Petra Croft - Il tempio delle urla perdute cap.2

di
genere
orge

*** Dichiarazione liberatoria ***
Il presente racconto costituisce un’opera di fantasia. Eventuali riferimenti a persone, fatti, luoghi o circostanze reali sono da ritenersi puramente casuali e non intenzionali.
Tutti i personaggi ivi rappresentati sono da considerarsi maggiorenni e consenzienti in relazione a ogni azione o situazione descritta.
Qualsiasi interpretazione che attribuisca ai contenuti natura fattuale o rispondenza alla realtà è esclusa.
Ogni racconto derivante dalle fantasie è esclusivamente dedicato ad un pubblico adulto.
Questa dichiarazione ha valore per tutti i miei racconti precedenti e futuri.
Inoltre per qualsiasi commento relativo al racconto e fornirmi spunti per nuovi racconti vi prego di scrivere a:
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Petra giaceva in una pozza di fluidi, i buchi palpitanti, quando il miscuglio di sperma, piscio e squirt che la ricopriva iniziò a brillare di una luce lattiginosa. Le iscrizioni sul pavimento del tempio, invisibili prima, presero a pulsare con un bagliore violaceo. Era il sangue sacrificale del piacere estremo, la chiave per sbloccare la vera camera del tesoro.

Il terreno sotto di lei cedette di nuovo, e questa volta precipitò in un vortice di luce accecante. Atterrò con un tonfo molle su un letto enorme, rotondo e rivestito di pelli di velluto nero. L’aria era densa di profumi dolciastri e di un ronzio elettrico.

“Finalmente la prescelta”, risuonò una voce modulata, eterea. Davanti a lei, su un trono di ossa intarsiate d’oro, sedeva una creatura androgina, alta e slanciata, con la pelle color porpora e occhi completamente bianchi. Era il Guardiano dell’Estasi, un demone minore del piacere dimenticato, imprigionato lì da millenni. “Hai alimentato i sigilli con la tua lussuria, umana. Ora, sarai il mio tramite per tornare nel mondo”.

Petra tentò di alzarsi, ma catene d’ombra uscirono dal letto, avvolgendo le sue caviglie e i polsi, costringendola a posizione supina con le gambe spalancate. “Cosa vuoi?”, riuscì a bisbigliare.

“Voglio quello che hai dato a quei vermi”, rise il demone, con una voce che sembrava molte voci insieme. “Ma amplificato”. Snap delle dita. Ai lati del letto, dalla pura energia sessuale dell’aria, si materializzarono tre figure maschili: perfette, muscolose, ma con occhi vuoti e cazzi identici, enormi e lucidi come se fossero fatti di marmo vivente. Erano simulacri, creature di pura volontà demoniaca.

“Iniziamo con il riscaldamento”, disse il demone. Uno dei simulacri si avvicinò, il suo cazzo che già gocciolava una presborra luminosa. Senza preavviso, glielo infilò in gola, affondando fino alle palle. Petra soffocò, ma la catena d’ombra le teneva la testa ferma. Lui iniziò a scoparle la gola con una velocità disumana, mentre un secondo simulacro le apriva le gambe e le immergeva la lingua nella fica, leccando via i fluidi secchi con una precisione ossessiva.

“Questa troia ha ancora sete”, commentò il demone, osservando da un angolo. Il terzo simulacro si posizionò sopra il suo viso, e iniziò a urinare su di lei. Un getto caldo, dorato e profumato di miele le colò sulla faccia, in bocca, sul petto. Petra cercò di girarsi, ma le catene la tenevano ferma. Ingoiò a forza, il liquido dolciastro che le riempiva lo stomaco.

Poi, i due simulacri alle sue estremità inferiori si allinearono. Uno le penetrò la fica con un colpo secco, l’altro il culo. Entrambi iniziarono un ritmo sincronizzato, perfetto, meccanico. Petra sentì il piacere montare in modo innaturale, come se ogni nervo fosse stimolato direttamente. “Non trattenerti, puttana. Svuota la vescica”, ordinò il demone.

Un orgasmo la colpì, e insieme ad esso uno spray di piscio chiaro che schizzò in alto, seguito immediatamente da uno squirt violento che imbrattò il simulacro che la scopava davanti. Lui non rallentò, anzi, accelerò. “Ora la sborra”, disse il demone.

I simulacri nei suoi buchi inferiori iniziaro a pulsare, e Petra sentì il caldo sperma magico riempirla, ma non si fermavano, continuavano a pompare, riempiendola all’inverosimile. Il liquido bianco iniziò a fuoriuscire da ogni fessura, colando sul letto.

