La schiava e il conte- parte quarta
di
ANNA BOLERANI
genere
corna
Marco non le diede tempo di togliersi le scarpe. Le spinse faccia al muro con una mano mentre con l'altra le sollevava la gonna con le dita che cercavano le mutandine che non c'erano più, erano rimaste al banchiere come trofeo. "Dimmi cosa ti ha fatto," ringhiò contro la sua nuca, il cazzo che le sfregava tra le cosce ancora umide del lavaggio frettoloso in quel bagno dorato. Quando Giulia esitò, lui le affondò i denti nella spalla e la penetrò d'un colpo, facendole urlare contro lo scrostato intonaco. "Tutto. Voglio sentire ogni secondo."
Giulia raccontò tra un respiro mozzo e l'altro, la voce che si spezzava ad ogni scossa mentre lui la prendeva da dietro con la furia di un uomo che non era più un marito ma uno dei tanti che l'avrebbero scopata. Descrisse di come il banchiere l'avesse vinta alla Riffa per una cifra enorme, sedicimila euro che Giulia estrasse dalla borsetta, ancora appesa alla sua spalla e che lancio in aria in segno di vittoria.
"Fottimi marco, fottimi forte sono diventata una schiava e una puttana per te. Marco accelerò il ritmo, le palle che le sbattevano contro il clitoride, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciare lividi a forma di impronte digitali. "E il vecchio? Dov'era mentre ti facevi sfondare?"
"Nel salone con gli altri soci dove poteva udire i miei gemiti, come tutti gli altri," ansimò Giulia, le unghie che si conficcavano nel muro quando Marco le trovò il punto con la precisione di chi conosceva quel corpo meglio di se stesso.
"Sei diventata brava," disse Marco, il respiro sempre più corto mentre la teneva stretta contro di sé, il sudore che li univa come colla. Le labbra di Giulia si incurvarono in un sorriso stanco mentre le dita di Marco le cercavano il clitoride, sincronizzando le sue spinte con il racconto delle sedicimila euro guadagnate in un'ora. "Meriti ogni centesimo," le sussurrò all'orecchio prima di venirle dentro con un lungo gemito, i denti che le mordicchiavano il lobo mentre il corpo di lei si contraeva a sua volta nell'orgasmo.
Quando finalmente si separarono, il muro portava l'impronta umida del corpo di Giulia, come un fantasma di sudore e desiderio. Marco le passò un asciugamano senza guardarla. Giulia si pulì le cosce con movimenti meccanici, gli occhi fissi sulle proprie dita ancora tremanti poi si lasciò cadere sul letto per cadere in un sonno profondo.
Marco si svegliò prima dell'alba, la schiena incollata alle lenzuola umide. Il silenzio della stanza era rotto solo dal respiro affannoso di Giulia, ancora immersa in un sonno agitato. Scivolò dal letto, i piedi nudi che affondarono nel pavimento gelido mentre la luce grigia del mattino filtrava dalle imposte. Raccolse le banconote ancora sperse sul pavimento. ***Sedicimila euro in una notte*** ne valeva la pena.
Giulia si mosse nel letto, un gemito soffocato che le sfuggì mentre si girava sul fianco, lasciando scoperta la schiena solcata da graffi rossastri. Marco osservò i segni, le mascelle serrate. Non erano suoi. Quel pensiero gli attraversò lo stomaco come una lama calda. Il telefono vibrò sul comodino — un messaggio del Conte, le parole semplici come un ordine di servizio: "Alle 16, puntamela tu. Portala vestita di rosso."
Marco sentì il telefono vibrare di nuovo mentre infilava le banconote ne cassetto del comodino accanto al suo letto insieme alle altre. Sedicimila euro. Il peso gli scivolò giù dallo stomaco fino a posarsi nelle mutande, dove già il ricordo delle parole del Conte lo stava facendo indurire. Sedici. Puntuale. Vestita di rosso ricordo nella sua mente.
Giulia si svegliò con un sussulto quando lui aprì l'armadio, il cigolio dei cardini che tagliò il suo sonno come un coltello. "Che ore sono?" chiese, la voce ancora velata dalla stanchezza, le dita che si strofinarono sugli occhi gonfi.
"È ancora presto, dormi ancora un po’," disse Marco, Io vado a fare una doccia e poi quando ti alzi andiamo a fare colazione in centro. Ti porto in quel posto sotto i portici, quello che ti piace, con i cornetti caldi." Le parole gli uscivano troppo veloci, come se stesse leggendo da un copione imparato a memoria.
Giulia spezzò il cornetto con le dita, lasciando che le briciole cadessero sul piatto come residui di un rituale. Il bar sotto i portici era pieno di luce mattutina che filtrava attraverso le tende di pizzo, illuminando le vene bluastre sulle sue mani ancora tremanti. Marco ordinò un altro cappuccino senza guardarla, le dita che tamburellavano sul marmo del tavolo seguendo il ritmo di una canzone che solo lui sentiva. "Dovresti comprarti un vestito nuovo," disse all'improvviso, indicando con la tazzina verso la vetrina di una boutique dall'altro lato della strada. "Qualcosa di rosso, ovviamente. Quello che indossavi ieri si e strappato."
Giulia seguì il suo sguardo verso il manichino esposto, avvolto in una silhouette di seta che sembrava disegnata per scivolare via al primo strappo. Il prezzo pendeva dal polso della figura come un braccialetto da prigioniera.
La commessa li osservò con lo sguardo opaco di chi riconosce certi tipi di clienti. Marco sfiorò i tessuti con la sicurezza di chi ha appena scoperto che ogni cosa ha un prezzo, compresa la moglie che gli camminava accanto a mezzo passo di distanza. "Questo," disse indicando un tubino rosso, la stoffa così sottile che Giulia poté vedere l'ombra della sua stessa mano attraverso il materiale quando lo sollevò. Nel camerino, sotto le luci al neon, le cuciture le sembrarono cicatrici.
