La schiava e il conte -Parte quinta

di
genere
corna

Giulia si lasciò cadere all'indietro, le ginocchia che scivolarono sul tappeto mentre la schiena incontrava il bordo della scrivania. Un dolore sordo le attraversò i reni, ma era nulla rispetto al bruciore che le segnava la gola e alle labbra ancora umide di saliva e sperma. Il conte si sistemò i pantaloni con gesti meticolosi, le dita che tremavano leggermente mentre riabbottonava la patta. Marco invece rimase immobile, il pene ancora semirigido che luccicava sotto la luce dei candelabri, gli occhi neri fissi su Giulia come se stesse vedendola per la prima volta.

"Ora la parte più divertente," sussurrò il conte, avvicinandosi alla parete dove una serie di cordini di seta rossa pendevano da un gancio d'ottone. Le sue dita nodose ne afferrarono uno, facendolo scorrere tra le nocche come un prete che conta i grani del rosario. "In piedi, puttana."

Giulia obbedì, il corpo che si muoveva con una fluidità meccanica, mentre il sangue le pulsava nelle tempie. Le braccia le caddero lungo i fianchi, le palme rivolte verso l'esterno in un gesto di resa che ormai le veniva naturale. Il conte legò i polsi con la corda di seta—un nodo stretto che prometteva di lasciare segni violacei, ma non così stretto da impedire la circolazione. Un professionista, fino alla fine.

"Bene, bene," borbottò il vecchio, dando un ultimo strattone alla corda prima di far scivolare le mani lungo le braccia di Giulia, le unghie che le graffiavano la pelle pallida. Si voltò verso Marco, tendendogli l'altro capo della corda come se stesse offrendo le redini di un cavallo recalcitrante. "Tu conduci."

Marco afferrò la corda senza esitazione, le dita che si serrarono attorno alla seta con una sicurezza che contrastava con il tremito appena percettibile delle labbra. Giulia lo guardò dritto negli occhi, cercando di scorgere un barlume del marito che aveva amato, ma trovando solo uno straniero con la pupilla dilatata e il sudore che gli imperlava la fronte.

Il conte si accasciò sulla poltrona di velluto, le gambe magre che si allargarono in un gesto di possesso mentre osservava la scena. "Cammina," ordinò a Marco, indicando il grande specchio ovale sulla parete opposta. "Voglio che veda ogni momento."

Marco tirò la corda con uno strappo secco, costringendo Giulia a fare un passo avanti. Il primo movimento fu incerto, i piedi che sembravano non voler abbandonare la sicurezza del tappeto persiano. Poi un altro strattone, più violento, e Giulia trovò il ritmo—un passo dopo l'altro, le ginocchia che cedevano leggermente ad ogni trazione, i seni che oscillavano al ritmo imposto da quella corda che era ormai un'estensione della volontà di Marco.

Davanti allo specchio, Marco la costrinse a inginocchiarsi, le mani legate che le caddero in grembo mentre la corda le sollevava i polsi in una posa da martire rinascimentale. Il riflesso mostrava il suo corpo segnato—i lividi violacei sulle cosce, le strisce rosse del frustino sulle natiche, i capezzoli duri che spiccavano sulla pelle madida di sudore. E dietro di lei, Marco, con la mascella serrata e gli occhi che non riflettevano più nulla di umano.

La corda di seta si tendeva come un nervo vivo tra i polsi legati di Giulia e la mano di Marco, che ora afferrava il suo fianco con l'altra—le dita che sprofondavano nella carne come artigli in una preda. Il conte si schiarì la gola dalla poltrona, un suono secco che fece trasalire entrambi. "Esegui," sibilò, le vene delle tempie che pulsavano sotto la pelle pergamenacea.

Marco non aveva bisogno di altre istruzioni. Una mano le divaricò le natiche con gesto brutale, rivelando l'ano ancora arrossato dalle violenze della notte precedente. Giulia trattenne il respiro quando sentì la punta del suo cazzo premere contro l'ingresso stretto—nessun preliminare, nessun olio, solo la cruda umidità del suo stesso sperma che Marco usava come lubrifico. Il primo affondo fu una lacerazione pura, un coltello rovente che le spaccava in due la colonna vertebrale. Giulia urlò, ma il suono si perse nello specchio ovale dove il suo riflesso si contorceva come un insetto sotto lo spillo.

