiata lentezza, il vestito rosso le scivolò dalle spalle in un fruscio di seta, rivelando le mutandine color carne così aderenti da sembrare vernice. Il banchiere villoso emise un suono gutturale quando lei girò su se stessa, il culo che sembrava scolpito nel marmo levigato dal tempo, ancora segnato dalle dita del Conte.
"Partiamo da settemila ," Annunciò il cerimoniere, e le palette numerate cominciarono ad alzarsi. "Ottomila," batté un primo industriale con gli occhi da rettile. Un secondo industriale alzò con decisione la sua paletta col numero sette e gridò con voce fiera della sua offerta "Diecimila."
Uno dei banchiere si alzò in piedi, i peli del petto che spuntavano dal colletto inamidato come radici di un albero velenoso. "Sedicimila."
Un brusio si levò nella sala. Era l'offerta più alta mai registrata in una Riffa effettuata in quelle loro riunioni esclusive.
"Nessuno offre di più?" chiese il cerimoniere. La sala cadde nel silenzio assoluto.
Il martelletto cadde con un tonfo sordo. "Aggiudicata al Dott. Von Essen per sessanta minuti di... piacere senza limiti."
Mentre i soci ed il Conte Luciani iniziarono la loro cena, la porta dell'alcova si chiuse con un clic quasi impercettibile alle spalle di Giulia e del banchiere. Von Essen non parlò mentre slacciò la cintura di coccodrillo con movimenti metodici, gli occhi che divoravano Giulia in piedi davanti al letto a baldacchino. "Sul ventre," ordinò, la voce un basso rimbombo. Quando lei obbedì, levò via le mutandine con uno strappo secco, il suono della seta che si lacerava che si confuse con il suo respiro affannoso. I pollici le divaricarono le natiche senza preavviso, la punta della lingua che le percorse il solco con la precisione di un chirurgo. Giulia afferrò le lenzuola di lino, le dita che si contorcevano nel tessuto quando quella stessa lingua le penetrò il buco del culo in movimenti a vite.
Von Essen la sollevò per i fianchi come un trofeo, il cazzo già lubrificato di saliva che le cercò l'ingresso mentre una mano le afferrava la cervice con possessività. "Tutta," ringhiò, e glielo piantò dentro con un colpo solo che le fece urlare contro il cuscino di piume. Le sue palle sbatterono contro il clitoride di Giulia a ogni spinta, il ritmo sincopato interrotto solo quando, dopo numerose spinte, le tolse il suo poderoso cazzo dal culo e la rovesciò sulla schiena per affondarglielo in la bocca lo. "Succhia, puttana" le ordinò infilandole le palle in gola mentre le dita dell'altra mano le martoriavano il clitoride. Giulia sentì l'orgasmo avvicinarsi come un treno merci e il corpo si arcuò quando Von Essen le scaricò in gola con un ruggito, lo sperma che le colò lungo il mento mentre lui già le girava nuovamente per riprendersi nuovamente il buco el culo per completare gli ultimi spasmi del godimento.
L'ora si consumò tra lenzuola strappate e liquidi corporali mescolati: sulla poltrona Louis XV con lui che le teneva le caviglie dietro la testa, contro lo specchio veneziano mentre le tirava i capelli come redini, infine sul tappeto persiano dove le ordinò di ingoiare il terzo carico mentre l'orologio da taschino segnava il cinquantesimo minuto. "Tempo," annunciò il maggiordomo bussando delicatamente, ma Von Essen aveva già l'ultima moneta da spendere: le schizzò in faccia con un gemito animale, lo sperma che le colò sugli zigomi ancora arrossati mentre fuori il martelletto batteva la fine del tempo.
Giulia si ripulì con le lenzuola stracciate, il rossetto mezz'ora prima perfetto ora sbavato come un graffito. Il vestito rosso -miracolosamente intatto- le scivolò addosso come una seconda pelle mentre in bagno rifece il trucco e ripassò un nuovo strato di rosso sangue sulle labbra gonfie. L'immagine allo specchio le sorrideva con denti ancora sporchi di seme.
La porta del salone si aprì su ventiquattro paia di occhi che la divorarono mentre avanzava, il fruscio della seta che copriva ancora i segni dei morsi sulle cosce. Von Essen alzò il bicchiere verso di lei, le mutandine strappate appese al polso come trofeo di caccia. "Sedici mila ben spesi, no navevo mai scopato un cosi bel culo accogliente." facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio contro il cristallo, mentre il conte le faceva cenno a Giulia di avvicinarsi con un dito incurvato come uncino.
La busta di pelle le scottò i palmi quando gliela porse. "I tuoi soldi," sibilò il conte soddisfatto. Giulia contò le banconote con le dita che non tremavano, il profumo di euro freschi che copriva l'odore di sesso marcio. Sedicimila per sessanta minuti. Duecento sessantasei euro al minuto. Quattro euro e quaranta al secondo. Il calcolo le bruciò la lingua come un acido mentre sorseggiava lo champagne che qualcuno le aveva messo in mano.
