La notte prima delle nozze
di
ANNA BOLERANI
genere
incesti
"Ma, sono le due di notte—che ci fai ancora sveglia?" Marco si strozzò sulla risata quando vide sua madre in piedi davanti alla credenza della cucina, vestita solo con una camicia da notte che le scivolava lungo una spalla.
Lucilla non rispose subito. Si limitò a versarsi un bicchiere d'acqua, le dita che tremavano appena contro il vetro. Era una di quelle notti afose d'agosto dove l'aria si muoveva a fatica, e il silenzio della casa sembrava più pesante del solito. "Non riesco a dormire," ammise alla fine, senza girarsi. Da domani sarò sola in questa casa cosi grande.
Marco si avvicinò, i piedi nudi che scricchiolavano lievemente sul pavimento di legno. "È solo ansia per il matrimonio," disse, cercando di alleggerire l'atmosfera mentre le posava una mano sulla spalla scoperta. Ma il calore della sua pelle la fece trasalire, e lui ritrasse le dita come se si fosse scottato.
Lucilla bevve un lungo sorso d'acqua, il collo arcuato mentre ingoiava. La camicia da notte le si era incollata alla schiena umida, delineando la curva dei fianchi. "Non è solo quello," sussurrò, finalmente voltandosi. I loro sguardi si incrociarono, e Marco trattenne il fiato. Gli occhi di sua madre brillavano di qualcosa che non aveva mai visto prima—una fame antica, repressa.
"Ma..." iniziò lui, ma le parole gli morirono in gola quando lei posò il bicchiere con un tonfo sordo. Le sue mani, quelle stesse mani che lo avevano cullato da bambino, si aggrapparono ora ai lembi della sua maglietta. "L'ultima notte," mormorò Lucilla, e il significato di quelle parole esplose tra loro come una granata.
Marco sentì il cuore battergli così forte da credere che lei potesse sentirlo. "Siamo ubriachi?" chiese, una risata nervosa che gli uscì strozzata. Ma non avevano bevuto, e l'aria tra loro era elettrica, carica di anni di sguardi trattenuti, di porte socchiuse, di fantasmi che avevano abitato quella casa senza nome.
Lucilla non rispose alla domanda di Marco. Invece, le sue dita si strinsero ancora di più sulla maglietta, il tessuto che si tendeva sotto la presa mentre il respiro si faceva più corto. "Non siamo ubriachi," sussurrò, e la voce le tremò come se stesse camminando su un filo sospeso tra due grattacieli. "È solo che domani tutto cambierà. Per sempre."
Marco deglutì, la gola improvvisamente secca. Il riflesso della luce lunare entrava dalla finestra, disegnando ombre oblique sul viso di sua madre, accentuando la curva delle labbra, il modo in cui le narici si dilatavano leggermente. Era una bellezza che conosceva da sempre, ma mai così vicina, mai così pericolosa. "Mamma..." iniziò, ma le parole gli morirono di nuovo in gola quando lei si avvicinò ancora, il calore del suo corpo che sembrava irradiare attraverso il sottile tessuto della camicia da notte.
"Dimmi che non ci hai mai pensato," mormorò Lucilla, gli occhi che lo fissavano con un'intensità che lo trapassava. "Nemmeno una volta, in tutti questi anni." Le mani di Marco tremarono, e per un attimo pensò di scostarsi, di voltare le spalle e correre su per le scale, verso la sua stanza, verso la sicurezza delle coperte e dell'oscurità. Ma qualcosa lo inchiodò al posto, qualcosa di più forte della ragione, più antico del buon senso.
"Non possiamo," riuscì a dire, ma la voce gli suonò strana, come se appartenesse a qualcun altro. Lucilla sorrise, un sorriso triste e insieme provocante, mentre una lacrima le scendeva lungo la guancia, fermandosi sul labbro superiore. Marco non resistette: allungò un dito, la toccò, sentendo il sale sulla punta. Fu allora che lei si sporse in avanti, e le loro bocche si incontrarono in un bacio che bruciò via ogni residua resistenza.
Il sapore di Lucilla era familiare e insieme scandalosamente nuovo. Marco la strinse a sé, le mani che le scorrevano lungo la schiena, sentendo il sudore che le univa, il tessuto bagnato che si attaccava alla pelle. La cucina sembrò svanire intorno a loro, sostituita da un vortice di sensazioni che Marco non sapeva nemmeno di poter provare. Lucilla gemette piano contro le sue labbra, un suono che gli fece accapponare la pelle.
Poi, improvvisamente, fu lei a tirarsi indietro, il respiro affannoso, gli occhi che brillavano di una strana miscela di desiderio e terrore. "Non qui," sussurrò, mentre le dita gli si aggrappavano al petto, le unghie che affondavano leggermente nella carne attraverso la maglietta. "Non sul pavimento della cucina."