Fuori, Marco fumava e il fumo che si arricciava intorno al suo viso come una maschera. Quando Giulia uscì col vestito addosso, lui spense la sigaretta,. "Girati," ordinò. Le sue mani le sistemarono la scollatura più bassa di quanto avrebbe permesso in qualsiasi altro giorno della loro vita insieme.
Il negozio di lingerie era l'ultima tappa. Marco scelse con metodo da stratega: reggiseni senza spalline, mutandine che nella confezione sembravano fazzoletti spiegazzati. "Per comodità," spiegò alla cassiera, mentre Giulia stringeva tra le dita l'etichetta di un bodysuit di pizzo nero. La ragazza fece scivolare gli articoli nel sacchetto con le sopracciglia immobili, il beep dello scanner che segnava il prezzo di ogni pezzo come un conto alla rovescia.
Il ristorante era un posto elegante con tovaglie di lino così bianche che a Giulia sembrò di sedersi su una lastra di ghiaccio. Ordinò un'insalata Caprese, spostando i pomodori col forchetta senza appetito mentre Marco divorava un piatto di pasta all'arrabbiata, la forchetta che raschiava il piatto con un suono che le fece stringere i denti. "Mangia qualcosa," le disse lui tra un boccone e l'altro, indicando il suo piatto quasi intatto con la punta del coltello. "Avrai bisogno di energie." Il coltello luccicò sotto la luce del lampadario come un segnale di pericolo.
Alle 15:30, mentre Marco pagava il conto con una delle banconote nuove di zecca, Giulia sentì il telefono vibrare nella tasca del vestito rosso. Il messaggio del Conte diceva semplicemente "Sono già eccitato." Mostrò lo schermo a Marco, che annuì mentre riponeva il portafoglio, dicendo che dovevano affrettarsi per non fare tardi. Era ansioso di vederla all'opera.
In taxi, Giulia chiuse gli occhi fingendo di assorbire i raggi del sole che filtravano dal finestrino, ma in realtà contava mentalmente i secondi che la separavano dall'appuntamento. Le gambe le tremavano nonostante lo sforzo di tenerle ferme, e il tessuto sottile del vestito le sembrava improvvisamente ruvido contro la pelle. Marco le prese una mano senza guardarla, il pollice che le strofinò l'osso del polso con un movimento circolare che una volta sarebbe stato tenero, ora era solo un promemoria.
Il corridoio della villa era un tunnel di specchi antichi che moltiplicavano il verde opaco del vestito di Giulia in infinite repliche sfocate. Ogni suo passo risuonava sul parquet lucido, mentre Marco camminava mezzo metro dietro di lei, Giulia contava mentalmente le porte che superavano: la terza a sinistra era quella della biblioteca, la quinta conduceva alla sala da biliardo dove il conte teneva i suoi incontri d'affari. La loro stanza era l'ultima , un nido dorato che puzzava ancora di cera nuova e lenzuola stirate con precisione militare.
"Vado a cambioarmi" disse Giulia senza voltarsi quando Marco chiuse la porta alle loro spalle con un click troppo morbido per essere rassicurante. Quando usci dal bagno il suo riflesso nello specchio a tutta altezza sembrava un quadro vivente: il rosso del vestito che esplodeva contro le pareti color crema, le scarpe con il tacco che il conte aveva inviato quella mattina—così alte che ogni passo era una sfida all'equilibrio. "Lui vuole vedermi così." Afferrò il bordo dell'abito e lo sollevò appena sufficiente per mostrare l'assenza di mutandine sotto la stoffa sottile. "E tu vuoi che lui sappia che hai obbedito."
Marco fece scivolare la mano lungo la schiena di Giulia mentre lei si sistemava il vestito davanti allo specchio, le dita che indugiavano sulla curva dei suoi fianchi come per misurare quanto si fosse assottigliata in quelle settimane di tensione. "Ti sta bene," mentì, perché in realtà quel rosso le divorava la carnagione, rendendola pallida come una statua di cera. Ma era il colore che il Conte voleva, e questo bastava. Giulia annuì senza sorridere, le dita che tremavano leggermente mentre aggiustavano la scollatura ancora più bassa di quanto già non fosse. Marco osservò il riflesso dei suoi capezzoli che si indurivano sotto la stoffa sottile—non per eccitazione, ma per il freddo tagliente che entrava dalla finestra socchiusa.
Marco osservò il polso sottile di Giulia mentre aggiustava la collana di perle che il conte le aveva regalato quella mattina—un girocollo così stretto che sembrava un cappio di madreperla. Ogni perla luccicava come una goccia di sperma sotto la luce del lampadario, e lui trattenne un sorriso pensando a come quel vecchio decrepito avesse scelto proprio quel simbolo di castità per decorare la sua puttana personale. Giulia sollevò il mento davanti allo specchio, le dita che tremavano non di vergogna ma di anticipazione mentre sfioravano la scollatura che lasciava intravedere l'ombra tra i suoi seni. "Mi piace come mi guardi," sussurrò, catturando il riflesso degli occhi di Marco che la divoravano. "È diverso da prima. Più... affamato."
Il conte aveva ragione su una cosa—nulla eccitava Marco più di vederla desiderata da altri uomini. Ogni sguardo lascivo, ogni manata sulle sue cosce in quel ristorante elegante, ogni bisbiglio dei soci del conte mentre passava vestita di rosso, erano come benzina sul fuoco che gli bruciava le viscere. Giulia lo sapeva. Lo sentiva nelle sue mani che stringevano più forte quando qualcuno la fissava troppo a lungo, nel modo in cui la penetrava la sera con una furia che non aveva mai mostrato nei loro anni di matrimonio borghese.