“Basta? Non ancora”, rise il demone. “La quadrupla penetrazione demoniaca è un rito”. I simulacri si ritirarono, e al loro posto si materializzarono quattro nuove forme, più grandi, con cazzi che terminavano a punta. Uno le entrò nella fica, uno nel culo, uno nella bocca, e il quarto… il quarto premette la sua punta contro il suo ombelico. Con una spinta magica, il cazzo le trapassò la pelle, entrandole nell’addome in una penetrazione surreale e dolorosissima ma allo stesso tempo estaticante.

Petra urlò, il suo corpo arcuato dalle catene, trafitto in quattro punti contemporaneamente. I demoni iniziarono a muoversi in un ritmo ipnotico, e lei sentì ogni organo interno essere stimolato. Gli orgasmi si susseguivano senza tregua, uno dopo l’altro, fino a quando non fu solo un unico, continuo, spasmo epilettico di piacere. Squirto, piscio e sudore schizzavano da ogni poro.

Il demone si avvicinò finalmente, la sua forma che si fuse con quella di un simulacro. “Ora, il mio seme”, sussurrò. Il suo cazzo, fatto di pura energia oscura, le entrò nella gola mentre gli altri quattro erano ancora dentro di lei. Petra sentì l’essenza demoniaca scorrere in lei, bruciante, e l’ultimo orgasmo fu così violento che perse conoscenza.

Si risvegliò ore dopo, ancora sul letto, le catene sparite. Il demone era gone. I simulacri evaporati. Era ricoperta di una sostanza cristallina che luccicava. Sentiva ancora i buchi doloranti, ma stranamente… sazia. Una voce echeggiò nella stanza: “Il tesoro che cercavi era dentro di te, troia. Ora esci, e ricorda: il tempio ha ancora fame”.

Zoppicando, Petra si diresse verso un passaggio che ora era aperto, ogni passo che le faceva stillare un misto di fluidi magici e umani. La sua avventura era finita, ma il tempio le aveva dato esattamente quello che meritava: una lezione di lussuria infinita. E fuori, nella giungla, la attendeva il prossimo branco di predatori… con le loro voglie.

Il passaggio si apriva su una radura nella giungla amazzonica, ma non una qualsiasi. L’aria stessa vibrava di una calura innaturale, e la luce della luna filtrava attraverso la fitta volta di liane in una tonalità violacea e lattiginosa, simile al bagliore del seme magico che ancora le rivestiva il corpo. Petra barcollò fuori, i suoi stivali che affondavano nel terreno molle della foresta. Ogni passo le provocava un brivido di piacere residuale, e una nuova perdita di fluidi misti – un gocciolio che lasciava una scia lucida sul fogliame.

Non aveva fatto più di dieci metri che i primi occhi gialli brillarono nell’oscurità. Non erano goblin. Queste erano sagome più grandi, più sinuose. Uscirono dall’ombra: i Guardiani della Fonte, i Fratelli Giaguaro. Secondo le leggende Maya, erano spiriti di antichi guerrieri trasformati in uomini-bestia per proteggere le fonti d’acqua sacre. Due maschi, muscolosi e felini, con la pelle striata di ombre e chiazze, occhi che brillavano di intelligenza perversa. Indossavano solo gonnellini di piume e ossa, e tra le loro cosce, i loro cazzi – spessi, nodosi e dalla punta leggermente ricurva – erano già eretti e pulsanti.

“La Profanata”, ruggì uno, la voce un basso ringhio. “Porta il marchio del Piacere Antico. Deve essere purificata nella fonte.”

“Purificata con il nostro seme”, aggiunse il secondo, le narici che si dilatavano annusando l’aria carica dei suoi fluidi. “Ogni goccia di demone deve essere spazzata via. Con violenza.”

Petra cercò di indietreggiare, ma il suo corpo esausto non rispondeva. La trascinarono verso un piccolo lago notturno, le cui acque emanavano un bagliore azzurrognolo e caldo. Vapore si alzava dalla superficie.

“La purificazione è un processo… approfondito”, ringhiò il primo uomo-giaguaro, spingendola verso il bordo dell’acqua. Senza cerimonie, le strappò via i brandelli dei suoi vestiti. L’altro le afferrò i capelli e la costrinse a inginocchiarsi nell’acqua bassa, che le arrivava alla vita. Era incredibilmente calda, quasi bollente, e profumava di fiori tropicali marci.