Marco la seguì senza pensare, le gambe che sembravano muoversi da sole mentre lei lo guidava attraverso il corridoio buio, verso la sua stanza. La porta cigolò quando la spalancò, e per un attimo si fermarono sulla soglia, il respiro sincronizzato, il cuore che batteva all'unisono. Poi Lucilla lo spinse dentro, le mani che gli strapparono la maglietta con un movimento brusco, i bottoni che volarono via con uno strappo secco.
La schiena di Marco sbatté contro il muro quando lei si avvicinò, il corpo nudo sotto la camicia da notte che finalmente gli si rivelò quando il tessuto scivolò a terra con un fruscio. I seni pieni e pesanti gli rimbalzarono contro il petto, i capezzoli duri che gli sfiorarono la pelle mentre lei lo baciava con una furia che lo lasciò senza fiato. Le sue mani le affondarono nei fianchi, le dita che si incollarono alla carne umida mentre la sollevava, le gambe di lei che gli si avvolsero intorno alla vita come un laccio.
"Dimmi cosa vuoi," ansimò Marco contro la sua bocca, il cazzo così duro da far male, confinato nei pantaloni che sembravano due taglie troppo piccoli. Lucilla gli mordicchiò il labbro inferiore, poi sussurrò qualcosa che lo fece sobbalzare. "Lo vuoi davvero?" chiese, la voce roca. Lei annuì, gli occhi che non lo abbandonavano un istante mentre scendeva lungo il suo corpo, le labbra che lasciarono una scia di baci umidi sull'addome, fino a fermarsi davanti alla cerniera dei suoi jeans.
Le dita di Lucilla tremavano mentre lo sbottonava, la lingua che gli leccò la punta del cazzo non appena fu libero, facendolo gemere. "Cristo..." Marco affondò le mani nei suoi capelli mentre lei lo ingoiava tutta d'un fiato, la gola stretta che si adattava a lui con una facilità che lo fece vacillare. Ma era solo un assaggio—Lucilla lo lasciò andare con uno schiocco bagnato, poi si voltò, piegandosi sul letto mentre gli offriva il culo con un'audacia che gli tolse il respiro.
"Fallo," ordinò, guardandolo sopra la spalla mentre si apriva con le dita, mostrandogli il buco stretto e rosa che mai nessuno aveva toccato. Marco si bagnò le dita con la sua saliva, poi le fece scivolare dentro di lei, sentendo il caldo abbraccio della sua carne che si stringeva intorno a lui. Lucilla gemeva, il corpo che si muoveva al ritmo delle sue dita, finché non furono entrambi coperti di sudore e desiderio.
Quando finalmente la punta del suo cazzo sfiorò quel buco vergine, Marco si fermò, incerto. "Sei sicura?" chiese, ma la risposta arrivò quando lei gli afferrò i fianchi e si spinse indietro, ingoiandolo tutto in un solo movimento strappato. Il gemito che uscì dalle labbra di Lucilla non era di dolore, ma di liberazione—come se un nodo che si stringeva da anni si fosse finalmente sciolto.
"Più forte," ansimò lei, le unghie che gli scavavano la carne mentre si muoveva contro di lui con un ritmo animalesco. Ogni spinta era una promessa mantenuta, ogni grugnito una confessione. Marco la teneva per i fianchi, sentendo i muscoli di lei contrarsi sotto le dita mentre la riempiva, il suo culo che si stringeva intorno a lui come una morsa bollente.
La stanza si riempì del suono della loro pelle che si scontrava, dei gemiti soffocati, dell'odore acre del sesso e del sudore. Lucilla girò la testa sul cuscino, i capelli che le si attaccavano alla schiena bagnata, e Marco vide che rideva—un sorriso selvaggio e sfinito che gli ricordò quando da bambino lei lo prendeva in braccio dopo un incubo. Solo che ora era lui a confortarla, anche se in un modo che mai avrebbe immaginato.
"Ti sento ovunque," sussurrò lei mentre lui rallentava, permettendole di sentire ogni centimetro dentro di sé. Le dita di Marco si intrecciarono con le sue contro le lenzuola spiegazzate, e per un momento furono semplicemente due corpi che cercavano conforto nell'unico modo che conoscevano in quella notte senza tempo.
Poi Lucilla si voltò completamente, senza che lui uscisse, le gambe che gli si avvolsero intorno alla vita mentre lo attirava sopra di sé. "Guardami," ordinò, e Marco obbedì, perdendosi negli occhi di lei mentre ricominciava a muoversi, questa volta più lentamente, come se volesse imprimere ogni istante nella memoria.
Fu allora che Lucilla lo sorprese di nuovo—le mani che gli affondarono nei capelli mentre lo attirava giù per un bacio disperato, i denti che gli mordicchiavano il labbro inferiore mentre il suo corpo si contorceva sotto di lui. "Non fermarti," gemette contro la sua bocca, e Marco sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé—una barriera che non sapeva nemmeno di avere—mentre la schiacciava contro il materasso e la prendeva con una furia che li lasciò entrambi senza fiato.