Marco trattenne il respiro mentre la porta dello studio del conte si aprì con un lento cigolio, rivelando la scena già preparata: il vecchio seduto su una poltrona di pelle scura, le gambe divaricate, le dita nodose che tamburellavano sul bracciolo in attesa. Giulia entrò per prima, il vestito rosso che ondeggiava appena sopra le ginocchia, ogni passo un'esibizione calcolata. Marco la seguì, il sudore che gli imperlava la nuca non per rimorso, ma per l'eccitazione che gli serrava la gola come un cappio.
"Ah, finalmente," sibilò il conte, alzandosi con uno sforzo esagerato, il bastone d'argento era stato sostituito da un frustino sottile con delle piume alla punta. I suoi occhi giallastri divorarono Giulia dalla scollatura fino alle caviglie, mentre lei si fermò al centro della stanza, le braccia rilassate lungo i fianchi, le labbra appena dischiuse in un sorriso che non raggiungeva gli occhi. Marco si appoggiò allo stipite, incrociando le braccia, il polso sinistro che pulsava dove l'orologio segnava le 16:03. Tre minuti di ritardo—una colpa che avrebbe pagato dopo.
"Che peccato aver coperto quei fianchi," borbottò il conte, il frustino che scivolò sotto la gonna di Giulia sollevandola con un gesto secco. Il tessuto rosso si arricciò intorno alla vita, rivelando l'assenza di mutandine e la pelle ancora segnata dai lividi violacei della notte precedente. Giulia non si mosse, lasciando che l'aria fredda della stanza le accarezzasse la pelle nuda, i capezzoli già duri sotto la stoffa sottile. Marco deglutì, il rumore secco riempì il silenzio mentre il conte annusava l'aria come un cane da caccia.
"Preferisci che ti tolga il vestito con le mani o coi denti, puttana?" chiese il conte, il fiato che sapeva di porto e mentina falsa. Giulia inclinò la testa, fingendo di riflettere, le dita che già si posavano sull'orlo della scollatura. "Le mani, padrone," rispose con una voce che tremava apposta, sapendo che quel tremito avrebbe fatto indurire Marco ancor di più. Il conte rise, un suono raschiante, mentre le sue dita nodose si chiudevano attorno alla stoffa rossa e strappavano via il vestito con un gesto solo.
La stoffa si aprì come una ferita, lasciando Giulia nuda sotto la luce dorata dei candelabri, eccetto per le scarpe col tacco e la collana di perle. Marco osservò il modo in cui il conte la girava su se stessa, il frustino che tracciava linee immaginarie tra i suoi seni, il ventre, le cosce. Ogni volta che le piume sfioravano la pelle, Giulia tratteneva il respiro, non per vergogna, ma perché sapeva che Marco stava contando ogni suo sussulto, ogni piccolo tremore che tradisse piacere.
"Bellissima," sibilò il conte, le dita che affondavano nei fianchi di Giulia mentre la spingeva verso la scrivania di mogano. Il legno era freddo contro la sua pelle nuda, l'odore di cera e inchiostro vecchio le riempì le narici mentre il vecchio le sistemava la schiena inarcata a novanta gradi esatti. "Così, ferma." Le sue unghie giallastre le segnarono la carne mentre misurava l'angolazione, come un architetto che prepara il modello di un edificio sacro. Giulia sentì il metallo della fibbia della cintura del conte premersi contro le natiche, seguito dal sibilo dell'aria tagliata dal frustino.
Il primo colpo arrivò senza preavviso—un lampo di dolore acuto che le fece contrarre i muscoli delle cosce mentre le piume le sfioravano la pelle con una crudeltà studiata. Non era abbastanza forte da lasciare segni, ma sufficiente a farle sentire il fuoco strisciarle sotto l'epidermide. "Uno," contò il conte, la voce roca che gocciolava sadismo. Marco, dall'angolo, emise un suono gutturale, le mani che si strinsero attorno ai braccioli della poltrona come se stesse trattenendo se stesso dall'intervenire. O dal partecipare.
Il secondo colpo cadde mezzo centimetro più in basso, perfettamente parallelo al primo. Giulia afferrò il bordo della scrivania, le nocche bianche che spiccavano contro il mogano lucido. Le piume questa volta sfiorarono la pelle con una lentezza esasperante, quasi carezzevoli, prima che il frustino si ritraesse con uno schiocco secco. "Due," annunciò il conte, il respiro affannoso che tradiva la sua eccitazione. Nello specchio ovale appeso alla parete, Giulia catturò il riflesso di Marco che si sistemava i pantaloni, la bocca semiaperta in una smorfia che non riusciva a decidersi tra il disgusto e la brama.
Quando il terzo colpo arrivò, più forte stavolta, Giulia lasciò sfuggire un gemito strozzato. Le piume avevano lasciato il posto a sottili strisce di cuoio, e il dolore si irradiò lungo le sue natiche come un'onda di fuoco liquido. "Ti piace?" chiese il conte, la voce un soffio putrescente contro la sua nuca mentre le unghie le affondavano nei fianchi.
