Il piacere che non chiede permesso

di
genere
poesie

Arriva come pioggia su vetro caldo
prima solo un tamburellare distratto,
poi il ritmo si dimentica di essere gentile
e comincia a sciogliersi tutto insieme.


Non è una scala che si sale un gradino alla volta,
è un pavimento che cede all’improvviso
e tu cadi, cadi, cadi
dentro la tua stessa carne che si apre come acqua.


Le anche imparano da sole una lingua nuova,
un dialetto rotto di piccoli spasmi,
un “ancora” che non esce mai dalla bocca
perché la bocca è troppo occupata a respirare a pezzi.


C’è un momento preciso
in cui il piacere smette di essere cosa che ricevi
e diventa cosa che prendi tu,
con prepotenza animale,
come se stessi rubando fuoco a un dio distratto.


Allora il ventre si fa tiranno,
stringe, pretende, inghiotte il tempo,
fa sparire i confini tra un secondo e l’eternità
e per qualche battito assurdo
sei solo contrazione e luce bianca.


Dopo non c’è mai un applauso,
solo un silenzio bagnato,
il corpo che trema ancora per conto suo
come una corda di violino
dopo che l’ultima nota è già morta nell’aria.


E in quel silenzio
qualcosa di te si è allargato per sempre,
qualcosa che non tornerà mai più
dentro i vecchi confini
della pelle che avevi prima.


Il piacere femminile
non finisce quando finisce,
lascia sempre una porta socchiusa
per cui può rientrare
senza bussare,
senza chiedere scusa,
ogni volta che il corpo decide
di ricordarsi quanto è sovrano.
scritto il
2026-01-15
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