I gemiti di Lucilla si fecero più acuti, le unghie che gli scavavano solchi rossi sulla schiena mentre il suo corpo iniziava a tremare. Marco la sentì stringersi intorno a lui come un guanto di velluto bollente, e seppe che stava arrivando—la vide negli occhi che si spalancavano, nella bocca che si apriva in un grido soffocato mentre l'orgasmo la scuoteva come un fulmine.
E poi fu il suo turno—un'onda di puro piacere che lo travolse mentre le scaricava dentro, il corpo che si irrigidiva sopra di lei mentre il mondo esterno cessava di esistere. Per un momento che sembrò durare un'eternità, rimasero così—fusi l'uno nell'altra, il respiro sincronizzato, la pelle che luccicava di sudore sotto la fioca luce della luna che filtrava dalle tende.
Fu Lucilla a rompere il silenzio per prima, le dita che gli accarezzavano distrattamente i capelli mentre lui riposava il capo sul suo seno. "Lo sapevo che sarebbe stato così," mormorò, e Marco sollevò lo sguardo per incontrarne il suo—triste e soddisfatto allo stesso tempo.
"Quale parte?" chiese lui, la voce ancora roca dal sesso e dall'emozione.
"Tutto." Lucilla sorrise, un'espressione che gli ricordò quando da bambino lo aiutava con i compiti di matematica—quella stessa pazienza, quella stessa devozione. Solo che ora erano nudi e stretti insieme sotto le lenzuola, il suo sperma che le colava lentamente tra le cosce. "Sono anni che sogno di farmi rompere il culo da te," aggiunse senza vergogna, le dita che gli disegnavano cerchi sul petto sudato. "E ora l'hai fatto."
Marco la fissò, il cuore che gli martellava ancora nel petto. Non erano parole che avrebbe mai immaginato di sentire dalla bocca di sua madre—eppure adesso che erano state pronunciate, sembravano inevitabili, come se fossero state sempre lì, in attesa di essere dette. "Davvero?" chiese, incapace di trattenersi.
Lucilla annuì, gli occhi che brillavano di una strana luce mentre si sistemava meglio contro i cuscini, tirandolo con sé. "Davvero. Da quando hai compiuto vent'anni, credo." La sua mano gli scese lungo il fianco, fermandosi appena sopra il culo. "Ma non è mai stato il momento giusto. Fino a stanotte."
Marco deglutì, la gola improvvisamente secca. Vent'anni. Sei anni di fantasmi, di porte socchiuse, di docce troppo lunghe e di sogni proibiti. "E se io..." iniziò, ma le parole gli morirono in gola quando lei gli posò un dito sulle labbra.
"Non ci sono 'e se'," sussurrò Lucilla. "Non stanotte." Le sue dita gli afferrarono il cazzo, ancora semiduro, e lo guidarono di nuovo tra le sue cosce, sentendolo irrigidirsi immediatamente al contatto con la sua pelle ancora umida. "Fallo come hai sempre voluto."
Marco la guardò—veramente la guardò—per la prima volta da quando erano entrati in quella stanza. Vide le rughe ai lati degli occhi, la piega delle labbra che conosceva meglio delle proprie, i capelli che iniziavano a incanutire alle tempie. Eppure, in quel momento, gli sembrò la cosa più bella che avesse mai visto. Si abbassò per baciarla, un bacio lento e profondo che sembrò cancellare ogni residuo di dubbio.
Quando si separarono, Lucilla gli sorrise—quel sorriso che lo faceva sentire al sicuro da quando era bambino—e si voltò, offrendogli di nuovo il culo con un movimento che gli fece venire le vertigini. "Dai," lo incitò, scuotendo leggermente i fianchi. "Che aspetti?"
Marco non aspettò. Si sistemò dietro di lei, le mani che le afferrarono i fianchi mentre la punta del suo cazzo sfiorava di nuovo quel buco stretto, già lubrificato dal suo stesso sperma e dal loro sudore. Stavolta non ci fu esitazione—spinse in avanti, sentendola aprire sotto di lui con una facilità che lo sorprese.
Marco sentì il muscolo cedere sotto la pressione, il caldo anello di carne che si adattava alla sua circonferenza con una resistenza cedevole, poi un improvviso abbandono. Lucilla emise un suono che era metà gemito, metà risata soffocata quando la prese tutta d'un colpo, le natiche che tremavano contro il suo pube mentre il suo corpo si adattava alla violazione. "Cazzo, sei enorme," ansimò, le dita che affondavano nel lenzuolo mentre lui rimaneva immobile, permettendole di abituarsi alla sensazione.