Giulia contò tre respiri prima di rispondere, sentendo lo sguardo di Marco bruciarle la schiena come un faro nella notte. "Sì, padrone," sussurrò, e fu una bugia così perfetta che quasi ci credette lei stessa—perché in quel momento, tra l'odore di pelle invecchiata e legno di sandalo, tra il freddo della scrivania e il calore del dolore che le fioriva sulla pelle, c'era qualcosa che la stava effettivamente eccitando. Non il vecchio, ma il modo in cui Marco la stava guardando dall'angolo, gli occhi neri che brillavano come carbone sotto la cenere ed il cazzo duro che spingeva nei pantaloni
Il conte annuì, soddisfatto, e il frustino disegnò un quarto segno, stavolta più in basso, dove la coscia incontrava il sedere. Giulia sentì un filo di sangue scendere lungo la gamba, caldo come la cera che doveva aver colato dai candelabri. "Dov'è tuo marito?" domandò il conte, puntando il bastone verso lo specchio dove Marco si era avvicinato senza fare rumore, le mani ora nascoste nelle tasche dei pantaloni, il mento proteso in avanti come un cane che annusa la preda.
"Eccolo, padrone," rispose Giulia senza voltarsi, sapendo che Marco sarebbe stato là, immobile, a bere ogni suo sussulto, ogni piccolo spasmo che le scuoteva le spalle quando il dolore diventava troppo intenso. Il conte si schiarì la gola, tossicchiando in un fazzoletto di seta che ripiegò con cura prima di tornare a fissarla. "Vuoi che continui?"
La domanda non era per lei. Marco fece un passo avanti, le labbra serrate in una linea sottile, gli occhi che non lasciavano il corpo di Giulia neanche per un secondo. "Fate quello che vi pare," disse, la voce più bassa del solito, quasi ruvida. "È vostra."
Il frustino sibilò di nuovo nell'aria, ma questa volta non colpì Giulia. Il conte lo passò a Marco con un gesto cerimonioso, come un generale che consegna la spada al suo successore. "Mostrami come si tratta una puttana," sussurrò il vecchio, accarezzandogli la guancia con una familiarità che fece rabbrividire anche Giulia, nonostante il caldo che ora le avvolgeva il corpo.
Marco prese il frustino, le dita che si serrarono attorno all'impugnatura d'avorio con una sicurezza che non aveva mai mostrato prima. Giulia chiuse gli occhi, sentendo il peso della sua presenza dietro di sé, più minacciosa del conte, più familiare. Quando il primo colpo arrivò, non lo sentì subito—prima ci fu solo il sibilo dell'aria, poi un'esplosione di dolore così intenso che le fece perdere il fiato.
"Uno," contò Marco, la voce piatta, mentre Giulia mordeva il labbro per non urlare. Il secondo colpo fu peggio, e il terzo ancora di più, finché non perse il conto, finché il dolore non diventò una cosa sola con il battito del suo cuore, martellante, incessante.
Quando finalmente si voltò, il viso bagnato di lacrime che non ricordava di aver versato, vide Marco in piedi accanto al conte, il frustino ancora in mano, gli occhi che brillavano di una luce nuova. Il vecchio sorrise, mostrando i denti gialli. "Bravo ragazzo," disse, accarezzandogli la schiena come si fa con un cavallo appena domato.
Giulia capì allora che non erano più due contro uno. Erano tutti e tre complici della stessa cosa, legati da un filo rosso che nessuno di loro aveva il coraggio di spezzare.
Giulia scivolò in ginocchio sul tappeto persiano, il rosso dei fili intrecciati identico al colore delle labbra che si separavano per accogliere il primo cazzo. Le dita non tremavano più mentre sbottonava i pantaloni del conte—il metallo delle fibbie freddo contro le nocche—e sentiva Marco dietro di sé che già spingeva l'inguine verso la sua nuca. L'odore di porto e ammoniaca le invase le narici quando il pene del conte emerse dalla biancheria ingiallita, flaccido come la pelle del suo ventre, ma pulsante di una vita propria quando le sue labbra lo avvolsero.
IGiulia chiuse gli occhi e immaginò di leccare una lama ossidata mentre la lingua scivolava lungo il frenulo, risucchiando la punta con un movimento che aveva perfezionato in anni di matrimonio. Un gemito rauco le scosse le tonsille quando Marco le afferrò i capelli, costringendola a inclinare la testa all'indietro mentre il suo cazzo le sfiorava la guancia—duro come il legno intagliato del letto a baldacchino, già umido di pre-sperma.
"Così, prendili entrambi," sibilò il conte, le dita nodose che le serravano il cranio mentre spingeva più profondamente. Giulia aprì la bocca come un pesce agonizzante, lasciando che Marco le riempisse il cavo orale mentre il vecchio le sfregava la lingua con la punta del proprio membro. La saliva le colava lungo il mento, mescolandosi alle lacrime che non aveva realizzato di versare, mentre i due uomini cominciavano a muoversi in controfase—uno avanti quando l'altro indietreggiava—trasformando la sua gola in un fodero vivente.
Il conte ansimava come un mantice rotto, le vene delle tempie che sembravano sul punto di esplodere mentre spingeva tra le labbra di Giulia con movimenti convulsi. Marco invece era metodico—ogni affondo calcolato per farle sentire l'ugola schiacciarsi, le dita che le serravano le tempie come una morsa per tenere ferma la preda. Giulia sentì qualcosa di caldo e salato scorrere lungo la lingua—il conte era venuto e, un rivolo che le macchiava il mento di bianco puro contro la pelle arrossata dal dolore.
Marco non si fermò. Il suo ritmo divenne più frenetico, il pene che le sfregava la lingua ancora ricoperta del seme del vecchio, mischiando i sapori in un cocktail di umiliazione. Giulia chiuse gli occhi e immaginò di essere un pozzo in un villaggio di frontiera—profondo, buio, e sempre pronto a ricevere ciò che gli uomini gettavano dentro. Il gemito roco di Marco le vibrò nelle ossa quando finalmente si lasciò andare, le dita che le strapparono letteralmente i capelli mentre lo sperma le inondava la gola con la violenza di un torrente in piena.