"Così, più forte," incitò il conte, le dita nodose che si stringevano attorno ai braccioli della poltrona mentre Marco iniziava a muoversi con un ritmo animale. Ogni spinta sembrava volerle strappare via le viscere, la curvatura del cazzo che raspava punti interni che Giulia ignorava esistessero. Il dolore si trasformò lentamente in qualcos'altro—un fuoco distorto che le saliva lungo la schiena mentre le dita di Marco le serravano i fianchi, lasciando lividi a forma di mezzelune.

Lo specchio rifletteva ogni dettaglio: le labbra di Giulia che si aprivano in un gemito muto, le sopracciglia contratte in una smorfia tra l'agonia e l'estasi, il seno che sussultava ad ogni scossa. Marco teneva gli occhi fissi su quel riflesso, come ipnotizzato dal modo in cui la carne di sua moglie si adattava alla sua violenza—la bocca semiaperta che emetteva suoni rochi, le narici dilatate che aspiravano l'aria a scatti.

"Più veloce," gracidò il conte, la voce piena di una brama che il suo corpo decrepito non poteva più soddisfare. Marco obbedì, il ritmo che diventò frenetico, i fianchi che schiaffeggiavano le natiche di Giulia con un suono umido e ritmico. Giulia sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé—non fisicamente, ma qualcosa di più profondo, più essenziale—quando un orgasmo improvviso la travolse senza preavviso. Il corpo le si irrigidì come sotto una scossa elettrica, le contrazioni interne che stringevano il cazzo di Marco con una forza quasi dolorosa.

"Eccola," sibilò il conte, alzandosi a fatica dalla poltrona per posare una mano tremula sulla schiena di Marco. "Guardala mentre viene con il cazzo nel culo come una vera troia."

Marco emise un suono gutturale, gli occhi che non lasciavano il riflesso di Giulia nello specchio mentre il suo orgasmo lo raggiungeva a sua volta—ondate di sperma caldo che riempivano quel passaggio stretto già straziato, ogni pulsazione che sembrava succhiargli via l'anima dal corpo. Giulia sentì il liquido scivolarle lungo le cosce, un rivolo tiepido che contrastava con il sudore freddo sulla sua schiena.

Quando Marco si ritirò con un gemito roco, il conte era già dietro di lei, le dita ossute che raccoglievano lo sperma stillante per spalmarlo sulle labbra di Giulia. "Lecca," ordinò, premendole il pollice contro la bocca. Il sapore salato-marcio le riempì la lingua mentre obbediva meccanicamente, gli occhi socchiusi che incontravano quelli di Marco nello specchio—due estranei uniti da un segreto troppo viscerale per essere negato.

Poi all'improvviso il conte chiamo a se Marco," senza voltarsi, la voce improvvisamente chiara e tagliente come vetro rotta. Il giovane trasalì come se fosse stato frustato, le mani ancora sporche del suo stesso sperma che gli tremavano lungo i fianchi. "Vattene " Una pausa carica di elettricità. "Lasciami solo con la mia schiava."

Nella sospensione che seguì, Giulia sentì il peso di quelle parole più delle mani del vecchio su di lei. Marco si irrigidì, la mascella che si serrava fino a far spiccare i tendini del collo. Per un istante folle, Giulia pensò che avrebbe protestato, che avrebbe fatto qualcosa—ma poi le sue spalle crollarono in un movimento quasi impercettibile, e senza una parola si voltò verso la porta. Meravigliato Marce chiese: " Perchè? Ho fatto qualcosa di sbagliato:"
"Tu non devi chiedere, devi solo obbedire, non dimenticare che anche tu sei un mio schiavo." disse il conte con voce rude. "Vai, voglio godermi da solo la mia schiava."

