Sonia & Tommaso - Capitolo 41: L’Alchimia del Dubbio
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Quel pomeriggio a Cremona appariva spento, grigio, ma dentro di me divampava un fuoco inestinguibile. Nonostante la stanchezza, il corpo e la mente sembravano un vulcano pronto a eruttare. La sera prima mi ero masturbata fino a farmi tremare le dita; la fica era ancora gonfia e dolente, un promemoria costante della mia vera natura.
Per l'incontro con Antonio avevo scelto con cura le sembianze da "brava ragazza": un abitino leggero che svolazzava sopra le ginocchia, un velo di seta capace di nascondere i capezzoli ancora tesi. Ma sotto era tutta un'altra storia: il completo di pizzo nero, con quei laccetti sottili, mi faceva sentire nuda e vulnerabile. Mi ero truccata con semplicità, ma il tocco di eyeliner nero e il rossetto color carne tradivano la fame insaziabile che mi brillava negli occhi.
Arrivai al bar dal nome che suonava come un presagio: "Il Vicolo". La zona era un dedalo di passaggi sporchi, muri scrostati e graffiti che urlavano storie di degrado. L'aria pesava, pregna di odori di fritto e umidità. Varcata la soglia, mi sentii subito un corpo estraneo. Un silenzio improvviso si fece strada tra i tavoli e gli occhi di tutti si posarono su di me: mi sentivo esposta, come un pezzo di carne in mostra sul banco di una macelleria.
C'erano dei ragazzi nordafricani che giocavano alle macchinette, i loro sguardi lascivi a spogliarmi senza pudore. Dei vecchi, con la barba sfatta e i vestiti logori, erano intenti in una partita a carte e i loro occhi stanchi mi seguivano con avidità. Al bancone, alcuni operai sporchi di calce e gesso bevevano birra parlando a voce alta.
Antonio, con il suo sorriso da predatore, uscì da una porta laterale. Mi guardò e le sue iridi scure mi incendiarono. «Sonia», disse con la voce roca e profonda. «Cosa bevi?»
In quel momento, due degli operai si voltarono con aria sfrontata. Uno di loro, con la canottiera macchiata di sudore, squadrò le mie gambe prima di fissare Antonio. «Bella gnocca, Antonio! Dove l'hai rimediata questa puledra? Ha una faccia da santa che chiede solo di essere schiaffeggiata», sghignazzò, sputando quasi nel bicchiere.
L'altro gli diede una manata sulla spalla, fissandomi il seno con insistenza: «Guarda che roba... chissà come urla quando la apri in due. Sembra soda, ma scommetto che è già bella che sfondata».
Antonio rise, una risata profonda che mi fece rabbrividire. «Non preoccupatevi, è solo un'amica. Ma se vi avanza qualche pezzo da cento, potrei anche lasciarvela mezz'ora nel retro... se sopravvive a voi due».
La sua battuta mi fece gelare il sangue, ma al tempo stesso sentire la fica inumidirsi d'un colpo. Chiesi una tonica, ma il bicchiere, smerigliato dai troppi lavaggi e sbeccato sul bordo, appariva come un'offesa ai sensi. Ne assaggiai un sorso, lasciandolo subito lì. Antonio continuava a parlare, a provocarmi davanti a quegli sconosciuti che continuavano a mangiarmi con gli occhi, mormorando tra loro quanto avrebbero voluto sbattermi su quel bancone lurido.
Il disagio e lo sporco quasi mi soffocavano, eppure l'eccitazione era tale da togliermi il respiro. Quella sfida, la Sonia di Rimini, era pronta ad accettarla. Mi prese per mano, con una stretta possessiva, conducendomi oltre la porta, in un corridoio stretto e buio che sapeva di polvere e muffa. Poi su per una scala di legno che scricchiolava sotto i piedi, fino al piano superiore.
Entrammo in un monolocale, un antro del peccato dove, in un piccolo cesso senza finestre, la turca incrostata e sporca faceva anche da piatto doccia. L'odore era come un mix di sudore, fumo e umidità; un afrore che, per me, aveva il sapore del proibito. Il lavandino era stracolmo di stoviglie sporche, un nido di degrado. Come letto, due materassi gettati direttamente sul pavimento grigio.
Antonio, con un leggero sorriso, osservava la mia faccia schifata. «Questa è casa mia», disse con sfrontatezza. «Non è una reggia, lo so. Ma per fare quello che dobbiamo fare, va benissimo».