"Ti fa male?" chiese Marco, la voce strozzata dalla tensione mentre sentiva le interiora di sua madre contrarsi intorno a lui come un guanto di velluto bollente. Lucilla scosse la testa, i capelli che le sbattevano sulle spalle mentre si spingeva indietro contro di lui, un movimento fluido che lo fece scivolare ancora più dentro.
"No, dio no," sussurrò, voltando la testa abbastanza per catturare il suo sguardo sopra una spalla. "È perfetto." Le labbra le si arricciarono in un sorriso malizioso che Marco non aveva mai visto prima—un'espressione da puttana che gli fece contrarre lo stomaco. "Adesso muoviti, figliolo. Non farmi aspettare altri sei anni."
Il termine "figliolo" gli fece sobbalzare il cazzo dentro di lei, e Lucilla rise—un suono basso e carnale che vibrava attraverso il loro punto di congiunzione. Marco obbedì, tirandosi quasi completamente fuori prima di ripiombare dentro con uno schiaffo umido che fece tremare il letto. Lucilla gridò, le unghie che strapparono il lenzuolo mentre la riempiva di nuovo, più veloce questa volta, trovando un ritmo che sembrava scritto nel loro DNA.
"Apri il culo," ansimò lei con voce rotta, piegandosi ancora più in avanti fino a che le guance delle sue natiche non si separarono completamente, offrendogli una vista che lo fece quasi venire sul posto. "Fammi male. Fam-mi go-de-re." Ogni sillaba era scandita da uno scossone dei suoi fianchi, come se stesse cantilenando una filastrocca perversa. Marco vide rosso. Le afferrò i fianchi con tale forza che le sue dita lasciarono immediatamente l'impronta sulla pelle, poi la penetrò con una serie di spinte così violente che il letto scivolò di qualche centimetro sul pavimento.
Lucilla urlò, ma non di dolore—era un suono primitivo, di trionfo, mentre il suo corpo rispondeva a ogni colpo contraendosi intorno a lui come una morsa bollente. "Sì! Proprio così, cazzo, proprio così—" le parole le morirono in gola quando Marco le cambiò angolazione, colpendo qualcosa dentro di lei che la fece contorcere come un animale ferito. Le dita di lei artigliarono il materasso, i tendini delle braccia che si disegnavano sotto la pelle mentre cercava di reggere l'assalto.
"E adesso," gemette tra i denti stretti, "sborrami dentro. Voglio sentirti esplodere in questo culo che hai sempre desiderato." La crudeltà delle sue parole fu l'ultima goccia—Marco la inchiodò al materasso con tutta la sua forza, il corpo che si irrigidiva sopra di lei mentre l'orgasmo lo travolgeva come un treno merci. Sentì le pareti di Lucilla contrarglisi intorno, spremendogli ogni goccia di seme mentre lei gemeva in un falsetto roto, il suo stesso climax che la scuoteva in onde violente.
Per un istante che sembrò durare un'eternità, rimasero così—fusi l'uno nell'altra, il respiro sincronizzato, il sudore che colava lungo le loro schiene nella penombra della stanza. Poi Marco collassò sopra di lei, il naso seppellito nella nuca di Lucilla dove il profumo del suo shampoo si mescolava all'odore acre del sesso. Lei girò la testa abbastanza per catturare le sue labbra in un bacio languido, le dita che gli intrecciarono i capelli con una tenerezza che contrastava selvaggiamente con quello che erano appena stati.
Lucilla sorrise contro la sua bocca quando si separarono, le dita che gli accarezzavano distrattamente il collo sudato. "Domani a quest'ora," sussurrò, la voce ancora roca dal sesso, "starai scopando la tua mogliettina." Le parole erano come unghiate sulla carne scoperta, e Marco trasalì quando lei gli affondò i denti nella spalla per punizione.
"Ma ricorda," continuò, il respiro caldo che gli sfiorava l'orecchio mentre si voltava completamente verso di lui, il culo che gli sfregava contro il cazzo semiduro, "se non ti vuole dare il culo..." Una mano gli strisciò tra le cosce, afferrandolo con una presa che fece gemere entrambi. "Vieni da me. Telo darò sempre."
Marco deglutì rumorosamente, la gola improvvisamente secca. Il pensiero di sua moglie—della dolce, ingenua Sofia che lo aspettava in quella casa ancora piena di scatoloni—si scontrò violentemente con l'immagine di Lucilla piegata sul letto, le natiche ancora rosse dai suoi colpi. "Non posso..." iniziò, ma le parole morirono quando lei lo guidò di nuovo dentro di sé con un movimento fluido dell'anca, il buco del culo ancora morbido e cedevole dal loro accoppiamento.
"Puoi," lo corresse Lucilla, le unghie che gli scavavano solchi lungo le costole mentre lo spingeva più dentro. "E lo farai." La sua voce era un misto di carezza e minaccia, le labbra che si muovevano contro la sua pelle come se stessero scrivendo un patto col sangue. "Ogni volta che quel culo da brava ragazza ti dirà di no, saprai dove venire."
