Petra Croft - Il tempio delle urla perdute
di
Petulka
genere
orge
*** Dichiarazione liberatoria ***
Il presente racconto costituisce un’opera di fantasia. Eventuali riferimenti a persone, fatti, luoghi o circostanze reali sono da ritenersi puramente casuali e non intenzionali.
Tutti i personaggi ivi rappresentati sono da considerarsi maggiorenni e consenzienti in relazione a ogni azione o situazione descritta.
Qualsiasi interpretazione che attribuisca ai contenuti natura fattuale o rispondenza alla realtà è esclusa.
Ogni racconto derivante dalle fantasie è esclusivamente dedicato ad un pubblico adulto.
Questa dichiarazione ha valore per tutti i miei racconti precedenti e futuri.
Inoltre per qualsiasi commento relativo al racconto e fornirmi spunti per nuovi racconti vi prego di scrivere a:
petulka-cz@hotmail.com
__________________________________________________________________________
La torcia di Petra Croft illuminava l’umidità delle pareti di basalto. Il Tempio delle Urla Perdute, sommerso nella giungla amazzonica, era stato una delusione archeologica fino a quel momento — niente manufatti, solo iscrizioni erose. Ma quando la pietra sotto i suoi stivali cedette, Petra precipitò in una camera nascosta, atterrando morbida su un cumulo di tappeti decadenti.
L’aria era calda, pesante di incenso e sudore antico. Davanti a lei, una vasca di marmo nero ribolliva di liquidi caldi, e attorno, ombre si muovevano. “Benvenuta, saccheggiatrice”, ringhiò una voce roca. Uscirono dalla penombra: quattro uomini, corpi muscolosi striati di pittura tribale, cinti solo da perizomi di puma. Erano i guardiani del tempio, dicevano le leggende. Ma Petra conosceva un altro tipo di leggende — quelle che parlava a bassa voce nei bar dei contrabbandieri, di riti di fertilità che sfociavano in orge selvagge.
“Non voglio problemi”, disse Petra, ma la sua voce tremava. Uno degli uomini, il più alto, con una cicatrice che gli attraversava il petto, le si avvicinò. Le strappò la torcia e la gettò nella vasca. “Qui i problemi sono l’unico divertimento”.
Le sue mani le sbottonarono la canotta sudata. “Guarda che bel trofeo”, borbottò un altro, afferrandole i seni. Petra cercò di divincolarsi, ma le sue stesse mozzate di protesta si trasformarono in gemiti quando le dita ruvide le pizzicarono i capezzoli.
“Questa puttana è già bagnata”, rise il terzo uomo, infilando una mano nei suoi pantaloncini. Le dita le scivolarono dentro senza sforzo, scoprendo la sua umidità. Petra chiuse gli occhi, il corpo che tradiva la mente. “Fottetela fino a farla piangere”, ordinò l’uomo con la cicatrice.
In un attimo la spinsero sulla vasca di marmo, la schiena contro la pietra fredda. Il primo uomo le divise le cosce con i ginocchi, e il suo cazzo, enorme e già grondante di presborra, le premé contro l’inguine. “Urlami contro, troia”, ringhiò, e con un colpo secco glielo infilò tutto. Petra gridò, non di dolore ma di shock per l’improvvisa pienezza. Lui iniziò a pomparle dentro con colpi duri e regolari, ogni spinta la faceva scivolare sul marmo.
Il secondo uomo le afferrò la testa e le spinse il suo membro tra le labbra. “Succhia, scavatrice di tombe”. Petra ansimò, la bocca invasa dal sapore salato, mentre il terzo uomo le saliva dietro, sputandole sull’ano e preparandolo con le dita. “Questa qui la voglio io”, borbottò, allineando la sua erezione.
Petra gemeva attorno al cazzo in bocca, le sue dita che artigliavano la pietra. Quando il terzo uomo le penetrò il culo in un unico movimento brutale, un orgasmo la colpì come un fulmine — un tremito violento che la fece contorcere, lo squirt che schizzò dalla sua fica ancora trafitta, mischiandosi all’acqua della vasca. “Ecco la troia che si scioglie”, rise l’uomo che la scopava davanti.
Poi arrivò il quarto. “Ancora spazio”, grugnì, premendo la punta del suo cazzo contro il suo inguine, cercando di infilarsi accanto al primo nella sua fica già strapiena. Con uno sforzo, entrò, e Petra urlò di nuovo, la sensazione di essere spaccata in due da due cazzi giganteschi che le sfregavano insieme le pareti interne. Ora era in una tripla penetrazione — bocca, fica, culo — e il quarto buco, quello tra i seni, venne presto occupato dalle palle sfarfallanti del secondo uomo che le sbatteva i testicoli sul mento.