Marco si irrigidì come un cane frustato, le pupille che si dilatavano nell'ombra della stanza mentre le dita gli si serravano a pugno. Un tremito gli percorse le braccia, quel residuo di ribellione che ancora gli pulsava nelle vene prima di abbassare lo sguardo e inchinarsi leggermente. "Come desideri, padrone," mormorò con voce rotta, le labbra che sembravano muoversi senza il suo consenso.

Giulia lo osservò mentre si allontanava, i passi che echeggiavano ovattati sul parquet fino a svanire dietro la porta chiusa con un click metallico. Il conte emise un sospiro soddisfatto, le dita nodose che già si posavano sulla nuca di Giulia come ragnatele appiccicose..

Le sue unghie giallastre le scivolarono lungo la schiena, lasciando strisce rossastre sulla pelle pallida mentre la spingeva verso il letto a baldacchino. Giulia cadde in avanti senza resistenza, il viso che affondò nel velluto ancora umido del loro amplesso precedente. Sentì il vecchio inginocchiarsi dietro di lei, le ginocchia che scricchiolavano come rami secchi, mentre le mani le sollevavano i fianchi con una forza sorprendente.

"Ti piace essere la mia puttana, vero?" domandò il conte, la voce che le colava nelle orecchie come miele avvelenato. Le sue dita le esplorarono con una lentezza torturante, trovando ancora tracce di Marco dentro di lei e spalmandole sulle labbra tumefatte. "Senti come tuo marito ti ha riempita. Adesso tocca a me pulirti."

Giulia chiuse gli occhi quando la lingua ruvida del conte le scivolò tra le cosce, quel movimento serpentino che sembrava voler dissotterrare ogni segreto del suo corpo. Un gemito le sfuggì quando le labbra del vecchio si attaccarono al suo clitoride con una suzione quasi dolorosa, alternando morsi leggeri a pressioni che le facevano contorcere le dita nelle lenzuola.

"Dimmi cosa vuoi," ordinò tra un leccata e l'altra, le dita che intanto le penetravano con movimenti a vite, cercando punti che nemmeno Marco aveva mai trovato.

"Voglio... il tuo cazzo, padrone," ansimò Giulia, la voce che si spezzava quando quelle dita nodose le stimolarono qualcosa di profondo e primitivo. "Voglio sentirti tutto dentro."

Il conte rise, un suono che sembrava provenire da una tomba, prima di alzarsi con uno scricchiolio di ossa.
Giulia sentì la punta del suo membro, stranamente rigido nonostante l'età, premere contro l'ingresso già dilatato. Quando entrò, fu con un solo colpo secco che le strappò un urlo strozzato - nessuna delicatezza, solo il possesso brutale di chi sapeva di poter prendere tutto ciò che voleva.

Le sue mani le afferrarono i fianchi mentre iniziava a muoversi, ogni spinta che sembrava volerla trapassare. Giulia affondò i denti nel velluto del letto, il dolore che si trasformava lentamente in un piacere distorto, amplificato dalle parole del conte che le sibilava nella schiena:

Il conte le sollevò i fianchi con una presa ferma, le dita che affondavano nella carne morbida di Giulia mentre il suo membro, ancora umido dalla loro intimità precedente, scivolava contro la sua apertura già provata. "Guarda come ti desidero," sussurrò contro la sua nuca, la voce un misto di dominio e lussuria. "Anche dopo tutto questo, il tuo corpo mi accoglie come se fossi fatto per te."

Giulia gemé quando la punta di lui le sfiorò l'ingresso, un contatto deliberatamente leggero che la fece arrendevole. "Prendimi, padrone," implorò, spingendo indietro i fianchi per invitarlo dentro. "Voglio sentirti fino in fondo."

Il conte eseguì con un movimento fluido, entrando in lei con una spinta profonda che le strappò un sospiro roco. Le sue mani scivolarono lungo la sua schiena, le unghie che lasciavano strisce rossastre mentre lui iniziava un ritmo lento e deliberato. Ogni ritirata era quasi completa, lasciandola vuota per un istante prima che lui la riempisse di nuovo con un colpo deciso, facendole perdere il fiato.