Lucilla non rispose subito. Si limitò a versarsi un bicchiere d'acqua, le dita che tremavano appena contro il vetro. Era una di quelle notti afose d'agosto dove l'aria si muoveva a fatica, e il silenzio della casa sembrava più pesante del solito. "Non riesco a dormire," ammise alla fine, senza girarsi. Da domani sarò sola in questa casa cosi grande.
Marco si avvicinò, i piedi nudi che scricchiolavano lievemente sul pavimento di legno. "È solo ansia per il matrimonio," disse, cercando di alleggerire l'atmosfera mentre le posava una mano sulla spalla scoperta. Ma il calore della sua pelle la fece trasalire, e lui ritrasse le dita come se si fosse scottato.
Lucilla bevve un lungo sorso d'acqua, il collo arcuato mentre ingoiava. La camicia da notte le si era incollata alla schiena umida, delineando la curva dei fianchi. "Non è solo quello," sussurrò, finalmente voltandosi. I loro sguardi si incrociarono, e Marco trattenne il fiato. Gli occhi di sua madre brillavano di qualcosa che non aveva mai visto prima—una fame antica, repressa.
"Ma..." iniziò lui, ma le parole gli morirono in gola quando lei posò il bicchiere con un tonfo sordo. Le sue mani, quelle stesse mani che lo avevano cullato da bambino, si aggrapparono ora ai lembi della sua maglietta. "L'ultima notte," mormorò Lucilla, e il significato di quelle parole esplose tra loro come una granata.
Marco sentì il cuore battergli così forte da credere che lei potesse sentirlo. "Siamo ubriachi?" chiese, una risata nervosa che gli uscì strozzata. Ma non avevano bevuto, e l'aria tra loro era elettrica, carica di anni di sguardi trattenuti, di porte socchiuse, di fantasmi che avevano abitato quella casa senza nome.
Lucilla non rispose alla domanda di Marco. Invece, le sue dita si strinsero ancora di più sulla maglietta, il tessuto che si tendeva sotto la presa mentre il respiro si faceva più corto. "Non siamo ubriachi," sussurrò, e la voce le tremò come se stesse camminando su un filo sospeso tra due grattacieli. "È solo che domani tutto cambierà. Per sempre."
Marco deglutì, la gola improvvisamente secca. Il riflesso della luce lunare entrava dalla finestra, disegnando ombre oblique sul viso di sua madre, accentuando la curva delle labbra, il modo in cui le narici si dilatavano leggermente. Era una bellezza che conosceva da sempre, ma mai così vicina, mai così pericolosa. "Mamma..." iniziò, ma le parole gli morirono di nuovo in gola quando lei si avvicinò ancora, il calore del suo corpo che sembrava irradiare attraverso il sottile tessuto della camicia da notte.
"Dimmi che non ci hai mai pensato," mormorò Lucilla, gli occhi che lo fissavano con un'intensità che lo trapassava. "Nemmeno una volta, in tutti questi anni." Le mani di Marco tremarono, e per un attimo pensò di scostarsi, di voltare le spalle e correre su per le scale, verso la sua stanza, verso la sicurezza delle coperte e dell'oscurità. Ma qualcosa lo inchiodò al posto, qualcosa di più forte della ragione, più antico del buon senso.
"Non possiamo," riuscì a dire, ma la voce gli suonò strana, come se appartenesse a qualcun altro. Lucilla sorrise, un sorriso triste e insieme provocante, mentre una lacrima le scendeva lungo la guancia, fermandosi sul labbro superiore. Marco non resistette: allungò un dito, la toccò, sentendo il sale sulla punta. Fu allora che lei si sporse in avanti, e le loro bocche si incontrarono in un bacio che bruciò via ogni residua resistenza.
Il sapore di Lucilla era familiare e insieme scandalosamente nuovo. Marco la strinse a sé, le mani che le scorrevano lungo la schiena, sentendo il sudore che le univa, il tessuto bagnato che si attaccava alla pelle. La cucina sembrò svanire intorno a loro, sostituita da un vortice di sensazioni che Marco non sapeva nemmeno di poter provare. Lucilla gemette piano contro le sue labbra, un suono che gli fece accapponare la pelle.
Poi, improvvisamente, fu lei a tirarsi indietro, il respiro affannoso, gli occhi che brillavano di una strana miscela di desiderio e terrore. "Non qui," sussurrò, mentre le dita gli si aggrappavano al petto, le unghie che affondavano leggermente nella carne attraverso la maglietta. "Non sul pavimento della cucina."