Giulia deglutì per istinto, poi ancora, il viso contratto in una smorfia che non sapeva se fosse di disgusto o sollievo. Il conte rise, un suono raschiante che sembrava uscire da una tomba, mentre accarezzava i capelli di Marco come un padre orgoglioso. "Bravo ragazzo," sibilò, le dita tremule che sfioravano la nuca sudata del giovane. Marco non rispose—respirava a fatica, gli occhi fissi sulla moglie.
Giulia raccontò tra un respiro mozzo e l'altro, la voce che si spezzava ad ogni scossa mentre lui la prendeva da dietro con la furia di un uomo che non era più un marito ma uno dei tanti che l'avrebbero scopata. Descrisse di come il banchiere l'avesse vinta alla Riffa per una cifra enorme, sedicimila euro che Giulia estrasse dalla borsetta, ancora appesa alla sua spalla e che lancio in aria in segno di vittoria.
"Fottimi marco, fottimi forte sono diventata una schiava e una puttana per te. Marco accelerò il ritmo, le palle che le sbattevano contro il clitoride, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciare lividi a forma di impronte digitali. "E il vecchio? Dov'era mentre ti facevi sfondare?"
"Nel salone con gli altri soci dove poteva udire i miei gemiti, come tutti gli altri," ansimò Giulia, le unghie che si conficcavano nel muro quando Marco le trovò il punto con la precisione di chi conosceva quel corpo meglio di se stesso.
"Sei diventata brava," disse Marco, il respiro sempre più corto mentre la teneva stretta contro di sé, il sudore che li univa come colla. Le labbra di Giulia si incurvarono in un sorriso stanco mentre le dita di Marco le cercavano il clitoride, sincronizzando le sue spinte con il racconto delle sedicimila euro guadagnate in un'ora. "Meriti ogni centesimo," le sussurrò all'orecchio prima di venirle dentro con un lungo gemito, i denti che le mordicchiavano il lobo mentre il corpo di lei si contraeva a sua volta nell'orgasmo.
Quando finalmente si separarono, il muro portava l'impronta umida del corpo di Giulia, come un fantasma di sudore e desiderio. Marco le passò un asciugamano senza guardarla. Giulia si pulì le cosce con movimenti meccanici, gli occhi fissi sulle proprie dita ancora tremanti poi si lasciò cadere sul letto per cadere in un sonno profondo.
Marco si svegliò prima dell'alba, la schiena incollata alle lenzuola umide. Il silenzio della stanza era rotto solo dal respiro affannoso di Giulia, ancora immersa in un sonno agitato. Scivolò dal letto, i piedi nudi che affondarono nel pavimento gelido mentre la luce grigia del mattino filtrava dalle imposte. Raccolse le banconote ancora sperse sul pavimento. ***Sedicimila euro in una notte*** ne valeva la pena.
Giulia si mosse nel letto, un gemito soffocato che le sfuggì mentre si girava sul fianco, lasciando scoperta la schiena solcata da graffi rossastri. Marco osservò i segni, le mascelle serrate. Non erano suoi. Quel pensiero gli attraversò lo stomaco come una lama calda. Il telefono vibrò sul comodino — un messaggio del Conte, le parole semplici come un ordine di servizio: "Alle 16, puntamela tu. Portala vestita di rosso."
Marco sentì il telefono vibrare di nuovo mentre infilava le banconote ne cassetto del comodino accanto al suo letto insieme alle altre. Sedicimila euro. Il peso gli scivolò giù dallo stomaco fino a posarsi nelle mutande, dove già il ricordo delle parole del Conte lo stava facendo indurire. Sedici. Puntuale. Vestita di rosso ricordo nella sua mente.
Giulia si svegliò con un sussulto quando lui aprì l'armadio, il cigolio dei cardini che tagliò il suo sonno come un coltello. "Che ore sono?" chiese, la voce ancora velata dalla stanchezza, le dita che si strofinarono sugli occhi gonfi.
"È ancora presto, dormi ancora un po’," disse Marco, Io vado a fare una doccia e poi quando ti alzi andiamo a fare colazione in centro. Ti porto in quel posto sotto i portici, quello che ti piace, con i cornetti caldi." Le parole gli uscivano troppo veloci, come se stesse leggendo da un copione imparato a memoria.
Giulia spezzò il cornetto con le dita, lasciando che le briciole cadessero sul piatto come residui di un rituale. Il bar sotto i portici era pieno di luce mattutina che filtrava attraverso le tende di pizzo, illuminando le vene bluastre sulle sue mani ancora tremanti. Marco ordinò un altro cappuccino senza guardarla, le dita che tamburellavano sul marmo del tavolo seguendo il ritmo di una canzone che solo lui sentiva. "Dovresti comprarti un vestito nuovo," disse all'improvviso, indicando con la tazzina verso la vetrina di una boutique dall'altro lato della strada. "Qualcosa di rosso, ovviamente. Quello che indossavi ieri si e strappato."
Giulia seguì il suo sguardo verso il manichino esposto, avvolto in una silhouette di seta che sembrava disegnata per scivolare via al primo strappo. Il prezzo pendeva dal polso della figura come un braccialetto da prigioniera.
La commessa li osservò con lo sguardo opaco di chi riconosce certi tipi di clienti. Marco sfiorò i tessuti con la sicurezza di chi ha appena scoperto che ogni cosa ha un prezzo, compresa la moglie che gli camminava accanto a mezzo passo di distanza. "Questo," disse indicando un tubino rosso, la stoffa così sottile che Giulia poté vedere l'ombra della sua stessa mano attraverso il materiale quando lo sollevò. Nel camerino, sotto le luci al neon, le cuciture le sembrarono cicatrici.