“Sborro”, ringhiò l’uomo nella sua bocca, e un getto caldo le riempì la gola. Deglutì a fatica, mentre l’orgasmo continuava a scuoterla, le sue contrazioni che strizzavano i cazzi dentro di lei. Il primo uomo nella sua fica emise un ruggito, e lei sentì il suo sperma pompato dentro il suo utero, caldo e abbondante.
Ma non era finita. “Gira quella cagna”, ordinò l’uomo con la cicatrice. La tirarono su, la piegarono sulla vasca, il culo in alto. “Ora la piscio addosso”, disse uno, e un getto di urina calda le colò sulla schiena, sui capelli, sul viso. Petra ansimò, la vergogna mescolata all’eccitazione. Poi iniziarono a cambiarsi i buchi, mescolando i loro fluidi — sborra, piscio, la sua stessa fica — in un liquame primordiale.
La quadrupla penetrazione arrivò quando uno si mise sotto di lei, sul pavimento, infilzandola dal basso mentre un altro le prendeva il culo e un terzo le spaccava la fica da dietro. Petra perse il conto degli orgasmi — uno dopo l’altro, come onde, ogni volta che un cazzo diverso raggiungeva il punto più profondo. Il suo corpo era un mosaico di lividi e sperma, i suoi gemiti diventati rauchi, poi silenziosi.
Alla fine, crollò sul pavimento bagnato, tremante, i buchi che stillavano rivoli bianchi. Gli uomini, soddisfatti, si allontanarono nelle ombre. “La prossima volta che saccheggi un tempio, troia, porta più lubrificante”, fu l’ultima cosa che sentì.
Petra rimase lì, distrutta, il profumo di sesso e incenso che segnava la sua più vile e voluttuosa scoperta archeologica.
Prima che potesse raccogliere i brandelli della sua dignità, un nuovo rumore risuonò nelle camere più profonde del tempio — uno scalpiccio di piedi nudi e goffi, grugniti acuti. Petra sollevò a fatica la testa, i capelli incollati da sperma e urina. Dalle fessure della roccia, una piccola orda di goblin strisciò fuori, attratta dall'odore di sesso e sudore.
Erano una mezza dozzina, alti non più di un metro e venti, pelle verde-bronzo, occhi gialli e denti aguzzi. Erano luridi, coperti di fango e chiazze sconosciute, ma una cosa spiccava: tra le loro gambe curve, pendevano cazzi sproporzionatamente enormi, grossi come i loro avambracci, violacei e nodosi, con vene pulsanti. Alcuni erano ancora semieretti, altri già duri come roccia.
“Umana! Puttana umana!”, stridette uno, puntando un dito artigliato verso Petra. “Ancora calda e piena di sborra di altri… perfetta!”
Petra cercò di trascinarsi indietro, ma il suo corpo era una massa di dolori e tremori. I goblin le si avvicinarono, circondandola. Uno le afferrò una caviglia, le leccò l’interno della coscia, sporco di fluidi. “Saporita”, borbottò.
Un altro le mise un piede sul petto, premendo. “Noi fare meglio di quegli umani grandi. Noi avere più energia… e più buchi da riempire.” Si chinò, il suo cazzo mostruoso che le sbatteva contro la guancia. “Apri bocca, troia.”
Petra, esausta ma il suo corpo ancora ipersensibile, obbedì. Il goblin le infilò il membro fino in gola, un sapore terroso e amaro che la fece conati. Iniziò a scoparle la gola con movimenti rapidi e convulsi, le sue palline pelose che le battevano sotto il mento.
Nel frattempo, altri due le stavano già aprendo le gambe. “Questo buco è già allargato… ma qui c’è spazio per due”, gorgogliò uno, sputandosi sulla mano e strofinando la sua erezione gigantesca insieme a quella di un altro goblin. Con uno sforzo, riuscirono a infilarsi entrambi nella sua fica contemporaneamente — una doppia penetrazione che la fece urlare a squarciagola, la sensazione di essere spaccata in due da cazzi nodosi e ruvidi.
“Anche il culo! Anche il culo!”, strillò un altro, ficcando la punta del suo membro nel suo ano già dolorante. Petra sentì i tessuti cedere, un bruciore intenso, mentre un quarto goblin le montava dietro, afferrandole i fianchi e spingendo dentro senza pietà.