"Non hai mangiato," osservò il Barone Ruffo, seduto accanto a Giulia, indicando il piatto di foie gras intatto davanti a lei. Giulia scostò la forchetta d'argento con un dito, e con il sorriso sensuale: "Ho già avuto la mia cena," rispose dolcemente leccandosi le labbra con un gesto voluttuoso con la voce che sapeva di sale e sperma mentre sotto il tavolo le ginocchia del Conte le si strofinavano contro come quelle di un ragazzino eccitato.
La Bentley sfrecciava lungo il viale alberato, i fari che tagliavano la nebbia come lame attraverso l'euforia alcolica che riempiva l'abitacolo. Giulia rideva, un suono argentato che sembrava provenire da un'altra donna, mentre le dita le scorrevano lungo l'inguine del Conte con la disinvoltura di chi ha già venduto ogni vergogna. "Sei un animale, sai?" gli sussurrò contro l'orecchio, le labbra intenzionalmente bagnate che sfioravano la pelle grinzosa. "Quegli occhi da lupo mentre mi guardavi quando sono rientrata dall'alcova. e sentivi l'odore di sesso su di me." La mano le affondò tra le cosce del vecchio, trovando l'erezione che pulsava sotto il tessuto pregiato. "Mi hai fatto guadagnare più di quanto Marco guadagnava in un anno, e tutto per sessanta minuti di divertimento."
Il Conte emise un grugnito quando le dita di lei gli slacciarono la cintura con movimenti esperti, i polpastrelli che già massaggiavano la carne dura attraverso la seta degli slip. "Dovremmo fare un giro più lungo," ringhiò all'autista, la voce roca mentre la mano di Giulia lo stava già masturbando con ritmo insistente. La Bentley deviò verso i vicoli secondari, le ruote che sollevavano foglie morte mentre il motore ruggiva in sordina.
Giulia si tolse la giarrettiera e la infilò nella tasca interna del Conte con un sorriso da gatta soddisfatta. "Per i tuoi ricordi," sussurrò prima di abbassarsi sul suo cazzo con una voracità che sapeva più di vendetta che di piacere. Il vecchio si contorse sul sedile in pelle, le dita nodose che le si attorcigliarono nei capelli mentre la bocca di lei lo divorava.
"Ecco cosa sei," ansimò il Conte mentre la Bentley svoltava bruscamente, il vetro divisorio opacizzato dalla condensa. "Una troia d'alto bordo che ha finalmente trovato il suo posto nel mondo." Le sue parole si persero in un gemito quando Giulia aumentò il ritmo, le unghie rosse che gli graffiavano le cosce attraverso i pantaloni di lino. Fuori, le luci della città lampeggiavano come monete d'oro gettate in un pozzo senza fondo.
Lo sperma del Conte colò nella gola di Giulia con la densità di un miele d'annata, il sapore che le ricordava quella del banchiere e penso alle banconot che ora pesavano nella sua borsetta. Chiuse gli occhi mentre ingoiava, e nel buio vide Marco nudo sul letto della loro stanza, le mani che si stringevano attorno al cazzo già duro, il sudore che gli imperlava il petto mentre si masturbava pensando a lei. Quel pensiero le fece contrarre i muscoli del collo, un movimento involontario che fece ridere il Conte mentre le tirava i capelli per controllare meglio l'angolo della sua testa.
"Brava ragazza," borbottò il vecchio, le vene delle tempie che pulsavano mentre osservava la sua gola lavorare. Giulia sentì l'ultima goccia scendere e si pulì le labbra con il dorso della mano, un gesto che aveva visto fare alle attrici nei film porno. Nella sua mente, Marco stava già cambiando posizione, voltandola come un animale in calore, pronto a riempirla con tutto il furore di un uomo che aveva appena visto la propria donna diventare merce di scambio.
La Bentley si fermò davanti al loro palazzo, ma il Conte non la lasciò subito scendere. "Domani non ci sarò tutta la mattinata. Ti aspetto nel mio studio alle sedici in punto," le sussurrò, le dita che le stringevano il mento con una pressione che prometteva lividi. "E indossa quelle mutandine rosse che hai comprato ieri." Giulia annuì senza alzare lo sguardo, le labbra ancora intorpidite, già immaginando come Marco carico dalla furia sessuale immagazzinata nell'attesa, le avrebbe fatto a pezzi quel vestito rosso prima ancora che potesse spiegargli quanto aveva guadagnato.
Mentre il Conte si trattenne nel suo studio, Giulia salì le scale con le gambe che tremavano non per la stanchezza, ma per l'anticipazione. La porta della loro stanza era socchiusa e vide Marco in piedi accanto a letto con, il pugno sinistro stretto attorno al cazzo e avanzò verso di lui, con il profumo del Conte ancora incollato alla sua pelle come un secondo strato.
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