Marco la seguì senza pensare, le gambe che sembravano muoversi da sole mentre lei lo guidava attraverso il corridoio buio, verso la sua stanza. La porta cigolò quando la spalancò, e per un attimo si fermarono sulla soglia, il respiro sincronizzato, il cuore che batteva all'unisono. Poi Lucilla lo spinse dentro, le mani che gli strapparono la maglietta con un movimento brusco, i bottoni che volarono via con uno strappo secco.
La schiena di Marco sbatté contro il muro quando lei si avvicinò, il corpo nudo sotto la camicia da notte che finalmente gli si rivelò quando il tessuto scivolò a terra con un fruscio. I seni pieni e pesanti gli rimbalzarono contro il petto, i capezzoli duri che gli sfiorarono la pelle mentre lei lo baciava con una furia che lo lasciò senza fiato. Le sue mani le affondarono nei fianchi, le dita che si incollarono alla carne umida mentre la sollevava, le gambe di lei che gli si avvolsero intorno alla vita come un laccio.
"Dimmi cosa vuoi," ansimò Marco contro la sua bocca, il cazzo così duro da far male, confinato nei pantaloni che sembravano due taglie troppo piccoli. Lucilla gli mordicchiò il labbro inferiore, poi sussurrò qualcosa che lo fece sobbalzare. "Lo vuoi davvero?" chiese, la voce roca. Lei annuì, gli occhi che non lo abbandonavano un istante mentre scendeva lungo il suo corpo, le labbra che lasciarono una scia di baci umidi sull'addome, fino a fermarsi davanti alla cerniera dei suoi jeans.
Le dita di Lucilla tremavano mentre lo sbottonava, la lingua che gli leccò la punta del cazzo non appena fu libero, facendolo gemere. "Cristo..." Marco affondò le mani nei suoi capelli mentre lei lo ingoiava tutta d'un fiato, la gola stretta che si adattava a lui con una facilità che lo fece vacillare. Ma era solo un assaggio—Lucilla lo lasciò andare con uno schiocco bagnato, poi si voltò, piegandosi sul letto mentre gli offriva il culo con un'audacia che gli tolse il respiro.
"Fallo," ordinò, guardandolo sopra la spalla mentre si apriva con le dita, mostrandogli il buco stretto e rosa che mai nessuno aveva toccato. Marco si bagnò le dita con la sua saliva, poi le fece scivolare dentro di lei, sentendo il caldo abbraccio della sua carne che si stringeva intorno a lui. Lucilla gemeva, il corpo che si muoveva al ritmo delle sue dita, finché non furono entrambi coperti di sudore e desiderio.
Quando finalmente la punta del suo cazzo sfiorò quel buco vergine, Marco si fermò, incerto. "Sei sicura?" chiese, ma la risposta arrivò quando lei gli afferrò i fianchi e si spinse indietro, ingoiandolo tutto in un solo movimento strappato. Il gemito che uscì dalle labbra di Lucilla non era di dolore, ma di liberazione—come se un nodo che si stringeva da anni si fosse finalmente sciolto.
"Più forte," ansimò lei, le unghie che gli scavavano la carne mentre si muoveva contro di lui con un ritmo animalesco. Ogni spinta era una promessa mantenuta, ogni grugnito una confessione. Marco la teneva per i fianchi, sentendo i muscoli di lei contrarsi sotto le dita mentre la riempiva, il suo culo che si stringeva intorno a lui come una morsa bollente.
La stanza si riempì del suono della loro pelle che si scontrava, dei gemiti soffocati, dell'odore acre del sesso e del sudore. Lucilla girò la testa sul cuscino, i capelli che le si attaccavano alla schiena bagnata, e Marco vide che rideva—un sorriso selvaggio e sfinito che gli ricordò quando da bambino lei lo prendeva in braccio dopo un incubo. Solo che ora era lui a confortarla, anche se in un modo che mai avrebbe immaginato.
"Ti sento ovunque," sussurrò lei mentre lui rallentava, permettendole di sentire ogni centimetro dentro di sé. Le dita di Marco si intrecciarono con le sue contro le lenzuola spiegazzate, e per un momento furono semplicemente due corpi che cercavano conforto nell'unico modo che conoscevano in quella notte senza tempo.
Poi Lucilla si voltò completamente, senza che lui uscisse, le gambe che gli si avvolsero intorno alla vita mentre lo attirava sopra di sé. "Guardami," ordinò, e Marco obbedì, perdendosi negli occhi di lei mentre ricominciava a muoversi, questa volta più lentamente, come se volesse imprimere ogni istante nella memoria.
Fu allora che Lucilla lo sorprese di nuovo—le mani che gli affondarono nei capelli mentre lo attirava giù per un bacio disperato, i denti che gli mordicchiavano il labbro inferiore mentre il suo corpo si contorceva sotto di lui. "Non fermarti," gemette contro la sua bocca, e Marco sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé—una barriera che non sapeva nemmeno di avere—mentre la schiacciava contro il materasso e la prendeva con una furia che li lasciò entrambi senza fiato.