Ora era impalata su quattro cazzi goblin — due nella fica, uno nel culo, uno in bocca — e gli altri due le stavano strofinando i loro contro le ascelle, i piedi, ovunque trovassero pelle. I movimenti erano caotici, frenetici, come animali in calore. I goblin gemevano, ringhiavano, le loro unghie le graffiavano la pelle.
“Piscio! Piscio nella fica!”, urlò uno di quelli che la penetrava davanti. Petra sentì un getto caldo e acido riempirla dentro, mescolato allo sperma che già colava. Un altro seguì l’esempio, urinandole nel culo. Il liquido le usciva a fiotti dai buchi strapieni, creando una pozza sotto di lei.
Petra perse il controllo della vescica, il suo stesso piscio schizzando in aria, mischiandosi a quello dei goblin. Gli orgasmi si susseguivano senza sosta — ogni contrazione della sua fica e del suo culo faceva gemere i goblin di piacere, spingendoli a pompare più forte.
“Sborro! Sborro tutto!”, strillò quello in bocca, e un fiume denso e salato le riempì l’esofago. Deglutì a fatica, mentre altri due le venivano addosso — uno le schizzò lo sperma in faccia, un altro sul petto, coprendola di una seconda pelle biancastra.
La doppia penetrazione vaginale diventò tripla quando un terzo goblin riuscì a infilare la sua punta nello stesso buco, allargandola al limite. Petra urlò, il suo corpo scosso da un orgasmo così violento che lo squirt schizzò a metri di distanza, bagnando la testa di un goblin che rideva isterico.
Alla fine, dopo quella che sembrò un’eternità, i goblin si ritirarono uno dopo l’altro, i loro cazzi ancora semiduri che gocciolavano. Petra era un ammasso informe sul pavimento, ogni buco che stillava un miscuglio di sperma, piscio e i suoi fluidi. I goblin, soddisfatti, si allontanarono nelle gallerie, lasciandola distrutta e mezza svenuta.
L’ultima cosa che sentì fu lo stridio di uno di loro: “Domani torniamo… e portiamo i mastini di roccia… hanno due cazzi ciascuno!”. Poi, solo il silenzio umido del tempio, e il battito accelerato del suo cuore nelle orecchie.
Il presente racconto costituisce un’opera di fantasia. Eventuali riferimenti a persone, fatti, luoghi o circostanze reali sono da ritenersi puramente casuali e non intenzionali.
Tutti i personaggi ivi rappresentati sono da considerarsi maggiorenni e consenzienti in relazione a ogni azione o situazione descritta.
Qualsiasi interpretazione che attribuisca ai contenuti natura fattuale o rispondenza alla realtà è esclusa.
Ogni racconto derivante dalle fantasie è esclusivamente dedicato ad un pubblico adulto.
Questa dichiarazione ha valore per tutti i miei racconti precedenti e futuri.
Inoltre per qualsiasi commento relativo al racconto e fornirmi spunti per nuovi racconti vi prego di scrivere a:
petulka-cz@hotmail.com
__________________________________________________________________________
La torcia di Petra Croft illuminava l’umidità delle pareti di basalto. Il Tempio delle Urla Perdute, sommerso nella giungla amazzonica, era stato una delusione archeologica fino a quel momento — niente manufatti, solo iscrizioni erose. Ma quando la pietra sotto i suoi stivali cedette, Petra precipitò in una camera nascosta, atterrando morbida su un cumulo di tappeti decadenti.
L’aria era calda, pesante di incenso e sudore antico. Davanti a lei, una vasca di marmo nero ribolliva di liquidi caldi, e attorno, ombre si muovevano. “Benvenuta, saccheggiatrice”, ringhiò una voce roca. Uscirono dalla penombra: quattro uomini, corpi muscolosi striati di pittura tribale, cinti solo da perizomi di puma. Erano i guardiani del tempio, dicevano le leggende. Ma Petra conosceva un altro tipo di leggende — quelle che parlava a bassa voce nei bar dei contrabbandieri, di riti di fertilità che sfociavano in orge selvagge.
“Non voglio problemi”, disse Petra, ma la sua voce tremava. Uno degli uomini, il più alto, con una cicatrice che gli attraversava il petto, le si avvicinò. Le strappò la torcia e la gettò nella vasca. “Qui i problemi sono l’unico divertimento”.
Le sue mani le sbottonarono la canotta sudata. “Guarda che bel trofeo”, borbottò un altro, afferrandole i seni. Petra cercò di divincolarsi, ma le sue stesse mozzate di protesta si trasformarono in gemiti quando le dita ruvide le pizzicarono i capezzoli.