Fuori, Marco fumava e il fumo che si arricciava intorno al suo viso come una maschera. Quando Giulia uscì col vestito addosso, lui spense la sigaretta,. "Girati," ordinò. Le sue mani le sistemarono la scollatura più bassa di quanto avrebbe permesso in qualsiasi altro giorno della loro vita insieme.
Il negozio di lingerie era l'ultima tappa. Marco scelse con metodo da stratega: reggiseni senza spalline, mutandine che nella confezione sembravano fazzoletti spiegazzati. "Per comodità," spiegò alla cassiera, mentre Giulia stringeva tra le dita l'etichetta di un bodysuit di pizzo nero. La ragazza fece scivolare gli articoli nel sacchetto con le sopracciglia immobili, il beep dello scanner che segnava il prezzo di ogni pezzo come un conto alla rovescia.
Il ristorante era un posto elegante con tovaglie di lino così bianche che a Giulia sembrò di sedersi su una lastra di ghiaccio. Ordinò un'insalata Caprese, spostando i pomodori col forchetta senza appetito mentre Marco divorava un piatto di pasta all'arrabbiata, la forchetta che raschiava il piatto con un suono che le fece stringere i denti. "Mangia qualcosa," le disse lui tra un boccone e l'altro, indicando il suo piatto quasi intatto con la punta del coltello. "Avrai bisogno di energie." Il coltello luccicò sotto la luce del lampadario come un segnale di pericolo.
Alle 15:30, mentre Marco pagava il conto con una delle banconote nuove di zecca, Giulia sentì il telefono vibrare nella tasca del vestito rosso. Il messaggio del Conte diceva semplicemente "Sono già eccitato." Mostrò lo schermo a Marco, che annuì mentre riponeva il portafoglio, dicendo che dovevano affrettarsi per non fare tardi. Era ansioso di vederla all'opera.
In taxi, Giulia chiuse gli occhi fingendo di assorbire i raggi del sole che filtravano dal finestrino, ma in realtà contava mentalmente i secondi che la separavano dall'appuntamento. Le gambe le tremavano nonostante lo sforzo di tenerle ferme, e il tessuto sottile del vestito le sembrava improvvisamente ruvido contro la pelle. Marco le prese una mano senza guardarla, il pollice che le strofinò l'osso del polso con un movimento circolare che una volta sarebbe stato tenero, ora era solo un promemoria.
Il corridoio della villa era un tunnel di specchi antichi che moltiplicavano il verde opaco del vestito di Giulia in infinite repliche sfocate. Ogni suo passo risuonava sul parquet lucido, mentre Marco camminava mezzo metro dietro di lei, Giulia contava mentalmente le porte che superavano: la terza a sinistra era quella della biblioteca, la quinta conduceva alla sala da biliardo dove il conte teneva i suoi incontri d'affari. La loro stanza era l'ultima , un nido dorato che puzzava ancora di cera nuova e lenzuola stirate con precisione militare.
"Vado a cambioarmi" disse Giulia senza voltarsi quando Marco chiuse la porta alle loro spalle con un click troppo morbido per essere rassicurante. Quando usci dal bagno il suo riflesso nello specchio a tutta altezza sembrava un quadro vivente: il rosso del vestito che esplodeva contro le pareti color crema, le scarpe con il tacco che il conte aveva inviato quella mattina—così alte che ogni passo era una sfida all'equilibrio. "Lui vuole vedermi così." Afferrò il bordo dell'abito e lo sollevò appena sufficiente per mostrare l'assenza di mutandine sotto la stoffa sottile. "E tu vuoi che lui sappia che hai obbedito."
Marco fece scivolare la mano lungo la schiena di Giulia mentre lei si sistemava il vestito davanti allo specchio, le dita che indugiavano sulla curva dei suoi fianchi come per misurare quanto si fosse assottigliata in quelle settimane di tensione. "Ti sta bene," mentì, perché in realtà quel rosso le divorava la carnagione, rendendola pallida come una statua di cera. Ma era il colore che il Conte voleva, e questo bastava. Giulia annuì senza sorridere, le dita che tremavano leggermente mentre aggiustavano la scollatura ancora più bassa di quanto già non fosse. Marco osservò il riflesso dei suoi capezzoli che si indurivano sotto la stoffa sottile—non per eccitazione, ma per il freddo tagliente che entrava dalla finestra socchiusa.
Marco osservò il polso sottile di Giulia mentre aggiustava la collana di perle che il conte le aveva regalato quella mattina—un girocollo così stretto che sembrava un cappio di madreperla. Ogni perla luccicava come una goccia di sperma sotto la luce del lampadario, e lui trattenne un sorriso pensando a come quel vecchio decrepito avesse scelto proprio quel simbolo di castità per decorare la sua puttana personale. Giulia sollevò il mento davanti allo specchio, le dita che tremavano non di vergogna ma di anticipazione mentre sfioravano la scollatura che lasciava intravedere l'ombra tra i suoi seni. "Mi piace come mi guardi," sussurrò, catturando il riflesso degli occhi di Marco che la divoravano. "È diverso da prima. Più... affamato."
Il conte aveva ragione su una cosa—nulla eccitava Marco più di vederla desiderata da altri uomini. Ogni sguardo lascivo, ogni manata sulle sue cosce in quel ristorante elegante, ogni bisbiglio dei soci del conte mentre passava vestita di rosso, erano come benzina sul fuoco che gli bruciava le viscere. Giulia lo sapeva. Lo sentiva nelle sue mani che stringevano più forte quando qualcuno la fissava troppo a lungo, nel modo in cui la penetrava la sera con una furia che non aveva mai mostrato nei loro anni di matrimonio borghese.