In quel momento ogni esitazione svanì. Non importava della sporcizia o del degrado. Volevo solo lui, e per lui sarei andata ovunque. La fica era già in fiamme e il culetto pronto a essere preso. Antonio, con la sua prepotenza, era il mio padrone, il mio re.
Mi spinse sul materasso, spogliandomi in un istante. I vestiti da brava ragazza caddero a terra mescolandosi alla polvere. Rimasi nuda, esposta al suo sguardo famelico, sentendo l'eccitazione farsi insostenibile. Lo sentii baciarmi, leccarmi, farmi gemere. La sua lingua accarezzava la fica e i denti mordicchiavano i capezzoli.
Mi scopò prima sulla schiena, poi sulla pancia, riempiendomi completamente, fino a farmi esplodere in orgasmi multipli. Non contento, dopo avermi messa carponi, senza esitare, mi inculò. Avvertii un dolore che si mescolava al godimento, una sensazione di possesso totale da farmi gridare come mai prima. Il suo sperma, una cascata di piacere, si riversò dentro di me, lasciandomi tremante su quel materasso lurido.
Tornai a casa con il cuore che martellava nel petto. Lasciai le chiavi sul tavolo e buttai la borsa sul divano, fuggendo subito in bagno. Seduta sul water, cercai di rilassarmi, ma il corpo era ancora preda dei brividi. Il ricordo di Antonio, della sua voce e del suo sapore mi stava consumando.
Sotto la doccia, l’acqua calda sciolse i muscoli ma non la tensione. Cercai di lavar via il ricordo di lui e dello sperma, senza riuscirci. Ero ancora in fiamme. Evitai di bagnarmi i capelli per non doverli asciugare, indossai un abito semplice e raggiunsi il salotto.
Tommaso era lì, sorridente e rilassato come sempre, intento a sfogliare una rivista. Alzò lo sguardo e i suoi occhi brillarono della solita, allegra dolcezza. «Amore, eccoti! Iniziavo a pensare che le tue amiche ti avessero rapita», esclamò con una risata leggera. Mi si avvicinò per baciarmi e cercai di ricambiare con naturalezza, nascondendo il tremito delle labbra.
«Sì, ci siamo perse in chiacchiere... sai come sono fatte», risposi, sedendomi accanto a lui con il cuore che ancora cercava di rallentare.
«Immagino», rispose, continuando a sorridere. Mi passò un braccio intorno alle spalle e mi tirò a sé con affetto. «Dai, racconta. Dove siete state di bello? Ma cos’hai qui?», aggiunse, sfiorando con il pollice un piccolo segno scuro che spuntava dalla spallina del vestito, proprio dove Antonio mi aveva morsa. «Devi aver urtato qualcosa, hai un livido proprio qui sul petto. Spero non ti faccia male, piccola».
Mi irrigidii impercettibilmente, sentendo la pelle bruciare sotto il suo tocco leggero. «Oh... quello? Non me ne ero nemmeno accorta. Forse... boh? Non saprei proprio...» balbettai, cercando di scostare appena la spallina per coprire il segno.
«Certo, capita», disse lui. Avvicinandosi per baciarmi, inspirò profondamente, chiudendo gli occhi per un istante. «Che strano... hai addosso uno strano profumo; sembra quasi maschile…». Riaprì gli occhi e mi guardò, ma non c’era ombra di rimprovero, solo una strana, lucida curiosità che mi fece sentire scoperta. «Antonio... c’era anche lui oggi con la tua amica?».
Deglutii a fatica, sentendo il viso avvampare. «Sì... è passato a salutare. Ma è rimasto poco, giusto il tempo di un aperitivo», mormorai, abbassando lo sguardo per non incrociare il suo. Mi sentivo le labbra ancora gonfie e pulsanti, testimoni silenziose di quello che era successo su quel materasso sporco.
Lui mi carezzò la guancia, indugiando con lo sguardo proprio sulla mia bocca. «Tua madre mi ha detto che Antonio è un bel ragazzo, e molto simpatico». Fece una pausa, una frazione di secondo in cui il suo sorriso sembrò caricarsi di un significato nuovo, quasi complice. «È bello che tu ti circondi di bella gente, Sonia. Ti fa bene».