“Questa puttana è già bagnata”, rise il terzo uomo, infilando una mano nei suoi pantaloncini. Le dita le scivolarono dentro senza sforzo, scoprendo la sua umidità. Petra chiuse gli occhi, il corpo che tradiva la mente. “Fottetela fino a farla piangere”, ordinò l’uomo con la cicatrice.
In un attimo la spinsero sulla vasca di marmo, la schiena contro la pietra fredda. Il primo uomo le divise le cosce con i ginocchi, e il suo cazzo, enorme e già grondante di presborra, le premé contro l’inguine. “Urlami contro, troia”, ringhiò, e con un colpo secco glielo infilò tutto. Petra gridò, non di dolore ma di shock per l’improvvisa pienezza. Lui iniziò a pomparle dentro con colpi duri e regolari, ogni spinta la faceva scivolare sul marmo.
Il secondo uomo le afferrò la testa e le spinse il suo membro tra le labbra. “Succhia, scavatrice di tombe”. Petra ansimò, la bocca invasa dal sapore salato, mentre il terzo uomo le saliva dietro, sputandole sull’ano e preparandolo con le dita. “Questa qui la voglio io”, borbottò, allineando la sua erezione.
Petra gemeva attorno al cazzo in bocca, le sue dita che artigliavano la pietra. Quando il terzo uomo le penetrò il culo in un unico movimento brutale, un orgasmo la colpì come un fulmine — un tremito violento che la fece contorcere, lo squirt che schizzò dalla sua fica ancora trafitta, mischiandosi all’acqua della vasca. “Ecco la troia che si scioglie”, rise l’uomo che la scopava davanti.
Poi arrivò il quarto. “Ancora spazio”, grugnì, premendo la punta del suo cazzo contro il suo inguine, cercando di infilarsi accanto al primo nella sua fica già strapiena. Con uno sforzo, entrò, e Petra urlò di nuovo, la sensazione di essere spaccata in due da due cazzi giganteschi che le sfregavano insieme le pareti interne. Ora era in una tripla penetrazione — bocca, fica, culo — e il quarto buco, quello tra i seni, venne presto occupato dalle palle sfarfallanti del secondo uomo che le sbatteva i testicoli sul mento.
“Sborro”, ringhiò l’uomo nella sua bocca, e un getto caldo le riempì la gola. Deglutì a fatica, mentre l’orgasmo continuava a scuoterla, le sue contrazioni che strizzavano i cazzi dentro di lei. Il primo uomo nella sua fica emise un ruggito, e lei sentì il suo sperma pompato dentro il suo utero, caldo e abbondante.
Ma non era finita. “Gira quella cagna”, ordinò l’uomo con la cicatrice. La tirarono su, la piegarono sulla vasca, il culo in alto. “Ora la piscio addosso”, disse uno, e un getto di urina calda le colò sulla schiena, sui capelli, sul viso. Petra ansimò, la vergogna mescolata all’eccitazione. Poi iniziarono a cambiarsi i buchi, mescolando i loro fluidi — sborra, piscio, la sua stessa fica — in un liquame primordiale.
La quadrupla penetrazione arrivò quando uno si mise sotto di lei, sul pavimento, infilzandola dal basso mentre un altro le prendeva il culo e un terzo le spaccava la fica da dietro. Petra perse il conto degli orgasmi — uno dopo l’altro, come onde, ogni volta che un cazzo diverso raggiungeva il punto più profondo. Il suo corpo era un mosaico di lividi e sperma, i suoi gemiti diventati rauchi, poi silenziosi.
Alla fine, crollò sul pavimento bagnato, tremante, i buchi che stillavano rivoli bianchi. Gli uomini, soddisfatti, si allontanarono nelle ombre. “La prossima volta che saccheggi un tempio, troia, porta più lubrificante”, fu l’ultima cosa che sentì.
Petra rimase lì, distrutta, il profumo di sesso e incenso che segnava la sua più vile e voluttuosa scoperta archeologica.
Prima che potesse raccogliere i brandelli della sua dignità, un nuovo rumore risuonò nelle camere più profonde del tempio — uno scalpiccio di piedi nudi e goffi, grugniti acuti. Petra sollevò a fatica la testa, i capelli incollati da sperma e urina. Dalle fessure della roccia, una piccola orda di goblin strisciò fuori, attratta dall'odore di sesso e sudore.