Marco trattenne il respiro mentre la porta dello studio del conte si aprì con un lento cigolio, rivelando la scena già preparata: il vecchio seduto su una poltrona di pelle scura, le gambe divaricate, le dita nodose che tamburellavano sul bracciolo in attesa. Giulia entrò per prima, il vestito rosso che ondeggiava appena sopra le ginocchia, ogni passo un'esibizione calcolata. Marco la seguì, il sudore che gli imperlava la nuca non per rimorso, ma per l'eccitazione che gli serrava la gola come un cappio.
"Ah, finalmente," sibilò il conte, alzandosi con uno sforzo esagerato, il bastone d'argento era stato sostituito da un frustino sottile con delle piume alla punta. I suoi occhi giallastri divorarono Giulia dalla scollatura fino alle caviglie, mentre lei si fermò al centro della stanza, le braccia rilassate lungo i fianchi, le labbra appena dischiuse in un sorriso che non raggiungeva gli occhi. Marco si appoggiò allo stipite, incrociando le braccia, il polso sinistro che pulsava dove l'orologio segnava le 16:03. Tre minuti di ritardo—una colpa che avrebbe pagato dopo.
"Che peccato aver coperto quei fianchi," borbottò il conte, il frustino che scivolò sotto la gonna di Giulia sollevandola con un gesto secco. Il tessuto rosso si arricciò intorno alla vita, rivelando l'assenza di mutandine e la pelle ancora segnata dai lividi violacei della notte precedente. Giulia non si mosse, lasciando che l'aria fredda della stanza le accarezzasse la pelle nuda, i capezzoli già duri sotto la stoffa sottile. Marco deglutì, il rumore secco riempì il silenzio mentre il conte annusava l'aria come un cane da caccia.
"Preferisci che ti tolga il vestito con le mani o coi denti, puttana?" chiese il conte, il fiato che sapeva di porto e mentina falsa. Giulia inclinò la testa, fingendo di riflettere, le dita che già si posavano sull'orlo della scollatura. "Le mani, padrone," rispose con una voce che tremava apposta, sapendo che quel tremito avrebbe fatto indurire Marco ancor di più. Il conte rise, un suono raschiante, mentre le sue dita nodose si chiudevano attorno alla stoffa rossa e strappavano via il vestito con un gesto solo.
La stoffa si aprì come una ferita, lasciando Giulia nuda sotto la luce dorata dei candelabri, eccetto per le scarpe col tacco e la collana di perle. Marco osservò il modo in cui il conte la girava su se stessa, il frustino che tracciava linee immaginarie tra i suoi seni, il ventre, le cosce. Ogni volta che le piume sfioravano la pelle, Giulia tratteneva il respiro, non per vergogna, ma perché sapeva che Marco stava contando ogni suo sussulto, ogni piccolo tremore che tradisse piacere.
"Bellissima," sibilò il conte, le dita che affondavano nei fianchi di Giulia mentre la spingeva verso la scrivania di mogano. Il legno era freddo contro la sua pelle nuda, l'odore di cera e inchiostro vecchio le riempì le narici mentre il vecchio le sistemava la schiena inarcata a novanta gradi esatti. "Così, ferma." Le sue unghie giallastre le segnarono la carne mentre misurava l'angolazione, come un architetto che prepara il modello di un edificio sacro. Giulia sentì il metallo della fibbia della cintura del conte premersi contro le natiche, seguito dal sibilo dell'aria tagliata dal frustino.
Il primo colpo arrivò senza preavviso—un lampo di dolore acuto che le fece contrarre i muscoli delle cosce mentre le piume le sfioravano la pelle con una crudeltà studiata. Non era abbastanza forte da lasciare segni, ma sufficiente a farle sentire il fuoco strisciarle sotto l'epidermide. "Uno," contò il conte, la voce roca che gocciolava sadismo. Marco, dall'angolo, emise un suono gutturale, le mani che si strinsero attorno ai braccioli della poltrona come se stesse trattenendo se stesso dall'intervenire. O dal partecipare.
Il secondo colpo cadde mezzo centimetro più in basso, perfettamente parallelo al primo. Giulia afferrò il bordo della scrivania, le nocche bianche che spiccavano contro il mogano lucido. Le piume questa volta sfiorarono la pelle con una lentezza esasperante, quasi carezzevoli, prima che il frustino si ritraesse con uno schiocco secco. "Due," annunciò il conte, il respiro affannoso che tradiva la sua eccitazione. Nello specchio ovale appeso alla parete, Giulia catturò il riflesso di Marco che si sistemava i pantaloni, la bocca semiaperta in una smorfia che non riusciva a decidersi tra il disgusto e la brama.
Quando il terzo colpo arrivò, più forte stavolta, Giulia lasciò sfuggire un gemito strozzato. Le piume avevano lasciato il posto a sottili strisce di cuoio, e il dolore si irradiò lungo le sue natiche come un'onda di fuoco liquido. "Ti piace?" chiese il conte, la voce un soffio putrescente contro la sua nuca mentre le unghie le affondavano nei fianchi.
Giulia contò tre respiri prima di rispondere, sentendo lo sguardo di Marco bruciarle la schiena come un faro nella notte. "Sì, padrone," sussurrò, e fu una bugia così perfetta che quasi ci credette lei stessa—perché in quel momento, tra l'odore di pelle invecchiata e legno di sandalo, tra il freddo della scrivania e il calore del dolore che le fioriva sulla pelle, c'era qualcosa che la stava effettivamente eccitando. Non il vecchio, ma il modo in cui Marco la stava guardando dall'angolo, gli occhi neri che brillavano come carbone sotto la cenere ed il cazzo duro che spingeva nei pantaloni
Il conte annuì, soddisfatto, e il frustino disegnò un quarto segno, stavolta più in basso, dove la coscia incontrava il sedere. Giulia sentì un filo di sangue scendere lungo la gamba, caldo come la cera che doveva aver colato dai candelabri. "Dov'è tuo marito?" domandò il conte, puntando il bastone verso lo specchio dove Marco si era avvicinato senza fare rumore, le mani ora nascoste nelle tasche dei pantaloni, il mento proteso in avanti come un cane che annusa la preda.