Mi lasciò un bacio leggero sulla fronte, tornando a sorridere come il solito Tommaso di sempre, ma quell'ultima frase rimase sospesa nell'aria, carica di un'eccitazione che iniziava a farsi strada sotto la sua maschera da bonaccione.
Per l'incontro con Antonio avevo scelto con cura le sembianze da "brava ragazza": un abitino leggero che svolazzava sopra le ginocchia, un velo di seta capace di nascondere i capezzoli ancora tesi. Ma sotto era tutta un'altra storia: il completo di pizzo nero, con quei laccetti sottili, mi faceva sentire nuda e vulnerabile. Mi ero truccata con semplicità, ma il tocco di eyeliner nero e il rossetto color carne tradivano la fame insaziabile che mi brillava negli occhi.
Arrivai al bar dal nome che suonava come un presagio: "Il Vicolo". La zona era un dedalo di passaggi sporchi, muri scrostati e graffiti che urlavano storie di degrado. L'aria pesava, pregna di odori di fritto e umidità. Varcata la soglia, mi sentii subito un corpo estraneo. Un silenzio improvviso si fece strada tra i tavoli e gli occhi di tutti si posarono su di me: mi sentivo esposta, come un pezzo di carne in mostra sul banco di una macelleria.
C'erano dei ragazzi nordafricani che giocavano alle macchinette, i loro sguardi lascivi a spogliarmi senza pudore. Dei vecchi, con la barba sfatta e i vestiti logori, erano intenti in una partita a carte e i loro occhi stanchi mi seguivano con avidità. Al bancone, alcuni operai sporchi di calce e gesso bevevano birra parlando a voce alta.
Antonio, con il suo sorriso da predatore, uscì da una porta laterale. Mi guardò e le sue iridi scure mi incendiarono. «Sonia», disse con la voce roca e profonda. «Cosa bevi?»
In quel momento, due degli operai si voltarono con aria sfrontata. Uno di loro, con la canottiera macchiata di sudore, squadrò le mie gambe prima di fissare Antonio. «Bella gnocca, Antonio! Dove l'hai rimediata questa puledra? Ha una faccia da santa che chiede solo di essere schiaffeggiata», sghignazzò, sputando quasi nel bicchiere.
L'altro gli diede una manata sulla spalla, fissandomi il seno con insistenza: «Guarda che roba... chissà come urla quando la apri in due. Sembra soda, ma scommetto che è già bella che sfondata».
Antonio rise, una risata profonda che mi fece rabbrividire. «Non preoccupatevi, è solo un'amica. Ma se vi avanza qualche pezzo da cento, potrei anche lasciarvela mezz'ora nel retro... se sopravvive a voi due».
La sua battuta mi fece gelare il sangue, ma al tempo stesso sentire la fica inumidirsi d'un colpo. Chiesi una tonica, ma il bicchiere, smerigliato dai troppi lavaggi e sbeccato sul bordo, appariva come un'offesa ai sensi. Ne assaggiai un sorso, lasciandolo subito lì. Antonio continuava a parlare, a provocarmi davanti a quegli sconosciuti che continuavano a mangiarmi con gli occhi, mormorando tra loro quanto avrebbero voluto sbattermi su quel bancone lurido.
Il disagio e lo sporco quasi mi soffocavano, eppure l'eccitazione era tale da togliermi il respiro. Quella sfida, la Sonia di Rimini, era pronta ad accettarla. Mi prese per mano, con una stretta possessiva, conducendomi oltre la porta, in un corridoio stretto e buio che sapeva di polvere e muffa. Poi su per una scala di legno che scricchiolava sotto i piedi, fino al piano superiore.
Entrammo in un monolocale, un antro del peccato dove, in un piccolo cesso senza finestre, la turca incrostata e sporca faceva anche da piatto doccia. L'odore era come un mix di sudore, fumo e umidità; un afrore che, per me, aveva il sapore del proibito. Il lavandino era stracolmo di stoviglie sporche, un nido di degrado. Come letto, due materassi gettati direttamente sul pavimento grigio.
Antonio, con un leggero sorriso, osservava la mia faccia schifata. «Questa è casa mia», disse con sfrontatezza. «Non è una reggia, lo so. Ma per fare quello che dobbiamo fare, va benissimo».