I gemiti di Lucilla si fecero più acuti, le unghie che gli scavavano solchi rossi sulla schiena mentre il suo corpo iniziava a tremare. Marco la sentì stringersi intorno a lui come un guanto di velluto bollente, e seppe che stava arrivando—la vide negli occhi che si spalancavano, nella bocca che si apriva in un grido soffocato mentre l'orgasmo la scuoteva come un fulmine.
E poi fu il suo turno—un'onda di puro piacere che lo travolse mentre le scaricava dentro, il corpo che si irrigidiva sopra di lei mentre il mondo esterno cessava di esistere. Per un momento che sembrò durare un'eternità, rimasero così—fusi l'uno nell'altra, il respiro sincronizzato, la pelle che luccicava di sudore sotto la fioca luce della luna che filtrava dalle tende.
Fu Lucilla a rompere il silenzio per prima, le dita che gli accarezzavano distrattamente i capelli mentre lui riposava il capo sul suo seno. "Lo sapevo che sarebbe stato così," mormorò, e Marco sollevò lo sguardo per incontrarne il suo—triste e soddisfatto allo stesso tempo.
"Quale parte?" chiese lui, la voce ancora roca dal sesso e dall'emozione.
"Tutto." Lucilla sorrise, un'espressione che gli ricordò quando da bambino lo aiutava con i compiti di matematica—quella stessa pazienza, quella stessa devozione. Solo che ora erano nudi e stretti insieme sotto le lenzuola, il suo sperma che le colava lentamente tra le cosce. "Sono anni che sogno di farmi rompere il culo da te," aggiunse senza vergogna, le dita che gli disegnavano cerchi sul petto sudato. "E ora l'hai fatto."
Marco la fissò, il cuore che gli martellava ancora nel petto. Non erano parole che avrebbe mai immaginato di sentire dalla bocca di sua madre—eppure adesso che erano state pronunciate, sembravano inevitabili, come se fossero state sempre lì, in attesa di essere dette. "Davvero?" chiese, incapace di trattenersi.
Lucilla annuì, gli occhi che brillavano di una strana luce mentre si sistemava meglio contro i cuscini, tirandolo con sé. "Davvero. Da quando hai compiuto vent'anni, credo." La sua mano gli scese lungo il fianco, fermandosi appena sopra il culo. "Ma non è mai stato il momento giusto. Fino a stanotte."
Marco deglutì, la gola improvvisamente secca. Vent'anni. Sei anni di fantasmi, di porte socchiuse, di docce troppo lunghe e di sogni proibiti. "E se io..." iniziò, ma le parole gli morirono in gola quando lei gli posò un dito sulle labbra.
"Non ci sono 'e se'," sussurrò Lucilla. "Non stanotte." Le sue dita gli afferrarono il cazzo, ancora semiduro, e lo guidarono di nuovo tra le sue cosce, sentendolo irrigidirsi immediatamente al contatto con la sua pelle ancora umida. "Fallo come hai sempre voluto."
Marco la guardò—veramente la guardò—per la prima volta da quando erano entrati in quella stanza. Vide le rughe ai lati degli occhi, la piega delle labbra che conosceva meglio delle proprie, i capelli che iniziavano a incanutire alle tempie. Eppure, in quel momento, gli sembrò la cosa più bella che avesse mai visto. Si abbassò per baciarla, un bacio lento e profondo che sembrò cancellare ogni residuo di dubbio.
Quando si separarono, Lucilla gli sorrise—quel sorriso che lo faceva sentire al sicuro da quando era bambino—e si voltò, offrendogli di nuovo il culo con un movimento che gli fece venire le vertigini. "Dai," lo incitò, scuotendo leggermente i fianchi. "Che aspetti?"
Marco non aspettò. Si sistemò dietro di lei, le mani che le afferrarono i fianchi mentre la punta del suo cazzo sfiorava di nuovo quel buco stretto, già lubrificato dal suo stesso sperma e dal loro sudore. Stavolta non ci fu esitazione—spinse in avanti, sentendola aprire sotto di lui con una facilità che lo sorprese.
Marco sentì il muscolo cedere sotto la pressione, il caldo anello di carne che si adattava alla sua circonferenza con una resistenza cedevole, poi un improvviso abbandono. Lucilla emise un suono che era metà gemito, metà risata soffocata quando la prese tutta d'un colpo, le natiche che tremavano contro il suo pube mentre il suo corpo si adattava alla violazione. "Cazzo, sei enorme," ansimò, le dita che affondavano nel lenzuolo mentre lui rimaneva immobile, permettendole di abituarsi alla sensazione.
"Ti fa male?" chiese Marco, la voce strozzata dalla tensione mentre sentiva le interiora di sua madre contrarsi intorno a lui come un guanto di velluto bollente. Lucilla scosse la testa, i capelli che le sbattevano sulle spalle mentre si spingeva indietro contro di lui, un movimento fluido che lo fece scivolare ancora più dentro.