"Eccolo, padrone," rispose Giulia senza voltarsi, sapendo che Marco sarebbe stato là, immobile, a bere ogni suo sussulto, ogni piccolo spasmo che le scuoteva le spalle quando il dolore diventava troppo intenso. Il conte si schiarì la gola, tossicchiando in un fazzoletto di seta che ripiegò con cura prima di tornare a fissarla. "Vuoi che continui?"
La domanda non era per lei. Marco fece un passo avanti, le labbra serrate in una linea sottile, gli occhi che non lasciavano il corpo di Giulia neanche per un secondo. "Fate quello che vi pare," disse, la voce più bassa del solito, quasi ruvida. "È vostra."
Il frustino sibilò di nuovo nell'aria, ma questa volta non colpì Giulia. Il conte lo passò a Marco con un gesto cerimonioso, come un generale che consegna la spada al suo successore. "Mostrami come si tratta una puttana," sussurrò il vecchio, accarezzandogli la guancia con una familiarità che fece rabbrividire anche Giulia, nonostante il caldo che ora le avvolgeva il corpo.
Marco prese il frustino, le dita che si serrarono attorno all'impugnatura d'avorio con una sicurezza che non aveva mai mostrato prima. Giulia chiuse gli occhi, sentendo il peso della sua presenza dietro di sé, più minacciosa del conte, più familiare. Quando il primo colpo arrivò, non lo sentì subito—prima ci fu solo il sibilo dell'aria, poi un'esplosione di dolore così intenso che le fece perdere il fiato.
"Uno," contò Marco, la voce piatta, mentre Giulia mordeva il labbro per non urlare. Il secondo colpo fu peggio, e il terzo ancora di più, finché non perse il conto, finché il dolore non diventò una cosa sola con il battito del suo cuore, martellante, incessante.
Quando finalmente si voltò, il viso bagnato di lacrime che non ricordava di aver versato, vide Marco in piedi accanto al conte, il frustino ancora in mano, gli occhi che brillavano di una luce nuova. Il vecchio sorrise, mostrando i denti gialli. "Bravo ragazzo," disse, accarezzandogli la schiena come si fa con un cavallo appena domato.
Giulia capì allora che non erano più due contro uno. Erano tutti e tre complici della stessa cosa, legati da un filo rosso che nessuno di loro aveva il coraggio di spezzare.
Giulia scivolò in ginocchio sul tappeto persiano, il rosso dei fili intrecciati identico al colore delle labbra che si separavano per accogliere il primo cazzo. Le dita non tremavano più mentre sbottonava i pantaloni del conte—il metallo delle fibbie freddo contro le nocche—e sentiva Marco dietro di sé che già spingeva l'inguine verso la sua nuca. L'odore di porto e ammoniaca le invase le narici quando il pene del conte emerse dalla biancheria ingiallita, flaccido come la pelle del suo ventre, ma pulsante di una vita propria quando le sue labbra lo avvolsero.
IGiulia chiuse gli occhi e immaginò di leccare una lama ossidata mentre la lingua scivolava lungo il frenulo, risucchiando la punta con un movimento che aveva perfezionato in anni di matrimonio. Un gemito rauco le scosse le tonsille quando Marco le afferrò i capelli, costringendola a inclinare la testa all'indietro mentre il suo cazzo le sfiorava la guancia—duro come il legno intagliato del letto a baldacchino, già umido di pre-sperma.
"Così, prendili entrambi," sibilò il conte, le dita nodose che le serravano il cranio mentre spingeva più profondamente. Giulia aprì la bocca come un pesce agonizzante, lasciando che Marco le riempisse il cavo orale mentre il vecchio le sfregava la lingua con la punta del proprio membro. La saliva le colava lungo il mento, mescolandosi alle lacrime che non aveva realizzato di versare, mentre i due uomini cominciavano a muoversi in controfase—uno avanti quando l'altro indietreggiava—trasformando la sua gola in un fodero vivente.
Il conte ansimava come un mantice rotto, le vene delle tempie che sembravano sul punto di esplodere mentre spingeva tra le labbra di Giulia con movimenti convulsi. Marco invece era metodico—ogni affondo calcolato per farle sentire l'ugola schiacciarsi, le dita che le serravano le tempie come una morsa per tenere ferma la preda. Giulia sentì qualcosa di caldo e salato scorrere lungo la lingua—il conte era venuto e, un rivolo che le macchiava il mento di bianco puro contro la pelle arrossata dal dolore.
Marco non si fermò. Il suo ritmo divenne più frenetico, il pene che le sfregava la lingua ancora ricoperta del seme del vecchio, mischiando i sapori in un cocktail di umiliazione. Giulia chiuse gli occhi e immaginò di essere un pozzo in un villaggio di frontiera—profondo, buio, e sempre pronto a ricevere ciò che gli uomini gettavano dentro. Il gemito roco di Marco le vibrò nelle ossa quando finalmente si lasciò andare, le dita che le strapparono letteralmente i capelli mentre lo sperma le inondava la gola con la violenza di un torrente in piena.
Giulia deglutì per istinto, poi ancora, il viso contratto in una smorfia che non sapeva se fosse di disgusto o sollievo. Il conte rise, un suono raschiante che sembrava uscire da una tomba, mentre accarezzava i capelli di Marco come un padre orgoglioso. "Bravo ragazzo," sibilò, le dita tremule che sfioravano la nuca sudata del giovane. Marco non rispose—respirava a fatica, gli occhi fissi sulla moglie.
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