In quel momento ogni esitazione svanì. Non importava della sporcizia o del degrado. Volevo solo lui, e per lui sarei andata ovunque. La fica era già in fiamme e il culetto pronto a essere preso. Antonio, con la sua prepotenza, era il mio padrone, il mio re.
Mi spinse sul materasso, spogliandomi in un istante. I vestiti da brava ragazza caddero a terra mescolandosi alla polvere. Rimasi nuda, esposta al suo sguardo famelico, sentendo l'eccitazione farsi insostenibile. Lo sentii baciarmi, leccarmi, farmi gemere. La sua lingua accarezzava la fica e i denti mordicchiavano i capezzoli.
Mi scopò prima sulla schiena, poi sulla pancia, riempiendomi completamente, fino a farmi esplodere in orgasmi multipli. Non contento, dopo avermi messa carponi, senza esitare, mi inculò. Avvertii un dolore che si mescolava al godimento, una sensazione di possesso totale da farmi gridare come mai prima. Il suo sperma, una cascata di piacere, si riversò dentro di me, lasciandomi tremante su quel materasso lurido.
Tornai a casa con il cuore che martellava nel petto. Lasciai le chiavi sul tavolo e buttai la borsa sul divano, fuggendo subito in bagno. Seduta sul water, cercai di rilassarmi, ma il corpo era ancora preda dei brividi. Il ricordo di Antonio, della sua voce e del suo sapore mi stava consumando.
Sotto la doccia, l’acqua calda sciolse i muscoli ma non la tensione. Cercai di lavar via il ricordo di lui e dello sperma, senza riuscirci. Ero ancora in fiamme. Evitai di bagnarmi i capelli per non doverli asciugare, indossai un abito semplice e raggiunsi il salotto.
Tommaso era lì, sorridente e rilassato come sempre, intento a sfogliare una rivista. Alzò lo sguardo e i suoi occhi brillarono della solita, allegra dolcezza. «Amore, eccoti! Iniziavo a pensare che le tue amiche ti avessero rapita», esclamò con una risata leggera. Mi si avvicinò per baciarmi e cercai di ricambiare con naturalezza, nascondendo il tremito delle labbra.
«Sì, ci siamo perse in chiacchiere... sai come sono fatte», risposi, sedendomi accanto a lui con il cuore che ancora cercava di rallentare.
«Immagino», rispose, continuando a sorridere. Mi passò un braccio intorno alle spalle e mi tirò a sé con affetto. «Dai, racconta. Dove siete state di bello? Ma cos’hai qui?», aggiunse, sfiorando con il pollice un piccolo segno scuro che spuntava dalla spallina del vestito, proprio dove Antonio mi aveva morsa. «Devi aver urtato qualcosa, hai un livido proprio qui sul petto. Spero non ti faccia male, piccola».
Mi irrigidii impercettibilmente, sentendo la pelle bruciare sotto il suo tocco leggero. «Oh... quello? Non me ne ero nemmeno accorta. Forse... boh? Non saprei proprio...» balbettai, cercando di scostare appena la spallina per coprire il segno.
«Certo, capita», disse lui. Avvicinandosi per baciarmi, inspirò profondamente, chiudendo gli occhi per un istante. «Che strano... hai addosso uno strano profumo; sembra quasi maschile…». Riaprì gli occhi e mi guardò, ma non c’era ombra di rimprovero, solo una strana, lucida curiosità che mi fece sentire scoperta. «Antonio... c’era anche lui oggi con la tua amica?».
Deglutii a fatica, sentendo il viso avvampare. «Sì... è passato a salutare. Ma è rimasto poco, giusto il tempo di un aperitivo», mormorai, abbassando lo sguardo per non incrociare il suo. Mi sentivo le labbra ancora gonfie e pulsanti, testimoni silenziose di quello che era successo su quel materasso sporco.
Lui mi carezzò la guancia, indugiando con lo sguardo proprio sulla mia bocca. «Tua madre mi ha detto che Antonio è un bel ragazzo, e molto simpatico». Fece una pausa, una frazione di secondo in cui il suo sorriso sembrò caricarsi di un significato nuovo, quasi complice. «È bello che tu ti circondi di bella gente, Sonia. Ti fa bene».
Mi lasciò un bacio leggero sulla fronte, tornando a sorridere come il solito Tommaso di sempre, ma quell'ultima frase rimase sospesa nell'aria, carica di un'eccitazione che iniziava a farsi strada sotto la sua maschera da bonaccione.
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