"No, dio no," sussurrò, voltando la testa abbastanza per catturare il suo sguardo sopra una spalla. "È perfetto." Le labbra le si arricciarono in un sorriso malizioso che Marco non aveva mai visto prima—un'espressione da puttana che gli fece contrarre lo stomaco. "Adesso muoviti, figliolo. Non farmi aspettare altri sei anni."
Il termine "figliolo" gli fece sobbalzare il cazzo dentro di lei, e Lucilla rise—un suono basso e carnale che vibrava attraverso il loro punto di congiunzione. Marco obbedì, tirandosi quasi completamente fuori prima di ripiombare dentro con uno schiaffo umido che fece tremare il letto. Lucilla gridò, le unghie che strapparono il lenzuolo mentre la riempiva di nuovo, più veloce questa volta, trovando un ritmo che sembrava scritto nel loro DNA.
"Apri il culo," ansimò lei con voce rotta, piegandosi ancora più in avanti fino a che le guance delle sue natiche non si separarono completamente, offrendogli una vista che lo fece quasi venire sul posto. "Fammi male. Fam-mi go-de-re." Ogni sillaba era scandita da uno scossone dei suoi fianchi, come se stesse cantilenando una filastrocca perversa. Marco vide rosso. Le afferrò i fianchi con tale forza che le sue dita lasciarono immediatamente l'impronta sulla pelle, poi la penetrò con una serie di spinte così violente che il letto scivolò di qualche centimetro sul pavimento.
Lucilla urlò, ma non di dolore—era un suono primitivo, di trionfo, mentre il suo corpo rispondeva a ogni colpo contraendosi intorno a lui come una morsa bollente. "Sì! Proprio così, cazzo, proprio così—" le parole le morirono in gola quando Marco le cambiò angolazione, colpendo qualcosa dentro di lei che la fece contorcere come un animale ferito. Le dita di lei artigliarono il materasso, i tendini delle braccia che si disegnavano sotto la pelle mentre cercava di reggere l'assalto.
"E adesso," gemette tra i denti stretti, "sborrami dentro. Voglio sentirti esplodere in questo culo che hai sempre desiderato." La crudeltà delle sue parole fu l'ultima goccia—Marco la inchiodò al materasso con tutta la sua forza, il corpo che si irrigidiva sopra di lei mentre l'orgasmo lo travolgeva come un treno merci. Sentì le pareti di Lucilla contrarglisi intorno, spremendogli ogni goccia di seme mentre lei gemeva in un falsetto roto, il suo stesso climax che la scuoteva in onde violente.
Per un istante che sembrò durare un'eternità, rimasero così—fusi l'uno nell'altra, il respiro sincronizzato, il sudore che colava lungo le loro schiene nella penombra della stanza. Poi Marco collassò sopra di lei, il naso seppellito nella nuca di Lucilla dove il profumo del suo shampoo si mescolava all'odore acre del sesso. Lei girò la testa abbastanza per catturare le sue labbra in un bacio languido, le dita che gli intrecciarono i capelli con una tenerezza che contrastava selvaggiamente con quello che erano appena stati.
Lucilla sorrise contro la sua bocca quando si separarono, le dita che gli accarezzavano distrattamente il collo sudato. "Domani a quest'ora," sussurrò, la voce ancora roca dal sesso, "starai scopando la tua mogliettina." Le parole erano come unghiate sulla carne scoperta, e Marco trasalì quando lei gli affondò i denti nella spalla per punizione.
"Ma ricorda," continuò, il respiro caldo che gli sfiorava l'orecchio mentre si voltava completamente verso di lui, il culo che gli sfregava contro il cazzo semiduro, "se non ti vuole dare il culo..." Una mano gli strisciò tra le cosce, afferrandolo con una presa che fece gemere entrambi. "Vieni da me. Telo darò sempre."
Marco deglutì rumorosamente, la gola improvvisamente secca. Il pensiero di sua moglie—della dolce, ingenua Sofia che lo aspettava in quella casa ancora piena di scatoloni—si scontrò violentemente con l'immagine di Lucilla piegata sul letto, le natiche ancora rosse dai suoi colpi. "Non posso..." iniziò, ma le parole morirono quando lei lo guidò di nuovo dentro di sé con un movimento fluido dell'anca, il buco del culo ancora morbido e cedevole dal loro accoppiamento.
"Puoi," lo corresse Lucilla, le unghie che gli scavavano solchi lungo le costole mentre lo spingeva più dentro. "E lo farai." La sua voce era un misto di carezza e minaccia, le labbra che si muovevano contro la sua pelle come se stessero scrivendo un patto col sangue. "Ogni volta che quel culo da brava ragazza ti dirà di no, saprai dove venire."
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