"Così stretto," mormorò il conte, le labbra contro la sua spalla mentre le sue anche si muovevano con precisione sadica. "È come se il tuo corpo non volesse mai lasciarmi andare."

Giulia afferrò le lenzuola, le nocche bianche mentre il piacere si accumulava dentro di lei, amplificato dalla crudeltà controllata del suo padrone. "Non voglio che tu vada via," ansimò, arcuando la schiena per prenderlo ancora più profondamente. "Voglio che mi riempia, padrone... che mi marchi dentro."

Le parole sembrarono accendere qualcosa nel conte. Il suo respiro si fece più affannoso, il ritmo più irregolare mentre le sue mani la tiravano più stretta contro di lui. "Allora stringimi," ordinò, la voce spezzata dall'eccitazione. "Fammi sentire quanto mi vuoi."

Giulia obbedì, i muscoli interni del suo culo si serravano intorno a lui con una pressione deliberata, ogni contrazione calcolata per strappargli un gemito. Il conte imprecò, le dita che le stringevano i fianchi con forza quasi dolorosa mentre il suo movimento diventava più frenetico, meno controllato.

"Sto per—" la voce gli si spezzò, il corpo che si irrigidiva in un istante di sospensione prima che l'orgasmo lo colpisse. Giulia lo sentì pulsare dentro di sé, ogni scossa che le riempiva le viscere di calore, il suo gemito roco che le scivolava lungo la schiena come un brivido.

E poi, come se il suo corpo avesse atteso solo quel segnale, anche lei crollò nell'abisso. L'orgasmo la travolse con la forza di un'onda, facendole perdere ogni controllo mentre si contraeva intorno a lui, le dita che strappavano il velluto del letto e la voce che si spezzava in un grido strozzato.

Il conte la tenne stretta mentre tremavano insieme, le labbra contro la sua pelle mentre mormorava parole di possesso e lode. "Perfetta," sussurrò, le dita che le accarezzavano i fianchi con una tenerezza inaspettata. "Sei perfetta quando cedi a me."

Giulia chiuse gli occhi, il corpo ancora scosso da piccoli tremori mentre il conte si ritirava lentamente, lasciandola vuota e segnata. Il silenzio che seguì era pesante, rotto solo dal loro respiro affannoso e dal crepitio del fuoco nella stanza.

Poi, con un movimento lento, il conte si distese accanto a lei, le dita che tracciavano linee invisibili sulla sua schiena. "Riposati," mormorò, la voce già velata dalla stanchezza. "Torna da tuo marito, domani avrai altre occasioni per servirmi."

Giulia annuì senza aprire gli occhi, dopo un po' si alzò e torno in camera sua dove il marito l'aspettava.

Marco era seduto sul bordo del letto quando Lei rientrò nella stanza e si lasciò cadere sul letto accanto a Marco, il peso del corpo fece scricchiolare le vecchie doghe di legno. L'odore acre del sesso e del sudore si mescolava all'umidità della stanza, impregnando le tende di velluto stinte. "Lui mi ha lasciato abbastanza voglia per te," sussurrò con voce roca, le dita che sfioravano la schiena di Marco che si scostò al tatto."Non ti va, o forse sei arrabbiato perché prima ho goduto di più con lui?"

Marco le afferrò il polso con un movimento repentino, le dita che serravano l'osso fino a schiacciarne i tendini. "Voglio vedere quanti soldi ti ha dato prima di rimandarti da me," ringhiò, la voce un miscuglio di rabbia e desiderio.

Con un gesto lento, Giulia estrasse dalla tasca del vestito lacerato un mazzo di banconote . "Settecento euro," annunciò, lasciandole cadere sul materasso tra loro come un trofeo. "Ma non erano le gambe ad essere spalancate quando li ho presi. Me li ha dati mentre gli facevo l'ultimo pompino. Ho ancora il sapore della sua sborra in bocca. "

Le pupille di Marco si dilatarono mentre il pugno si stringeva attorno al denaro, le nocche che sbiancavano sotto lo sforzo. "Ti piace torturarmi così, vero?" sibilò avvicinandosi fino a sfiorarle le labbra con il respiro rovente.
"È il nostro patto," replicò Giulia senza abbassare lo sguardo, il sorriso che non raggiungeva gli occhi spenti. "Dopotutto, sei stato tu a vendermi. E in ogni caso non mi pare che ti sia dispiaciuto quando mi hai frustato davanti a lui. Sento ancora il dolore dei colpi... anche se mi hanno fatto venire come una scrofa."