Erano una mezza dozzina, alti non più di un metro e venti, pelle verde-bronzo, occhi gialli e denti aguzzi. Erano luridi, coperti di fango e chiazze sconosciute, ma una cosa spiccava: tra le loro gambe curve, pendevano cazzi sproporzionatamente enormi, grossi come i loro avambracci, violacei e nodosi, con vene pulsanti. Alcuni erano ancora semieretti, altri già duri come roccia.
“Umana! Puttana umana!”, stridette uno, puntando un dito artigliato verso Petra. “Ancora calda e piena di sborra di altri… perfetta!”
Petra cercò di trascinarsi indietro, ma il suo corpo era una massa di dolori e tremori. I goblin le si avvicinarono, circondandola. Uno le afferrò una caviglia, le leccò l’interno della coscia, sporco di fluidi. “Saporita”, borbottò.
Un altro le mise un piede sul petto, premendo. “Noi fare meglio di quegli umani grandi. Noi avere più energia… e più buchi da riempire.” Si chinò, il suo cazzo mostruoso che le sbatteva contro la guancia. “Apri bocca, troia.”
Petra, esausta ma il suo corpo ancora ipersensibile, obbedì. Il goblin le infilò il membro fino in gola, un sapore terroso e amaro che la fece conati. Iniziò a scoparle la gola con movimenti rapidi e convulsi, le sue palline pelose che le battevano sotto il mento.
Nel frattempo, altri due le stavano già aprendo le gambe. “Questo buco è già allargato… ma qui c’è spazio per due”, gorgogliò uno, sputandosi sulla mano e strofinando la sua erezione gigantesca insieme a quella di un altro goblin. Con uno sforzo, riuscirono a infilarsi entrambi nella sua fica contemporaneamente — una doppia penetrazione che la fece urlare a squarciagola, la sensazione di essere spaccata in due da cazzi nodosi e ruvidi.
“Anche il culo! Anche il culo!”, strillò un altro, ficcando la punta del suo membro nel suo ano già dolorante. Petra sentì i tessuti cedere, un bruciore intenso, mentre un quarto goblin le montava dietro, afferrandole i fianchi e spingendo dentro senza pietà.
Ora era impalata su quattro cazzi goblin — due nella fica, uno nel culo, uno in bocca — e gli altri due le stavano strofinando i loro contro le ascelle, i piedi, ovunque trovassero pelle. I movimenti erano caotici, frenetici, come animali in calore. I goblin gemevano, ringhiavano, le loro unghie le graffiavano la pelle.
“Piscio! Piscio nella fica!”, urlò uno di quelli che la penetrava davanti. Petra sentì un getto caldo e acido riempirla dentro, mescolato allo sperma che già colava. Un altro seguì l’esempio, urinandole nel culo. Il liquido le usciva a fiotti dai buchi strapieni, creando una pozza sotto di lei.
Petra perse il controllo della vescica, il suo stesso piscio schizzando in aria, mischiandosi a quello dei goblin. Gli orgasmi si susseguivano senza sosta — ogni contrazione della sua fica e del suo culo faceva gemere i goblin di piacere, spingendoli a pompare più forte.
“Sborro! Sborro tutto!”, strillò quello in bocca, e un fiume denso e salato le riempì l’esofago. Deglutì a fatica, mentre altri due le venivano addosso — uno le schizzò lo sperma in faccia, un altro sul petto, coprendola di una seconda pelle biancastra.
La doppia penetrazione vaginale diventò tripla quando un terzo goblin riuscì a infilare la sua punta nello stesso buco, allargandola al limite. Petra urlò, il suo corpo scosso da un orgasmo così violento che lo squirt schizzò a metri di distanza, bagnando la testa di un goblin che rideva isterico.
Alla fine, dopo quella che sembrò un’eternità, i goblin si ritirarono uno dopo l’altro, i loro cazzi ancora semiduri che gocciolavano. Petra era un ammasso informe sul pavimento, ogni buco che stillava un miscuglio di sperma, piscio e i suoi fluidi. I goblin, soddisfatti, si allontanarono nelle gallerie, lasciandola distrutta e mezza svenuta.
L’ultima cosa che sentì fu lo stridio di uno di loro: “Domani torniamo… e portiamo i mastini di roccia… hanno due cazzi ciascuno!”. Poi, solo il silenzio umido del tempio, e il battito accelerato del suo cuore nelle orecchie.
5
voti
voti
valutazione
7.4
7.4
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Petra Croft - L'interrogatorio cap.3
Commenti dei lettori al racconto erotico