Maria alla dogana

di
genere
etero

La sbarra della dogana scese con un rimbombo metallico, tagliando la strada alla berlina scura di Maria . Il vento gelido del valico sollevava la polvere dai piloni di cemento, mentre le torri faro inondavano l'asfalto di una luce spettrale. Maria scese dall'auto con la calma di chi sa che ogni confine ha un prezzo. Non indossava il solito grigio; per quel viaggio aveva scelto un tubino di pelle rossa che le fasciava i fianchi come una colata di lava, lasciando le spalle nude al morso del freddo.

Tre doganieri uscirono dalla garitta principale. Erano uomini segnati dal turno di notte, con le divise stropicciate e gli occhi carichi di quella noia che si trasforma presto in ferocia. Il capo turno, un uomo dal volto scavato, fece un cenno verso il capannone delle ispezioni.

"Accosti lì, signora. Dobbiamo controllare il carico," ordinò con una voce che non ammetteva repliche.
Maria lo guardò da sopra le lenti scure, un sorriso amaro che le piegava le labbra: "Lavoro, lavoro... volete parlare per lavoro? Beh, allora facciamo questo lavoro."

All'interno del capannone, lontano dagli occhi indiscreti della strada, Maria venne spinta contro il cofano ancora caldo della sua auto. Il tubino rosso scricchiolava sotto le mani pesanti degli agenti. Senza troppi preamboli, seguendo un ordine dettato solo dall'istinto, il primo uomo la invase da dietro, schiacciandole il volto contro il metallo gelido.

Fu una penetrazione dura, ritmata dal rumore secco della pelle rossa che sbatteva contro la carrozzeria. Maria non implorò; incassò ogni colpo con la fierezza della Regina di Arcavacata, le unghie che rigavano la vernice dell'auto mentre il secondo agente le afferrava i capelli biondi, obbligandola a guardare i monitor che registravano la sua profanazione.

Il ritmo si fece forsennato. I doganieri si alternavano con la precisione di chi esegue una confisca necessaria. Maria era una maschera di sudore e trucco sbavato, il suo corpo scosso da fremiti violenti ogni volta che veniva girata e posseduta di nuovo.

Al culmine del dazio, gli uomini si ritrassero. Maria rimase in ginocchio sull'asfalto del capannone, ansimante, con il vestito rosso ormai sgualcito e tirato su fino alla vita. Seguendo la liturgia del "regalo" che amava ricevere, gli agenti si posizionarono intorno a lei. La pioggia arrivò densa e caldissima: una doccia di bianco che le investì il volto, le appannò la vista e macchiò la pelle rossa del tubino, sigillando il suo transito con il marchio indelebile del confine.

Maria si rialzò lentamente, asciugandosi le labbra con un gesto sprezzante. La sbarra si alzò lentamente verso il cielo nero.
scritto il
2026-03-08
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