“Prima, la pulizia esterna”, disse quello dietro di lei. Con una mano le teneva la testa ferma, con l’altra le aprì le natiche. Sputò sul suo buco anale ancora lasso e subito glielo infilò dentro con un movimento brutale e unico. Petra gridò, l’acqua che le schizzava intorno. Il calore della sorgente sembrava intensificare ogni sensazione, rendendo il dolore più acuto e il piacere più insidioso.

Il secondo uomo-giaguaro le si parò davanti. “Apri, puttana della giungla.” Le infilò il suo membro ricurvo in bocca, spingendo fino in fondo. Non si mosse subito. Si limitò a tenerglielo infilato, mentre l’altro dietro di lei iniziava a scoparla con colpi lunghi e profondi, le sue palle che sbattevano contro di lei con un suono umido.

Poi, l’uomo-giaguaro nella sua bocca iniziò a urinare.

Un getto caldo e salato le riempì la gola. Petra tentò di rifiutare, ma le sue mascelle erano costrette aperte. Deglutì a fatica, il liquido che le scorreva lungo l’esofago mentre il suo stomaco già si riempiva. L’uomo dietro di lei, sentendola contrarsi, aumentò il ritmo. “Il piscio della giungla purifica le viscere”, ringhiò.

Quando il primo finì, il secondo si scambiò rapidamente di posizione. Ora quello che la scopava nel culo le mise la punta in bocca e iniziò a sua volta a urinare, mentre il suo compagno la penetrava brutalmente nell’ano ancora libero. Petra era un tubo vivente, riempita e svuotata, trafitta da entrambe le estremità. Un orgasmo la colpì, violento e umiliante, e il suo stesso squirt si mescolò all’acqua termale.

“Ora la fonte”, ruggirono in coro. La trascinarono più al centro, dove l’acqua era più profonda. La spinsero sotto la superficie, tenendola per un momento con la faccia immersa. Poi la tirarono su, tossente e ansimante.

“La purificazione interna richiede il nostro spirito”, disse uno. Si immerse nell’acqua dietro di lei, avvolgendole la vita con le braccia muscolose. L’altro le si parò davanti. Simultaneamente, la penetrarono – uno nella fica, l’altro nel culo – mentre erano completamente immersi nell’acqua calda e luminosa.

I movimenti erano lenti, potenti, quasi ritualistici. L’acqua amplificava ogni sensazione, ogni scivolata, ogni contrazione. Petra sentiva i loro cazzi nodosi sfregarsi l’uno contro l’altro attraverso le sue pareti interne, uno stimolo folle e continuo. I gemiti dei due uomini-bestia si mescolavano ai suoi rantoli soffocati.

“Sborriamo nella fonte”, ordinò quello che la teneva. “Che la nostra essenza si mescoli alla sua e alle acque sacre.”

Petra sentì i loro corpi irrigidirsi. Due getti potenti e simultanei di sperma caldo le inondarono l’interno, riempiendola fino all’orlo. L’acqua intorno a loro si intorbidò di bianco per un attimo, prima che la corrente della sorgente portasse via il miscuglio.

Ma non era finita. La tirarono fuori dall’acqua, barcollante, e la gettarono sull’erba umida della riva. “La purificazione non è completa”, disse uno, i suoi occhi gialli che brillavano di una luce maniacale. “Devi essere marcata.”

Si inginocchiarono ai suoi lati. Uno le afferrò un seno, l’altro le afferrò una natica. E iniziarono a mordere.

Non erano morsi per ferire, ma per marchiare. Denti affondati nella carne, lasciando lividi profondi e segni di zanne. Petra urlava, ma il dolore si intrecciava a un’eccitazione malata, alimentata dalla magia residua del tempio e dalla violenza del rituale. Mentre la mordevano, entrambi ricominciarono a penetrarla – uno nella fica devastata, l’altro nella bocca – e a venire di nuovo, stavolta spruzzando il loro seme sui morsi freschi, “sigillandoli” con la loro essenza.

Alla fine, la lasciarono distesa sull’erba, un guscio tremante coperto di morsi, sperma, piscio e l’acqua magica della sorgente che stillava da ogni buco. I due uomini-giaguaro si ritirarono nella giungla, scomparsi come ombre.

Petra giaceva lì, guardando le stelle attraverso il fogliame. Il dolore era intenso, ma una strana, calma perversità la pervadeva. Sapeva che la foresta non aveva finito con lei. Altri occhi la osservavano già dal buio. Altri istinti, altri cazzi, altre fantasie oscure attendevano il loro turno con la “Profanata”. Chiuse gli occhi, un sorriso stanco e distorto sulle labbra. La sua avventura era lungi dall’essere conclusa. Era solo l’inizio di una nuova, più profonda discesa.
scritto il
2026-01-20
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