La presa di Marco si allentò appena, lasciando sul polso di lei l'ombra violacea delle sue dita. Giulia si distese sul letto con movimenti calcolati, allungando le gambe finché l'alluce non sfiorò l'erezione che gonfiava gli slip di Marco. Con gesto felino, ne tracciò il bordo. "Dimmi," mormorò mentre il piede le scivolava lungo la sua coscia interna, "ti eccita di più quando il conte mi possiede..." un'artigliata leggera sul tessuto, "...o quando pulisci quello che lascia dentro di me, nel mio culo o nella mia bocca?"

Marco le afferrò la caviglia con un ringhio, e con una mano le divaricava le cosce con brutalità familiare. L'odore del seme del conte ancora le impregnava la pelle "Puzzi di lui," accusò, premendo il viso contro la sua carne violacea. La lingua gli strisciò lungo l'interno coscia, raccogliendo le tracce salate dell'orgasmo del padrone. Giulia si inarcò con un sibilo, le dita che si annodavano nei suoi capelli non per guidare, ma per ancorarsi.
"Aspetta."
Marco si irrigidì.
Giulia raggiunse il comodino aprendo la borsetta ed estraendo una scatolina di velluto che il conte le aveva passato prima che andasse via. L'aprì con un sussurro, rivelando un collare di platino sottile come un capello, progettato per scomparire sotto gli abiti. Al centro, un diamante minuscolo scintillava come una stella caduta.
"Un collare da schiava, con il suo marchio," osservò Marco, le narici che si dilatavano all'odore del metallo.
"Ma sarai tu a mettermelo." Giulia sollevò i capelli, esponendo la nuca vulnerabile. "Poi mi prenderai come si deve—non come un ragazzino geloso, ma come l'uomo che in ogni caso possiede ciò che ha venduto."

Le mani di Marco le cinsero la gola, il metallo freddo contro il polso. La chiusura scattò con un suono definitivo, e Giulia trattenne il fiato mentre la catena invisibile le si stringeva alla pelle. "Così va bene?" chiese lui, le dita che seguivano il contorno del collare fino a trovare l'incisione sul retro—le iniziali del conte microscopiche ma indelebili.

Giulia sorrise contro il cuscino, la schiena ancora dolorante dai segni delle dita del padrone. "Perfetto. Ora fammi vedere che in ogni caso sono tua."

Marco la rovesciò con un movimento secco, le ginocchia che le divaricavano le cosce con una familiarità che non ammetteva rifiuti. Il suo cazzo le sbatté contro l'inguine, già rigido e pulsante, ma invece di penetrarla, le affondò due dita nel culo estraendone i residui della sborra del conte. "Pulisci!" ordino Marco.
Giulia obbedì, la lingua che scivolava tra le dita di Marco con un languore calcolato. Lo guardò mentre inghiottiva la sua saliva mista al residuo del conte, le pupille dilatate nella penombra. Quando le dita le uscirono bagnate dalla bocca, Marco le guidò giù, verso il suo cazzo, e Giulia non resistette—lo avvolse nella stretta umida e calda della sua mano, strofinando la punta contro il palmo con un movimento circolare che gli strappò un gemito.

"Così," sibilò Marco, la mano che le afferrò i capelli per costringerla a guardare in alto. "Ora dimmi di chi sei."

"Tua," ansimò Giulia, le dita che continuavano a lavorarlo con un ritmo che conosceva fin troppo bene. "Sempre tua."

Marco la spinse giù sul letto con un colpo secco, mentre il suo cazzo le sfiorava l'ingresso. "Apri," comandò, e Giulia allargò le gambe senza esitazione, il corpo che già si preparava ad accoglierlo.

La penetrazione fu un singolo movimento brutale, senza preamboli. Marco la riempì tutta d'un colpo, un gemito strozzato che gli sfuggì mentre le mani le affondavano nei fianchi. Giulia gli si avvinghiò, le unghie che gli graffiavano la schiena mentre lui iniziava a muoversi, ogni spinta che la facevascivolare contro i lenzuoli umidi. "Senti quanto sei stretta," sibilò contro la sua bocca, il fiato che le bruciava le labbra. "Come se fossi vergine."

Giulia rise, un suono roco che si trasformò in un gemito quando lui le affondò un morso nella clavicola. "Non è quello che ha detto il conte," ansimò, arcuando la schiena per prenderlo più profondamente. "Lui mi ha chiamata troia da riempire. E tu? Come mi chiami adesso che hai il suo seme sulle dita?"

Marco le diede uno schiaffo, il suono secco che risuonò nella stanza. Giulia chiuse gli occhi, il dolore che si mescolava al piacere in una vertigine perfetta. "Sei mia moglie," ringhiò, le dita che le serravano la gola dove il collare luccicava appena. "Anche se ti faccio portare il suo marchio, sei mia."

Giulia annuì, le parole che le morivano in gola quando Marco accelerò il ritmo, i fianchi che le battevano contro con una forza quasi violenta. Il letto scricchiolò, un suono che sembrava accompagnare ogni loro incontro ormai. Lei lo guardò, gli occhi che cercavano i suoi nel buio—ma Marco evitò il suo sguardo, concentrato solo sul movimento, sul possesso.

"Guarda," ordinò Giulia, afferrandogli i capelli e costringendolo a guardarla in basso, dove i loro corpi si univano. "Guarda come mi prendi. Guarda come mi piego per te."

Marco guardò, le narici che si dilatavano mentre vedeva se stesso scivolare dentro e fuori dal suo corpo, ancora lucido dei fluidi del conte. Un suono animale gli sfuggì, le mani che le stringevano i fianchi con una forza che sapeva le avrebbe lasciato lividi. "Domani," sibilò, il respiro affannoso, "domani quando tornerai da lui, ricorderai questo. Ricorderai che sei mia."

Giulia rise di nuovo, il suono che si spezzò quando Marco le trovò quel punto dentro di lei che la faceva urlare. "Ti ricorderò," promise tra un respiro e l'altro, il corpo che iniziava a tremare sotto di lui. "Ma non fermarti ora. Finiscimi."

Marco obbedì, il ritmo che diventò più frenetico, meno controllato. Giulia lo sentì perdere la compostezza, il suo corpo che rispondeva al suo con una sincronia perfetta, come se dopo tutto questo, dopo tutto il dolore e la rabbia e la sporcizia, ci fosse ancora questo—questa connessione che nemmeno il conte poteva toccare.

Quando venne, fu con un grido strozzato, il corpo di Marco che si irrigidì sopra di lei per un istante infinito prima di crollare, il peso che la schiacciò sul materasso. Giulia lo lasciò lì, le dita che gli accarezzavano i capelli sudati mentre il suo respiro tornava normale.

Dopo un momento, Marco si ritrasse, il corpo che le scivolò via con un suono umido. Si girò su un fianco, le spalle tese mentre fissava il muro. Giulia lo guardò, il silenzio che si allungava tra loro, pesante come il collare alla sua gola.

Alla fine, fu Marco a parlare, la voce così bassa che Giulia dovette trattenere il respiro per sentirlo. "Domani," disse, "quando tornerai da lui... non dirgli che ti piace. Non dirgli niente."

Giulia sorrise nel buio, le dita che toccarono il collare. "No," mormorò. "Gli dirò solo ciò che vuole sentire."

Marco si girò verso di lei, gli occhi che brillavano nella penombra. "E cosa vuole sentire?"

"Che sono sua," sussurrò Giulia, avvicinandosi fino a sfiorargli le labbra con le sue. "Proprio come sono tua."
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2026-02-15
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